Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Per darvi l'idea di cosa sia stato il nostro ponte del primo novembre, dico solo che per scrivere il presente post, ho dovuto rimandare la stesura di un altro intitolato Il Cottolengo, che seguirà nell'arco delle prossime ore.
Dunque, se c'è una cosa che mi ha insegnato quest'anno di maternità, è a non essere schizzinosa. Lasciamo perdere le pratiche disgustose legate ai figli, intendo proprio a non far la difficile per quello che riguarda me stessa: basta ore davanti allo specchio, fine delle paranoie se non ho i capelli in ordine, se i vestiti non sono ben abbinati amen, insomma non che io sia mai stata una fighetta, ma ammetto che questa cosa dell'essere più sciolti mi piace parecchio e in un certo senso ha dato spazio al mio lato fricchettone e anticonformista messo a tacere da anni di aperitivi in centro e frequentazioni di presentazioni letterarie. Insomma, la maternità ti toglie gli orpelli in più: avete presente Michelangelo quando diceva che per fare una statua da un blocco di marmo gli bastava togliere il soverchio e sotto c'era già la forma nella sua essenza che premeva per essere liberata? Ecco, una specie. Voglio dire, quando sono venuta ad abitare nella estrema periferia sud di Bologna, in un quartiere di anziani e famiglie pieno di parchi e di poco altro, e magari prendevo l'autobus dal centro per venire qui, ero sempre sconvolta da come mutassero le facce sull'autobus man mano che ci allontanavamo dalle porte del centro storico. Ai giovani trendy si sostituivano le madri di ritorno dal lavoro, stanche struccate reali, poi gli extracomunitari con i figli piccoli, poi le signore anziane coi loro carrellini della spesa, e poi scendevano pure loro e rimanevamo solo io e l'autista a chiederci entrambi cosa cavolo ci facessi io lì. Ecco, ora diciamo pure che le signore anziane coi carrellini della spesa sono più trendy di me e il problema di non sentirmi più a mio agio non è più così tanto pressante. E questa tendenza la ritrovo pure nella mia percezione degli apprezzamenti da parte del sesso maschile. Oh, non che capitino tutti i giorni eh, è che nell'ultima settimana sarà che ho perso sei chili grazie a una gastroenterite che avrebbe cappottato un toro, sarà il volto emaciato da eroina romantica, ne ho subìti - e già il fatto che dica subìti la dice lunga - più d'uno. Ecco, il fatto è che nel pre-Agata, questo tipo di apprezzamenti mi avrebbero distrutto l'ego, che ve devo dì, in fatto di uomini c'ho sempre avuto il palato fino, dovreste vedere quant'è bello il mio consorte pure quando ha trentanove di febbre ed è avvinghiato alla tazza del wc in preda alla stessa gastroenterite che ha distrutto pure me. Cioè, insomma, nel pre-Agata lo standard maschile era decisamente più elevato. Adesso questo snobismo verso l'altro sesso non esiste più: i complimenti sono sempre ben accetti e fanno sempre un gran bene all'ego. Dico solo che negli ultimi  giorni ho ricevuto apprezzamenti da: 1. l'infermiere nano del triage che mi ha vista in preda a un attacco d'orticaria l'altro ieri e non ha notato la fede al dito, 2. oggi dal sudamericano cinquantenne viveur con la coda (cioè, vi rendete conto? LA CODA DI CAVALLO) del piano di sotto che è entrato con me  tenendomi aperto il portone perché avevo le buste, mi ha fatto cenno di precederlo su per le scale e mi ha fissato il culo per due piani, e poi poco prima di arrivare a casa sua, ha fatto un bel fischio di apprezzamento. 3. il vecchietto di Up che in strada mi ha vista col passeggino e, dopo essersi complimentato con mia figlia, si è curvato un po', mi ha fissato le tette da dietro gli occhiali e mi ha detto, bè d'altra parte con una mamma così beato tuo marito, e poi ha scatarrato per terra,
Insomma gente, son cose belle che t'aumentano l'autostima. Adesso scusatemi ma vi devo lasciare ché sono pronta a conquistare il reparto geriatrico del Sant'Orsola.

