Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Lui, una volta, le regalava enormi fasci di rose rosse.
Lei lo rimbrottò, facendogli notare lo spreco di denaro. "Mettili da parte per qualcosa di utile, qualcosa che non sfiorisca!".
Risultato?
Niente più fiori & niente cose che non sfioriscono.

A M.&V., che da 12 anni hanno qualcosa che non sfiorisce, e oggi sono special guests nell'articolo della sottoscritta su Wu Magazine.

Esistono cinque parole più dolci e significative, pur nella loro palese falsità? Cinque parole più potenti, nella loro piccola poesia quotidiana, e insieme altrettanto struggenti, nel loro tentativo di negare il vero?
Stai tranquilla, io sto bene, vuol dire mille cose. Mille cose di quella semplicità un po' bambina che sa di casa, pane caldo, latte, mani strette, mamma, stelle alla finestra, di quelle cose buone che assimili nel profondo senza nemmeno accorgertene, e che non sono solo buone ma anche belle, cose tipo "ci tengo a te e sono disposto a mentire per non scombussolarti troppo" e che la dicono lunga su quanto una persona possa essersi abituata, nell'arco di una vita, a non dare troppo ascolto a certe fragilità e a mettersi da parte per pensare ad altro. Perché, per l'appunto, Stai tranquilla, io sto bene, vuol dire mille cose. Mille cose più una, per chi sa ascoltare, e cioè: non stare tranquilla, non sto bene.
Stai tranquilla, io sto bene, è una frase che mi sono sentita dire spesso in passato e che continuo a sentirmi dire ancora ora da chi cerca di mettermi un ombrello sulla testa, sapendomi refrattaria ai ripari. Ed è una frase a cui non crederò mai, nemmeno dovessero ripeterla come un mantra fino a ipnotizzarmi, ma che allo stesso tempo mi farà sempre sorridere, per quel tacito affetto che si porta dietro, per quella sottesa carezza sulla testa.
Stai tranquilla, io sto bene (Je vais bien, ne t'en fais pas), è anche il titolo di un romanzo di Olivier Adam che mi è capitato tra le mani qualche tempo fa. E anche in quel caso, la storia era la stessa: lo strazio intimo e sempre delicato di un padre che decide di imbastire una bugia nella speranza di difendere sua figlia Claire dall'aggressione della realtà - che in questo caso prende le forme brutali e incomprensibili della scomparsa di un figlio per lui, e di un fratello per lei. E per farlo, sceglie di compiere il più classico degli atti d'amore: mentire per proteggere. Affrontare di tanto in tanto spostamenti su e giù per la Francia col solo scopo di appiccicare questa manciata di parole su cartoline ogni volta diverse, così da convincere Claire a star tranquilla, ché tanto lui, suo fratello, sta bene, sta solo affrontando un lungo viaggio.
Che poi è forse quello che noi tutti ci auguriamo, quando perdiamo qualcuno. Che continuino a percorrere un sentiero. Che, anche se a noi invisibile, quell'intarsio minimale di passi possa avere una sua grammatica, un suo senso. E che stiano bene dove sono. Ma bene davvero, non solo per tranquillizzarci, ché ci diano loro la forza di occuparci di chi resta.

