Yes, darling. Life sucks

Momenti di disperato ottimismo

Ma voi ce l'avete l'LSD (Lo Spasimante Devoto)?
Non per fare la splendida (no, no, signora mia, per carità, lungi da me), però io ho ne ho uno molto valido da poco meno di un anno. Un anno in cui mi sono capitati sulla noce del capocollo un discreto numero di cambiamenti che hanno richiesto una discreta quantità di rospi ingoiati e un altrettanto discreto lasso di tempo trascorso ad ascoltare canzoni tristi languidamente stravaccata sul divano. E lui era sempre lì sul ring con me, a farmi da sparring partner (o da Uomo-Schermo, come lo definii mesi fa), discreto ma presente, pronto a fornirmi il giusto apporto di carezze all'ego mentre io gli restituivo i colpi che prendevo dall'esterno, ignorando i suoi messaggi, le telefonate, le email, le chiacchierate e quello sguardo, che è davvero una veranda sul suo mondo.
Ecco, lo conobbi che ancora avevo una relazione stabile, vidi subito che si era preso una sbandata, anzi, me lo palesò proprio verbalmente. Poco dopo la relazione stabile finì, e lui lo venne a sapere da terzi (infami). Quando ci rivedemmo le cose andarono più o meno così:
LSD (speranzoso): ho saputo che sei tornata single...
Soy: sì, ma guarda, ch..
LSD (sturm-und-drang mode on): no, Sun, fammi parlare, ti prego, non l'ho mai fatto nella mia vita ma con te sento che devo aprirmi. Io mai nella vita avrei immaginato di incontrare una persona così, con cui trovarmi subito a mio agio, capace di farmi ridere e comprendermi, una persona con cui sento di poter condividere tutto, ma proprio tutto, e che non mi fa temere di guardare avanti nel futuro, una persona che addirittura avrebbe interrotto una storia importante solo per darmi una chance e stare con m...
Soy: e infatti avresti fatto bene a non immaginarti una cosa del genere.
LSD: nooo ma che hai capito?? io mica intendevo...
(segue stridore di artigli sugli specchi e tonfo sonoro)

Bene, non ci sarà alcun finale in cui io e l'LSD ci baciamo su un ring mentre sotto scorrono le note di Sparring Partner di Paolo Conte.
E a questo punto mi odierete tutti, uomini e donne (gli uomini li capisco, le donne no, tanto nessuna lo avrebbe mai preso seriamente in considerazione).
Ma non importa l'odio, il post lo scrivo lo stesso, perché, amiche mie, vi voglio bene e voglio propormi come exemplum in negativo.
Quanti sono pronti a scommettere che l'LSD presto avrà una ragazza meravigliosa, e io un'ulcera perforata?

Tu, miserabile amica materna che mi hai regalato quell'orrida borsa nera e lucida di finta pelle effetto coccodrillo, piena di borchie e ganci e cerniere e taschine manco io fossi una tamarrissima sciampista fidanzata con un appassionato di Harley Davidson.
Tu, donna scriteriata, che hai sentito la necessità di riciclare un regalo che ti avevano fatto negli anni ottanta e propinarlo trent'anni dopo a me, che in quella sorta di medioevo ellenico della moda, che ha visto belle donne ridicolizzarsi con capigliature improponibili, fouseaux fluo, spalline grandi come quelle di giocatori di rugby e accessori osceni, sgambettavo allegra nel girello sputacchiando omogeneizzati a destra e a manca.
Tu, che sei stata il mio spauracchio personale già in quegli anni, quando mia madre ti chiamava perché sapevi fare le punture di penicillina e io correvo come una pazza per casa per non farmi acchiappare perché in realtà lo sapevamo tutti che avevi la delicatezza di un panzer quando facevi le iniezioni, non credi di avermi già inflitto un sufficiente dolore fisico? Perché senti anche il bisogno di straziarmi il cuore con questo regalo di dubbio gusto?
Tu, che appunto mi conosci da sempre, e che quindi sai che me ne frego delle marche, che nell'abbigliamento per me vige sempre e solo il "less is more" e che raramente uso borse che non siano capienti tracolle in cuoio, come t'è saltato in mente di rifilarmi quell'accozzaglia kitsch che, per quanto firmata, faccio fatica anche solo a definire borsa?
Tu, che comunque sei donna e sai quanto per le tue simili possa contare quel meraviglioso accessorio quando hanno bisogno di una copertina di linus e quanto sia spaesante andare in giro con una borsa che non si sente propria; tu che presumibilmente sai che le borse - e gli uomini- minuti ti fanno sembrare più grassa di quello che già sei, facendoti sobbalzare ogni volta che passi davanti a una vetrina, mi spieghi il perché di quella sottospecie di pochette in cui non posso infilare nemmeno un libro smilzo come le Lezioni americane, non parliamo di Guerra e Pace?
Tu, donna di scarsa lungimiranza, sei consapevole del fatto che riciclando quel regalo hai innescato una spirale karmica per cui tra 30 anni mia figlia riceverà da una sua lontana parente /amica di famiglia quello stesso obbrobrio e scriverà un post forse anche più deluso e snob del mio?
Non ti bastava traviare me, pure mia figlia?