Va bene, va bene, lo so. Da quando ho aperto questo blog non ho fatto altro che ribadire quanto sono atea e anticlericale e compagnia bella. Però, c'è un però - il Bari , dopo otto anni, è tornato in Serie A.
Ora, lasciamo ai maschi il chiacchiericcio su Antonio Conte -l'immagine qui a fianco dovrebbe dirla lunga su cosa penso di lui- formazioni, fuorigioco (inutile che proviate a spiegarmelo, lo so benissimo cos'è: è una regola che non capirò mai), Barreto, difesa. Parole vuote.
Il calcio è una questione di fede. O ce l'hai o non ce l'hai. Tu, donna, se non ce l'hai, non cadere nella tentazione di fingere di averla per acchiappare un tifoso sfegatato: 1° dovrai fingere su molte altre cose nel vostro rapporto e -credimi- su alcune dovrai davvero applicarti; 2° può essere pure un dio greco sceso in terra per te -non lo sarà di certo, è un fatto statistico: prova a guardarti attorno in Curva Nord e poi fammi sapere- ma comunque non ne varebbe la pena; 3° il subdolo se ne accorgerebbe -è l'unica cosa su cui i maschi sono perspicaci- dal quel ticchettio nervoso del tuo piede già al 3' del primo tempo ma farebbe finta di niente, si girerebbe con un sorriso sornione verso di te e ti direbbe "tutto bene, amore? ti diverti?" e a te toccherebbe annuire, seppur con la morte nel cuore, e sorbirti tutte le partite della sua squadra, della nazionale e di chissà che altro, solo per una piccola, innocente bugia.
Nel mio caso, il calcio è solo uno dei modi in cui si esterna la mia dipendenza dalle emozioni totalizzanti. Il che, in soldoni, significa che periodicamente ho delle repentine accensioni per gli argomenti più disparati, accensioni che di solito si verbalizzano secondo la formula "X è/sono la mia vita", laddove X, negli ultimi mesi, è stato cronologicamente: l'artigianato (in occasione della fiera di Milano di dicembre, l'artigianato fu la mia vita), le serie TV con riferimenti psicanalitici (Tell me you love, In treatment, i Soprano sono la mia vita - passione ancora in auge), i La Crus (i La Crus sono e saranno la mia vita) l' Everton (traducendo il romanzo di colui che presto sarà universalmente riconosciuto come il Nick Hornby anglobarese, solo molto più cool - yes, Paul, I'm flattering - sono arrivata ad affiggere lo stemmino con le torri e la corona d'alloro vicino al mio letto) e in fine la Bari (pare si dica al femminile, non so perché), dopo che le cose sono iniziate ad andare bene e tutte le persone attorno a me sono state colte da questa smania collettiva e altamente contagiosa che alla fine mi ha condotta a usare come pigiama la maglietta di Kutuzov, sognare di fare cose irripetibili a Matarrese, farmi indottrinare sui forum del Bari con gente che a un certo punto si è rivelata minorenne e infine ad andare a seguire Piacenza-Bari in mezzo agli Ultras. Ora, probabilmente, ai più sarà impossibile comprendere come ci si possa appassionare a un argomento da 0 a 100 nel giro di un istante - vi dirò, è la stessa perplessità che dovette venire a Lawrence Olivier sul set del Maratoneta, vedendo che Dustin Hoffman si faceva due ore di corsa prima del ciak, e che il caro Lawrence espresse con la domanda assai ingenua "can't you just play?". La risposta, ovviamente, è no: certe emozioni bisogna viverle di pancia, punto e basta.
Quindi prendo questo regionale Bologna-Piacenza, accerchiata da una manica inneggiante di ultras baresi (frequenti le acclamazioni alle madri e ai parenti dei leccesi), raggiungo i miei due migliori amici - the lovely couple - calati da Milano per l'occasione in compagnia di un terzo individuo a me già tristemente noto (in realtà c'era anche la fidanzata, ma era talmente scialba che non la conto) che chiameremo, non senza un filo di malignità, Er Pistola - l'unico uomo che va in curva allo stadio vestito come se dovesse recarsi su un panfilo a Portofino: mocassini, polo blu con colletto alzato, bermuda, maglioncino annodato sulle spalle e rolex - e che ci ammorberà per tutta la durata della partita con la sua dabbenaggine, le sue ciance sulla dolce esistenza da viveur che conduce, le sue massime filosofiche generosamente elargite con un grottesco accento milanese (uè raga, ma secondo voi, io che guadagno sticazzimila euro al mese, che faccio, torno in Puglia e mi accontento di fare il direttore di banca? eh no carini!) e ci schiantiamo sulle gradinate in attesa che inizi. Ben presto, io e la mia amica ci accorgiamo di esserci piazzate proprio sotto una gigantesca bandiera con su la scritta "Diamola", che ci seguirà in tutti i nostri spostamenti e a cui sentiamo di aderire in toto. Attorno a noi sono tutti già ubriachi di Caffè Borghetti e/o fumati: il testosterone nell'aria rende me e la Vale vagamente elettriche. La curva ci sembra un paradiso.
Poi però sentiamo che quella partita non è più determinante perché il giorno prima il Livorno ha perso, e questo ha portato automaticamente in serie A la squadra per cui ho avuto una repentina passione. Da quel momento dichiaro chiusa l'era del Bari, per cui si inizia a discettare dell'opportunità di comprarsi uno smalto corallo, uno melanzana e uno bordeaux, di ricevimenti nuziali kitsch, di quanto sarebbe bello se servissero dei mojito ghiacciati, di ricette macrobiotiche e prova bikini. Almeno fino a quando, a fine partita, dopo tremila coreografie della curva, due gol da parte di entrambe le squadre, 2-3 grammi di hashish fumati passivamente, lo spettacolo della squadra del Bari che fa una specie di trenino, i giocatori si avvicinano alla curva e iniziano a spogliarsi e rimangono in mutande.
Il che chiude la stagione del calcio ma inaugura una nuova, feconda stagione: quella dei calciatori.
Ora non mi resta che trasformarmi in velina. Tutto è possibile con il Metodo Stanislavskij.

Diciamoci la verità: per il 99% del tempo abitare in una casa con sole donne è uno spasso. Puoi farti la ceretta sul tavolo della sala da pranzo mentre le altre cenano, stendere i mutandoni a vista senza paura di perdere quell'allure di sensualità che (si suppone) ti contraddistinguerebbe con un quantomai improbabile uomo - anche se mi rendo conto questa frase contiene troppe ipotesi perché possa avere una qualche fondatezza - puoi maledire tutti gli esseri di sesso maschile (animali inclusi) senza paura di offendere la sensibilità di qualcuno, e in definitiva vivere la tua esistenza come un eterno pigiama party in stile Beverly Hills 90210. Questo il 99% delle volte. Resta scoperto quell'1% in cui, nel giro di quarantott'ore, ti trovi a dover fronteggiare 1. l'ammutinamento di tutti gli elettrodomestici della casa 2. tutta un'altra serie di sfortunati eventi domestici 3. la tua incapacità di capire quale tipo di disagio psichico spinga una lavatrice a riversare ettolitri di schiuma sul pavimento o un forno a essere in grado di ridurre gli ossidi metallici e produrre ghisa ma non di cuocere uniformemente un ciambellone. O un asciugacapelli a scoppiarti in mano. O una caldaia a fare i gorgoglii di un neonato. 4. l' impossibilità di rapportarti serenamente con il dato di fatto che l' impianto idraulico di questo palazzo è costruito in modo tale che quando l'inquilino del piano di sopra tira lo scarico del wc, tutta la sua roba - ridotta a una melma purtrida dal malefico Sanitrit - passa nel tubo del nostro lavello della cucina, e metti caso ci sia un'ostruzione momentanea dei tubi, metti caso la valvola di non ritorno abbia smesso la sua funzione, per l'appunto, di non-ritorno (perché è così che ti chiami, maledetta valvola, vedi di non scordartelo di nuovo), metti pure caso che la guarnizione che teneva insieme i tubi sotto il lavello si sia usurata, metti caso succeda tutto questo, e tutto questo succeda ovviamente nello stesso istante in una congiuntura astrale tanto sfavorevole quanto rara, ti ritrovi la cucina inondata di quella roba di cui sopra e a sentirti la protagonista di una scena tagliata di Trainspotting perché troppo splatter persino per Danny Boyle. Ed in quel caso lì, mentre sguazzi con le ciabattine rosa in quella melma fetida, bè, direi che un uomo forse ti manca. Lì sì, per quanto il tempo men-free ti abbia un po' trasformata in una sorta di MacGyver con le tette, avverti la mancanza di un individuo che, alla assoluta e incontrovertibile figaggine, congiunga anche la capacità di comprendere l'intima psicologia degli apparecchi domestici.
E allora che fai? Andare ad abbordare uno per strada solo per chiedergli, al risveglio, di dare un'occhiata al forno, è uno sbattimento eccessivo, considerato che poi almeno un caffè glielo dovrai offrire e già starai stanca dalle acrobazie notturne; il fidanzato della Coinquilina Numero Uno è colto da repentina demenza e saltella felice nel letame come un bambino nelle pozzanghere senza rendersi di nessun aiuto, e l'Afflitta porta in casa solo uomini con seri problemi di tossicodipendenza (nel senso che non sanno più da che sostanza tossica dipendere) i quali si intrippano a sentire l'odore del gas proveniente dalla caldaia.
Quindi digiti istericamente il numero del Pronto Intervento Donne Single, ossia il tuo idraulico tutto fare di Wolverhampton (se non so' inglesi non li volemo), che guarda caso risponde al nome archetipico di Adam, il quale ti risponde al cellulare mentre guida sulla Spilamberto-Vignola e ti dice con accento angloemiliano che in meno di un'ora è lì da te, che è tutto ok - non è colpa tua - tu hai fatto il possibile e che vedrai che si metterà tutto per il meglio, devi solo dare tempo al tempo, prometto che ti starò vicino, insomma ti dice quelle cose che forse spettava dire a tuo padre o al tuo fidanzato molto tempo prima e la cui mancanza ha animato per mesi le conversazioni pomeridiane con il tuo psicanalista. E poi finalmente questo novello Adamo arriva, tu nel frattempo ti ingegni per guadare la palude Stigia nella tua cucina e gli prepari il pranzo, lui sistema quello che deve sistemare, disinfetta tutto, si disinfetta a sua volta e poi si siede e pranza. Due frasi sullo stato dei tubi e poi si sta muti. Fino alla fine del pranzo. Senza sforzo ti fa capire che per te gli equilibri che deve avere la tua relazione ideale sono sorprendentemente tradizionalisti: spetta ad Eva fare i danni e ad Adamo faticare per ripararli. Un retaggio della tua unica lezione di catechismo.

