Yes, darling. Life sucks

Momenti di disperato ottimismo

L'anno scorso per Natale scrissi uno dei post più deprimenti della storia di questo blog: quest'anno sarà che non me la sento di rischiare l'harakiri di massa, sarà che un anno difficile è ormai alle spalle e un paradossale ottimismo mi fa pensare che quest'anno non potrà essere più complicato del precedente, sarà che le circostanze della mia vita sono cambiate a tal punto da farmi sorridere, fatto sta che non farò catastrofici punti della situazione.
E quale punto della situazione potrei mai fare, poi? In questo 2011 ho fatto tutto a caso, andandomene in giro come una matta senza rispettare neanche una regola, neanche il proposito di incrementare ogni anno il numero di post di questo blog, e mi è andata bene: tutto è fluito più o meno velocemente, ora ingorgandosi e mulinellando, ora dipanandosi e prendendo pieghe così inattese da sferrare un calcio poderoso alla mia ambizione di controllare gli eventi.
Non mi stupisce, quindi, che io non abbia niente di assoluto da dire: il senso di questo 2011, per me, si risolve tutto nella catarsi di una scrollata di spalle.
E in una testa appoggiata al cuscino, in un mezzo sorriso barbuto, delle ciglia dalle punte dorate e uno sguardo finalmente sereno che mi guarda da molto, molto vicino.

(lo stesso sguardo che poi la mattina si sveglia e chiama a raccolta tutti i santi del calendario perché non trova mai nulla in casa, come racconto qui , a pagina 12 dell'uscita natalizia di Wu Magazine)

Salgo sul regionale Bologna-Parma delle 15.52 con enorme anticipo, dopo aver perso per qualche istante quello immediatamente precedente, e scocciata alla prospettiva di trascorrere un'ora in un treno gremito, mi siedo ai posti vicini alla porta. Guardo il vagone riempirsi di matricole che rientrano ad Anzola, Samoggia, Rubiera e chissà quali altri ameni paesini emiliani dopo le lezioni, sperando vivamente che nessuno di loro si azzardi a venirsi a sedere vicino a me, e devo proprio emanare un'aura di negatività dirompente, perché nessuno si siede, e gli altri due posti restano liberi per un bel po'.
Poi si apre la porta del vagone, alzo distrattamente lo sguardo, immaginando un altro ventenne coi pantaloni calati a rivelare lo sleep di Calvin Klein, e vedo Lui.
Lui avrà un po' più di sessant'anni ed è un incrocio perfettamente riuscito tra Funari, Bob Dylan, Mordecai Richler e Enrico Berlinguer, con i capelli bianchi lunghetti e una barba corta poco curata. Lo guardo deliberatamente, anzi, ci guardiamo, anzi, vi dirò di più, i nostri occhi, dello stesso identico colore, si annodano per quel secondo necessario a farci sorridere entrambi e ad assicurarmi che quel signore meraviglioso (e meravigliosamente distante da me di una generazione) si sarebbe venuto a sedere proprio lì di fronte.
E così è. Lui si siede, il treno parte e la mia curiosità pure. Con quest'uomo io ci devo parlare a tutti i costi. In lui, quasi quarant'anni più grande di me, riconosco per assurdo un simile: uno sguardo che si posa sfrontatamente sulle cose, un certo tipo di sorriso obliquo e malcelato che si apre in una risata repentina, certi tarli in testa che sono uguali a trent'anni come a sessanta. Quindi tra uno sguardo e l'altro, decido che ok, per un'ora e solo per un'ora posso invaghirmi di quest'uomo meraviglioso che non siamo neanche partiti e già mi chiede di dare uno sguardo al libro della Ortese che ho in mano, con cui a Modena ci ritroviamo a parlare di Thomas Mann, a Reggio Emilia siamo già al maledetto desiderio di libertà mai sopito -in tutto questo ha la fede al dito e sull'argomento "moglie" glissa sardonico- e al suo peregrinare tra una casa sul mare a Reggio Calabria, l'infanzia napoletana, la gioventù romana, e non si sa quale tipo di legame con Parma, a Sant'Ilario ho capito che è un cazzaro conclamato ma lo sono anche io e mi piace anche per questo e son già pronta a giurare che se solo avessi vent'anni in più, sarei sua quando si dice interessato alle nuove leve della letteratura, citandomi un autore poco più che trentenne che ha pubblicato, a suo dire, un libro molto interessante e intenso sulle ansie dei trentenni (che argomento inusuale, dico ora a mente lucida, ma lì per lì ero troppo affascinata da come muoveva le mani e dal suo accento ibrido) con un editore bolognese ignoto persino a me che fino a poco fa vivevo a bologna e lavoro nell'editoria.
Al che mi sento in dovere di dirgli che ok, leggo la Ortese e amo Mann come lui, ma anche io sono attenta alla letteratura contemporanea e agli autori esordienti, tant'è che ho, guarda caso, appena letto un libro intitolato Se son rose di un bolognese di nome Massimo Vitali. Ometto di dire che il Vitali è uno dei miei migliori amici, anche perché lui sembra più interessato a fissarmi dritto in faccia che ad ascoltarmi, e nel frattempo siamo a Parma e scendiamo dal treno.
Sappiamo entrambi che è tutto finito ed è giusto così, ma non ci neghiamo un sarebbe bello se capitasse di rivedersi in centro. Una stretta di mano forte e asciutta, mi dice il suo nome, si stringe nel cappotto a doppio petto blu e lo giuro, non lo dico solo per gusto letterario, svanisce in questa dannata nebbia fittissima che ricopre da giorni la cittadina emiliana.
Torno a casa, racconto entusiasta di questo incontro al fortunato uomo che vive con me e finisce qui.