P.S. le foto sono puramente esemplificative. Ho semplicemente preso quanto di più brutto fossi in grado di trovare in rete e appiccicato qui sul blog perché sono con Aristotele (proprio linea diretta Aristotele-Sunofyork) nel sostenere la funzione catartica della scrittura, per cui spero che qualcuno veda quegli orrori e non faccia l'errore di comprare borse di quel tipo, una specie di "Cura-Ludovico", terapia dell'aversione di burgessiana (e kubrickiana memoria) solo molto molto più efficace, trattandosi di un pubblico femminile...

Cioè, cari, so solo io quanto odio iniziare una frase con cioè, e anche inframezzarla con un cioè, e terminarla pure, però il fatto è che mi sono emozionata e vi dovevo dire il perché di tanta emozione. Sul serio, sento di doverlo, soprattutto alle altre bloggers come me. A tutte quelle che mi leggono e che io leggo sempre con affetto, e che ogni tanto si lasciano scoraggiare da anni e anni di frequentazioni con maschi vili, sbagliati, piccoli come una lenticchia, egoisti come bambini dell'asilo, introflessi, incapaci di mettersi da parte e di sorprenderti, e che alla fine riescono a convincerti che quello giusto non arriverà mai.
E invece no. Io oggi sono qua per dirvi che gli uomini capaci di lasciarvi a bocca aperta ci sono.
E sono quelli che si sentono per una settimana i vostri rimbrotti telefonici perché siete stanche di una storia a distanza, perché vorreste che venisse a trovarvi più spesso fregandosene del fatto di avere un lavoro e una vita altrove, sono quelli che non si arrabbiano se cercate di farli sentire in colpa per qualsiasi cosa e che sanno pacificare i vostri dubbi. Che non vi prendono per pazze se una mattina spostate tutti i mobili. Sono quelli che la sera prendono l'alta velocità, si fanno 5 ore di treno, arrivano in stazione, prendono un autobus, arrivano in via Broccaindosso, citofonano imitando la voce del pizzaiolo pakistano a domicilio che fino a poco tempo fa era il vostro migliore amico (ora non più, visto che la dieta scarsale demonizza i carboidrati) finché tu non capisci che non è il pizzaiolo ma lui e ti scapicolli giù per le ripide scale di casa, lo vedi lì impalato con un fascio di rose in mano, e lo abbracci fortissimo ammaccando un po' i petali, e piangi anche mentre lui ti dice che sei bellissima e che si vede che la dieta sta funzionando, anche se in realtà per lui non ne avresti affatto bisogno.
Amiche mie, io oggi sono qui per dirvi che uomini così ci sono.
O almeno, uno c'è e io ne sono testimone autoptica.
E' fidanzato della mia coinquilina*, e in questo momento stanno limonando sul divano davanti a me.

Sarà un caso, ma stasera provo una strana simpatia per Amanda Knox.

*per le più scettiche di voi, no, non stanno insieme da un mese.

Qualcuno di voi avrà letto del mio amore totalizzante per Filippo Timi in questo post di qualche tempo fa dedicato a lui e al suo romanzo, quindi saprete che a seguito di quel post gli scrissi una mail in cui gli dicevo più o meno così "ho scritto di te sul mio blog, ma in realtà del libro me ne frego, era solo il pretesto per infilare una proposta di matrimonio. Non c'è bisogno che tu faccia niente, penso a tutto io (d'altra parte sono abituata all'inettitudine di voi uomini)", mail alla quale _stranamente_ non ho mai ricevuto risposta. Ebbene, tesori miei, domani Filippo Timi verrà a Bologna per conoscermi dopo un incontro in una splendida libreria del centro. Quindi, ragazzi cari, avanti con i consigli.
1. abbigliamento/accessori/trucco/parrucco. Suggeritemi qualcosa che sia sobrio, casual ma sexy, giusto ma non ammiccante, semplice ma non bacchettone, classico senza tempo ma non vecchio, e che gridi al mondo (la menzogna) che sono figa e intellettuale q.b. ma che la mia sensualità scaturisce da anima e cervello e non da ore e ore davanti allo specchio. Se questo vuol dire indossare un boa di struzzo iridescente, lo accetto.
2. Tavor. Qui la scelta è semplice: Sì o no.
3. proposta di lavoro allettantissima: come faccio a fargli passare il concetto che sto per aprire una casa editrice e che vorrei pubblicare qualcosa di suo, e che lui dovrebbe lasciar perdere le case editrici grandi e facoltose per pubblicare con me, che gli darei 50 euro di anticipo sui diritti?
4. atteggiamento:
- la butto in casciara come il mio istinto malato mi porterebbe a fare - il che vuol dire che al momento delle domande, mi alzo, mi impossesso con la forza del microfono, e gli dico che gli avevo scritto ma dato che non mi ha risposto, ho interpretato il suo silenzio come un assenso e che le pubblicazioni sono affisse in municipio, poi mi alzo e gli porgo un anello dei puffi trovato nell'uovo kinder?
- faccio la gatta morta - vale a dire, aspetto che finisca l'incontro, stampo il vecchio post, ci faccio una barchetta, vado lì con l'aria innocente di Bambi e le ciglia che fanno flap flap, nel frattempo nel risvolto interno della barchetta, con la perizia di un tipografo esperto di origami ci scrivo il mio numero di telefono e indirizzo di posta elettronica con un font grassetto corpo 40mila color fuxia catarifrangente, poi mi avvicino, gli faccio i miei complimenti, e gli regalo la barchetta dicendo che è una recensione del suo libro (pff).

