Yes, darling. Life sucks

Momenti di disperato ottimismo

Attorno al 1600, un tale Torquato Accetto scriveva un trattatello intitolato "Della dissimulazione onesta" in cui sosteneva le ragioni della dissimulazione come strenua forma di difesa della verità e dei sentimenti privati contro l'ipocrisia e i soprusi del suo tempo.
Quello che non sapeva Torquato Accetto era che, quattro secoli dopo, qualcuno avrebbe nominato la sua opera in un blog per sdoganare alcuni comportamenti femminili.
Mi spiego. Quanti di voi sono state vittima di un rifiuto da parte di una donna?
Ora, posto che quella donna non sono io (secondo la mia etica negarsi a un uomo è immorale, perché il rifiuto lo incattivisce innescando tutta una serie di conseguenze karmiche che son certa di aver già illustrato in altra sede), penso che più o meno tutti si siano trovati nella spiacevole situazione di prendersi un due di picche. Bene, quello che vi dico oggi, è che la donna in questione stava dissimulando. Avete capito bene, dissimulando. Ma dissimulando cosa? Ma la sua natura più intima, i suoi palpitanti sentimenti, le sue speranze più private, ovvio. Ma visto che parlo ai maschi, esemplifichiamo in due semplici principi generali con relativi esempi.
1. Un rifiuto netto, non è mai un rifiuto. E' un consenso smaccato.
Tempo addietro, quando ancora ero molto giovane e non mi attenevo alla rigida etica del "non-no", avevo una cotta per un ragazzo.
Situazione: estate, casa al mare, due coppie, io e lui nella stessa stanza, vaga ubriachezza di entrambi. Decido di lanciarmi.
SOY: "bè direi che il motivo per cui hanno invitato proprio me e te a stare qui con loro è evidente, vogliono appaiarci".
X. : "Dici?"-con sguardo speranzoso- "Ma perché, tu ci staresti con me?".
SOY: "No, mai, ma figurati!".
Ovviamente calò il silenzio (fatta eccezione, dopo mezz'ora, per i tonfi sordi della mia testa contro le mattonelle - anzi ragazzi, se mi leggete, sappiate che quel rumore ritmico proveniente dal bagno che vi svegliò quella notte, ero io a produrlo).
Chiaramente il ragazzo non aveva capito le motivazioni del mio diniego: troppo interesse si era tramutato in una chiusura. Sarebbe stato sufficiente ripensare a Torquato Accetto per capirlo.
2. Mezzo rifiuto è un rifiuto sicuro.
Corollario: la quantità delle argomentazioni che una donna affastella per giustificare un rifiuto è inversamente proporzionale alle chance che avete di farla ricredere.
Per dirla in breve, a questa categoria appartengono le cosiddette "profumiere", cioè quelle che fanno baluginare la possibilità di un "oltre" (non parliamo di un oltre metafisico/montaliano, in caso qualcuno se lo stesse domandando), e poi, con ancora il capezzolo nella vostra bocca, vi dicono che non se la sentono di continuare.
I motivi addotti di solito non sono assolutamente richiesti (trattasi di tipica excusatio non petita) , sono variegati e tendono a combinarsi in un coacervo di nevrosi che fiaccherebbe il desiderio sessuale di un carcerato: rotture traumatiche, desiderio di concentrarsi solo sulla propria carriera, problematiche con la figura paterna, ex fidanzati bastardi. Di certo c'è solo che voi, a differenza degli ex fidanzati bastardi (una categoria verso la quale mi sento di spezzare una lancia perché fornisce sempre una scusa valida per rifiutare un uomo), siete delle persone speciali. E che a voi non la darà mai.

Quindi vi conviene concentrare le vostre energie su quelle che dissimulano il proprio interesse. Superato l'ostacolo della dissimulazione, vi imbatterete in quello della simulazione. Ma quello è già un buon segno, vorrà dire che avrete aggirato il due di picche.

S.:"Non riesco a sentir dire la parola certezza, senza poi dire Tonno Riomare"
K.:"Ah sì come lo spot! Come me, che quando ho una cotta per una donna, so già che non me la darà. E' una certezza".
S.:"Tonno Riomare"
K.:"Cazzo, sei uno spot vivente"

Quanto può durare una cotta? Lo status di "cotta" è argomento discusso (non frega a nessuno) e controverso (solo per la sottoscritta). Dicesi cotta, l'infatuazione estemporanea e istintiva per qualcuno/a che non si conosce bene, ma (già ce lo si vuol portare a letto) le cui caratteristiche per motivi ignoti (taglia di reggiseno/mascella volitiva) e variegati (taglia di reggiseno/mascella volitiva) risaltano a tal punto agli occhi dell'infatuato, da rendere quest'individuo unico nonostante la certezza (Tonno Riomare) che il mare (o almeno la boccia) sia piena di pesci.
Ora. La gestione della cotta è talmente complessa da farmi a motivo credere che nelle università, assieme a un indispensabile corso di "Fondamenti di Anatomia Femminile", sarebbe necessario introdurre anche un esame di "Management delle cotte e gestione del rischio". Ci sono diversi tipi di individui, quelli che hanno cotte ogni tre minuti (cioè, vedono un soggetto interessante e dicono di avere una cotta, poi però ne vedono un altro,e ne hanno un'altra, e alla fine della giornata per un fatto statistico riescono a trasformare la loro "cotta"quotidiana in una sfiziosa attività bruciagrassi), quelli che hanno una cotta per una persona e si definiscono "fidanzati" (questo avviene soprattutto quando si deve definire il proprio status su facebook e non si vuol far vedere che si è scapoloni impenitenti ancora dopo i 30, per cui ci si dichiara impegnati, creando lo scompiglio tra i propri contatti che iniziano a ricamare le iniziali sulla biancheria da corredo da regalare alle nozze) e quelli che hanno cotte che durano anni, mai concretizzate, platoniche, cotte a cui andrebbe data una pensione per anzianità, che tornano a ondate e che fanno da sfondo a relazioni anche stabili, cotte che se per caso dovessero subire un elettroshock, di tutto si scorderebbero, tranne del fatto di avere una cotta per quella persona. Cotte che si autoalimentano, che sono un riflesso condizionato, che se Pavlov fosse vivo, farebbe l'esperimento su di loro e non sul cane e stai pur certo che basterebbe pronunciare il nome del fortunato per vederli salivare.
La teoria del giorno è che comunque si decida di vivere la propria cotta, essa è sempre perversamente subordinata al non adempimento della stessa.
La cotta, per sua natura, è effimera, inafferabile, sfuggente, inconcreta, vincolata alla non realizzazione. Se ti va bene, e la concretizzi, la cotta finisce e si trasforma in altro, e quest'altro in altro ancora, e poi quest'altro ancora finisce, ed è come se non fosse successo niente . Se ti va male, la cotta finisce e ti resta la voglia di prendere a testate il muro perché ti sei giocato la possibilità di fantasticare su un tempo in cui sarai felice con quella persona, in cui trascorrerai le serate insieme a lei a leggere a letto, la sbircerai da dietro le pagine e ridacchierai pensando che forse era più di una cotta, e che anche se il mare è pieno di pesci, comunque tu almeno ce l'hai una certezza.
(tonno riomare)

Una delle (innumerevoli) cose che odio di più, a parimerito con quelli che già da un mese mi chiedono cosa farò per Capodanno - ragazzi, non facciamoci prendere dalla smania di San Silvestro, non ho organizzato un bel cacchio di niente, non andrò in discoteca, non andrò a eventi cool, non so manco se andrò in piazza a Bari, se mi va bene mi ubriacherò con le zie zitelle giocando al mecante in fiera, ora smettetela di stressarmi - è trovarmi involontariamente a fare la parte del terzo incomodo. Voglio dire, nel sunofyork-pensiero, il concetto di terzo incomodo non è nemmeno lontanamente contemplato: la coppia, infatti, non è considerata come un coacervo inscindibile di puccipucciosità e nevrosi latenti, ma come una somma di individualità. Pertanto, se un amico/a si dovesse aggregare all' uscita di un'ipotetica coppia di cui la sottoscritta è parte, non sarà mai un'uscita a 2+1 ma un'uscita a tre (ah, il fascino del numero) e mai e dico mai l'elemento aggregato - chiamiamolo così - sentirà di reggere il moccolo. Non tutte le coppie, però, sono altrettanto open minded: ricordo ancora con orrore una volta che andai con una mia cara amica al mare, e lei candidamente, quando già eravamo in spiaggia, mi comunicò che di lì a poco sarebbe arrivato il suo nuovo fidanzato. Lievemente stizzita (era il primo giorno di mare, e mostrare trippette bianchicce e sballonzolanti al nuovo fidanzato della mia amica non era esattamente il mio desiderio per quel giorno), abbozzai e dissi che non c'era problema. Non immaginavo che nuovo significava che avrebbero dovuto trascorrere la loro luna di miele proprio a Pane e Pomodoro (per i non baresi, una spiaggia culto della città). In poche parole, mi trovai 1. tagliata fuori dalla conversazione (perché le coppie recenti si parlano sempre a bassa voce?) e da tutto un fitto scambio di sguardi molto eloquenti e che secondo me significavano pressappoco "appena sta stronza se ne va, ti spello vivo/a" e peggio ancora 2. risucchiata in un vortice di passione, mani nei costumi da bagno, lingue nelle orecchie, tuffi molto hot e nuotate tantriche. Ecco, ora quello che volevo dire è che secondo me è molto da maleducati mettere una persona nella condizione di sentirsi il terzo incomodo. A meno che non si tratti di un modo per proporre una cosa a tre, allora prego, fate pure.
Ad ogni modo, certe volte si scopre che si può fare il terzo incomodo anche quando si è in presenza non di due esseri umani, ma di un essere umano e un oggetto tecnologico, nella fattispecie il tom tom. Immaginate la scena: la donna entra in macchina, come di rito abbassa il parasole pronta a passare altri cinque minuti allo specchietto (oltre ai 45 passati in casa) a sistemarsi il trucco, vabbè, lo specchietto non c'è -imperterrita ogni volta che sale in macchina abbasserà il parasole nella speranza che uno specchietto sia spuntato dal nulla -, in compenso c'è qualcosa di molto più tecnologico e nuovo, il navigatore. Dal momento in cui accende il navigatore, per l'uomo la propria donna non esiste più - se lei gli dice di prendere una strada che hanno fatto miliardi di volte, lui fa finta di non sentirla, ipnotizzato dal suono suadente della voce della signorina del tom tom. Anzi, pur di sentire quella vocina, accenderà il navigatore pure per andare al tabaccaio dietro l'angolo, riuscendo a raggiungere qualsiasi punto (anche il più vicino) facendo non meno di 50km di strade sterrate e riducendo la macchina come dopo una Parigi-Dakar. Mettete il caso che voi stiate filosofeggiando sull'asintattismo onirico nel surrealismo di Dalì: verrete comunque zittite per far spazio alla vocina. Sostanzialmente la compresenza di un navigatore e di una donna in macchina, comporta de facto l'assunzione da parte della donna del ruolo di terzo incomodo. Esistono due approcci maschili al navigatore:
- quelli che si relazionano all'oggetto come a una madre: per cui faranno sempre quello che viene detto dal navigatore, lo venereranno e gli rivolgeranno parole d'affetto, e rinfacceranno alla propria compagna di non aver mai fatto per lui quello che ha fatto il navigatore (salvargli la vita quella volta che non riuscivano a trovare l'uscita dall'ikea);
- quelli che si relazionano all'oggetto come a una moglie: lo stanno a sentire per un po', poi dopo iniziano a non sopportarlo più, tentano disperatamente di spegnerlo e non riuscendoci lo prendono e lo scagliano dal finestrino. Poi però si rendono conto che senza di lui non vanno da nessuna parte, e tornano indietro a riprenderlo.