No, non è vero. Stamattina ci penso e mi dico, com'è che una persona estranea all'ambiente editoriale mi suggerisce un autore sconosciuto che ha pubblicato con un editore sconosciuto?
Io stessa ho suggerito un autore bravissimo, ma che è pur sempre uno dei miei migliori amici.
E allora mi si illumina tutto: è il padre di questo autore. Un rapido controllo su internet mi rimanda alla pagina FB del figlio scrittore, bacheca aperta, ritrovo le stesse origini calabresi, napoletane e romane trapiantate in emilia, e un indirizzo email.
Ora non so, c'ho pensato di scrivere al figlio in modo che rendesse noto al padre che non sono un'ingenuotta qualsiasi, e che ho capito presto che c'era un legame di sangue a unirli, ma non credo lo farò. 
E' bello che un padre sia orgoglioso di un figlio scrittore ma, nella mia fantasia, questo aspetto così umanamente quotidiano non era contemplato. E probabilmente non lo era neanche nella sua. 
E per una volta Trenitalia è servita a realizzare una fantasia, foss'anche per sessanta minuti.

Ogni tanto mi capita di pensare a quanti soldi/tempo/fatiche spendo in nome di un ideale di bellezza e perfezione che esiste da sempre nella mia testa.
Facciamo questo esperimento. Apriamo mobiletti del bagno: quanti ripiani occupate? E quanti prodotti di bellezza avete?
Se apro il mio corro il rischio che il contenuto mi esploda in faccia.
Almeno tre creme per il viso, un numero infinito di matite per gli occhi, un fondotinta compatto e uno in crema, phard, basi per il trucco, struccatori in n. 3, tonico, tre tipi di crema per le mani (sono una maniaca delle mani secche, la porto pure a mare), per non parlare dei prodotti per i capelli, dagli impacchi a base di cheratina ai balsami bifasici biopoint ai modellanti di john frieda agli svariati oli di semi di lino e di argan.
Mi rifiuto di fare un computo dell'incidenza che tutti questi prodotti abbiano sulle mie finanze (a questo scopo ho già un uomo che presto mi sottrarrà il bancomat e mi darà la paghetta settimanale come quando facevo le elementari), di certo so che, se curare il proprio aspetto è cosa sana e giusta, io un po' eccedo, e non so quanto questo serva effettivamente al mio aspetto, e quanto invece a puntellare le mie insicurezze di donna trentenne che sei mesi fa ha visto per la prima volta sul proprio viso una cosa vagamente simile a una ruga d'espressione.

Se ne parla qui, a pag. 12 dell'uscita novembrina di Wu Magazine.