Ogni suggerimento sarà ben accetto.

E così il Nobel per la letteratura è andato a Herta Muller, scrittrice tedesca di origini romene, che ha sbaragliato la concorrenza di grandi nomi come (l'immancabile) Amos Oz, Vargas Llosa e Philip Roth. L'avevo conosciuta un annetto fa grazie al suo romanzo, Il paese delle prugne verdi, storia di quattro giovani intellettuali dissidenti nella Romania di Ceausescu, edito da Keller -un piccolo e attento editore trentino che pubblica pochi titoli all'anno, ma quelli che pubblica, sono veramente belli e curati in ogni aspetto- e che mi aveva colpito per la sua poesia straziante dentro un clima di oppressione e miseria collettiva.
Lo dico per vari motivi, innanzitutto perché aprire una piccola casa editrice è anche il mio sogno (e vuoi vedere che il 2010 non lo veda realizzarsi, eh, cara la mia socia?), e avere in catalogo un vincitore del Nobel i cui diritti ho pagato due lire è più di un semplice sogno, diciamo che per me è l'equivalente di un sogno erotico che vede me protagonista assoluta insieme a due adoranti e incredibilmente lascivi Javier Bardem e Filippo Timi. In secondo luogo perché così ho l'occasione di raccontarvi un problema simpaticissimo che mi affligge da un po' di tempo. Bene, che in Italia ci siano più scrittori che lettori ormai è un luogo comune più o meno comparabile con perle quali non ci sono più le mezze stagioni e si stava meglio quando si stava peggio. Il che però significa che, per essere diventati luoghi comuni, un fondo di verità ce l'avranno anche loro, no? Direi proprio di sì, visto la quantità di gente che ricorre ad editori a pagamento che chiedono cifre assurde e non si preoccupano nè di promuovere nè di distribuire il libro e a siti di self publishing (uno piuttosto noto reca come sottotitolo l'inquietante "Se l'hai scritto, va stampato". Ma anche no! direi io) pur di ottenere un briciolo di quel lustro che dovrebbe conferire l'aver scritto qualcosa. Ecco, io non so voi, ma per me le parole hanno sempre avuto un peso enorme sin da quando scrivevo i temi delle elementari, un peso che si fa tanto più titanico quanto più leggo libri come quello di Herta Muller, o di altri grandi scrittori. Il confronto con loro mi dà la giusta percezione di cosa meriti di essere pubblicato e letto e cosa no: ed è per questo che io, come molti altri di voi, ho un blog che mi basta e avanza, e nessuna velleità da scrittore "vero". E invece non per tutti è così.
Il bello, quando lavori nell'editoria, è che tutti quelli che sanno di che ti occupi (quindi sanno anche che conti meno di zero ma fanno finta di non saperlo) tentano di rifilarti le loro cose (per un parere, una revisione, un'idea, una spintarella verso la pubblicazione), perché tutti hanno scritto qualcosa nella loro vita e tutti sono fermamente intenzionati a ottenere i loro cinque minuti di gloria. Con le dovute eccezioni positive, per la maggioranza, ciò che passa per le mie mani sono opere di zie che nel '68 componevano poesie lisergiche, amici wannabe scrittori, amanti del fantasy -perdonatemi, ma per me il fantasy è una piaga sociale-, conoscenti con l'estro letterario di una cozza nuda, parenti che scrivono memoriali sui loro imbarazzanti trascorsi sessuali, l'apologia del cane buonanima del dirimpettaio, il postino che mi lascia nella cassetta della posta un manoscritto fantasiosamente intitolato "Il postino suona sempre tre volte" (infatti, già dopo la prima hai scassato la minchia) e per finire Lui, il mio medico curante bolognese.
Ecco, il mio medico è un quarantenne single che ha l'ambulatorio tre portoni più avanti del mio e l'aspetto dimesso e vagamente kafkiano (solo l'aspetto, purtroppo).
L'altro giorno ci sono andata per farmi fare l'impegnativa per un'escissione dei nei -tre o quattro, li togliamo in comitiva, visto che fortuna vuole che sia particolarmente predisposta a questo flagello di dio- e insomma, una chiacchiera tira l'altra, ma di dove sei di dove non sei, ma quanti anni hai, ma cosa fai cosa non fai.
Sun: "Lavoro nell'editoria, principalmente traduco"
Dottore: "Ma davvero, e vuoi fare questo per tutta la vita?"
Sun: "Sì, ma vorrei aprirmi una casa editrice mia"
Dottore: "Ma che bello! Che coincidenza! Chiamami pure Marco!"
Sun, in preda a smottamento inguinale: "Perché coincidenza, dott. Marco?"
Doc, tirando fuori da un cassetto un enorme plico polveroso di fogli ingialliti con su una scrittura minutissima e fitta fitta: "Ho giusto qui una prosa poetica dedicata alla mia defunta madre, lo troverai di lettura un po' ostica, ma confido nella raffinatezza dei tuoi gusti e nella tua benevolenza".
E io che dovevo fare? Gli ho detto che ero già sommersa di fogli per casa ma quello mi ha chiesto la mail, dicendomi che doveva avere anche un pdf, e io non ho potuto non dargliela.
In tutto ciò, preso com'era a parlarmi della sua opera straordinaria, ha sbagliato a compilare l'impegnativa.
E vabbè, mi consolerò pensando che magari potrebbe essere un futuro Nobel della letteratura e trovarsi nel mio catalogo.
Avanti, coraggio, quanti di voi hanno un manoscritto nel cassetto e pensano di potermi far diventare un ricco editore?