Negli anni ho capito che fare il terzo incomodo quando la coppia è formata da uomo-madre (leggete: navigatore in veste di madre) è un compito ingrato. Fare il terzo incomodo nella coppia uomo-moglie (navigatore in veste di) è molto appagante, perché per una volta è qualcun'altra a passare per la rompicoglioni, e tu finalmente sai come ci si sente a fare l'amante. (Una figata)

"I love you"
"Please shut up"
*
Una volta Hemingway, forse per gioco, forse per sfida, se ne uscì dicendo che è possibile scrivere un romanzo in sole sei parole. Effettivamente nel suo caso ("For sale: baby shoes, never worn" - Vendesi: scarpe da neonato mai indossate), si raggiunsero vette di intensità notevoli. Dopo di lui, ci abbiamo provato in molti, con risultati più o meno interessanti. Nella fattispecie, la sottoscritta ci ha provato più e più volte,* con l'unico risultato di diventare talmente ossessionata dal numero 6 da iniziare a credere che il mondo intero sia descrivibile attraverso una matrice 6x6. Lo so che sembra una pazzia ma invito tutti voi a provare (ecco, ad esempio le ultime due frasi sono composte da sei parole l'una, giusto per mostrarvi quanto sono patologica). Ad ogni modo la six word story in apertura è emblematica di un certo atteggiamento, cioè quello di scappare di fronte alle dichiarazioni troppo esplicite, di qualsiasi tipo esse siano. Di fatto, sono convinta di essere una donna (?) affetta da un particolare caso di ansia da prestazione, un caso che non coinvolge problemi di natura - diciamo - idraulica, ma mentale. L'istinto alla fuga, infatti, si palesa ogni volta che qualcuno mi dichiara (nell'ordine):amore/amicizia/stima/simpatia/ammirazione(raro)/affetto/attrazione, dipanandosi secondo dinamiche perverse quanto variegate ma che pressappoco sottendono tutte lo stesso problema: sono una di quelle cagasotto che sbarellano ogni volta che sentono nell'aria il profumo di alte aspettative sulla propria persona. Ricordo una volta che un tipo mi disse "ti amo" e io gli risposi "sì che è tardi". Lo feci inconsciamente, avevo davvero capito "andiamo", però ora come ora mi sembra freudiano. Come corollario, abbiamo l'assoluta incapacità di dichiarare (nell'ordine):amore/amicizia/stima/simpatia/ammirazione(raro)/affetto/attrazione. E infatti sono una di quelle donne che non dicono mai ti amo (è un fatto di par condicio, quindi è inutile che voi drogate di ti amo mi veniate a dire "prova, vedrai che ti piacerà"). Le altre donne, invece, queste due fatidiche parole le usano eccome, e le usano principalmente in questi contesti (in ordine di tragicicomicità):
1) ti amo: tu lo ami, punto e basta. Sei una persona sana quindi smettila di leggere questo blog e possibilmente vai a procreare altre persone sane in grado di dire ti amo.
2) ti amo: vorrei ottenere qualcosa da te (tipo: il matrimonio/un diamante di fidanzamento/andare all'ikea di domenica/ fare un figlio) ma è veramente dura e quindi mi gioco il tutto per tutto;
3) ti amo: mi hai fatto un regalo costoso e io non ho assolutamente niente da darti in cambio, quindi ti intontisco con qualcosa di assolutamente fuori luogo;
4) ti amo: è il nostro anniversario e mi sono ubriacata di champagne;
5) ti amo: è capodanno e vorrei proprio che fosse romantico, non come l'anno scorso che l'abbiamo passato sul divano a guardare i programmi fessi in tv;
6) ti amo: è il mio intercalare preferito
7) ti amo: stiamo perdendo tempo e io vorrei fare sesso prima di andare in menopausa, quindi velocizzo un po' le cose, perdonami;
8) ti amo: stiamo facendo sesso e ho le endorfine in circolo, sono narcotizzata, ma in realtà te lo dico perché non mi va che pensi che io sia una facile che vuole solo fare sesso;
9) ti amo: ho fatto sesso con un altro, sono divorata dai sensi di colpa e cerco disperatamente di mettere tutto a posto;
10)ti amo: non ti amo più da mesi e non so come dirtelo.

Mi rendo conto solo ora che gli scenari che sono stata in grado di immaginare sono 10: questo non rientra nella logica dominante del 6, quindi per favore, proponetemi altri contesti in modo da arrivare a un multiplo perché oltre alle aspettative sulla mia persona, non reggo nemmeno l'entropia.

Io penso che ogni donna nasca con in testa l'archetipo della relazione perfetta. Quello di "perfezione di coppia" è un concetto relativo e femmina-specifico: se per una, la perfezione sta nel raggiungimento dello standard di famiglia del mulino bianco d.o.c., per un'altra sta nella bigamia - o per le più open-minded nella poligamia -, per un'altra ancora nelle relazioni a distanza. Ora, io non so voi come vi siate dipinte nelle vostre teste la vostra idea di relazione perfetta, quello che però so per certo è che se siete donne e non siete ancora in menopausa (dopo la menopausa le donne diventano compagne perfette perché iniziano a pensare e agire come uomini, quindi il mio discorso non vale) - a prescindere dall'obiettivo che vi siete prefisse (matrimonio/godervi la vita, due sono le opzioni) - quello a cui non saprete mai rinunciare nella vita sentimentale è il pathos. Le donne, da una relazione, non vogliono la tranquillità. Ossia, vogliono la tranquillità ma vogliono far finta di non sapere che navigano in acque tranquille, che non c'è nessuna sorpresa dietro l'angolo. Vogliono credere ardentemente che ci sia qualcosa oltre allo spadellamento continuo, al bucato col napisan, al dormire insieme coi calzettoni di lana. Vogliono le farfalle allo stomaco, la paura che tutto possa finire, sguardi intensi. Vogliono (vogliamo) lo sturm und drang. Vogliamo Cime Tempestose.
Il bello è che questo tipo di desiderii non affligge solo le adolescenti, anzi, col passare del tempo si diventa più esigenti: se fino ai vent'anni basta una telefonata in ritardo a dare l'adrenalina necessaria a tenere in vita la relazione, dopo una certa si è così immuni a quella sensazione di rischio, che il gioco si fa veramente duro. Ho visto donne fingere di dover partire per mesi e mesi alla volta di paesi dai nomi esotici e misteriosi per vagliare i sentimenti di lui (e rimanere di sasso davanti a una risposta illuminata come "non ti metterei mai i bastoni tra le ruote, vedrai che supereremo anche questo"), sostenere - in preda a un momento di delirio ormonale - di voler troncare la propria relazione, pur di movimentare un po' le acque; confessare tradimenti mai avvenuti nel tentativo di avere una reazione passionale da parte di un uomo un po' troppo pantofolaio. Ora, io credo che le relazioni in absentia - oltre alla grande gestibilità in termini di tempo - forniscano il massimo del pathos con il minimo sforzo, in quanto le discussioni viaggiano sul filo del telefono senza possibilità di scontro diretto e quindi di riappacificazione istantanea. Fino ad oggi non ho mai conosciuto nessuna donna immune a questo impulso fortemente autodistruttivo che porta inevitabilmente allo sfinimento del maschio. La dinamica è più o meno sempre la stessa: si parte da una riflessione attorno a un problema (non importa se reale o no), ci si arrovella quel tanto che basta a farsi uscire il fumo dalle orecchie, la si espone - di solito telefonicamente - al proprio partner stando attente a criticare qualsiasi tipo di reazione lui abbia, si discute ogni cavillo e poi si passa alle recriminazioni, alla fine piangendo si opta per una pausa di riflessione, se non per una rottura. Nell'istante stesso in cui si chiude il telefono ci si rende conto della propria follia, si torna sui propri passi chiedendo umilmente perdono e per una settimana si è tutte smancerie e coccole come delle drogate che hanno avuto la propria dose (in questo caso di pathos). E vi giuro che si può essere le donne più razionali del mondo, ma queste velleità da drama queen di tanto in tanto le sperimentiamo tutte. Anche la sottoscritta, non esente da questo tipo di tentazioni (anche se la mia idea di emozioni intense in una relazione coinvolge attività come fare insieme bungee jumping o lanciarsi con un solo paracadute) che oggi, facendo il test dei fiori di Bach, ha scoperto che dovrebbe farsi una pera di white chestnut, "detto anche il rimedio per il "disco rigato", proprio perché la mente continua a girare sempre sullo stesso punto, proprio come un disco rovinato" (testuali parole). Sarei corsa in erboristeria, ma nella mia scheda personale si diceva anche che avrei bisogno di una bella dose di Clematis, che serve alle persone molto inclini alle fantasie a concretizzare i propri propositi. E infatti in erboristeria non ci sono andata, quindi immagino che quel Bach ci avesse davvero visto giusto con me.