Affrontare un viaggio in macchina con Paperoga, è sempre un’esperienza surreale.  Ricordavo perfettamente l’ultima calata al sud per le ferie estive, di notte, con me svenuta al posto passeggero che mi risvegliavo di tanto in tanto, lo vedevo intento ad ascoltare Radio Radicale, e decidevo istantaneamente di ripiombare in coma pur di non sorbirmi quella noia mortale, quindi non si può di certo dire  che non fossi consapevole di ciò che mi attendeva.
Decidiamo di partire, destinazione Provenza. Un po’ più vicina della nostra Puglia, ciò non toglie che sia comunque il caso di fare una raccomandazione. Porta dei cd, non le tue solite rotture di palle pseudointellettuali!. Lui, tutto uno squittire di gioia, mi sorride e mi dice rassicurante, certo, penso a tutto io. (N.B. Questa è una frase che ultimamente mi dice sin troppo spesso e che sta iniziando a inquietarmi come poche altre cose al mondo).
Arriva il giorno della partenza, la Grande Mente di Paperoga ha veramente pensato a tutto, anche a come incastrare i bagagli (4 lui, 2 io) in macchina con la precisione di un campione mondiale di tetris. Ma, per l’appunto, l’ha solo pensato. Poi s’è seduto sul divano col Mac sulle ginocchia (se un giorno ci sarà un’iconografia di Paperoga, state sicuri che verrà ritratto così) e ha atteso placido l’arrivo di due braccia – le mie – per attuare il suo piano geniale, dandomi delle dritte essenziali del tipo quello incastralo sotto il sedile, quello ruotalo, le tue valigie non ci stanno, impilale, oppure butta il tuo borsone delle scarpe (!). Quindi, soddisfatto delle sue trovate, si mette al posto di guida guardando l’orologio manco fosse Furio, mentre io ormai, trafelata, sudata e esaurita, ho bisogno di una vacanza di due mesi anziché di una settimana per riprendermi dallo stress.
Ciò nonostante, l’idea della vacanza con Paperoga mi piace, e pure tanto, quindi mi asciugo la fronte con un fazzoletto che trovo sul cruscotto (ma no, che fai, sarà pieno di batteri fecali!), mi tolgo le scarpe (e dai, il tappetino è impolverato, ti sei appena fatta la doccia), faccio indietro il sedile (non ti muovere, dietro il tuo sedile abbiamo incastrato il giò style con la spesa, ora lo rompi!), distendo le gambe (stai composta!) e mi accingo a godermi il viaggio con la guida di Paperoga, sempre esasperantemente sotto il limite di velocità.
Comunque è tutto sotto controllo, si chiacchiera serenamente, ogni tanto tento ti staccargli l’orecchio per scherzo, lui ogni cinque minuti si fa prendere da tic nervosi, movimenti a scatto, cigolii inconsulti, strani indizi che farebbero pensare alla Tourette se non lo conoscessi in tutto il suo fulgore di nevrotico conclamato. Siamo ancora prima della frontiera quando decido che è ora di ascoltare un po’ di musica. Ora, va fatta una premessa. Paperoga funziona per monografie. Se gli piace un musicista o uno scrittore o un regista, deve ascoltare/leggere/vedere l’opera omnia del musicista, scrittore, regista. Non esiste il concetto di “disco/libro/preferito”. Non a caso in macchina ha l’intera discografia di Dylan, che, ok, lo amiamo alla follia, ma ha fatto una cinquantina di dischi, e non è il massimo da sentire per ore e ore di fila. Per me è un po’ diverso. Soprattutto in macchina, se non guido, ho bisogno di ascolti più disimpegnati, di fare avanti e indietro tra le tracce fino a beccare la canzone che non sentivo da tanto e che, una  volta beccata, diventa quasi un regalo. Apriti cielo. Paperoga mi passa la discografia dei REM, uno dei miei gruppi preferiti di sempre, annunciandomi solenne che un ascolto filologicamente corretto prevede che si ascoltino tutte le tracce di tutti i dischi che lui ha masterizzato in ordine cronologico. Io rido, poi capisco che è serio, cerco di non pensare al fatto che sto con un maniaco che probabilmente mi seppellirà nel bosco circostante la nostra casetta provenzale – ma mi riprometto comunque di mandare ad amici e familiari le coordinate gps una volta arrivata, perché possano darmi degna sepoltura – e poi, al quarto ascolto di Imitation of life (ovviamente la discografia include anche molti Best of), mentre lui canta a squarciagola ormai da tre ore, impazzisco, tolgo il cd, reprimo l’istinto di spezzarlo coi denti, e ne metto un altro.
“Canzoni italiane”, si chiama. Sarà una compilation, penso dentro di me. Almeno sarà una roba varia.
E invece è la discografia di Battiato. E quindi, sulle note di Caffè della Paix, con un Paperoga in solluchero e una me scoglionata come non mai, arriviamo a Barjols.