La mia vita si divide in percentuali nette: il 10% del tempo mi sento giusta per l'occasione (che lo sia o no), il 90% mi sento un pesce fuor d'acqua. Badate, la sensazione di non appartenenza ha ben poco a che fare la timidezza. Sono anche timida, non ci facciamo mancare niente da queste parti, ma in qualche modo, la timidezza, ho imparato a gestirmela elegantemente. La sensazione di essere al posto sbagliato nel momento sbagliato, invece, non me la toglie nessuno. E in effetti, spesso e volentieri ci sono, al posto sbagliato nel momento sbagliato.
Cioè, voglio dire, quando mi ritrovo nel bel mezzo del coro della chiesa a cantare a squarciagola Smells like teen spirit, la percezione della mia non appartenenza al gruppo si fa lievemente più distinta che in altri casi. O quando a lezione di aerobica faccio le coreografie nel verso contrario a quello delle altre, dando le spalle all'insegnante. O anche quando dopo il brindisi agli sposi, inizio a enucleare punto per punto le gioie del sesso extraconiugale.
Ci sono però le volte in cui, se semplicemente me ne stessi calma, nessuno noterebbe quel caos espressionista che è la mia interiorità. E invece inizio ad agitarmi, ad interrogarmi smaniosamente sul senso della mia presenza in quel posto. Risultato: ho l'impressione che per un attimo a tutti passi per la testa l'interrogativo "ma quella, che ci fa qui?".
Ora, i miei crucci principali sono due: gli occhi azzurri e l'altezza. Credetemi, queste due caratteristiche, se non sei Claudia Schiffer, non sono esattamente un plusvalore: i primi, nella mia esperienza, richiamano solo uomini dal senso poetico malato (ricordo ancora con gioia le ardite metafore di un mio spasimante, che era solito paragonare i miei occhi ora "al cielo d'Irlanda", ora "ai piccoli laghetti delle Dolomiti" - ma perché proprio quelli delle Dolomiti, dico io - "agli smalti delle porcellane cinesi della dinastia Ming") e attirano su di sé tutte le attenzioni, per cui se avete gli occhi azzurri, qualsiasi scollatura o gonna diventa incredibilmente vana. L'altezza, invece, ti affligge in quei quei momenti in cui vorresti solo sparire dalla faccia della terra: è piuttosto difficile mimetizzarti se sei alta quasi un metro e ottanta, a meno di non avere un baobab a portata di mano. Ancora più drammatico è se si raggiunge l'altezza definitiva a 13 anni, in piena adolescenza, quando tutti sono ancora dei nanerottoli e tu non hai ancora avuto il tempo di orientare il tuo nuovo corpo nello spazio, perché sei cresciuta troppo in fretta, per cui ti trasformi in una pertica dinoccolata ancora priva di quelle meravigliose tette che ti accompagneranno tutta la vita, in grado di urtare e inciampare su qualsiasi cosa. E che alle feste si ritrova perennemente a ballare con un tizio 20 centrimetri più basso. Tutti esempi ipotetici, mica son cose capitate veramente a me, eh. Giusto per dire che certe caratteristiche apparentemente appetibili, spesso sono nè più nè meno che deformità, come un brutto naso o una testa sproporzionata.
Poi l'adolescenza passa, l'altezza resta. Ma non c'è scarpa senza tacco che regga, ballerina, Converse o sandalo alla schiava, nè abbigliamento che restituisca le giuste proporzioni: potresti vestirti a righe orizzontali, non cambierebbe. L'altezza è una condizione interiore più che esteriore: vuol dire che anche la tua personalità è ingombrante, che non potrai mai nasconderti nel mucchio e che dovrai presto imparare a cavartela da sola, perché è difficile che scatti l'istinto di protezione verso una donna alta. Sarete sempre tu e i tuoi centimetri in più, sotto gli occhi di tutti. Tutti lì a fare pronostici su quanto saranno alti i tuoi figli, a interrogarsi sul genitore da cui hai preso l'altezza, a chiederti come fai se vuoi mettere un paio di tacchi e il tuo ragazzo non è poi così tanto più alto di te.
Ma figurati se vuoi metterti i tacchi, piuttosto avresti voglia di segarti qualche centimetro in certi momenti. Laddove le altre collezionano stiletti, tu hai appeso un canestro da basket. Esattamente nel punto più alto della tua stanza: il punto più basso della tua femminilità.