Ieri sera ho deciso di preparare la cena di benvenuto per la nuova coinquilina. Il menu, della serie "nun semo vegani", consisteva in: tagliatelle alla bolognese, polpette, gateau di patate e soufflè al cioccolato. Tutto vero, non sto cercando di convicervi che sono una donna da sposare, voglio solo rendere nota al mondo la mia abilità nel preparare meravigliose polpette (wonderful meatballs, merveilleuses boulettes, maravillosas albondigas, wunderbares klopses, pur'pett tropp bell - non si sa mai da dove potrebbe leggermi il mio futuro marito). Ad ogni modo, dicevamo.
La nuova coinquilina, che chiameremo L'Afflitta, viene ad aggiungersi allo zoccolo duro di Via Broccaindosso - io e D., la mia amica e sodale (un po' sul modello Berlusconi/Dell'Utri, per intenderci) - e segue, in ordine cronologico, alla Bestia Immonda che con la sua negatività perenne riusciva a fiaccare anche gli spiriti più entusiasti - e alla Vegana Integralista, che pretendeva che in casa non si usassero tampax o assorbenti normali ma straccetti rigorosamente in lino e fibre naturali da lavare con saponi non inquinanti. Perciò, sostituire cotante figure con qualcuno di altrettanto problematico non era un'impresa semplice: per giorni abbiamo aperto la nostra casa a orde barbariche di ragazze carine - troppo carine, meglio di no, sennò passiamo la vita a rosicare - , spiritose - ma che, vuole andare a Zelig? lasciamo perdere, va' -, ordinate - no dai, poi c'ammorba con la storia della precisione -, grintose - ci serve qualcuno di gestibile, questa vuole comandare -, serene - no, poi ci viene l'angoscia se questa sorride sempre. Alla fine abbiamo decretato all'unanimità che la nostra nuova coinquilina sarebbe stata lei. La ventisettenne Afflitta. Ovviamente non avevamo tenuto in considerazione il fatto che una delle caratteristiche principali della sottoscritta è una certa dannosa empatia, che mi porta a percepire e a condividere gli stati d'animo altrui in maniera piuttosto intensa - il che è un bene se vivi con un'allegrona, una male se vivi con l'Afflitta.
L'Afflitta è grigia, depressa, fanatica religiosa - ha un enorme rosario al collo e ieri mi ha detto che il Signore mi ha "male illuminata", perché le mie azioni "non sono volte al bene ma al piacere personale" (e dici niente!) -, piange sempre, non si schioda mai dal suo pc prima delle 4 di notte, sembra interessata solo a ripetere in loop le sue catastrofiche vicende amorose e si aggira silenziosa per la casa con la sua vestaglia da camera rosa. Rararamente ha degli accessi di riso isterico alle mie battute.
Quando ieri le ho chiesto se aveva voglia di cenare con noi per festeggiare il suo arrivo in casa, mi ha risposto con occhio liquido "certo, con gioia". Ora, detta da lei, la parola "gioia"assume nuovi e inquietanti significati che non vorrei mai esplorare, ad ogni modo ha accettato e abbiamo cenato senza particolari intoppi; solo una volta ha fatto cenno alle sue ferite psicologiche ma è stata repentinamente messa a tacere da una polpetta.
Il che ci riporta al punto di partenza, la polpetta, nonché al titolo di questo post. La polpetta è multifunzione: attira gli uomini perché sa di cucina della mamma, se debitamente avvelenata vi libera da cani che abbaiano nel cuore della notte e mette a tacere donne logorroiche. Praticamente è una panacea.
Martha Stewart sarebbe fiera di me.