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Dopo una aperta e democratica consultazione, io e Sunofyork abbiamo deciso di passare una settimana in Provenza verso la fine di settembre. Io ho proposto la zona, la Provence Vert, sotto le Gole del Verdon, lei ha scelto la casetta di campagna che ci avrebbe ospitato. (ricordatevi chi ha scelto la casa, quando leggerete il capitolo 3).
L'organizzazione del viaggio ha messo in luce la profonda e opposta filosofia di vita che guida le nostre due esistenze.
Secondo Paperoga un viaggio va organizzato con tutti i sacri crismi, dal controllo livelli della macchina, all'individuazione del benzinaio meno caro, al caricamento delle pile della macchina fotografica all'acquisto di beni di necessità e urgenza, che siano cerotti, torce, candele, pasta, mappe, caffè italiano, moka italiana, dizionario, un rotolo di carta igienica di emergenza, ombrello, kit di emergenza per forature, contenitori termici per acquisto cibo locale, ecc. ecc.
Secondo Sunofyork basta mettere dentro alla rinfusa qualche kilonata di vestiti dentro alla valigia, comprarsi un nuovo costume da bagno e partire allegramente all'avventura.
Per il viaggio avevo anche preparato alcuni cd ad hoc, come l'intera discografia dei REM appena disciolti, un Greatest Hits degli Smiths, oltre alle centinaia di cd sparsi in macchina e recanti il marchio dylaniano.
Ordunque partiamo un sabato mattina, secondo l'orario da me prefissato, altrimenti Sunofyork sarebbe rimasta tranquillamente spaparanzata a guardarsi Real Time. Un viaggio molto gradevole, che percorrendo in direzione nord lasciava l'Emilia per il Pavese, l'Alessandrino e poi passando a distanza di sicurezza sopra Genova rimpiombava sulla Riviera Ligure in direzione Ventimiglia.
In tutto questo, la guida salda sicura senza scosse e votata al risparmio energetico di Paperoga, e come musica i cd preparati mostravano di essere apprezzati dalla pulzella.
Con qualche precisazione dovuta al fatto che Sunofyork ha la pazienza e la costanza di un tarantolato.
Scoperti i Rem, Sunofyork squittiva dalla felicità e subito infornava con violenza il cd nell'apposita fessura. Io le facevo notare col ditino che la discografia andava ascoltata in modo filologicamente corretto, dal primo all'ultimo album senza saltare una canzone. Lei mi spernacchiava e si sceglieva le sue canzoni. Dopo un'oretta di ascolto, Sunofyork scagliava il cd quasi fuori dal finestrino, accompagnando l'inconsulta azione con un "Basta co sti cazzo di REM, meno male che si sono sciolti!". Passavamo agli Smiths, che duravano ancora meno, con Sunofyork che ascoltava le canzoni per tre secondi e poi le cambiava come si masticano e si sputano i chewingum quando perdono l'iniziale sapore zuccherino.
Il viaggio, nonostante le paturnie uterine della giovincella, filato liscio in 5 ore e mezzo, con una sola sosta in un autogrill del pavese preso d'assalto da decine di turisti zombie tedeschi, che mi hanno tenuto il culo incollato alla fila per 20 minuti mentre acquistavano e mangiavano qualsiasi schifezza salata e/o dolce coi visi sporchi di sugo o gelato.
Ma poi il confine, una lunga galleria e poi Mentone. Siamo in Francia. Te ne accorgi perchè la corsia di mezzo dell'autostrada non è più occupata da decine di italici mentecatti, perchè non ci sono più lavori in corso, e perchè gli autogrill ti segnalano prezzi della benzina più bassi di circa 25 centesimi al litro. Si lascia l'Italia, on arrive en France.
E' l'inizio del dramma linguistico per Sunofyork. Ma questo alla prossima puntata.