Oltre alla passione compulsiva per i telefilm, uno dei modi più brillanti in cui si esprime tutta la mia maniacalità è nella continua elaborazione di Top Five: fondamento e sostanza stessa della cosmologia sunofyorkica, la personal Top Five si nutre delle nevrosi e piccole ossessioni della sua ideatrice, riflettendo l'eroico quanto vano tentativo della stessa di arginare l'entropia e conferire al proprio cosmo un assetto paratattico e simmetrico. Va da sè che la creatività nell'inventare nuove Top Five raggiunga il suo spannung in momenti di grande sconquasso psichico, quando ogni categoria dello scibile umano è passibile di essere sintetizzata e scomposta in una top five.
Prendiamo una situazione-tipo: mi sveglio. La caffettiera è stata svuotata dal perfido padre --> Top Five delle sacrosante vendette (1.distruggere il gazebo* appena costruito sul terrazzo, 2. dirgli con aria di sufficienza che la sua auto -acquistata durante la crisi di mezza età- è "carina", 3. iniziare una lunga conversazione mentre gioca al solitario davanti al pc, 4. creargli sensi di colpa perché non porta mai mia madre in giro, 5. finirgli il caffè la mattina seguente).
Altra situazione tipo: la nonna Highlander rompe le palle --> Top Five dei modi più intelligenti per liberarmene (1. assoldare un sicario veramente in gamba, 2. avvelenamento farmacologico 3. dirle che Aldo Moro era uno str***o, 4. pagare un rapitore perché la porti in Aspromonte, 5. overdose di zuccheri -è diabetica-/privazione di zuccheri -morirebbe di crepacuore).
Ovviamente non tutte le Top Five sono così tetre. Molte sono piene di gioia e speranza (Top Five dei Viaggi che vorrei fare), altre di certezze luminose (Top Five dei lavori che NON farò da grande - tutti, infatti sarò disoccupata), molte sono delle cretinate, quasi tutte hanno punti di intersezione (Top Five dei motivi di scazzo e Top Five dei fidanzati), tutte sono soggette a mutazioni costanti. Solo alcune sono dei classici: esse prendono il nome di Top Five Ever e occupano i vertici della gerarchia delle Top Five - in particolare, tra di loro figurano quella dei libri, quella dei dischi, e quella delle canzoni più belle. Ammetto che ci sia un certo alone di ineffabilità attorno ad esse - una certa reticenza può essere spiegata con il terrore della sottoscritta di cambiare idea in un secondo momento, con conseguente scombinamento del cosmo (orrore orrore). Enuncerò quindi la sola top five letteraria, che mi pare la più stabile di tutte.
Top Five EVER dei cinque romanzi più belli mai letti:

1. La versione di Barney di Mordecai Richler
2. Io sono Charlotte Simmons di Tom Wolfe
3. L'opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers
4. Il lamento di Portnoy di Philip Roth
5. I versi satanici di Salman Rushdie

Ecco, già mi sento in colpa verso Sedaris, Borges, Coe, Hornby, Lethem, e miliardi di altri. Spero comprendano il bisogno di ordine, anche tra libri.
E a proposito di libri. C'è una cosa che tutti quanti oggi siete chiamati a fare.
Vi siete mai accorti di quanto è strano il modo in cui le librerie di tutta Italia dispongono i loro volumi? Uno di noi, uno dei più spocchiosi a dire il vero, visto che non si degna mai di commentare, ha proposto un'iniziativa divertente: fotografate gli accoppiamenti più assurdi che trovate in libreria, e poi inviateli a lui, all'indirizzo randomante@gmail.com.
L'iniziativa si chiama La Strana Coppia. E chissà se randomante di strane coppie ne sa qualcosa.
Ad ogni modo non si sa che si vince, se si vince qualcosa, e nemmeno cosa se ne farà delle vostre foto (niente di buono credo).
Una prospettiva entusiasmante, dunque. Partecipate numerosi!

(un esempio di foto tratta dal contest di randomante: Guarire le infezioni da Candida di Valerio Pignatta e Perché dobbiamo fare più figli di Piero Angela - personalmente avrei preferito qualcosa del tipo "Perché dobbiamo prendere più spesso la candida" - "Per guarire dai figli", ma queste sono opinioni personali)

*il gazebo, o meglio il Gazebo, è la struttura lignea costruita nell'ultimo mese dalle mani paterne sul terrazzo della mia stanza, con la quale il genitore - da sempre sostenitore dell'effetto ringiovanente del fai da tè - ha un rapporto di amore totalizzante.

L'aspetto di certo più inquietante del Natale sono le email di auguri provenienti da persone di ambiente (para)lavorativo. Prendiamo l'email che ho ricevuto da un lucidissimo editore bolognese che chiamerò, per motivi che presto capirete, Editor Lapalisse:

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Da: Editor Lapalisse
A: SunOfYork
Oggetto: Auguri

Cara sig.rina SunOfYork, ci tenevo a farle i miei (rullo di tamburi) auguri.
Editor Lapalisse
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Ecco come avrei dovuto (voluto) rispondere.

Da: SunOfYork
A: Editor Lapalisse
Oggetto: Re: Auguri.

Ma va'?
SunOfYork
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Non stupiamoci, comunque, questo è un uomo che, durante il colloquio, è stato in grado di proferire le seguenti parole per "mettermi a mio agio".
Editore: Il mio nome è Cristiano. Chiamami...Cristiano.
Non sentite anche voi riecheggiare le note della canzone degli sconfitti di Pavia: «Hélas, Monsieur de La Palice/ il est mort devant Pavie / Hélas, s'il n'était pas mort / il serait encore en vie» (Ahimè, il Signor di La Palice è morto. / Morto dinanzi a Pavia; / ahimè, se non fosse morto / sarebbe ancora in vita)? Io le sento, forti e chiare.
Ma, credetemi, si può fare di meglio.
Ecco la mail ricevuta stamane dall'allegrone per cui scrivo recensioni letterarie.