Una delle (innumerevoli) cose che odio di più, a parimerito con quelli che già da un mese mi chiedono cosa farò per Capodanno - ragazzi, non facciamoci prendere dalla smania di San Silvestro, non ho organizzato un bel cacchio di niente, non andrò in discoteca, non andrò a eventi cool, non so manco se andrò in piazza a Bari, se mi va bene mi ubriacherò con le zie zitelle giocando al mecante in fiera, ora smettetela di stressarmi - è trovarmi involontariamente a fare la parte del terzo incomodo. Voglio dire, nel sunofyork-pensiero, il concetto di terzo incomodo non è nemmeno lontanamente contemplato: la coppia, infatti, non è considerata come un coacervo inscindibile di puccipucciosità e nevrosi latenti, ma come una somma di individualità. Pertanto, se un amico/a si dovesse aggregare all' uscita di un'ipotetica coppia di cui la sottoscritta è parte, non sarà mai un'uscita a 2+1 ma un'uscita a tre (ah, il fascino del numero) e mai e dico mai l'elemento aggregato - chiamiamolo così - sentirà di reggere il moccolo. Non tutte le coppie, però, sono altrettanto open minded: ricordo ancora con orrore una volta che andai con una mia cara amica al mare, e lei candidamente, quando già eravamo in spiaggia, mi comunicò che di lì a poco sarebbe arrivato il suo nuovo fidanzato. Lievemente stizzita (era il primo giorno di mare, e mostrare trippette bianchicce e sballonzolanti al nuovo fidanzato della mia amica non era esattamente il mio desiderio per quel giorno), abbozzai e dissi che non c'era problema. Non immaginavo che nuovo significava che avrebbero dovuto trascorrere la loro luna di miele proprio a Pane e Pomodoro (per i non baresi, una spiaggia culto della città). In poche parole, mi trovai 1. tagliata fuori dalla conversazione (perché le coppie recenti si parlano sempre a bassa voce?) e da tutto un fitto scambio di sguardi molto eloquenti e che secondo me significavano pressappoco "appena sta stronza se ne va, ti spello vivo/a" e peggio ancora 2. risucchiata in un vortice di passione, mani nei costumi da bagno, lingue nelle orecchie, tuffi molto hot e nuotate tantriche. Ecco, ora quello che volevo dire è che secondo me è molto da maleducati mettere una persona nella condizione di sentirsi il terzo incomodo. A meno che non si tratti di un modo per proporre una cosa a tre, allora prego, fate pure.
Ad ogni modo, certe volte si scopre che si può fare il terzo incomodo anche quando si è in presenza non di due esseri umani, ma di un essere umano e un oggetto tecnologico, nella fattispecie il tom tom. Immaginate la scena: la donna entra in macchina, come di rito abbassa il parasole pronta a passare altri cinque minuti allo specchietto (oltre ai 45 passati in casa) a sistemarsi il trucco, vabbè, lo specchietto non c'è -imperterrita ogni volta che sale in macchina abbasserà il parasole nella speranza che uno specchietto sia spuntato dal nulla -, in compenso c'è qualcosa di molto più tecnologico e nuovo, il navigatore. Dal momento in cui accende il navigatore, per l'uomo la propria donna non esiste più - se lei gli dice di prendere una strada che hanno fatto miliardi di volte, lui fa finta di non sentirla, ipnotizzato dal suono suadente della voce della signorina del tom tom. Anzi, pur di sentire quella vocina, accenderà il navigatore pure per andare al tabaccaio dietro l'angolo, riuscendo a raggiungere qualsiasi punto (anche il più vicino) facendo non meno di 50km di strade sterrate e riducendo la macchina come dopo una Parigi-Dakar. Mettete il caso che voi stiate filosofeggiando sull'asintattismo onirico nel surrealismo di Dalì: verrete comunque zittite per far spazio alla vocina. Sostanzialmente la compresenza di un navigatore e di una donna in macchina, comporta de facto l'assunzione da parte della donna del ruolo di terzo incomodo. Esistono due approcci maschili al navigatore:
- quelli che si relazionano all'oggetto come a una madre: per cui faranno sempre quello che viene detto dal navigatore, lo venereranno e gli rivolgeranno parole d'affetto, e rinfacceranno alla propria compagna di non aver mai fatto per lui quello che ha fatto il navigatore (salvargli la vita quella volta che non riuscivano a trovare l'uscita dall'ikea);
- quelli che si relazionano all'oggetto come a una moglie: lo stanno a sentire per un po', poi dopo iniziano a non sopportarlo più, tentano disperatamente di spegnerlo e non riuscendoci lo prendono e lo scagliano dal finestrino. Poi però si rendono conto che senza di lui non vanno da nessuna parte, e tornano indietro a riprenderlo.

Negli anni ho capito che fare il terzo incomodo quando la coppia è formata da uomo-madre (leggete: navigatore in veste di madre) è un compito ingrato. Fare il terzo incomodo nella coppia uomo-moglie (navigatore in veste di) è molto appagante, perché per una volta è qualcun'altra a passare per la rompicoglioni, e tu finalmente sai come ci si sente a fare l'amante. (Una figata)

Ieri sera sono andata al cinema a vedere Into the wild. Storia vera.
Trama: un giovane indiscutibilmente orizzontabile e altrettanto indiscutibilmente ritardato - l'uomo ideale, insomma - brucia tutti i suoi soldi e si ritrova scaraventato in un documentario di National Geographic lungo due anni (più o meno quanto dura il film), periodo durante il quale imparerà a cavarsela in qualsiasi-attività-anche-la-più-dura tranne che:
1. affumicare la carne di un alce, operazione in cui risulterà essere veramente una mezza sega;
2.trombarsi una ragazza bella e consenziente che lo accoglie già mezza nuda su un letto, opportunità che si canna nel giro di due battute preferendo andare a farsi gli addominali dell'asceta in modo da essere pronto per l'Alaska (il suo chiodo fisso) piuttosto che godere delle gioie del corpo, cosa che francamente mi lascia non poco perplessa perché se è vero che il corpo è espressione massima della natura, che la sua bellezza è abbacinante e l'istinto sessuale è cosa buona e giusta, e bla bla bla, allora perché non trombi la bonazza ora? poi mi dici come fai dopo, quando vai in Alaska e ci trovi solo gli alci? Comunque contento tu, contenti tutti.
Alla fine muore guardando il cielo e pensando "azz quant'è bell", anche se sul finale del film ci sono pareri discordanti.
Per l'esattezza -secondo lui- muore libero e felice avendo -sempre secondo lui- dimostrato che si può vivere in condizioni di povertà estrema e che anzi è proprio sottraendosi alla corruzione della nostra società malata che si può imparare a godere delle gioie della natura, mentre secondo me muore solo e per di più ibernato e denutrito ( e qui mi chiedo io perché per qualche strano motivo, mentre non ha problemi a squartare gli alci, non gli viene mai in mente di pescare due salmoni?) avendo dimostrato che alla fine dei conti non se la cavava così egregiamente into the wild.
Analizziamo. Per i primi minuti la sala è tutto un "uhhhhh", "oooooooh", "aaah", di fronte ai maestosi paesaggi innevati dell'Alaska, ai fiumi ghiacciati, all'alce (poraccio) e alle splendide musiche di Eddie Vedder (sia lodato iddio -e sempre sia lodato- per aver creato quell'uomo esattamente con quelle corde vocali, perché è veeramente la prova che i miracoli talvolta accadono). Dopo i primi minuti si avverte distintamente che qualcuno in sala inizia a pensare che manca qualcosa, e questo qualcosa sono i dialoghi. Ignoranti. Non sapete godere della bellezza della natura, ve ne pentirete.
E infatti non si ha il tempo di rimpiangere i dialoghi perché ben presto questo novello Thoreau inizia a parlare. Nella fattispecie, parla anche con una mela, decantandone la dolcezza e l'amabilità. Poi parla con chiunque, pure da solo. Parla, parla, parla, dice quant'è bella la natura, la gioia che può dare il contatto diretto con essa, racconta la necessità di prendere le distanze da una società che a partire dal suo nucleo base - la famiglia - è marcia. Lui parla e tu inizi a pensare che a tuo figlio non darai mai in mano libri di Thoreau e London. Parla, e tu rimpiangi il silenzio dei boschi e la voce di Eddie Vedder: desideri solo che la smetta di filosofeggiare e che ti faccia sentire il suono dell'acqua che scorre nelle rapide del Colorado, il suo sciabordare contro il canyon, l'ululare del vento durante una tempesta di neve, il crepitare del grano maturo, e possibilmente il suono di sassi che si sgretolano sotto i suoi piedi e l'eco del suo "nooooo" giù per la scarpata.
Insomma, le parti parlate sembrano voler innescare un processo di immedesimazione dello spettatore con le folli ragioni del protagonista e per fare ciò si ispirano al principio secondo cui il fine giustifica i mezzi. Devo ammettere che talvolta riescono nel loro intento, essendo talmente soporifere che pur di non sentirle preferiresti diventare un eremita, ma non solo! tutto il film sembra volerti far patire le stesse condizioni estreme che Christopher McCandless dovette sperimentare nel suo vagabondaggio: il freddo - in sala credo abbassino i riscaldamenti per quello -, la paura di non farcela (a finire il film, nel mio caso) e la voglia di superare i propri limiti, la fatica, la fame.
Il film è talmente lungo che a metà già avevo i crampi. Purtroppo nel cinema non è passato nemmeno un alce. Che luogo inospitale, altro che l'Alaska.