Erano gli anni in cui io e l'amico K. si faceva tardi a parlare nelle notti stellate, ci si rifugiava in birrerie altoatesine e si duettava pianoforte-chitarra sulle note di Blank Page e For Martha. Erano gli anni in cui l'amico K. si buttava a capofitto nel cantautorato e mi dedicava straordinarie canzoni, una delle quali recava lo splendido titolo di "L'impossibilità della felicità" e sono certa un giorno diventerà una hit. Il testo, degno del miglior Brassens, è scolpito nella mia memoria e recitava più o meno così: è per l'uomo amato/il giorno troppo breve/amare dà felicità (acuto)/ è per l'uomo triste/il giorno troppo lungo/ soffrire dà infelicità (altro acuto), e così via, e vabbè, l'ultimo emistichio a livello logico non fa una grinza, soffrire procura davvero infelicità (ma va?), sul fatto che amare dia felicità, invece, avrei i miei dubbi ma all'epoca si era young and foolish (and now we're full of tears) e quindi un po' di ingenuità ci poteva stare.
Erano gli anni in cui io e K. saltavamo su gelidi espressi per raggiungere un'innevata Genova e trascorrere il capodanno in barca con amici. Erano anche gli anni in cui all'amico K. potevano venire in mente brillanti idee del tipo "dai, visto che siamo pugliesi e ci stanno ospitando così carinamente, perché non prepariamo i panzerotti* per tutti? Prometto che faccio tutto io, tu mi aiuti soltanto a stendere la massa".
Ora, come già ho detto secoli fa, l'uomo in cucina o fa un gran casino utilizzando il triplo delle stoviglie necessarie alla preparazione del piatto, oppure si limita a dare direttive alla povera crista di turno e a prendersi tutto il merito. Bene, K. appartiene alla seconda specie, quella degli "uomini di concetto". E infatti in quell'occasione, il massimo dell'aiuto (pratico, perché invece l'apporto teorico da ingegnere informatico fu rilevante nel determinare il tasso di crescita esponenziale della mia rabbia) che ottenni da K., fu quello di vederlo sollevarmi le maniche della camicetta che, nell'impastare chili e chili di farina, si stavano inzaccherando, mentre il genio discettava coi suoi amici dello spessore ottimale della massa e del grado di umidità del ripieno. E vi dirò di più, non mi fu nemmeno di grande aiuto nella frittura, tant'è, che distrattami un attimo per rivolgergli uno sguardo carico d'odio, calai il dito indice nell'olio bollente. Solo quando, con gli occhi pieni di lacrime, gli chiesi di continuare lui a friggere, con la sua atavica lentezza, indossò il grembiule e mi lasciò andare in bagno, dove scoppiai in un pianto convulso con tanto di urla, strepiti e battiti di piedi modello bambina di cinque anni arrabbiata perché si è fatta male in modo stupido, dopodiché uscii col dito indice ormai privo di impronte digitali, mi diressi in camera e lì mi accasciai sul letto svenuta, il tutto mentre K. dava vita alla famosa leggenda "sul giorno in cui impastò da solo due chili (un decimo del suo stesso peso, in pratica) di massa e preparò panzerotti per 10 persone mentre Sun dormiva beatamente in camera".