Da: Allegrone
A: SunOfYork
Oggetto: Auguri.

Auguri.
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Allegria signori, allegria!!!
Coinvolta dal ritmo trascinante dell' email, avrei anche voluto rispondere ma l'emozione per simili parole mi ha stroncato. Ok, sicuramente in questo c'è un po' di deformazione professionale, nel senso che, se avessi tempo, mi piacerebbe fare l'editing anche delle mail che ricevo, certo è che quel PUNTO dopo "Auguri" sia nell'oggetto che nel corpo della mail, mi ha fatto venire un brivido lungo la schiena. Auguri punto? AUGURI PUNTO? ma che, mi vuoi portare sfiga?
Ecco come il mio inconscio ha interpretato la sua email.

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+ AUGURI. +

REQUIESCAT IN PACEM
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Auguri. Una prece.

Ad esempio le etichette dei post mi danno problemi senza pari. Mi imbrigliano l'ispirazione, mi tormentano, mi mettono sotto il gioco epistemologico e irrimediabilmente mi seducono: cos'è che conta nel comunicare sinteticamente un concetto? La chiarezza? Perchè in quel caso dovrei sfoltire un po' le etichette. La fedeltà ai contenuti? Non pervenuta. L'esaustività? No, ditemelo, vi prego, perchè se così fosse avrei già fallito in partenza. Mi toccherebbe aggiungerne molte di più in fondo al blog e sinceramente non so a chi gioverebbe, alla mia salute no di certo. Manco all'equilibrio formale dei post, visto che sarebbero più le etichette dei concetti, e si sa che l'equilibrio formale è tutto.
Sì sì sì sì ok lo so che nessuno le legge le dannate etichette. Lo so. Il problema è che qui saltano alla luce due istanze contrastanti della comuncazione: quella analitica (che è il mio problema principale con le maledette etichette) - cioè, sai quando hai la smania comunicativa e per spiegare un concetto semplice ne usi altri 23 complessi? che poi, ok, è la vita, ma due balle - e quella sintetica - cioè tu sei un bravo essere civile che sa servirsi di generalizzazioni per cui se uno ti chiede in strada wè Trianda, come va?, tu, compiendo una lodevole generalizzazione, dici Bene, Ermenegildo non indugiando in dettagli tediosi per il tuo interlocutore che se ne va via con la bella sensazione di aver avuto una botta di culo. Il concetto è chiaro: la mia vita non fa più schifo della tua, sommariamente sto bene, ho avuto l'idrocele ma sono guarito, ora non ho tempo, fammi la cortesia di toglierti dalle palle (e detto da uno che ha avuto l'idrocele...).
Bene. La chiarezza è sopravvalutata. Alle parole che squadrano da ogni lato concetti univoci, preferisco le nebulose di significato.
Ultimamente ho conosciuto la persona comunicativamente più analitica al mondo: una casalinga sicula dai modini piccini picciò capace di dissertare per ore su qualsiasi argomento. Ore a parlare dei pro e contro dello Svelto e del Nielsen piatti. Ore sul miglior metodo per pulire il pavimento. Ore, ore e ore sulla crosta degli arancini, ore a parlare dei problemi coi fidanzati, dei parrucchieri, della cellulite: in casa siamo solo donne, figuriamoci di che si parla - la sicula dai modini delicati ha un'opinione sistematica su tutto e non solo ha da dire su tutto, SA tutto.
Esemplifichiamo.
Lei (una inquilina a caso) con l'uomo (ospite per il weekend). Chiusi in camera. A letto. Nudi.
Arriva la signora piccina-picciò (da dietro la porta sprangata): ragazzi, ho fatto gli arancini, li volete?
Lei: nooooooooooooooooo
La signora piccina-picciò: ma li ho fatti con la crosta di pane di sesamo, i piselli, la passata di pomodoro e li ho fritti in olio di mais bollente a 300 gradi farenheit come li facciamo noi in sicilia!
(Lui intanto fa la faccia da piccola fiammiferaia che non tocca cibo da anni)
Lei: nooooooooooooooooo nooooooooo e che palle!!
La signora piccina-picciò: ma...ma..vabbè li conservo per cena, ma che state facendo?
Lei (malevola) : CI STIAMO ALLENANDO A JUJITSU
La signora piccina - picciò: uhm, jujitsu...jujitsu, vediamo...ah sì!conosco il jujitsu! è quell'arte marziale giapponese sviluppatasi nel 1600, il periodo medievale giapponese, probabilmente derivante dalle arti marziali...
Lei, uscendo nuda di camera: DAMMI QUEL CAZZO DI ARANCINO O GIURO SU DIO CHE TI FACCIO FUORI.
Saziato l'appetito, torna dentro e vuole riprendere da dove ha lasciato ma. Ma. I due russi del piano di sopra non sono d'accordo: urlano e si lanciano i piatti. Probabilmente parlano delle due istanze della comunicazione. E pensare che sembrava una coppia seria, sovietici vecchio stampo, ieratici come solo l'URSS. Gente tosta, di Vladivostok, mica cazzi. Pasteggiano a vodka e molotov. Vanno in giro in Trabant. Giuro che se non la smettono di fare casino glielo dico, giuro che gliela dico la faccenda del muro caduto.
E' una vita difficile, certe volte si starebbe meglio all'inferno. O in un posto simile almeno. Che ne so, la sala d'attesa di Milano Centrale potrebbe andare bene ad esempio. Ci fanno le autopsie alle vecchie su quei tavolacci di marmo freddo?
C'era una vecchia presbite accanto a me, dopo due minuti non c'era più.
Il cellulare le squillava e lei lo guardava come solo le vecchie lo guardano, allontanandolo un po' per riuscire a scorgere il nome di chi chiama, che sembra sempre che pensino che il cellulare sia un oggetto del demonio. E' terribile. Che cazzo ci fai, nonna, con un cellulare in mano? Non è roba per te.
A ognuno la sua epoca. A ognuno il suo.
Ai russi, il busto di Lenin a Cavriago. A te nonna, il mattarello per stendere i ravioli fantasticando su Giovanno Rana. A me, un accidenti. Accidenti.
Ragazzi che pena. Ciao.