Man:"I'm having spam, spam, spam, spam, spam, spam, baked beans, spam, spam, and spam!"
Cafe Worker:"Baked beans are off!"
Man: "Can I have spam instead?"

Sissignore, che mi si creda o meno, oggi è un buon giorno. Il mio sonno non è stato funestato dall'amplesso furioso e quotidiano dei russi del piano di sopra (ma sarà normale spaccare i piatti durante il sesso?), ho preparato il thè senza ustionarmi e ho fatto colazione in silenzio davanti al pc - attività che amo sopra ogni cosa - ricevendo solo email estremamente gradite e nemmeno una di spam. Non sono incazzata, cosa strana per una che si incazza anche solo per non aver vinto i soldi del lotto sebbene non abbia mai giocato al lotto, a Bologna non c'è un filo di nebbia, sui tetti rossi che vedo dalla mia finestra ci sono tre gatti e il sole è blu*, tra dieci minuti esatti uscirò per andare a prendere l'eurostar che mi porterà a casa per natale e lì rivedrò la persona con cui vado più d'accordo al mondo da 4 anni a questa parte, ossia la mia omonima cugina Sun of York jr. Che guarda caso ha 4 anni.
Sono pronta a scommettere che anche il treno sarà puntuale.

Azz, adesso mi sa che l'ho sparata grossa.
*ovviamente ero sotto l'effetto dell'LSD
-------------------------------------------------------------------------------------------------

Breve aggiornamento delle h.19.00.
Sono arrivata con un'ora di ritardo. A Bologna un'orda barbarica si è fatta largo negli scompartimenti minacciando il capotreno con dei forconi all'urlo aux armes citoyennes. Il riscaldamento era rotto e a un certo punto verso Ancona sono spuntati i pinguini che non è che si stanno estinguendo, semplicemente stanno migrando verso zone più fredde dell'alaska, cioè le vetture di trenitalia. Per riscaldarci abbiamo dovuto riprodurre la scena della natività. Io - ovviamente - ho fatto la vergine maria.
Nani malefici e urlanti si sono impossessati dei corridoi con macchinine telecomandate e mostri di ogni genere, qualcuno aveva persino portato conigli e altri animali per rendere il viaggio più divertente. Il momento di spannung lo abbiamo avuto quando il coniglio è scappato dalla gabbietta, infilandosi sotto le crinoline inamidate di una vecchia milanese con la puzza sotto il naso. Pensando a quel povero coniglio, ho sogghignato diabolica.
In tutto ciò, l'ectoplasma seduto di fronte a me, mi ha lanciato occhiate languide per tutto il tempo, confermando la tesi secondo cui il mio target sono i camionisti, i seminaristi e i nerd. Ecco un mirabile escerto tratto dalla conversazione tra me e questo fulgido esponente della seconda categoria.

Nerd: ciao, sono Daniele, sei molto affascinante.
SoY (leggendo un libro con l'ipod nelle orecchie): ...
Nerd: sono rimasto incantato vedendo con quanta passione leggi. Sei anche una scrittrice?
SoY (grugnendo): no.
Nerd: "Ognuno sta solo" (il titolo del libro che leggevo) è un verso...eh...di Ungaretti?
SoY: QUA-SI-MO-DO.
Nerd (mortificato): ah, ma allora lo vedi che sei un'esperta di letteratura, che cosa fai nella vita? dai che ti ho sentita parlare prima al cellulare...
SoY: redattrice. casa. editrice. stop. basta. muori.
Nerd: uuuuuh aaaaaah ma braaaaaaaaava. TI VA DI ANALIZZARE CON ME DEI PASSI DELLA BIBBIA?
SoY: no grazie, sono l'anticristo.

Appena i camionisti scioperano, giuro che mi piazzo al casello della Salerno-Reggio Calabria e spopolo.