(per i non pugliesi, il panzerotto sarebbe un calzone, massa richiusa a forma di mezza luna con dentro mozzarella e pomodoro e fritta in olio bollente, comunque potete sempre passare da via broccaindosso, seguire la scia e venirli ad assaggiare da me, soprattutto se siete trentenni ricchi di fascino).

Sabato 12 settembre, via Broccaindosso -da me soprannominata via Sbroccaindosso per la quantità di pazzi che vi abita o anche "la via in cui qualcuno molto arrabbiato potrebbe romperti una brocca indosso" secondo un fine umorista- è chiusa al traffico dalle 9 alle 21 per la festa autogestita, grande momento di socialità del quartiere. Bancarelle di antiquariato, musicisti di strada, rumorose tavolate con gente che pasteggia sotto il portico e venditori di pessimo lambrusco e sangria chimica a un euro al bicchiere. Visi conosciuti a cui finalmente viene dato un nome.

h.9.00: vengo svegliata da una banda di cornamuse. Apro gli scuri, fuori c'è il sole, suonano Auld Lang Syne. E' assolutamente fuori tempo e fuori luogo, non siamo a capodanno nè in Harry ti presento Sally, ma mi commuovo un po' ripensando alle vecchie conoscenze perdute. Un ricordo a DFW, volato via troppo presto, ormai un anno fa. Poi le telefonate in rapida sequenza di tre vecchie conoscenze che perdute non lo saranno mai, e che, seppure fisicamente lontane, sono incredibilmente prossime in tutto il resto, più quella di una nuova, bellissima presenza, mi strappano alla malinconia del sabato bolognese.

h.11: la strada si anima. Il restauratore vende i suoi mobili in strada, spuntano bancarelle di libri dalle pagine ingiallite e l'odore inconfondibile di mani altrui, tessuti a metraggio, collanine di corallo, vasi in porcellana. I bambini approfittano della chiusura al traffico per giocare a pallone nel vicolo e allestire bancarelle di giocattoli usati. Atmosfera di strada, di paesone, di festa del popolo, di ricordi di un tempo in cui anch'io allestivo bancarelle in strada, rubando gerani&perle di mia madre e rivendendole a mille lire (sia i gerani che le perle) al matto del paese per comprarmi un Super Santos. Troppi ricordi, troppa poesia buttata alle spalle. Trattengo le lacrime solo perché non voglio passar per una femminuccia.

h.14: ripasso sotto casa con un'anima bella, ci viene offerto da mangiare e da bere dagli abitanti della strada che intanto son scesi con i loro tavoli, il vino e i cibi cucinati con le loro mani. Due crostini, due chiacchiere con la parrucchiera Anita, una spulciata ai libri vecchi, bello, affascinante, magico, ma anche un po' caotico, decidiamo di salire a fare quattro chiacchiere in tranquillità.

h.16: soggiorno di casa con finestre aperte. Vorremmo parlare, il gruppo di salentini scatenati sotto casa non è d'accordo. E' il momento della pizzica in strada. Decidiamo di cambiar zona. Carina questa festa di via Broccaindosso, fa molto De Andrè, molto Via del Campo, dice l'anima bella.

h.19: rientrando a casa da sola, un mucchio di gente entra al civico 20, dove per anni ha abitato Giosuè Carducci e ha scritto Pianto Antico per il figlioletto Dante. Mi accodo e mi si para davanti agli occhi uno degli interni più belli di Bologna: un cortile rialzato con siepi a delimitare una sorta di labirinto, e il melograno, proprio lui, l'albero a cui tendevi la pargoletta mano/il verde melograno/da' bei vermigli fior. Un reading di poeti bolognesi. Bello, bellissimo, ma c'è qualcosa di strano nel modo in cui leggono, con la bocca impastata e l'alito impestato del lambrusco bevuto in strada. E le poesie, diciamocelo, fanno un po' pena. Vado via.

h.19.30: fuori il delirio. Un gruppetto con clavicembalo, viola, violini e fisarmonica dà spettacolo su musiche tzigane. Due minuti di estasi dionisiaca dopodiché mi snervo, la gente mi viene a sbattere contro, voglio rientrare a casa. Davanti al porta si è piazzato un gruppo di freakkettoni con chitarra che cantano le loro lagne sessantottine. Biascico un "e fatemi passare, buoni a nulla" e sbatto il portone.

h.20.30: degli stronzi punkabbestia hanno allestito una vera e propria console da dj sotto le finestre della mia stanza da letto con tanto di casse più alte di me. Ormai tutta la strada è ubriaca e non oppone resistenza, e loro sparano musica a palla. Su Kalashnikov di Bregovic ho un momento di entusiasmo anch'io, ma poi sono stanca, mi stendo sul letto e il rumore mi sta uccidendo. La provvidenziale Serena mi trascina a cena in un posto poco distante ma decisamente silenzioso. Mi convinco che al mio rientro sarà tutto finito.