Avete presente quando noi donne cerchiamo di spremere i nostri uomini affinché facciano/dicano/organizzino qualcosa di romantico per noi? Quella sensazione di lotta persa in partenza, di cercare di cavar sangue da una rapa?
Bene, per me c'è qualcosa di peggio di quel tipo di frustrazione. Anzi, ci sono ben due cose: una è la faccia da babbeo del tipo nella foto qui accanto ma che ho voluto comunque pubblicare perché sono una squallidona in subbuglio ormonale, la seconda è quella frase che nessuna donna vorrebbe mai sentirsi dire e che invece gli uomini dicono credendo di farci un favore, e cioè stasera cucino io (sottotitolo: stasera in cucina si scatena l'Apocalisse).
Ora, non so a voi, ma a me l'immagine di un maschio italiano - lo specifico, sennò bariblogs, con cui ne parlavo poco fa, mi si incazza - in cucina fa tremare le vene e i polsi: passato il momento di tenerezza e divertimento iniziale, motivato dal fatto di vedere un essere totalmente spiazzato alla vista di un mestolo, ci si rende inevitabilmente conto che se un rinoceronte si fosse proposto di cucinare la cena, probabilmente avrebbe causato meno danni in cucina.
I problemi fondamentali dell'uomo tra i fornelli sono due. Il primo è quasi un assioma: nonostante si sia arrischiato a fare il macho dicendo cose del tipo tu, donna, rilassati pure sul divano con un bicchiere di vino e un buon libro, penso a tutto io, ogni cinque secondi urlerà dalla cucina domande irritanti come "ma è normale che il soffritto di cipolla diventi nero?", "dov'è l'ovatta? sto sgocciolando sangue ovunque, è normale?" (è normalissimo, tesoro mio, se ti sei reciso la carotide), "ma perché non organizzi più razionalmente le stoviglie?" (appena varcano la soglia della cucina, diventano tutti dei Gianfranco Vissani, chissà com'è), "ma dov'è una schiumarola?". La sua estraneità al mondo culinario, infatti, è tale da impedirgli di trovare alcunché, nemmeno ciò che ha sotto agli occhi. Questo non significa, ragazze care, che dovete cedere alla tentazione di alzarvi e andare in cucina per palesargli la sua inettitudine, lasciate che si cuocia da solo in questa consapevolezza: se doveste cedere, non esiterebbe a schiavizzarvi con la scusa che lui sovrintende e coordina i lavori e voi eseguite (come dargli torto, essendo un grande chef è giusto che lui ci metta la creatività e l'estro artistico e voi sgobbiate).
Il secondo problema, anche questo peculiare del maschio, è che per cucinare anche il piatto più semplice del mondo, non so come, non so perché, riesce sempre a sporcare tremila padelle e aggeggi vari. La mia sensazione è che persino l'atto culinario basilare, ad esempio un piatto di pennette al pomodoro, coinvolga nella testa maschile tutta una serie di passaggi intermedi superflui il cui numero è direttamente proporzionale a quello delle stoviglie sporcate. Egli - suona strano, ma questo pronome esiste ancora - infatti, prenderà la salsa, l'aprirà con fare atletico, con immutato fare atletico sgocciolerà sul pavimento versandola in una ciotola più consona, poi si renderà conto che quella ciotola non va bene perché nel versarla nella pentola potrebbe cadere sui fornelli allora la versa in un contenitore col beccuccio, nel frattempo altra salsa cade per terra e tu inizi a pensare che si tratterà di una ricetta nuova, pennette al pomodoro senza pomodoro, poi piglia la bottiglia d'olio e lo travasa nell'oliera, prende un tagliere delle dimensioni dell'Alaska e un coltello da macellaio appositamente per sminuzzare un unico, minuscolo, povero piccolo spicchio di cipolla, fa soffriggere l'olio in padella, ci butta dentro la cipolla che si carbonizza, ripete l'operazione dentro a un altra padella, poi alla fine ci butta quello sputo di salsa che è sopravvissuta a tutti i travasi, un po' d'acqua e tre chili di sale e scopre le meraviglie della fisica attraverso il magico fenomeno dell'ebollizione dell'acqua a 100°C. Capito questo, crede di poter aprire un ristorante e di far sì che rientri nella classifica del Gambero Rosso.
Tu intanto hai chiamato di nascosto la tua pizzeria preferita ma non gli dici niente.
La pizza arriverà nel momento esatto in cui lui, con le lacrime agli occhi, sputerà nel fazzoletto la pennetta al pomodoro, dicendo che non ha appetito.
Dopo la pizza avrà anche il coraggio di dirti visto che ho cucinato e sono stanco, i piatti li lavi tu?

P.S. regalino per Amaracchia e tutte le lettrici donne. Assolutamente sconsigliato agli uomini.

Devo essere sincera: dopo essermi ubriacata da sola per festeggiare i trentatrè commenti del post precedente (a proposito, grazie al n.31,32,33 per aver fatto il solletico alla mia nevrosi sulle cifre tonde), per un attimo ho pensato di chiudere trionfalmente baracca e burattini con un post di cui già avevo in mente il nome - So long, and thanks for all the fish: nella mia idea, aprendo il mio blog sarebbe dovuta partire la musichetta della Guida galattica, e l'utente si sarebbe dovuto trovare di fronte a un post brillante e al tempo stesso malinconico che gli avrebbe strappato un paio di lacrime all'idea che quelle sarebbero state le ultime perle del SunOfYork-pensiero. Mi ci è voluto davvero poco ad abbandonare l'impresa a causa della mia incapacità di mettere musichette come sfondo e a realizzare, di conseguenza, che questo blog non chiuderà mai.
Dunque stasera ho deciso di illuminarvi sui vari modi in cui le donne seducono gli uomini. Sostanzialmente la mia idea è che riuscire o meno ad acaparrarsi un uomo dipenda dal caso, idea dovuta al fatto che ci sono in ballo troppe variabili in gioco perché io mi sbatta a dare una spiegazione razionale del fenomeno. Diremo allora che queste variabili hanno natura e importanza diversa nella riuscita dell'acchiappo: si va da fattori collaterali quali il tipo di bevanda o droga assunta prima dell'incontro ad altri più centrali come la disponibilità di entrambi gli attori, il perfetto match chimico, il periodo dell'ovulazione femminile, e soprattutto quello che chiamerò il tasso di orizzontabilità. Diamo la definizione e poi spieghiamo:

IL TASSO DI ORIZZONTABILITA' DI UN INDIVIDUO X PUO' VARIARE DA 1 A 5
COROLLARIO (thanks Krapp, solo tu puoi essere così nerd): IL TASSO DI ORIZZONTABILITA'
E' INVERSAMENTE PROPORZIONALE AL COEFFICIENTE DI ORIZZONTABILIZZABILITA'.

Poveri noi. Quando una donna incontra un uomo o viceversa immediatamente gli assegna un punteggio da 1 a 5, ossia il tasso di orizzontabilità (quanto me lo voglio portare a letto).
Detta in soldoni, quanto più l'individuo è desiderabile/orizzontabile, tanto più sarà dura sedurlo/orizzontabilizzarlo, perché l'individuo in questione se la tirerà a dismisura -qui dovrei introdurre il concetto di asintoto, ma lasciamo stare, tanto lo so che siete tutti scienziati e a questo punto state con la bava alla bocca-, come facilmente desumibile dal grafico dell'iperbole giustapposto.

Ora, come fanno le donne a sedurre un uomo? Quali strategie usano? Come si pongono? Quali uomini costituiscono il loro target? Io ne ho individuati alcuni tipi, vedete voi se vi ci ritrovate.
1. La risoluta: se uno le piace, glielo dice chiaramente con la delicatezza di un panzerkampfwagen. Tipo: lui sta ancora ordinando da bere e lei già paga il conto; si stizzisce se davanti a tanta risolutezza lui sembra vacillare, vedendo nella di lui esitazione una irrimediabile perdita di tempo. Di solito le capitano uomini irrisoluti e incapaci di fare il primo passo, a dimostrazione della potenza del contrappasso dantesco. Il problema di questa tipologia di donna è che una tale facilità nell'esporsi, la porta a una sovraesposizione anche in momenti inopportuni (del tipo che si lancia involontariamente in imprese disperate)
2. La fatalona: è tutta sguardi e smancerie, biancheria intima che spunta dalla scollatura o dal pantalone a vita bassa e boccuccia a cuore. Il problema è che in tutte queste mossette, non si rende puntualmente conto che ha messo gli occhi su un omosessuale, il quale, a sua volta, sta facendo gli occhi dolci al barista
3. La filosofa: è quella che quando punta un tipo, lo sommerge di chiacchiere filosofico-artistico-letterarie. Di solito sono quelle ragazze che si fanno le foto ai piedi o alle loro calze a righe, le pubblicano su flickr, e si sentono delle artiste, o quelle che arredano la casa seguendo il feng shui (maledette rompicoglioni). Ovviamente anche il tipo più intellettuale, dopo un po' muore: si tiene la filosofa come amica, e si tromba un'altra.
4. L'amicona: eeeeh, questa è una categoria molto diffusa tra le donne di tutte le età: inizia col puntare un uomo coinvolgendolo in attività quali cinema/mostre/partite di badmington (?)/passeggiate in bici, dandogli l'illusione di essere sua amica. Poi però lui le confida le sue pene d'amore per un'altra, e lei diventa lesbica.
5. La subdola: padroneggia tutte queste tecniche alla perfezione, sa essere amichevole se necessario (addirittura arriverebbe a guardare una partita di calcio con il suo target), nel momento giusto sa improvvisare uno strip tease (d'inverno usa il tasso di ibernazione di mani e piedi per capire quando interrompere lo show), può parlare per ore di film e libri, e farsi chiedere in moglie quando lo desidera. Resta da capire in cosa si evolve una subdola dopo le nozze.
Io ad occhio e croce direi nella donna perfetta.