Lo ammetto, non sono mai stata particolarmente munifica.
Per questo motivo ieri, perché dopo il mio decesso non si dica di me che ero simpatica, ma avevo il braccino corto, ho fatto persino il regalo di natale al comune di Bologna: 50 (o' ppane) euro di multa offerti senza colpo ferire ai due controllori dell'atc saliti - guarda un po'- sul numero 25 (Natale) per Fossolo Due Madonne che d'ora in poi per me sarà sempre irrimediabilmente il numero venticinque per Fossa delle DUE Marianne, che poi, alla fine, potevano pure comprarseli due costumi da babbo natale con tutti i soldi che stanno racimolando in questo periodo.
Ad ogni modo, croce e delizia, anche quest'anno va di moda fare i regali. Io, nella fattispecie, devo farne 10 (e' Fasule) tondi tondi, e siccome anche quest'anno va di moda non avere soldi e non aver voglia di girare per negozi gremiti di clienti urlanti, credo che anche quest'anno farò andare di moda i regali fatti come al cacchio (rfcac).
Dicensi regali fatti come al cacchio, quei regali comprati in trance oracolare all'ora di pranzo del 24 (e'gguardie) col fiato sul collo dei parenti in arrivo per il cenone - di solito a base di vino e ubriacature moleste - e del tacchino che di certo si brucerà, e che di solito si scelgono all'interno dell'intramontabile stringa lcp(v), ossia libro calzini pantofole (vibratore? oddio, non ricordo più per cosa stava la v).
Comunque quest'anno, complice la sindrome dell'ikea (anche nota come sindrome di Bibbi Snurr) che mi affligge da mesi, ho un'idea in più: comprerò i regali e li fracasserò con violenza contro un muro, per poi costringere amici e parenti a ricostruirli pezzo per pezzo, ovviamente i pezzi saranno 90 ('a paura, giustamente). Cosa non si farebbe per gli amici.
Quanto a me, il mio maggior desiderio sarebbe ricevere uno sgabellino.
Da piccola ne avevo uno piccolo in vimini che mi trascinavo dietro per raggiungere i posti in cui non arrivavo da sola senza dover chiedere ai miei genitori di prendermi in braccio. Ho sempre odiato chiedere favori. A un certo punto questo sgabellino fu scagliato giù dalle scale da mio padre nell'unico raptus di follia della sua vita, cosa che ancora sta cercando di farsi perdonare.
Insomma, siccome elaboro benissimo i lutti, ne vorrei uno identico ma più grande per ospitare il mio fondoschiena e resistente per reggere il peso.
Non è ancora natale e ho già mangiato 4 ('o puorco) Kg di struffoli. Sono uno struffolo gigante.
Quintina.
Tombola.
'Fanculo, i soldi sempre agli altri. A me la rogna dei regali.

Camminare la domenica sera sotto i portici di via Broccaindosso può regalare inattese e meravigliose sorprese, come ad esempio non essere stuprata.
Ho scelto deliberatamente e in pieno delle mie facoltà di vivere in una zona degradata del centro storico. Motivo? Qui attorno, fino a poco tempo fa, viveva uno dei due uomini che ho sempre ritenuto irraggiungibili, ossia Samuele Bersani (l'altro è Paul A. Jarvis, ma no, cara la mia matricola dell'ateneo barese che hai digitato furtivamente il suo nome su google, questo è solo uno specchietto per allodole, non troverai informazioni riservate sul glaucopide Paul, per quello dovrai faticare molto di più, parola di una che ci ha impiegato degli anni - il bel britannico non ha nè un account msn, nè uno skype e nemmeno un myspace, hisspace, herspace, ourspace, visto paul, sono brava, ho imparato i pronomi possessivi!).
Comunque. Mi ha detto una spia del KGB che Samuele ha sloggiato da via Begatto per comprar casa a Trastevere: il degrado, da quando ero giunta io nel vicinato, si era fatto insostebibile. Pazienza, quel giorno in feltrinelli lo avevo intuito che non mi voleva, sospetto di cui poi avevo avuto conferma qualche mese dopo, quando, passeggiando in pigiama e ubriaca sotto il suo portico, lo incrociai e urlai "Samuele Grignani, sposami!", al che lui rispose con uno sguardo triste di cui non ho mai capito il perché. Insomma, non mi ha voluto.
Il luminoso corso di Paul Jarvis ha incrociato la mia esistenza diversi anni fa, quando, pudica ventenne (sì, è vero, ho proprio detto "pudica"), mi iscrissi insieme ad altre 30 femmine allupate e qualche gay ai suoi corsi di inglese advanced level. 3 anni a fingere di non sapere una cippa pur di essere bocciati sebbene parlassimo ormai meglio di Camilla Parker Bowles, e lui niente! Per farla breve, nemmeno lui mi ha voluto, a lui la mala pasqua.
Comunque non essere notata non è la cosa peggiore che possa succedere a una donna. Ci sono molte cose più spiacevoli: essere notata (pure troppo) durante un PAP Test, ad esempio. Che poi il test in sè potrebbe anche piacere a qualcuna, il problema è che mettere le gambe dietro alle orecchie non è proprio facile e se non sei una campionessa olimpica di PAP Test, dallo studio del ginecoloco esci poco poco con un'anca lussata e con l'agghiacciante impressione che nessun uomo potrà mai conoscerti come lui. Altra esperienza estremamente sgradevole.
Ma mai quanto parlare con gli operatori dei callcenter dei gestori telefonici, ore e ore a constatare l'incomunicabilità tra esseri umani, tutto per farsi attivare le chiamate gratuite verso un numero prescelto. Più sadici di loro secondo me sono solo gli addetti al recupero crediti e gli impiegati delle biglietterie trenitalia, che sembrano godere di treni che si smarriscono nelle nebbie padane, ritardi, cancellazioni.
Che poi, tutte queste cose spiacevoli le fanno gli accoppiati. Il PAP Test lo fa chi fa sesso, i minuti verso un numero prescelto, idem, il pendolarismo del weekend, vabbè, che ve lo dico a fare.
Tiriamo le somme e buon natale.