h.22.30: rientro a casa, illusioni infrante. Dalle musiche balcaniche si è passati alla samba. Gruppi di invasati ancheggianti bloccano le macchine, ormai autorizzate a passare, con degli stronzi trenini che mi auguro deraglino al più presto.

h.23.: sirtaki. La vecchia battona del civico accanto ballando si alza la gonna e non ha le mutande. Non aggiungo altro.

h.23.50: Techno. Sento il parquet che mi vibra sotto i piedi a ogni basso di Around the world e penso che le fondamenta del mio palazzo sono seicentesche e non resisteranno a tutti quegli unz unz. Provo a chiamare mia madre per dirle addio ma dice che non mi sente perché il rumore in sottofondo è troppo forte. Certo che è un bel contrappasso per una che non è mai voluta andare in discoteca, trovarsela praticamente in casa. Odio il mondo intero.

h.0.30 i dannati festaioli danno prova di non conoscere o non essere interessati a il teorema di Brigitte Bardot (quando in una festa si arriva a canzoni tipo Brigitte Bardot Bardot, AEIOU Ipsilon, Ymca, it's fun to stay at the ymca o Brazil lallalalalalalala, è ora di chiudere i battenti perché si sta davvero degenerando).

Si accettano scommesse su cosa farò se non la smettono entro mezz'ora.
Scendo con una spranga di acciaio? Pentolone d'olio bollente dalla finestra in stile medievale? Fucile a pallettoni? Sassaiola? Kalashnikov (non quello di Bregovic?). O peggio. Mi unisco anche io al nemico?

Come già ho accennato in altri post senza però spiegarne il motivo, tra febbraio e marzo dello scorso anno si è consumato uno dei momenti più drammatici della mia esistenza: ho chiuso i rapporti con Mario. Mario, il mio punto di riferimento, la mia colonna portante, il contrafforte marmoreo per ogni mia insicurezza, consigliere fidato e mano amica. Il mio stilosissimo (direbbe lui, causandomi un conato) parrucchiere in centro a Bologna.
Antefatto. Da Mario ero approdata dopo una serie di sciagure: la parrucchiera cinese che mi tagliava i capelli posizionandomi una scodella in testa e seguendone il bordo per non sbagliare, l'ossessivo-compulsivo che partiva con una spuntatina e mi trasformava in Nikita (ma perché non capiscono mai quando gli chiedi di tagliarti solo le doppie punte? possibile che nelle scuole per parrucchieri non insegnino a spuntare i capelli di un centrimetro ma minimo di mezzo metro?), Anita, la prorompente sessantenne che ha nella mia via un salone anni Cinquanta, con enormi caschi e carta da parati avorio, che tu ci metti piede e ti sembra di essere entrato in un romanzo di Richard Yates, la quale mi metteva enormi bigodini e cotonava i capelli come una sciura milanese.
Poi è arrivato Lui. Salone in pieno centro, due piani con ogni strumento di tortura possibile e immaginabile, sala d'attesa con poltrone soffici come nuvole e copie intonse di Vogue (qualcuno ha qualcosa da dire su Vogue?), una decina di schermi lcd sparsi in ogni ambiente con scene di sfilate e interviste a hairstylist famose, musica soffusa, atmosfera lounge, assistenti che ti massaggiano il cuoio capelluto con olii profumati.
E poi Lui. Lui, delizioso, nel suo total black Armani, che ti viene incontro sfarfalleggiando e urlandoti "caraaah ma sei un disastro, ma guarda che occhiaie, vieni qui che ora la mamma si prende cura di te!" con una voce così acuta che solo i pipistrelli riuscivano a captare le sue frequenze. Lui e il suo "come ti senti oggi, più Anna (Wintour, ndr) o Ilary (Blasi, ndr)?" (nel gergo degli hairstylist: con o senza frangia?). Lui e il suo "tutti stronzi questi maschi". Sempre Lui, più che un parrucchiere, che trasformando con una piroetta e una sforbiciata il capello lungo e bohemienne in un carrè sfilato e iperglossy (sento i maschi rabbrividire), mi ha lasciato intravedere il miraggio di una possibile risoluzione del rapporto più complesso che una donna si trova ad affrontare nella propria vita, quello con i propri capelli, lisci come spaghetti, ricci, di qualsiasi colore o lunghezza, sempre motivo di infinite nevrosi.
Cioè, voi pensate solo alla sottoscritta: capello tendenzialmente liscio senza particolari problemi, capace di tenere la piega, di un biondo scuro che tende a spostarsi sul color miele d'estate - e infatti domani ho intenzione di scurirli per sancire la fine della stagione. Il tipico capello senza infamia e senza lode, insomma. Eppure. In 15 anni avrò cambiato infiniti colori (varie sfumature di rosso, castano scuro, biondo chiarissimo, passando anche per look punk con ciocche blu e fuxia durante la fase della ribellione adolescenziale) e altrettanto infiniti tagli e acconciature, visto n-mila parrucchieri, comprato prodotti per capelli per una cifra impronunciabile e vergognosa, provato a arricciarli in tutti i modi conosciuti, a renderli ancora più lisci usando acidi, qualsiasi cosa pur di non metterli in piega, uscire nelle brume padane, e , dopo un secondo, vedermeli dritti in testa stile ultimo dei mohicani. Ma ancora non ero soddisfatta.