16.10.08

pms

Pubblicato da SunOfYork |

Adolescenti o mature, magre o tonde, single o fidanzate, racchie o top model: tutte abbiamo sperimentato sulla nostra pelle quel flagello mensile che va sotto il nome di sindrome premestruale. Ora, so che già solo alla "p" di premestruale, mi sono alienata la maggior parte dei miei lettori maschi, per l'esattezza quella parte di lettori che sono attualmente fidanzati,o che, essendolo stati in passato, sanno di che cosa sto parlando. Bene, questo post è per i restanti, e non fate i timidi, lo so per certo che mi leggete perché google analytics mi riporta da qualche mese chiavi di ricerca come "vergine a trent'anni" o "cos'è una donna". Dunque cari miei, una donna in sindrome premestruale (pms) è una donna soggetta a irritabilità, depressione, crisi di pianto, mal di testa, desiderio di scassare le balle, tette gonfie, capelli grassi e pelle spenta: in pratica una donna qualsiasi. La mia teoria infatti - ne formulo una per ogni stronzata che mi passa per la testa - è che la pms non esista ma che sia una condizione generale e intrinseca nell'essere femminile, che vive la sua esistenza come perenne premestruo, concedendosi però il lusso di fare il diavolo a quattro per qualche giorno al mese e di addebitare il tutto alla vecchia cara pms. Ad ogni modo, l'attenta osservazione delle mie svariate coinquiline di questi ultimi anni mi ha condotta alla conclusione che ci sono diversi approcci alla pms:

-la depressa (o anche l'incompresa): passa il sabato sera a piangere davanti a C'è posta per te, gira per casa ciabattando rumorosamente e trascinando sempre in una mano un pacchetto di Kleenex mentre si interroga su che cosa ha sbagliato nella sua vita: normalmente la si riconosce per i capelli grassi, il labbro inferiore tremulo, le occhiaie scure e il brufoletto che le spunta malefico sul labbro superiore, esattamente nel punto di sezione aurea della distanza tra naso e labbra;
-l'isterica (aka parlami e ti sparo): cammina per la strada con passo marziale, borbottando contro il suo nemico del momento (l'inquinamento acustico, il cane che ha sporcato il pavimento, gli automobilisti che non rispettano il semaforo, il tizio cieco che l'ha urtata inavvertitamente col bastone), risponde con urla e strepiti a qualsiasi osservazione che non le vada a genio, massacra il fidanzato colpevolizzandolo di tutti i mali della sua vita: attenzione a farle notare che è un po' nervosetta per via della pms, questo non fa che aumentare esponenzialmente la sua rabbia. La si riconosce per lo sguardo iniettato di sangue e un lieve tremito del sopracciglio,
-la scoglionata (ossia Miss nichilismo): non vuole fare un cacchio tanto è tutto inutile, se ne frega di chicchessia, l'unica reazione che ha davanti alle tragedie quotidiane è una scrollatina di spalle, e in linea di massima si rifugia in un inerte fatalismo, che la porta a vedere qualsiasi cosa accada prima del giorno x (il giorno del ciclo) come una futile perdita di tempo. Se vi imbattete in qualcuna emettere quel suono schioccante tipo "tsk" e alzare il sopracciglio, allora non ci sono dubbi, è lei, la scoglionata doc.
-la schizzata (alas "il flagello di dio"), è la peggiore delle quattro, perché racchiude in sè tutti gli aspetti delle precedenti e li alterna a una velocità supersonica, aggiungendovi un pizzico di libidine scatenata. Ecco cosa si può sentir dire a una donna schizzata in pms:
lei: stasera ti stupro senza pietà
lui: sta chiaramente parlando la pms al posto tuo...
lei: aaaaaaaaaaahahahah (risata isterica)
lui: ...
lei: perché non vuoi interagire, dai ti prego parlami, ho bisogno di te (a questo punto piange a singhiozzo)
lui: dai stai calma, è così ogni mese.
lei: vabbè sei uno stronzo, ma io me ne frego di te e di chi t'ha fatto (la frecciata alla madre ci sta sempre)
La riconosci perché gesticola freneticamente, ha un tono di voce stridulo, e alterna momenti di logorrea a lunghi silenzi. La riconosci dai capelli: perennemente elettrizzati, se li sfiori con la mano si sollevano verso l'alto, conferendole l'aspetto di una gorgone.

Ora, per quanto riguarda me, io mi inserisco a pieno nell'ultima categoria, la schizzata. In più però ho altri due sintomi sunofyork-specifici: la perenne faringite - non si sa perché ogni mese mi becchi questa piaga d'egitto, ma inizio a pensare che sia un modo in cui la natura mi impedisce di parlare nel momento in cui evidentemente direi più follie, e il desiderio incontenibile di prendere una spranga e bastonare tutti quelli iscritti ai primi anni del DAMS che si mettono jeans strettissimi e gli occhialoni neri da wannabe cineasta indipendente very very cool e si sentono molto originali.
Maledetti stronzetti del dams, sappiate che il mio bastone non avrà pietà dei vostri occhiali.

Ed ecco come randomante vede la sottoscritta durante la sindrome premestruale.
E voi altri martiri, come vedete le vostre donne?

13.10.08

"O"

Pubblicato da SunOfYork |


Ma secondo voi, i pubblicitari ci hanno pensato alle implicazioni di questo spot? non c'è il rischio che se poi questo gel non funziona come promette, qualcuna vedendo che tutte ste tipe ci riescono tranne lei, si suicidi?
E guardate che mica parlo per me, non ho di questi problemi io.
Figuriamoci se ci avevo mai sperato. Lo so che per quello ci vuole molto molto di più, tipo un gel alla nitroglicerina, qualche decina di oggetti apotropaici sotto al materasso, un vibratore in grado di suscitare un sisma del decimo grado della scala mercalli, che sia alternativamente in grado di operare un elettroshock.

10.10.08

perché proprio a me?

Pubblicato da SunOfYork |

Ci sono donne che ricercano la figura paterna nel proprio compagno, e donne che la cercano altrove. Io, ad esempio, la cerco nel mio portatile. Ed infatti il rapporto che ho con il mio Sony Vaio è disfunzionale, drammaticamente altalenante, conflittuale e pieno di recriminazioni e sensi di colpa, esattamente come quello che ho con mio padre. Allo stesso modo è un rapporto basato su una profonda affinità e comunione di intenti, su gusti simili, sullo stesso desiderio di avere sempre il massimo, e lo stesso bisogno di prendersi frequenti momenti di svago comune. Ad esempio io e il mio Sony siamo sempre stati d'accordo sulla imprescindibilità di prendersi delle pause a orari tondi (tipo ogni ora, ogni mezz'ora o ogni quarto d'ora ecc..ecc..): pause che spendevamo sugli altrui blog, su facebook o (cosa che amavamo sopra ogni altra), aliendandoci sulla fotogallery di libero.it. Ugualmente con mio padre certe volte ci andiamo ad obnubilare negli ipermercati, senza comprare niente. Ultimamente condividevamo la pena per la situazione della Borsa italiana, e saggiamente il mio Sony Vaio - nonostante le rassicurazioni del perfido manager - mi consigliava di ritirare i miei risparmi (dieci euro) dal conto corrente Unicredit e metterli sotto il materasso. Lo stesso mi consigliava mio padre, che non ha mai avuto fiducia nelle banche, e che ritiene il bancomat una invenzione diabolica.
Ogni tanto faceva le bizze, mi rimproverava di sfruttarlo senza restituirgli nulla e mi mollava per un po', ma poi c'era sempre nel momento del bisogno.Ci prendevamo cura l'uno dell'altra.

Ora mi si è scassato, di nuovo, l'avevo ritirato dall'assistenza meno di un mese fa, e io non ero pronta.
Sinceramente, un padre non si può sostituire, un portatile sì.


P.S.ecco come randomante interpreta il mio stato d'animo in questo momento. Lo ringrazio per avermi resa una tettona isterica.

Via Broccaindosso è una di quelle strade che, col loro misto di degrado (90%) e poesia (10%), ti impongono di rivedere il tuo concetto di decenza, mettendoti in contatto con un'umanità che definirei eufemisticamente come variopinta e boccaccesca (leggi, gente lercia e di malaffare). Più che una strada, via Broccaindosso è una canzone di Guccini: ci trovi la mentalità da osteria e balera fusa con quella del kebab e degli internet point pakistani - sempre vuoti, perché bisogna ostentare la loro natura di coperture per chissà quali traffici -, i gatti sui tetti rossi, l'orgoglio per i portici, entità metafisiche che ognuno cura e gestisce da sè come un'edicola sacra, e che d'inverno offrono lo spettacolo sempre appagante delle sciurette in ballerine che planano come delle novelle Kostner andandosi a sfracellare sul marmo ghiacciato, come per l'appunto è solita fare la nostra cara Carolina. Questa è la strada in cui Carducci ha scritto Pianto Antico, nelle cui osterie Guccini, Dalla e Bersani vengono a mangiare, in cui Andrea Pazienza vagava negli anni della contestazione giovanile, e a me piace immaginarlo parlare a Pier Vittorio Tondelli e Freak Antoni di un'idea che gli è venuta per un personaggio, un cattivo di nome Zanardi, uno con un senso di vuoto e inutilità che a un certo punto decide di far del male alla gente per divertirsi. La strada in cui incontro un giorno sì e uno pure Patrizio Roversi (che culo), e ancora più spesso maledico i padroni dei cani, che mi hanno rovinato decine di paia di scarpe. E' il posto in cui devi andare se vuoi una bicicletta usata: per 15 euro te la rubano sotto gli occhi, salvo poi rubartela di nuovo il giorno dopo per non contribuire alla stagnazione dell'economia. Via Broccaindosso, fino a qualche tempo fa, non aveva nemmeno i lampioni, perché nessuno voleva vedere ciò che vi si svolgeva di sera; poi ce li hanno messi, ed è stato tutto un brulicare come fanno le formiche quando si disperdono: sono rimasti solo il marchettaro mio dirimpettaio, la vecchia battona sfatta che abita accanto al mio portone in una stanza con saracinesca che fa tanto amsterdam, che vaga per la strada in ciabatte e cucina pesce ad ogni ora per i suoi gatti, e la donna che abita al piano sopra, un noto puttanone scatenato, che oggi mentre parlava al cellulare nel vano scala, ho sentito dire candidamente "eh no, mi spiace, le parti intime non le lecco. ci eravamo accordati solo per i piedi. piedi e scarpe". Francamente lì per lì non ho visto la poesia in tutto questo.

A dire il vero nemmeno ora.
E adesso? Non ancora. E ora? No.
Forse dopo una botte di Lambrusco e una dose endovena di tagliatelle.

P.S. pochi minuti fa un uomo vestito con lingerie da donna (bustino nero con nastri di raso fuxia) si è affacciato dalla finestra di fronte. Ho pensato a Princesa di De Andrè, e ho ripristinato il giusto equilibrio poesia/degrado, che ieri con quella frase il putanùn aveva allegramente mandato all'aria.