Ad esempio le etichette dei post mi danno problemi senza pari. Mi imbrigliano l'ispirazione, mi tormentano, mi mettono sotto il gioco epistemologico e irrimediabilmente mi seducono: cos'è che conta nel comunicare sinteticamente un concetto? La chiarezza? Perchè in quel caso dovrei sfoltire un po' le etichette. La fedeltà ai contenuti? Non pervenuta. L'esaustività? No, ditemelo, vi prego, perchè se così fosse avrei già fallito in partenza. Mi toccherebbe aggiungerne molte di più in fondo al blog e sinceramente non so a chi gioverebbe, alla mia salute no di certo. Manco all'equilibrio formale dei post, visto che sarebbero più le etichette dei concetti, e si sa che l'equilibrio formale è tutto.
Sì sì sì sì ok lo so che nessuno le legge le dannate etichette. Lo so. Il problema è che qui saltano alla luce due istanze contrastanti della comuncazione: quella analitica (che è il mio problema principale con le maledette etichette) - cioè, sai quando hai la smania comunicativa e per spiegare un concetto semplice ne usi altri 23 complessi? che poi, ok, è la vita, ma due balle - e quella sintetica - cioè tu sei un bravo essere civile che sa servirsi di generalizzazioni per cui se uno ti chiede in strada wè Trianda, come va?, tu, compiendo una lodevole generalizzazione, dici Bene, Ermenegildo non indugiando in dettagli tediosi per il tuo interlocutore che se ne va via con la bella sensazione di aver avuto una botta di culo. Il concetto è chiaro: la mia vita non fa più schifo della tua, sommariamente sto bene, ho avuto l'idrocele ma sono guarito, ora non ho tempo, fammi la cortesia di toglierti dalle palle (e detto da uno che ha avuto l'idrocele...).
Bene. La chiarezza è sopravvalutata. Alle parole che squadrano da ogni lato concetti univoci, preferisco le nebulose di significato.
Ultimamente ho conosciuto la persona comunicativamente più analitica al mondo: una casalinga sicula dai modini piccini picciò capace di dissertare per ore su qualsiasi argomento. Ore a parlare dei pro e contro dello Svelto e del Nielsen piatti. Ore sul miglior metodo per pulire il pavimento. Ore, ore e ore sulla crosta degli arancini, ore a parlare dei problemi coi fidanzati, dei parrucchieri, della cellulite: in casa siamo solo donne, figuriamoci di che si parla - la sicula dai modini delicati ha un'opinione sistematica su tutto e non solo ha da dire su tutto, SA tutto.
Esemplifichiamo.
Lei (una inquilina a caso) con l'uomo (ospite per il weekend). Chiusi in camera. A letto. Nudi.
Arriva la signora piccina-picciò (da dietro la porta sprangata): ragazzi, ho fatto gli arancini, li volete?
Lei: nooooooooooooooooo
La signora piccina-picciò: ma li ho fatti con la crosta di pane di sesamo, i piselli, la passata di pomodoro e li ho fritti in olio di mais bollente a 300 gradi farenheit come li facciamo noi in sicilia!
(Lui intanto fa la faccia da piccola fiammiferaia che non tocca cibo da anni)
Lei: nooooooooooooooooo nooooooooo e che palle!!
La signora piccina-picciò: ma...ma..vabbè li conservo per cena, ma che state facendo?
Lei (malevola) : CI STIAMO ALLENANDO A JUJITSU
La signora piccina - picciò: uhm, jujitsu...jujitsu, vediamo...ah sì!conosco il jujitsu! è quell'arte marziale giapponese sviluppatasi nel 1600, il periodo medievale giapponese, probabilmente derivante dalle arti marziali...
Lei, uscendo nuda di camera: DAMMI QUEL CAZZO DI ARANCINO O GIURO SU DIO CHE TI FACCIO FUORI.
Saziato l'appetito, torna dentro e vuole riprendere da dove ha lasciato ma. Ma. I due russi del piano di sopra non sono d'accordo: urlano e si lanciano i piatti. Probabilmente parlano delle due istanze della comunicazione. E pensare che sembrava una coppia seria, sovietici vecchio stampo, ieratici come solo l'URSS. Gente tosta, di Vladivostok, mica cazzi. Pasteggiano a vodka e molotov. Vanno in giro in Trabant. Giuro che se non la smettono di fare casino glielo dico, giuro che gliela dico la faccenda del muro caduto.
E' una vita difficile, certe volte si starebbe meglio all'inferno. O in un posto simile almeno. Che ne so, la sala d'attesa di Milano Centrale potrebbe andare bene ad esempio. Ci fanno le autopsie alle vecchie su quei tavolacci di marmo freddo?
C'era una vecchia presbite accanto a me, dopo due minuti non c'era più.
Il cellulare le squillava e lei lo guardava come solo le vecchie lo guardano, allontanandolo un po' per riuscire a scorgere il nome di chi chiama, che sembra sempre che pensino che il cellulare sia un oggetto del demonio. E' terribile. Che cazzo ci fai, nonna, con un cellulare in mano? Non è roba per te.
A ognuno la sua epoca. A ognuno il suo.
Ai russi, il busto di Lenin a Cavriago. A te nonna, il mattarello per stendere i ravioli fantasticando su Giovanno Rana. A me, un accidenti. Accidenti.
Ragazzi che pena. Ciao.


Nel quartiere dove sono nata c'è un signore che era anziano già quando sono nata. Pure ora è anziano, ma non più anziano di allora: varcato il limes dei 60, si è sempre e solo vecchi, irrimediabilmente vecchi, vecchi senza scampo, e vallo a spiegare ai tuoi nipoti che anche se hai 60 anni in pectore sei ancora un giovanotto, per loro sarai sempre e solo un vecchio. Vabbè.

Questo signore del mio quartiere possedeva un frantoio, ma il suo sogno era un altro. Voleva fare il vigile, desiderio che non ha mai realizzato perchè, appunto, se sei pugliese, possiedi un frantoio di famiglia e vastissimi terreni coltivati ad ulivi che altro puoi fare se non produrre olio, cioè, è proprio un imperativo categorico - attività nobilissima, per carità - senonché lui voleva fare il vigile.
Insomma, questo poveraccio ha passato tutta la vita con la puzza della sansa d'oliva nelle narici, odiando ogni giorno le maledette olive che pure gli davano il pane, poi finalmente negli anni '80, ormai anziano, ha ceduto l'attività ai tre figli, che con tutte le loro belle lauree in management, marketing e pianificazione aziendale, hanno fatto fallire il frantoio.
Intanto a lui era stato diagnosticato un inizio di alzheimer, che nel giro di pochi anni lo ha portato alla completa inconsapevolezza di sé. Perso in questo stato di amnesia, il panciuto signore del mio quartiere ha perso ogni certezza, ogni ricordo: tutto il giorno sta solo, all'incrocio vicino casa mia, e dirige il traffico con ampi gesti delle braccia.
Anche quando in strada ci sono solo io, lui con un cenno mi dà il via libera come se ci trovassimo in un ingorgo all'ora di punta nel pieno centro di una metropoli. Fa un ottimo lavoro.
Certe volte vorrei che anche le mie ambizioni fossero così chiare.


A poco più di 100 Km da Miami, un gruppo di adoratori di Cristo andrà ad abitare in una città di recente costruzione che prenderà il nome di Ave Maria City. Tutta gente molto moderata: pare che nelle scuole non si farà menzione della teoria evoluzionista ma solo di quella (molto più fondata) creazionista, non saranno ammesse coppie gay e coppie di fatto e verrà insegnato uno stile di vita improntato alla morigeratezza.
Inutile dire che la città è già il mio nuovo incubo: al centro troneggia un enorme crocifisso di più di 20 metri accanto a una chiesa in stile italiano (ma quando mai) alta più di 30 metri.
Davanti alla chiesa hanno già piazzato una pira con sopra scritto "waiting for sunofyork to come".
Questo capolavoro di buon gusto che è Ave Maria City è stato fortemente voluto e finanziato da un miliardario di nome Tom Monaghan, un tale che da possedere una pizzeria, ne ha aperte 6000 in tutti gli USA (guarda caso, chiamò la catena Domino's Pizza), fondando l'impero della pizza e autoproclamandosi "Il PAPA della Pizza".
Voci mi dicono che persino Ratzinger, apprendendo di questa comunità di esaltati mentre scriveva la sua ultima enciclica "De turpitudine gayorum gentium et pulchritudine adulescentorum"* sottotitolata "Sparando a zero contro tutti ", abbia esclamato perplesso: "Minchia che fanatici"

P.S. sì, non c'entra con barbie e ken, ad ogni modo la loro saga ricomincerà presto. se non potete proprio accettare il fatto che questo post non sia collegato a loro, potete pensare che quella nel disegno sia la chiesa dove Barbie e Ken si sposeranno.