E qui ritorniamo a lui, Mario, che per tanto tempo mi ha soddisfatta e ha colto la mia esigenza di rinnovamento, per poi deludermi proprio il giorno in cui avevo un appuntamento con un tizio che mi piaceva parecchio. Appuntamento a cui l'adorabile Mario mi ha fatto arrivare come una Raffaella Carrà dei poveri, con tanto di caschetto bombato anni Ottanta.

Ragazze mie, so che potete capirmi. Cosa avrei dovuto fare, accogliere il fortunato con un turbante in testa o aprirgli la porta ballando il tuca tuca, distogliendo l'attenzione dall'obbrobrio n.1 (la scarcella che recavo in testa) per spostargliela sull'obbrobrio n.2 (me che ballo)?
E voi, omìni cari, complimentatevi spesso con le vostre donne per le loro acconciature, anche se non vi importa, anche se non ci credete, fate una buona azione.
E non obbligatele mai a indossare un casco per venire in moto. Mai.

31.8.09

mamma inside

Pubblicato da SunOfYork |

Care amiche e amici, come fate voi a capire se una persona vi piace davvero? Scrivete su un pezzo di carta il vostro nome vicino al suo cognome e vedete se l'accoppiata suona bene? Cercate di capire a che livello di trituramento degli attributi può arrivare la vostra donna o siete di quelli più estemporanei, che affidano una scelta così importante alle farfalle nello stomaco?
Ebbene, io ho un metodo infallibile: penso ai figli.
Vale a dire, per capire se con quella persona ci può essere qualcosa di serio, devo:
1. riuscire a visualizzare l'immagine di me, lui, e la nostra famiglia -non meno di due pargoli- senza avere conati di vomito (questo dovrebbe rassicurarmi sul fatto che, almeno nel momento in cui formulo il pensiero, io reputi quella persona degna di trascorrerci l'esistenza);
2. riuscire a visualizzare i miei figli e trovarli di una bellezza disarmante (essendo figli miei) e di una intelligenza acuta (questo grazie all'apporto di lui), perché bisogna sempre migliorare la specie.

Solo superati questi test, per me ha senso continuare la relazione, altrimenti è una perdita di tempo. Ora, non è che io viva una storia solo in prospettiva di quello, nè per me l'uomo è un mero mezzo per riprodurmi sennò ne sceglierei uno a caso (non che sia facile, comunque) e la finirei lì: per quanto vi ami tutti, omìni miei, e vi trovi tutti stupendi, ci vuole quello giusto nel momento giusto, e se mai ci sarà, è bene che sappia da subito che, anche se di sfondo, il pensiero dei figli c'è stato, c'è e ci sarà, e si sostanzia non solo della condizione di mamma inside, ma del fatto che uno dei rapporti più appaganti che io abbia avuto in questi ultimi cinque anni, è quello con una folle cinquenne che porta il mio stesso nome e a cui oggi ho cercato di insegnare qualche frasetta in inglese col solo risultato, peraltro esilarante, di vederla trasformarsi sotto i miei occhi in una specie di Bruce Lee ("I want more" è diventato "I wanton" pron.aiuontòn, "How are you" - auaiù - con tanto di gesto da esperta karateka , dopodiché, ormai confusa anche sulla sua lingua madre, ha iniziato a chiamare il gatto "catto" e a piroettare su se stessa urlando "chan chan" anziché "ciao ciao").

Bene, passato il momento di tenerezza per Sunofyork jr (che pure, insieme al fratello maggiore di cui già parlai tempo fa, hanno dato un senso nuovo alla vita di questa famiglia), posso fare il mio pronunciaménto.

io, Sunofyork sr, nel pieno delle mie facoltà mentali (quelle che restano), in quanto madre in pectore, mi impegno solennemente a non: credere di meritarmi il nobel solo per aver partorito, non ritenere mio figlio/mia figlia di una intelligenza strabiliante rispetto agli altri bambini solo perché sa opporre il pollice all'indice, non rincoglionire la prole con cazzate tipo i teletubbies, non rincoglionirmi io stessa con cazzate tipo i teletubbies, non finire tutti gli omogeneizzati del pupo e i suoi biscotti plasmon, limitare al giusto le paroline puccipucci baubau, non farmi prendere dalla smania di coordinare gli abiti miei, del pargolo e del padre del pargolo, non confondergli le idee cercando di insegnargli la lingua inglese troppo presto, non viziarlo, non rivestire la casa di gommapiuma presa dall'ansia per gli spigoli vivi, non dimenticarmi di fare la ceretta solo perché ormai ho ottenuto quello che volevo, non accoppare la fidanzata/il fidanzato quando, quindicenne, la/lo porterà a casa.
Mi impegno invece a: raccontare storie finché non si addormenta, avere pazienza e abnegazione, dargli un senso della famiglia, ripararlo dai pericoli senza soffocarlo, portarlo a Rovaniemi alla città di Babbo Natale, fargli credere all'incanto delle fiabe più a lungo possibile.