Ora, nella mia esistenza di bieca atea materialista, se c'è una cosa in cui non ho mai smesso di credere è l'esistenza del karma nelle relazioni interpersonali. Questa idea bislacca, che riflette un disperato bisogno di dominare l'entropia, ha portato negli anni allo sviluppo di inquietanti propaggini nelle mie storie. Ma per non entrare troppo nel personale, prendiamo questi casi del tutto immaginari, in ordine crescente di complessità:
- 1: V. è una ragazza intelligente e ricca di fascino, ha sempre avuto un fidanzato M., bello, intelligente e moralmente integerrimo. Sono felici, però gli spasimanti di V. al di fuori di M. sono sempre stati decisamente deludenti dal punto di vista fisico. Cara V. è il karma. Regola numero 1: non è che quelli buoni te li puoi prendere tutti tu.
- 2: K. è stato fidanzato anni e anni con una ragazza splendida. Quando è finita, lui ha iniziato con le sfighe amorose. Anche tu, K., cosa pretendi? per un po' passa il turno, è inutile continuare a provarci con qualsiasi cosa respiri. Regola numero 2: mai forzare il Karma.
- 3: X ha avuto una lunga relazione in cui ha reso il fidanzato Y un martire. Lo ha ridotto in uno stato di prostrazione psicologica, tutta presa dai suoi drammi, dell'ordine "non riesco a farmi crescere le unghie, non valgo niente come donna", il gesto più eclatante con cui dimostrava il suo affetto (scusatemi, l'altra parola non ho ancora imparato a scriverla) consisteva nel preparargli di tanto in tanto la pizza di patate con la ricetta della nonna. Insomma, X, irrimediabilmente affetta dalla sindrome che va sotto il nome di après moi, le déluge, si era convinta che dopo di lei a Y non sarebbe capitato più niente di buono. Alla fine i due di comune accordo si sono mollati.
Dunque, applichiamo le regole del Karma sentimentale. Cosa è successo a X è scontato: ha trovato un altro, Z. Lei vuole riscattarsi delle azioni malvagie compiute nella precedente relazione e si autogenuflette all'altare dei bisogni di Z. Z, dal canto suo, viene da una relazione con una bacchettona inacidita, quindi è poco incline al sacrificio: sia nel caso di due persone che nella precedente relazione si siano comportate virtuosamente, sia di due che abbiano agito scorrettamente, vale la regola never the twin shall meet. In entrambi i casi si incapperebbe in un assurdo "dilemma del prigioniero", e basti il solo fatto che si debba tirare in ballo Nash e la teoria dei giochi per spiegare una relazione a farvene intravedere gli esiti.
Da tutto ciò, deriva la regola numero 3 del Karma delle relazioni: se sentite dire da una ragazza che il suo ex è uno stronzo, fiondatevi subito a sedurlo, perché con voi sarà diverso.
Ecco spiegata la preferenza delle donne per gli stronzi. Questione di karma, mettiamola così.

P.S. sempre a proposito di piccole personali Schadenfreude (grazie a Gelato al limon per lo spelling), sono contenta che Lehman Brothers abbia dichiarato il fallimento. Ci lavorava un tizio inglese che una volta con me si era comportato da vero stronzo.
P.S.1: la foto viene da un annuncio di lavoro che ho visionato qualche giorno fa. Si cercavano ragazze dotate di equilibrio in grado di stare in piedi sulla faccia di un uomo.

12.9.08

nomen (quasi) omen*

Pubblicato da SunOfYork |

Oggi discuteremo dell'importanza di saper attribuire il giusto nome ai propri figli.
Ovviamente, come molte altre donne sulla faccia della terra, già in prima elementare - appena appreso come impugnare una penna - avevo stilato la
top five dei nomi che avrei dato ai miei figli e alle mie figlie: Emanuele, Matteo, Stefano, Daniele e Davide per i maschi, Sofia, Lidia, Rebecca, Irene e Micol per le femmine (ci sarebbe anche Alma, ma non è un nome ebraico, quindi sarà la ribelle in cerca di grane); insomma più che una famiglia, un tentativo di rimpolpare con le mie sole forze la popolazione di Israele. In fondo sono sempre stata un'atea con un forte afflato biblico: ad esempio la faccenda del "conoscersi in senso biblico", bè quella mi è sempre garbata molto. E quindi, ormai adolescente, riempivo le pagine dei diari con i nomi dei miei figli mentre mentalmente ripassavo tutti i metodi anticoncezionali disponibili sul mercato per non rischiare di trovarmi a celebrare il bar mitzvah di uno dei miei figli ancor prima di celebrare il mio (per quelli che si stanno facendo il calcolo degli anni, no, chiaramente è impossibile, era solo per rendere l'idea).
Comunque, quello che importa è che io i miei nomi ce li ho sempre avuti, ne conosco i significati e li ho anche pubblicati sul blog in modo che tutti quelli che mi stanno vicino sappiano che quelli sono i
miei nomi e non li usino a loro volta per la loro prole.
A quanto pare, però, non tutti ci pensano bene prima di appioppare un nome ai propri figli. Ricordo che mia nonna mi parlò una volta di una sua compagna di classe muta di nome Marrone Rosa, credo la figlia di Lorenza Bùm (bùm era il rumore che faceva quando stramazzava a terra sbronza), l'ubriacona del paese, che tirava fuori due pastelli ogni volta che le veniva chiesto il nome.
Poi oggi sento che una delle concorrenti di Miss Italia 2008 si chiama Benedetta Mazza. Ora, non che non mi trovi d'accordo con le benedizioni di questo tipo, senza la benedetta mazza infatti non potrei mai mettere al mondo i miei pargoli, dar loro quei meravigliosi nomi e festeggiare insieme innumerevoli hannukah, certo è che chiamare così una figlia significa spianarle una via larga e lastricata di sbeffeggiamenti, umiliazioni e molto altro. E quindi io propongo, nonostante tra le tante cose brutte che ho fatto nella mia vita non figuri guardare Miss Italia, di risollevare le sorti di Benedetta Mazza, guardiamo tutti Miss Italia e votiamola! Dimostriamole che il nomen non sempre è un omen. Come? Come dite? Non ve ne frega una benedetta mazza? (Questa è pessima, lo so, ma era mio dovere dirla).
Comunque poteva andarle peggio, poteva chiamarsi Beneamata Minchia, allora sarebbe stata dura scherzarci sopra.
E voi, che nomi pensate di dare ai vostri figli? E non vi azzardate a fare il giochetto di Ulisse e Polifemo, e dire che volete chiamarlo Nessuno.

*è il titolo di una meravigliosa raccolta di racconti che spero un giorno trovi un editore

Dopo Samuele Bersani, Robert Downey Jr, il lettore di inglese della facoltà di Lettere di Bari, Karl Marx, Michele Serra, sono lieta di annunciarvi che David Duchovny in Californication is my new thing: scrittore in crisi e erotomane, il suo personaggio unisce due delle cose che amo più al mondo, la letteratura e le manie (datemi atto, questa è veramente bella). Mezz'ora di telefilm, e noi spettatori insonni di Italia 1 abbiamo assistito a: pompino da parte di una suora, lamentele sull'ignoranza degli uomini in fatto di anatomia femminile, svariati accoppiamenti e infine a una tizia sedicenne che raggiunge l'orgasmo prendendo a pugni lo scrittore.
Cioè in pratica questa ha 16 anni e già ha capito tutto.

Detto questo, cari miei, dichiaro conclusa l'era dell'emotività da puerpera: alla fine non ho mostri urlanti a giustificare una depressione postpartum, e le mie tette tutto sommato sfidano ancora dignitosamente la forza di gravità, quindi tutto bene.
Unico motivo di insoddisfazione è, attualmente, non poter dire la battuta che sogno di dire da tre mesi esatti, cioè dal momento in cui il mio pc è andato in assistenza, e che saluterà il rientro a casa del mio amato portatile .
Sono passati tre mesi, il pc è stato riparato ma il geniale tecnico ha dimenticato di comunicare ai suoi colleghi la password di accesso a windows ed è partito per le fiji. E allora, visto che ormai ho perso le speranze, la dico lo stesso. La battuta, all'epoca più pertinente, era:

E alla fine dopo la Betancourt anche il mio portatile è tornato a casa.

Come potevo immaginare che l'Unieuro fosse peggio delle Farc?

27.8.08

pionta guinness, le do thoil!*

Pubblicato da SunOfYork |

"Tornerò a scrivere non appena mi andrà di ammorbarvi con la mia depressione".
Cioè, tipo, adesso mi va una cifra, quindi vi parlerò dell'Irlanda: sono stata depressa anche lì, e ho trascorso le notti con gli occhi sgranati fissando il soffitto nel tentativo di reprimere una crisi di panico. Ogni tentativo di attribuire la cosa ai visi inquietanti degli innumerevoli signori O'Donnell proprietari degli innumerevoli bed and breakfast e al generale alone di follia che si respirava nelle loro stanze (rosa, infiocchettate, con tanto di baldacchino e bambole di ceramica dagli occhi spiritati) è fallito, e la sensazione di angoscia è continuata anche una volta tornata a casa. (Questo non è comunque significativo, perché qui di aloni di follia ne sappiamo più degli irlandesi, si può dire che li abbiamo inventati noi). Ad ogni modo.
Dalla prospettiva di una persona in profonda crisi ormonal-esistenziale (che nel mio caso è lo stesso, essendo la mia esistenza governata al 90% da ormoni), il posto di certo più appetibile sono le famosissime Cliffs of Moher. Le stradine sterrate - sempre rigorosamente con limite a 100 km/h - che conducono alle scogliere, offrono al depresso (motivate) speranze di ricongiungersi all'Eterno: fangose, spesso allagate da masse d'acqua non identificate, a doppio senso di marcia, illudono il soggetto in crisi che ci possa essere una fine alla sofferenza, se si aggiunge poi l'obbligo di guidare dal lato sbagliato - perché quello è il lato sbagliato - , allora sì che si intravede la luce alla fine del tunnel. Si arriva così alle scogliere, che ho visitato mentre erano battute dalla bora e da un acquazzone a vento che le rendeva amabilmente scivolose sui bordi. Peccato che la foto che ho caricato sia un po' piccola, altrimenti potreste vedermi sopra le rovine del castelletto, perché avevo paura che lanciarmi dalle scogliere non fosse sufficiente e pensavo che fosse il caso di aggiungere qualche altro metro al salto nel blu. Ad ogni modo un posto veramente suggestivo, solo non fatevi beccare dalle guardie nell'atto di spiccare il volo o niente mission accomplished.
Altri posti, sempre nella stessa ottica distorta, con i pensieri che essi hanno suscitato:
- il Burren, zona sassosa e vagamente lunare: perfetta istantanea della waste land interiore del depresso (io), e causa di innumerevoli nevrosi del guidatore (lui), ormai in totale simbiosi con la voce femminile del Garmin;
- la città di Limerick, di cui MacGrath ha fatto un ritratto che definirei lusinghiero ne Le ceneri di Angela: "allora esiste un luogo più squallido e desolato della mia anima";
- il Ring of Kerry: (pensiero indirizzato all'autista) "e su, lo vedi quello strapiombo? che aspetti?", o alternativamente "vorrei essere una pecora e brucare tutto il giorno".
- il Connemara: "quanta bellezza. peccato che risucchiata come sono da questo buco nero non riesca a provare gioia" o alternativamente "quasi quasi mi faccio suora alla Kylemore Abbey, così la smetto di avere problemi con gli uomini".
- Galway e Dublino: "ma che cacchio ha tutta sta gente da cantare e ballare?" e anche "una pinta di guinness per favore*, ché ho bisogno di obnubilarmi, grazie".