Sarò sintetica: una breve nota per ricordare che alla fine siamo solo un branco di nerd sociopatici che cercano di riscattarsi da un'adolescenza brufolosa fatta di rifiuti e umiliazioni, che i commenti sono marchette con il solo scopo di ricevere visite di ritorno, che anche tra i bloggers esistono corporazioni e gerarchie come in ogni altro settore e che anche qui chi sta ai vertici delle classifiche non sempre - sì, mi va di usare un eufemismo - è il più meritevole, ma chi ha saputo gestire meglio le proprie PR. Che è molto comodo stare dietro a uno schermo e fare gli assi della blogosfera, che saper scrivere è tutto un altro paio di maniche, che scrivere un post su come si scrive un post è una faccenda da spocchiosetti e che quelli che si sentono blogstar (argh) e lo negano mi stanno sinceramente sulle balle.
Ho fatto la scoperta dell'acqua calda, direte voi, dello stesso argomento ne avevano parlato blog più autorevoli. Me ne frego. Cristo santo, alla fine sono solo dei blog.
Non prendiamoci troppo sul serio.

Oggi leggevo la sezione "Affari di cuore" di un settimanale bolognese gratuito.
Accanto al mitico "Federica: sono una donna MA con le palle. Autoreggenti, tacchi a spillo, ambiente climatizzato" e ad "Alina, 18enne maliziosa. Mi hanno regalato una cagnetta che ama rotolarsi con me per terra, vuoi rotolarti anche tu con noi? (!)", una cosa mi ha fatto sorridere più di tutte.
Silvia, 62 anni: mi sono sempre chiesta se esista l'uomo giusto, capace di far sognare una donna...io ancora non l'ho incontrato.
Aspetto qualcuno che mi faccia ricredere, qualcuno di speciale su cui investire i miei sentimenti.
Eh aspetta e spera, cara. Fossi in te investirei in un loculo.



Oggi vi svelerò un fatto fondamentale, ossia di cosa mi occupo nella mia inutile vita: la mia professione è collezionare bloggers.
Cari miei, io in un modo o nell'altro vi conosco tutti (e qui scatta un tripudio danzante sulle parole "che culo") - anzi, per l'esattezza, fino ad oggi vi conoscevo tutti TRANNE UNO.
individuo x : "ce l'hai bombay?"
sunofyork: "celo"
indivuo x: "ce l'hai l'ossimorosa?"
sunofyork: "celo"
individuo x "c'hai pure randomante?!?!"
sunofyork: "diamine se celo. è stata dura ma celo"
individuo x: "e FLY?"
sunofyork: "azz".