No, in caso ve lo chiediate, non sono incinta e sì, mi rendo conto che con questo post erotico quanto una testata nei sacri gingilli, mi sto alienando ogni chance di trovare un uomo e di conseguenza avere dei figli, però quest'è, male che vada mi trasferisco in Spagna.

Bene bene, bambini miei, vi avviso che la mamma da lunedì prossimo sarà nervosetta, in quanto si inaugura un periodo di dieta che terminerà non prima del 24 dicembre 2009, quando, in occasione delle feste natalizie, mammina vostra vanificherà quattro mesi di sforzi si concederà una piccola tregua a base di pandoro e cotechino (insieme, inzuppati nel lardo di colonnata e spalmati di nutella), per poi ricominciare con il regime ipocalorico dal 6 gennaio 2010. Ora, tesorini adorati, direte voi: ma sei pazza? l'estate è appena finita, non potevi pensarci prima? Ebbene diletti pargoli, siete così ingenuotti che dubito possiate essere figli miei - ecco cosa risponderei io alla vostra tenera obiezione: non è che io sia in ritardo con la dieta, anzi, sono in anticipo. La dieta che comincerò lunedì è intesa per la prova bikini dell'estate 2o1o, ché siamo previdenti qui, ed è frutto di un complicatissimo calcolo

-5 Kg fino a dicembre, +3 Kg durante le vacanze di natale, +2 Kg nel post epifania grazie alle tremila calze della Befana regalatemi da mia nonna sosia-di-Gianni-Morandi che durano fino a metà febbraio, -3 Kg tra tonsillite marzolina, asma allergica e stress post traumatico dovuto alla lunga permanenza in famiglia, +3 Kg, dovuti all'ottimistico vabè tanto ho perso tre chili, non manderò mica tutto in vacca solo per un altro spritz!

che, come potrete facilmente constatare, mi porterà a giugno prossimo, con mio sommo disappunto, ad essere esattamente indentica ad ora solo molto molto più esaurita di così, ma almeno mi eviterà di mettere su peso. E quindi. La dieta che seguirò si basa su un moderatissimo decalogo:

1. i carboidrati e la frittura sono il Male;
2. carne, pesce e verdure sono il Bene assoluto e fanno sentire subito più leggeri te e il tuo portafogli;
3. bere due litri d'acqua (ricordarsi: acqua, non vodka liscia) al giorno è indispensabile;
4. la dieta è dolore, diffidare da chi promette soluzioni miracolose e immediate;
5. non dimenticare l'attività fisica. Spostare il cartone della pizza dalle ginocchia, alzarsi dal divano e andare a prendersi una birra in frigo non è uno sport (sennò sarei campionessa olimpica), così come andare a correre non significa andare ai Giardini Margherita, seguire per 100 metri il figo di turno che si allena, poi stravaccarsi su una panchina in preda a un enfisema e fumarsi due Camel di seguito con l'amichetta;
6. quelli che dicono che bisogna mangiare poco di tutto vanno abbattuti a suon di carote crude in testa perché non sanno cosa vuol dire avere un metabolismo letargico insieme a quelli (amico K. parlo con te) che si disperano perché non riescono ad ingrassare;
7. anche se su Cosmopolitan dicono che col sesso si bruciano un bel po' di calorie, e anche se hai un uomo particolarmente resistente, non c'è notte di passione che tenga se ceni ogni sera a base di salama da sugo e gnocco fritto. E poi, se c'hai uno straccio d'uomo, ed è pure resistente, ma che te frega di metterti a dieta, ormai l'allocco l'hai impalmato;
8. usa tutte le energie mentali di cui disponi per convincerti che la crema di riso muller (per chi sa di che parlo: ma quanti uomini ci vogliono per farne un vasetto?) è un sublime dessert;
9. in caso non ci sia alcuna perdita di peso, vai pure nei camerini di H&M ed illuditi del contrario;
10. la cioccolata non fa ingrassare un paio di palle.

E con questo è tutto. Se qualcuno con poco fiato e molta forza d'animo da settembre si dovesse trovare a Bologna e avesse voglia di andare a correre tre volte alla settimana, non ha che da dirmelo. Una Camel non si nega a nessuno.

Subscribe