*"Della sconcezza del popolo dei gay e della bellezza degli adolescenti"




Sì, lo so, la notizia che i valvassini non sono mai esistiti vi ha sconvolti. In effetti ha sconvolto anche me, che ho sempre pensato fossero i più simpatici della famosa triade vassalli valvassori e valvassini, ma tant'è, lo dice pure wikipedia.
Sono cose belle e comunque di una certa utilità per la vita. Sfido chiunque a dire che non si fa una porca figura ad esordire in una conversazione davanti al bancone del bar dicendo a sproposito, sapete, i valvassini non sono mai esistiti.

Dunque, chiusa la parentesi di delirio, il fatto è che pensavo al feudalesimo in campo accademico.
Sul bel vertice aguzzo della nostra bella piramide piazziamoci seduto l'Individuo X, che forse qualcuno invidierà per svariati motivi, ma io sinceramente mi sento di compatire visto quant'è aguzzo quel vertice.
Ora si dà il caso che l'Individuo X rappresenti la cultura italiana dagli anni '60 in poi. Anzi più che rappresentarla, la incarna. Meglio ancora, lo è.
Sotto la sua egida, uno stuolo di intellettuali di varia taglia, professori universitari, ricercatori, umanisti naif, imbroglioni, truffatori, maghi, falsi predicatori, questuanti.
Persino Dio se spera di fare qualcosa in ambito accademico deve entrare nelle Sue grazie.
Bene, immaginiamo una situazione del tipo: Individuo X incontra nel suo studio Individuo Y - aka P.P., Pesce Piccolo - per discutere un argomento Z (è vero, questa cosa dell'argomento Z la potevo pure omettere ma faceva troppo figo e non ho resistito).
Segue lungo incontro in cui si lanciano alcune idee per un certo progetto (cioè, l'Individuo X lancia alcune idee, l'Individuo Y riporta una contrattura al collo per il vigore con cui annuisce tutto il tempo).
L'incontro sta per volgere al termine. L'Individuo X invita l'Individuo Y a seguirlo un attimo in biblioteca prima di accommiatarsi. Si avvia verso il portone dello studio, mano sulla maniglia si volta e dice:
"Ah bè, se vuole può portarmi la borsa", attendendo una risposta come "Certo, gliela porterò con la lingua mentre piroetto a testa in giù".
Fatto sta che il Pesce Piccolo, intontito dalle esalazioni di inchiostro che provengono dai codici medievali stipati nei cassetti dell'Individuo X, interpreta una chiara richiesta come un'offerta e risponde:
"No grazie, non si preoccupi. La porti pure lei".
L'Individuo X lo guarda in tralice, poi torna indietro e piglia la valigetta di cuoio.
Cacchio se si sta bene tra i servi della gleba.

14.3.07

Intercity 559 Bologna-Bari

Posted by SunOfYork |

carrozza 2
posti 25-30

Individuo n.1: manager rampante sui 35-40, accento milanese. Il suo ipertecnologico cellulare trilla e lui sobbalza. Poi scatta fuori e inizia a fare su e giù per il corridoio. Ridacchia nervosamente, parla sottovoce, no dai non è il caso di parlarne adesso, ehehe, sì sì che ti penso, ma no, non sono freddo, sono in treno –bisbiglia- non posso parlare, ti chiamo dopo eh, ciao ciao ciao.
E subito mi è tutto chiaro: a chiamarlo non è colei che gli ha infilato la fede al dito. A confermarmelo è il suo sorriso colpevole mentre si va a sedere al suo posto.
Non lo biasimo. Il colletto che spunta dalla giacca gessata mi dice che la giovane moglie non ha ancora imparato a stirargli le camicie. Ben le sta.

Individuo n. 2: anziano ex ferroviere con cappotto color cammello e cappello burberry.
Manco si siede e già ci informa del fatto che i suoi tre figli sono tutti laureati e che suo nipote di vent’anni, oltre a studiare al conservatorio, frequenta la facoltà di medicina presso la Cattolica di Roma. Inutile ogni tentativo di elencare titoli di studio, passioni artistiche o opere di bene compiute nel passato. La sua famiglia è “di più”.
Tre minuti di questa competizione spietata e inizio a schiumare dalla bocca in preda alle convulsioni.
Dovrei farmi visitare dal nipote, che, ovviamente, sarà anche un esperto esorcista.

Individui n. 3 e 4: giovane madre divorziata con figlio pestifero di circa 5 anni a carico. Nell’arco di un tragitto relativamente breve, il nano illetterato riesce ad appiccicarmi una big babol al portatile, macchiare di cioccolato la cravatta del manager, pestare i calli dell’anziano - che non manca di sottolineare che “suo nipote era un bambino tranquillo”, lanciando alla madre un’occhiata che vuol chiaramente significare “S-E-I U-N’-I-N-E-T-T-A”.
Mi duole ammetterlo ma in questo caso concordo col vegliardo.
Guardo questa madre distrutta tentare di rimproverare Attila senza riuscire a farsi ascoltare – una scrollata di spalle e poi demorde e dice “Leo io ti amo, tu sei il mio unico dio, ricordati che devi fare sempre e solo quello che vuoi TU nella vita”.
Sull’onda di questo alto monito di moralità, il mio pensiero vola a colei che si piglierà sto bell’imbusto quando, ormai trentenne, lascerà le mutande e i calzini sporchi in giro per la casa, perché lui deve fare solo ciò che gli va di fare, così ha detto la mamma.
Mi chiedo allora se questa donna potrà mai competere con una madre così ingombrante. Ad occhio e croce ne dubito. Alla fortunata tutta la mia comprensione.

Individuo n. 5: ebreo 80enne di nome Cyril, lunga barba bianca, anglofono. Uno di quelle facce che ti fanno desiderare di aver sempre dietro una macchina fotografica per immortalare le sue rughe.
Mi parla delle tradizioni, della lingua e delle festività ebraiche, di cosa significhi essere un ebreo al giorno d’oggi, di famiglie che si riuniscono attorno al tavolo per lo Shabbat e del valore che ha per lui la Torah, del suo rapporto con i goyim.
Io lo ascolto e tutt’un tratto mi ritrovo a chiedermi come sia possibile che le parole di uno sconosciuto signore incontrato in un treno stiano facendo vacillare il mio ostinato ateismo.

Subscribe