Bene, oggi 24/3/2007 vi scrivo con la gioia di chi ha completato l'album delle figurine dopo mesi e mesi di tribolazioni. Badate bene, non come quelli sfigati che, pagando profumatamente, si facevano spedire per posta dalla Panini la figurina mancate (che - come è giusto - è sempre quella del più figo), bensì come quello strenuo temporeggiatore che giorno dopo giorno va dall'edicolante di fiducia con una monetina in tasca e la speranza nel cuore, e trepidante come una vergine, strappa la bustina e prega San Gennaro di non dover fare un mutuo per completare l'album.
Io, ad esempio, aspettai nove mesi per avere una benedetta figurina di Dylan di Beverly Hills 90210, quella in cui indossa un paio di RayBan e alza il sopracciglio come a dire "io so' figo". La mia compagna di banco, invece, se la fece spedire. Certo che così non vale - mi venne un'ulcera perforata che manco il Frejus - però poi vuoi mettere la soddisfazione: non solo anche io ebbi Dylan McKay, ma per vendicarmi le strappai pure la sua amatissima figurina.
E così oggi, a distanza di quasi 15 anni, quando ormai Steve e Brandon saranno diventati concime per il terreno, Donna una fallita la cui unica causa di successo risiede nel cognome "Spelling" e Andrea un'illustre sconosciuta con problemi di alcolismo, riporto la medesima vittoria con in più il retrogusto frizzantino della sorpresa: di solito vi immagino tutti come degli harry potter nostrani, occhialuti, brufolosi e un po' alienati - forse il mio cervello strampalato tende a pensare che se uno sta dietro uno schermo, un motivo ci deve pure essere, che so io - e invece salta fuori che da un accoppiamento tra maschi e femmine di bloggers potrebbe venire fuori la tanto agognata razza alpha di cui vagheggiavo tempo fa in un altro post sull'eugenetica. Più volte ho pensato a quella dei bloggers come ad una comunità: una cittadella rinascimentale delle lettere (raramente, in verità), una famiglia (un po' più spesso), un girone dantesco (ancora più di frequente), ma MAI - e al posto di mai io fossi in voi leggerei piuttosto "ogni giorno della mia vita" - avrei pensato che quella dei bloggers potesse essere una comunità entro cui trovare giovani maschi papabili.
E invece mi sbagliavo: con i bloggers - e in genere con internet - le frontiere dell'accoppiamento su cui piazzare le proprie bandierine si sono allargate a dismisura.
Certo, nel caso dei bloggers, dalle donne dovrebbero prendere l'intelligenza, dagli uomini l'avvenenza: non si risparmino a questo scopo ammucchiate selvagge e legami incestuosi.
Voi per me siete un po' come il cast di Beverly Hills 90210 e un po' come quello di Beautiful - in una prospettiva distorta e molto molto perversa, in cui io sono sia Brooke che Brenda.
E alla fine rimango zitella.
Sì, alla fine però, perchè ora c'ho pure io il mio blogger che non solo è bello e intelligente, ma dei miei post ama moltissimo la spontaneità.

Pochi giorni fa Andrea* mi ha raccontato di come sua nonna possedesse un pappagallo di nome Lulù e di come questo pappagallo, pur avendo imparato negli anni ad aprire la porticina della sua gabbia e a svolazzare libero per la casa, facesse sempre inevitabilmente ritorno alla gabbia che probabilmente sentiva come la sua casa. Tornava forse al posto che gli era più congeniale, chè un pappagallo che è sempre stato in gabbia, quando si scontra con la vita vera, rimane un po' traumatizzato, e allora si ripara e riflette e dice e impreca, perchè in fin dei conti chi cacchio gliel'ha fatto fare? - e se potesse si darebbe delle manate in testa ma poraccio non può perchè non ha le mani.
In un anno non so più dire quante volte ho provato ad abbandonare il mio vecchio blog e spiccare quel volo verso quella vita piena, reale&sociale che avrebbe fatto di me una persona equilibrata . Alla fine quando non ne potevo più di svolazzare da una parte all'altra ci ritornavo sempre sperando in una catarsi. Certo la porta resta aperta, ma almeno io me ne sto al sicuro sul mio trespolo.
Morale della favola: sono solo uno stupido pappagallo con un brutto nomignolo, e alla mia gabbietta virtuale non ci rinuncio.
*grazie.

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