E insomma, questa è stata l'Irlanda per me. Pioggia, freddo, Guinness e una quantità di pecore incredibile. E stranamente, nonostante tutto, la vacanza più bella della mia vita.

26.8.08

il blog è mio e lo gestisco io

Pubblicato da SunOfYork |

Non è che sto ancora pascolando insieme alle innumerevoli capre irlandesi. Sto passando un momento di scazzo, che non ne passavo di simili da quando scoprii che quella squinzietta saltellante di kylie minogue aveva duettato con nick cave prima di diventare quella squinzietta saltellante di kylie minogue. Cioè, veramente deprimente.
Non vi dico che tornerò a scrivere quando sarò meno depressa. Tornerò a scrivere non appena mi andrà di ammorbarvi con la mia depressione.
Nel frattempo chi mi vuol bene, può gentilmente contribuire alla mia causa con un barile di litio.
Ciao cari, teniamoci in contatto

Ovviamente il titolo è ironico. La verità è che penso che Corona fosse sotto LSD quando cantava quella canzone, e che l'estate fosse magica solo per lei (e come darle torto, quando ti fai di acido tutto si tinge di nuovi, meravigliosi colori).
Al contrario dell'estate di quella sballona di Corona, la mia estate fino ad ora non ha avuto proprio un cacchio di magic. Certo, c'è stata la varicella a svoltarmi l'estate, ma niente di veramente magico, per lo meno niente di magico come lo si intendeva in quella canzone.
Se lo volete proprio sapere, sono molto incazzata con Corona, perché quella canzone che ancora oggi continuano a dare in radio ha alimentato le illusioni di un sacco di gente. Illusioni che sanno di divertimento, spensieratezza - si scrive così? - , discoteche gremite di gente allegra, Barbara Schnellenburg e Roul Bova che ballano, corpi scultorei e perfettamente abbronzati, e profumo di olio solare al cocco (questa illusione probabilmente vale solo per me, che sto abbastanza fuori da riuscire a sentire odore di cocco al punto tale da desiderare di sniffarne una boccetta).
Insomma, se tutta questa premessa non è stata sufficiente, da qualche giorno sono in preda a uno scoramento che la metà basta. Vorrei solo stare nuda e piangere ore e ore con il ventilatore sparato al massimo in faccia. Siccome sono razionale anche nella disperazione più tetra, un'adeguata ventilazione e la nudità mi paiono condiciones imprescindibili: la prima aiuta a respirare durante i singhiozzi e fa sì che - soprattutto se piangete a occhi sgranati, provateci, è divertente - questi risultino solo di un leggero rossore (come dopo uno starnuto, per intenderci) anzichè bordeaux come dopo un lungo pianto, la seconda evita che il collo delle magliette si inzuppi troppo. Quando siete completamente soddisfatti (o disidratati, di solito le due cose coincidono), se potete, vi consiglio di andare al mare, cosa che ho fatto io oggi, quando dopo un momento di profonda angoscia, ho obbligato mia sorella a venire con me in spiaggia alle sette di sera, mentre sulla nostra caletta si abbatteva uno tsunami. Purtroppo non siamo riuscite a entrare in acqua: la paura di essere sbattute sugli scogli nel tentativo di uscire, ci ha frenate. Abbiamo deciso quindi di sederci a riva e di optare per una morte più gradevole, almeno dal punto di vista estetico, facendoci travolgere dalle onde e procurandoci lividi su tutto il corpo, soprattutto sulle chiappe. E' stato bellissimo, la caletta era tutta nostra, in acqua nessuno, la marea saliva sempre di più e si apprestava a coprirci coi suoi gorghi. Pura poesia.

Poi è arrivata una coppia di mezza età.
Ad occhio e croce direi che si siano messi a trombare in mezzo al mare, dissacrando tutta la magia del momento.
Ce ne siamo tornate a casa, con un po' meno di poesia nel cuore, e una mazzata di realismo non indifferente tra capo e collo.

P.S. per eventuali confidenze relative a momenti di depressione acutissima, confessioni intime, espressioni di solidarietà per questo triste stato, fondazione di gruppi di selfhelp, potete scrivere a nowthewinter@gmail.com. E' una casella che non leggo mai, quindi non otterrete risposta, soprattutto ora che me ne parto per le vacanze. Il che farà sentire voi ancora più soli, e me ancora più una sòla.

29.7.08

We're all from Barcelona

Pubblicato da SunOfYork |

Qualche giorno fa all'Hana Bi di Marina di Ravenna hanno suonato gli I'm from Barcelona, un gruppo indie svedese così numeroso (29 membri) da far invidia al coro delle zite di Ceglie, e chi conosce il posto sa che ce ne sono in abbondanza.
Devo ammettere che sono in difficoltà perché il mio obiettivo in questo post non è distruggerli col sarcasmo acido a cui ormai vi avrò assuefatti, e non vorrei che la cosa vi stranisse troppo.
Mio malgrado devo dire che mi sono piaciuti, senza se e senza ma.
In pratica questi tipi viaggiano a bordo di un pulman gigante tipo quelli che si usano per andare in pellegrinaggio a Cascia, sono sempre colorati, totalmente freak e irrimediabilmente suonati, musicalmente delle mezze tacche - il top sono state delle maracas a forma di teschio e una minitrombetta giocattolo - e le loro canzoni non affrontano nessun tema di rilievo e anzi scelgono programmaticamente la via della leggerezza (si spazia dal problema esistenziale dello svegliarsi tardi il lunedì, al dramma di una collezione di francobolli incompleta, fino alla tragedia della varicella, e questo è valso il mio amore incondizionato per il gruppo). Semplicemente le loro riflessioni sono quelle che potrebbe fare un ragazzino di quinta elementare, condite con un pizzico (sto usando un eufemismo, stiamo pur sempre parlando di gente che viene dalla Svezia) di follia del cantante e inserite in un contesto giocoso e hippie come pochi, capace di contagiare persino le persone più restie ad abbandonarsi all'euforia (io): addirittura quando hanno rovesciato dal tetto un copripiumino ikea pieno di palloncini colorati, ho quasi quasi pensato che avrei potuto giocare anche io come gli altri anzichè fare la guastafeste e scoppiarli, poi però non ho resistito e ho tirato fuori il punteruolo. In mia difesa c'è da dire che li ho scoppiati con enorme entusiasmo, per integrarmi col mood generale.
Alla fine, il cantante in muta da palombaro si è esibito in un volo col suo gommone sulle braccia della folla e al grido di "To the ocean" - evidentemente non sapeva che a Ravenna non c'è l'oceano, o più probabilmente non aveva idea di dove si trovasse - si è fatto condurre al mare seguito da tutti gli altri membri, per il bagno di mezzanotte (qui la testimonianza). E' un vero peccato che il cantante non si sia gettato col gommone verso di me: con lo stesso entusiasmo con cui ho scoppiato i palloncini, avrei scoppiato il suo gommone. Mi chiedo perché non mi lascino mai giocare in santa pace col mio punteruolo.
Comunque signori miei, sono completamente sconclusionati, strambi e fuori dal mondo, e con sconclusionati, strambi e fuori dal mondo, intendo adorabili.
Il nome del gruppo viene da un telefilm, Fawlty Towers, in cui c'è un cameriere, Manuel, che per spiegare le sue stranezze, ripete sempre la frase "I'm from Barcelona", e mai nome fu più azzeccato per questo gruppo di sciroccati, che di stranezze ne sa qualcosa.
Ai tempi di quei laboratori di inglese tenuti da PaulA.JarvisIusedtohaveacrushonyou (sì, lo so, è un nome bizzarro anche questo) di cui ho avuto modo di parlare in precedenza, a noi poveri studenti fu somministrata una puntata di Fawlty Towers. Era un incrocio di idiozia e humour inglese, e per incrocio di idiozia e humour inglese intendo qualcosa di veramente detestabile. Rideva solo colui che ci aveva propinato quel diabolico telefilm, ma credo fosse più per sadismo che per altro.
E ora vi lascio con la canzone che vi ossessionerà per i prossimi mesi. Saludos.

Oltre alla passione compulsiva per i telefilm, uno dei modi più brillanti in cui si esprime tutta la mia maniacalità è nella continua elaborazione di Top Five: fondamento e sostanza stessa della cosmologia sunofyorkica, la personal Top Five si nutre delle nevrosi e piccole ossessioni della sua ideatrice, riflettendo l'eroico quanto vano tentativo della stessa di arginare l'entropia e conferire al proprio cosmo un assetto paratattico e simmetrico. Va da sè che la creatività nell'inventare nuove Top Five raggiunga il suo spannung in momenti di grande sconquasso psichico, quando ogni categoria dello scibile umano è passibile di essere sintetizzata e scomposta in una top five.
Prendiamo una situazione-tipo: mi sveglio. La caffettiera è stata svuotata dal perfido padre --> Top Five delle sacrosante vendette (1.distruggere il gazebo* appena costruito sul terrazzo, 2. dirgli con aria di sufficienza che la sua auto -acquistata durante la crisi di mezza età- è "carina", 3. iniziare una lunga conversazione mentre gioca al solitario davanti al pc, 4. creargli sensi di colpa perché non porta mai mia madre in giro, 5. finirgli il caffè la mattina seguente).
Altra situazione tipo: la nonna Highlander rompe le palle --> Top Five dei modi più intelligenti per liberarmene (1. assoldare un sicario veramente in gamba, 2. avvelenamento farmacologico 3. dirle che Aldo Moro era uno str***o, 4. pagare un rapitore perché la porti in Aspromonte, 5. overdose di zuccheri -è diabetica-/privazione di zuccheri -morirebbe di crepacuore).
Ovviamente non tutte le Top Five sono così tetre. Molte sono piene di gioia e speranza (Top Five dei Viaggi che vorrei fare), altre di certezze luminose (Top Five dei lavori che NON farò da grande - tutti, infatti sarò disoccupata), molte sono delle cretinate, quasi tutte hanno punti di intersezione (Top Five dei motivi di scazzo e Top Five dei fidanzati), tutte sono soggette a mutazioni costanti. Solo alcune sono dei classici: esse prendono il nome di Top Five Ever e occupano i vertici della gerarchia delle Top Five - in particolare, tra di loro figurano quella dei libri, quella dei dischi, e quella delle canzoni più belle. Ammetto che ci sia un certo alone di ineffabilità attorno ad esse - una certa reticenza può essere spiegata con il terrore della sottoscritta di cambiare idea in un secondo momento, con conseguente scombinamento del cosmo (orrore orrore). Enuncerò quindi la sola top five letteraria, che mi pare la più stabile di tutte.
Top Five EVER dei cinque romanzi più belli mai letti:

1. La versione di Barney di Mordecai Richler
2. Io sono Charlotte Simmons di Tom Wolfe
3. L'opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers
4. Il lamento di Portnoy di Philip Roth
5. I versi satanici di Salman Rushdie

Ecco, già mi sento in colpa verso Sedaris, Borges, Coe, Hornby, Lethem, e miliardi di altri. Spero comprendano il bisogno di ordine, anche tra libri.
E a proposito di libri. C'è una cosa che tutti quanti oggi siete chiamati a fare.
Vi siete mai accorti di quanto è strano il modo in cui le librerie di tutta Italia dispongono i loro volumi? Uno di noi, uno dei più spocchiosi a dire il vero, visto che non si degna mai di commentare, ha proposto un'iniziativa divertente: fotografate gli accoppiamenti più assurdi che trovate in libreria, e poi inviateli a lui, all'indirizzo randomante@gmail.com.
L'iniziativa si chiama La Strana Coppia. E chissà se randomante di strane coppie ne sa qualcosa.
Ad ogni modo non si sa che si vince, se si vince qualcosa, e nemmeno cosa se ne farà delle vostre foto (niente di buono credo).
Una prospettiva entusiasmante, dunque. Partecipate numerosi!

(un esempio di foto tratta dal contest di randomante: Guarire le infezioni da Candida di Valerio Pignatta e Perché dobbiamo fare più figli di Piero Angela - personalmente avrei preferito qualcosa del tipo "Perché dobbiamo prendere più spesso la candida" - "Per guarire dai figli", ma queste sono opinioni personali)

*il gazebo, o meglio il Gazebo, è la struttura lignea costruita nell'ultimo mese dalle mani paterne sul terrazzo della mia stanza, con la quale il genitore - da sempre sostenitore dell'effetto ringiovanente del fai da tè - ha un rapporto di amore totalizzante.

Mai avessi osato proporre a mio padre : "papino, andiamo al mare insieme un giorno di questi? Giusto il tempo di un tuffo e asciugarci".
Con lo sguardo intenerito da tanta inusitata affettuosità, quello che ad oggi è l'uomo più timido che abbia mai incontrato, scatta in camera da letto per tornare un attimo dopo agitando uno slippino nero minuscolo che usava quando da piccola mi portava al mare, cent'anni e cento chili fa, imbarazzandomi anche allora, quando non ero ancora la deviata attuale.
"Certo, ho pure il costume da bagno!".
Segue silenzio (il mio) e espressione di disappunto (la sua). "Bè, cos'ha che non va?" - dice candido.
"Non va il fatto che non hai il fisico di Ian Thorpe, che quelli che hai in mano non sono slip ma un francobollo e che saresti osceno. Ma soprattutto quello che non va, è che quel dignitosissimo boxer che usi per girare per casa e andare a buttare l'immondizia, in realtà è un costume da bagno".
"No no ti sbagli, non è un costume da bagno. Quello è un pantaloncino comodissimo, non hai idea. In pratica lo puoi indossare senza metterti le mutande, perché sono incorporate. E' rivoluzionario!".

Talmente naif che non me la sono sentita di dire niente. Tutt'al più ci multano per offesa al pudore e all'onore sessuale.

Sì, aboliamoli. La fregatura della lingua italiana sta proprio nella sovrabbondanza di ridondanze e orpelli vari. Nella fattispecie, i puntini di sospensione, oltre a scatenarmi repentini attacchi di orticaria, servono alla nostra lingua più o meno quanto quei leziosi cuoricini che le adolescenti dei miei tempi erano solite apporre sulle "i" (grazie al cielo le tastiere di pc e cellulari ancora non offrono questa opzione, e dubito che le quindicenni di oggi scrivano ancora a penna): sono superflui, rendono la comprensione complicata, offendono il mio senso estetico abbruttendo la lingua.
Non che la mia personalissima e assolutamente folle crociata prenda le mosse da questioni meramente estetiche. I puntini di sospensione mi fanno orrore: sono la contropartita scritta di quei brutti suoni che si emettono quando si è insicuri di ciò che si sta dicendo. Sono ancora più orrendi quando da tre diventano trentatrè perché nella testa vuota di chi li impiega vige sempre e in ogni caso la regola del melius abundare quam deficere mentre personalmente sono più una seguace dell'idea di eliminare il soverchio. Sono orrendi in ogni situazione, questo è certo, ma ben di più lo è la filosofia che vi soggiace, ossia la filosofia dell'indefinito.
Dunque, io odio l'indefinito, qualsiasi cosa esso non definisca. Se un concetto è interessante, allora per favore, esploriamolo in tutte le sue sfaccettature: le capacità generative della lingua sono potenzialmente infinite, questo mica lo dico io. Se invece il concetto non è degno di nota, perché alludervi? Tanto lo capiamo comunque che stai alludendo a una banalità con quei puntini, mica aggiungendoci quello che nella tua testa bacata è un je ne sais pas quois di mistero, un quid di enfasi, la sostanza delle cose cambia.
Ma veniamo al perché io abbia preso tanto a cuore questa questione.
In questi giorni, già irritata dal morbo terribile che mi ha afflitta, un enorme motivo di scoramento è andato a completare la mia mitica top five della paranoia esistenziale: Il Più Grande Errore della Mia Vita - ossia un folle con cui ancora minorenne, in un attacco feroce di lolitismo, intrattenni una liaison, e che trattai come una pezza da piedi nonostante avesse più del doppio dei miei anni - ha trovato "per caso" (il corrispettivo nell'era informatica del "mi trovavo a passare da queste parti") il mio indirizzo email su un sito e dopo quasi una decade di dignitoso silenzio ha deciso di scrivermi una mail. Poi siccome non gli ho risposto, ha pensato bene di scrivermene un'altra e un'altra ancora.
Tralasciando i contenuti, che pure meriterebbero di essere riportati qui a monito imperituro, ciò che mi ha sconvolta è l'abuso di puntini di sospensione fatto da questo pover'uomo ormai di mezza età. Il che mi ha portato a compiere un'esegesi dei puntini di sospensione, e una classificazione in tre punti delle persone che ne fanno uso. Potrete notare come freudianamente, tutte le mie riflessioni vadano sempre a finire al sesso. Che ci posso fare? Fa caldo, sono al confino da due settimane, non vedo l'Uomo da ancora di più, e sono in ovulazione. Quindi esemplifichiamo.

Caso n.1: il tempo passa...ma...tu... per me...sei un ricordo...indelebile...
Sottotesto: abbiam trombato bene un tempo. Vuoi ancora?
Utenza media: stupratori in pectore, illusi privi di una vita sentimentale, uomini in crisi di mezza età, inetti con un cattivo rapporto con il passato.

Caso n.2: ciao bella...la serata è stata una fikata pazzesca...mankavi solo tu...kose pazze vicino al falò...ti kiamo + trd..............(argh sto male solo a digitarli, ndr)
Sottotesto: ho trombato a sufficienza, però ora vorrei trombare anche con te.
Utenza media: adolescenti esaltati in crisi ormonale, ragazze deviate dalla lettura di Cioè, future veline, futuri calciatori.

Caso n.3: io...non lo so...cosa mi succede...niente ha senso...sono solo/a...una solitudine...che non ha...confini...
Sottotesto: nessuno mi tromba e sono tanto infelice
Utenza media: nerd sociopatici, sfigati con l'apparecchio, adolescenti brufolose e occhialute, gente brutta (gesù, mi faccio schifo da sola a dire ste cose, fossi un altro giuro che non leggerei il mio blog).

Avanti, chi di voi appartiene all'utenza media?
Coraggio, non siate timidi.

Guardate quant'è bellino il virus varicella-zoster (VZV o HHV-3): in questo momento scorazza libero per il mio organismo.
In un post del 1° gennaio 2008, scritto in preda a scoramento tondelliano, riportavo l'oroscopo di Paolo Fox per il segno del Cancro.

Cancro: è meglio se fai testamento. Pover'a tte.

Cioè, io la mia dipartita l'accetterei pure di buon grado, ma la varicella, signori, d'estate e a questa età, proprio no.
Vi saluto. Io e le mie pustole ci ritiriamo nelle nostre stanze.

La domenica, per il vero barese, è indissolubilmente legata al rituale dei frutti di mare crudi: non averli sulla tavola fa di te un barese fasullo, e della domenica, una domenica fasulla, non degna di essere vissuta (eh sì). Immaginate una tavola imbandita, una decina di Peroni da tre quarti (il barese vero beve solo Peroni, raramente la Dreher, che per qualche motivo a me ignoto, viene pronunciata Dreghèr), piatti stracolmi di cozze, calamari crudi, vongole, ostriche, ricci - il barese impallidisce di sdegno al solo pensiero che in giappone li ritengano velenosi - e, se proprio è una grande giornata, i mitici taratuffi.
I taratuffi, signori miei, sono tra i mitili in assoluto più amati dai baresi, e tra i più difficili da trovare in quanto soggetti a un fermo biologico. E perché mai un fermo biologico? Difficilmente riesco a credere si tratti della volontà di salvaguardare il taratuffo, che sa di acido fenico ed è la cosa più orribile che io riesca ad immaginare - quindi per quanto mi riguarda, ben venga l'estinzione, anche rapida - quanto per evitare che il fondale marino venga ulteriormente massacrato dalla dinamite: per lunghi anni, infatti, per prendere i taratuffi, i sub hanno fatto saltare con la dinamite le rocce (perché i taratuffi hanno proprio l'aspetto di piccole rocce - anche se al tatto sono spugnosi - e vivono attaccati agli scogli), deturpando leggermente il fondale, ma questo rientra nella delicatezza innata del barese, che, alle maldive, sarebbe in grado di far saltare l'intero reef per prendere un pezzo di corallo da portare alla nonna come souvenir.
Ovviamente, se lo spettacolo di una tavolata domenicale col pater familias in maniche di camicia non desta particolare attenzione, quello che invece sconvolge è che a Bari queste tavolate si tengano sul suolo pubblico, nella fattispecie sul lungomare, dove numerose famiglie - opportunamente dotatesi di gruppi elettrogeni e braci per arrostire la carne - sono solite imbandire la tavola a ridosso dei muriccioli che separano la strada dalla spiaggia. Ci sono famiglie che hanno quest'abitudine da così tanti anni che sembrano aver acquisito per usucapione il possesso di quella parte di muretto: se per sbaglio ti ci siedi prima che loro arrivino per cenare, ti guardano male, con quello sguardo tra il vacuo e il minaccioso che tutti conosciamo grazie a Cassano.
Poi però viene fuori la vera natura del barese. Mentre fai per andartene, il pater familias ti apostrofa dalla scogliera.
"Mè signorina, andò vè? vin 'ddo, sint quant'iè fresc stu pulp, addor d' mar"*
Tira un morso in testa al polpo ancora vivo, lo sbatte due tre volte sullo scoglio per "arricciarlo" (ci proverò anche io la prossima volta che mi viene in mente di cambiare acconciatura) e te lo offre sorridente. "Statt dò cco' nnu, ca tnimm allìv e cozz p' tutt staser"**.
Ancora traumatizzata dalla storia delle ostrichette curiose di Alice nel paese delle meraviglie, rimani lì titubante. L'esitazione viene colta come voglia di non approfittare della loro generosità: "Uè Nico' - figuriamoci se il nome poteva essere un altro - , annusc pur nu poc d provolon per la signorina"*** (non si sa perché, quest'ultima cosa viene detta in italiano con una certa solennità). Alla fine accetti, con la morte nel cuore: "Grazie mille, solo un po', poi devo scappare".
Ingoi tutto insieme, tentacolo del polpo, provolone e un sorso lungo una vita di primitivo di manduria. Trattieni un conato di vomito: "grazie ancora, mai mangiato niente del genere" (almeno non menti). Poi te ne vai salutando la famigliola.
Mentre ti allontani, un urlo disumano "Oh signorì, c vuè venì n'anda vold, no ddo stamm"****.
E chi ne dubita, siete il nostro Chrysler Building.