Il 5 ottobre 2011 lo ricorderò come il giorno in cui mi sono svegliata e mi son detta "bene, adesso basta stronzate", e ho acquisito la piena consapevolezza del cambiamento.
L'atto di lasciare via Broccaindosso, e soprattutto una casa così profondamente vissuta e amata, i cui muri raccontano di amicizie tutte femminili, di errori, risate e infinite tresche, di spensierate giornate invernali trascorse con la Pops sul divano in attesa della Pfeiffer di San Stino, o con la Pazzi a leggere (inutilmente) il libro di Alan Carr e bere litrate di caffè, delle mitiche stirature di capelli alla Deb, delle chiacchierate nei weekend con Grace in visita da Milano, è transitato dolcemente da uno strazio senza pari a un evento naturale inscrivibile nel lento e inesorabile procedere degli eventi, assumendo il sapore di un ciclo di vita che si chiude com'è giusto che sia, senza brusche interruzioni.
E quindi scrollo le spalle mentre penso che un altro anno è andato e che alle porte c'è un periodo bello e intenso, fatto di weekend femminili, di una barcolana triestina profondamente desiderata e i cui effetti etilici saranno memorabili, di una Pops deux ex machina che provvidenzialmente piomberà a Bologna dal suo nido d'amore napoletano per  aiutarmi con scatoloni e pezzi di vita emiliana. 
E poi si aprirà un altro pezzo di vita adulta, su cui ci sono stati tanti dubbi e scantonamenti, ma che alla fine è arrivato e qui lo si accoglie col sorriso sulle labbra.

(E con la certezza che senza le amiche che ho, e senza la telefonate-rivelazione e gli incontri casuali sui regionali salentini con la Vale, col cavolo che ce l'avrei fatta.)
(Anche se, cara Pops, il fatto che tu mi abbia quasi uccisa con i tuoi mischioni di droghe e farmaci non l'ho mai dimenticato)

L'agognato raggiungimento di una qualche minima maturità mentale è arrivato oggi a braccetto con la necessità di abbandonare la pratica dello shopping compulsivo se voglio entrare in una casa nuova che rientri nel mio budget e la consapevolezza di aver accumulato negli anni una quantità di borse, scarpe, vestiti di ogni foggia e colore, libri e suppellettili tali da rendermi indispensabile una sorta di Playboy Mansion.
Ancora abituata alle enormi case del sud, quello di andarmi a stipare con le mie cose in un bilocale di 50 mq, e di farmi raccontare dall'agente immobiliare che quella è una metratura di tutto rispetto, è un martirio insostenibile, per tanti motivi: non butterò mai neanche uno solo dei miei vestiti, ho degli amici che non sono lillipuziani, io non sono Pozzetto in Ragazzo di campagna, se durante una lite dovessi tirare dei piatti, vorrei che il lancio avesse una gittata dignitosa prima di infrangersi contro la parete opposta, e una serie di altre ragioni importantissime e validissime che chiunque abbia cercato una casa sa.
Ora, detto questo, c'è una sola cosa che oggi mi ha reso sopportabile la visione dell'ennesimo bilocale "nuovissimo, luminosissimo, arredato benissimo" e chissà quanti altri "-issimi", e cioè Lui. 
Lui è il proprietario dell'intero palazzo (sette piani, 5 appartamenti a piano, per 700 euro ad appartamento, immaginate quanti soldi ha quest'uomo), ha un'età compresa tra i 38 e i 45, è altissimo, è single, ha i capelli e la barba rossicci, un sorriso perfetto, gli occhi screziati di migliaia di pagliuzze dorate e le mani grandi.
Mi ha accolta in un'aura dorata, fresco anche alle tre di pomeriggio con i quarantamila gradi di quest'infinita estate bolognese, con una mise alquanto improbabile che lo rendeva metà Corto Maltese e metà Hugh Hefner passando per Perez Hilton nei giorni migliori, questo va detto a onor del vero - completo da marinaretto blu con giacca a quattro bottoni dorati, sotto t-shirt a mezzemaniche a righe bianca e rossa, degli assurdi mocassini da barca a vela che avrebbero fatto venire una faccia perplessa anche a Lapo Elkann e fazzoletto rosso e blu legato al collo con un nodo alquanto vezzoso - però era un figo da paura, con una voce talmente dolce e rassicurante e uno charme da vecchio lupo di mare, che quasi quasi avrei preso quel loculo di appartamento e lo avrei chiamato un giorno sì e l'altro pure per lamentarmi di qualcosa, finché avrebbe capito che lo amavo alla follia, e m'avrebbe portato a vivere nella sua enorme magione in riva al mare, o a passare le notti d'inverno nel suo stupendo catamarano.
Perché, sappiatelo, nonostante il fazzoletto al collo e i bottoni dorati, è etero.
Ho le prove: avevo una maglietta un po' scollata e più volte l'ho beccato in flagranza di reato.