*[Dove vai signorina, vieni qua, senti quanto è fresco questo polpo, profuma di mare]
**[Resta a cena con noi, che abbiamo cozze e calamari per tutti stasera]
***[Ehi Nicola, porta un po' di provolone per la signorina]
****[Ehi signorina, se vuoi tornare a trovarci, noi qua stiamo]


Tra i concetti in assoluto più misteriosi per un uomo, al primo posto compare senza dubbio l'importanza dell'intorno. Un'idea così elementare che la sua banalità quasi mi impedirebbe di enunciarla in modo esplicito per paura di suonare troppo scontata, se non fosse che grazie a dio non si invecchia per nulla, e io in questi anni - se c'è qualcosa che ho imparato - è proprio che l'uomo ha una innata avversione per il sottotesto di una conversazione, quindi è bene parlare chiaro, dotandosi possibilmente dell'aiuto di scritte luminescenti e gesti eccessivi.
E quindi cari miei, il romanticismo - non quello da 3msc, per carità - si trova nell'intorno più o meno immediato dell'evento romantico centrale (la cena a lume di candela, la serata trascorsa sul divano a guardare la tv, il bacio, altro).
Visualizzate un punto x su una retta. Il concetto di retta è difficile, lo so, ma provateci. Quanto viene prima e quanto viene dopo quel punto, nell'ambito di un certo raggio, bè carissimi, in quello spazio a voi oscuro, è lì che giace la definizione di romanticismo per una donna. La donna, del punto x (del punto x, sia chiaro, non di altri punti non meglio specificati) se ne sbatte allegramente. Non lo vede proprio il punto x, la donna.
Mettiamo che il punto x sia il fatidico momento del bacio dopo due o tre appuntamenti (ovviamente per due o tre, intendo uno): sbancherete il jackpot solo se il vostro comportamento in prossimità dell'evento sarà stato adeguato. E non intendo 30 secondi prima - 30 secondi dopo: tutto ciò che precede il momento topico, minuti, ore, giornate, stagioni, dev'essere all'altezza. Dalla conversazione durante la cena, alle piccole attenzioni, (dell'apertura dello sportello non ce ne frega una mazza) fino alla mano che aggiusta una ciocca di capelli cascante. Tutto. Se poi vi trovaste a desiderare a un momento x2, allora conta anche ciò che fate dopo. Una frase gentile, rimanere in macchina finché lei non riesce ad aprire la porta di casa ed entrare (non prendete impegni per il resto della serata), un sms subito dopo che vi siete salutati.
Tutti i gesti inattesi sono più che graditi.
E per gesti inattesi, intendo ovviamente tutti i gesti attesi, anzi attesissimi, che una donna fingerà di accogliere con enoooorme sorpresa.
Ma che se non li fate, rendono noi delle stronze col botto e voi dei poveretti che non vedranno mai il punto x2 (e nessun'altro punto, comunque).

Il giorno della prima di Sex and The City ho aperto gli occhi all'alba, emozionata come la mattina del 25, quando mi fiondo sotto l'albero e lacero con gli artigli i doni che Babbo Natale mi ha portato la sera prima. Ho aperto gli occhi e ho sperato che gesù bambino mi facesse vivere un'altra quindicina di ore, giusto il minimo indispensabile per togliermi la curiosità.
E' universalmente noto che la mia maggiore qualità è quella di essere un' ossessivo-compulsiva: questo mio tratto peculiare mi ha portato sin dalla tenera età ad appassionarmi a qualsiasi cosa avesse un seguito da attendere morbosamente, partendo da Topazio, passando per Cuore Selvaggio (che dio benedica la buonanima di Edoardo Palomo), fino ad arrivare a Friends, e più recentemente Sex and the city, How I met your mother e Secret diary of a call girl (non so come si chiami in italia e se esista, ad ogni modo scaricatevelo adesso).
Dunque mi sono recata un'ora prima al cinema, accompagnata da un individuo scalciante e mal disposto, e ho atteso in piedi che si aprissero le porte: attorno a me ragazze-Carrie in ghingheri, fidanzati-Aidan col broncio e uno stuolo di gay cicaleggianti di certo più abili di me con gli abbinamenti cromatici. Si ha notizia di un solo uomo adulto ed etero recatosi di propria sponte al cinema con l'intento "di capire il punto di vista femminile". Si vede che con l'età non si diventa meno naif.
Trama: succede esattamente tutto ciò che immaginate: Carrie sposa Big, Miranda rimane con Steve, Charlotte diventa una macchina sfornafigli e Samantha continua a fare la figallegra in giro. Bene, chi non l'aveva ancora visto può maledirmi ora o taccia per sempre.

Già dalle prime scene, appare chiaro che il mio odio verso la sempredisgustosamentesopralerighe Carrie è ai livelli di guardia: questa donna orrenda, perennemente mal vestita ma che per qualche strano motivo detta legge in fatto di ciò che è chic e ciò che non lo è, con le gambe storte e un naso che dovrebbero vendere a etti, riesce a snervarmi anche solo attraversando la strada. Il massimo del grottesco, comunque, lo raggiunge ficcandosi una quaglia impagliata in testa il giorno del matrimonio (cancellato), unico momento che avrebbe potuto riscattare l'intero film concedendomi la tanto sospirata shadenfreude, ma che invece si tramuta in occasione per un finale ancora più smielato e buonista.
Il film, in pratica, sostiene una tesi davvero incredibile, e cioè che si può essere felici possedendo tutto ciò che si è sempre desiderato (una vera genialata, deve averla pensata Monsieur de Lapalisse) : un marito ricchissimo e attraente, un attico a Park Avenue, un armadio con abiti griffati e centinaia di paia di scarpe con il tacco, una carriera di successo, dei figli adorabili, degli amanti giovani e compiacenti e delle amiche sempre disponibili.
E infatti Miranda, che ha un figlio capitato per sbaglio, una suocera con l'Alzheimer, un lavoro vero - che non implichi cioè starsene a casa propria senza fare un cazzo e avere un'assistente per non farlo - , che non si depila l'inguine, abita a Brooklyn (orrore orrore) ed ha un marito non esattamente affascinante che la tradisce in un momento di debolezza, per la maggior parte del tempo sembra infelice.
Poi però la crisi di Miranda e Steve passa e i due tornano insieme. Si riabbracciano sul ponte di Brooklyn e tu ti commuovi.
Tutt'a un tratto ti trovi a fantasticare di uno spin off in cui Miranda è la protagonista, e Carrie muore all'angolo tra la 52esima e Broadway investita da un taxi, dopo che la rottura di un tacco dodici di Manolo Blahnik l'ha fatta piombare in mezzo alla strada.



Da quando il mio portatile è spirato, la mia vita è un gorgo di eventi privi di senso: vago come uno zombie per la casa, con gli occhi gonfi di lacrime, pensando ai bei momenti trascorsi insieme, e a quanta parte del mio passato verrà rimossa da un nerd crudele in vena di formattarmi l'hard disk solo per punirmi dei tanti rifiuti subiti dagli esponenti del mio stesso sesso (per cui invito ogni ragazza tra i 18 e i 35 anni, a concedersi almeno una volta nella vita a un informatico nerd, perché io da sola, per quanto mi ci applichi, non ce la faccio).
Come prima cosa, ho capito che cercare di risolvere dei problemi informatici con l'assistenza telefonica Sony, è un'utopia bella e buona: tutti gli operatori sono indiani, hanno qualche problemino con l'italiano, e anche se si parla loro in inglese per agevolarli, hanno un moto anticoloniale, per cui è buona norma imparare l'hindi prima di effettuare la telefonata. In secondo luogo, una volta imparato l'hindi, la conversazione si svolge più o meno così:

Operatore: "ha spinto il pulsante di accensione?"
Sun (attonita): "sì"
Operatore: "che succede?"
Sun: "non va"
Operatore: "senta, faccia così, provi a spingere il pulsante di accensione e vedrà che parte"
Sun: "ehm no, non va"
Operatore: "sicura sicura di aver spinto il pulsante di accensione, perché io fossi in lei non ne sarei tanto convinto. Con l'altra mano intanto incroci le dita"
Sun: "la prego, sto soffrendo come un cane, mi finisca qui"
Operatore: "non demorda, spinga il pulsante di accensione, spinga, spinga, spingaa"
Sun: "la morte si sconta vivendo"
Operatore: "allora va adesso?"
[...]

Cioè l'Operatore Sony Vaio è il Prototipo del Maschio: insensibile ai drammi di una donna, incapace di comprendere quando non è il caso di fare dell'ironia e di ammettere un fallimento, di nessun aiuto nei momenti di crisi. Un vero uomo, insomma.
Se qualcuno cerca un fidanzato, consiglio caldamente il call center Sony.
And they lived together unhappily ever after.

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