Apri gli occhi in una mansarda assolata alle 7.20, resti qualche minuto a goderti il cotone fresco delle lenzuola e il silenzio che entra dalle grandi finestre spalancate. Ti crogioli ancora qualche minuto al pensiero dell'ennesima giornata di mare cristallino e chiacchiere amichevoli sotto il sole a picco.
Poi finalmente ti alzi. Ti sciacqui la faccia con l'acqua fresca, ti sollevi i capelli, ti rassetti la lunga camicia da notte bianca e, scalza e in punta di piedi come quando da bambina rubavi qualche biscotto dalla dispensa, vai in cucina. Ti versi un bicchiere di spremuta d'arancia nella cucina vuota, poi pensi che sarebbe bello sorseggiarlo sul balcone.
E così è. Dalla grande portafinestra si intravede qualche sprazzo di verde e il mare scintillare in lontanza. Col sorriso sulle labbra e il bicchiere in mano ti avvicini alla ringhiera, sentendoti l'eroina romantica di chissà quale famoso telefilm, che ha vinto le sue nevrosi e finalmente, dopo tanti drammi e fatiche, guarda al futuro radioso che ha davanti a sè nel patio della sua casa agli Hamptons. 
Sì, è proprio l'alba di un nuovo giorno. L'inizio di un'altra vita, un momento di rivoluzione in cui tutto refluisce, e io lo vivo in un sospiro, arrotolandomi su un dito una ciocca di capelli sfuggita e godendomi una meravigliosa spremuta e la barbarica baldanza delle enormi piante di basilico accanto a me.
Ma soprattutto ricacciando, per quanto mi è possibile, la spiacevole sensazione di freddo umido sotto il piede sinistro, che ho posato come un'idiota sul vomito del gatto.

Ci cadrete anche voi, immagino, nella tentazione di ritenere settembre un nuovo inizio, come (e forse più) di gennaio e di costruirvi una lista di buoni propositi da mettere in atto al rientro nella vita quotidiana dopo la parentesi delle ferie.
L'anno scorso avevo solo un desiderio, che il tempo passasse.
Il tempo è passato, ma io sono esattamente dov'ero un anno fa.
All'incertezza, allo sconforto, alla rabbia di allora, si è però aggiunta quella che potrebbe essere la svista più grande della mia vita. La rinuncia peggiore che io potessi fare: la rinuncia al sentirmi amata, e alla parte vitale, infuocata, emotiva e  fragile che -mio malgrado- posseggo anch'io. E il bello è che forse me ne sono accorta troppo tardi.
Capirete bene che per sopravvivere a questa inarrestabile slavina di eventi, bisogna aver ben saldi in testa dei cazzutissimi Buoni Propositi Per Settembre, e io ce li ho:
dare una svolta alla mia vita,
non negarmi la possibilità di essere felice,
riconoscere e saper cogliere le occasioni che la vita mi porge (sempre copiose, eh).
E vi dico di più, non solo ho dei propositi, so anche come realizzarli in una volta sola: acquistando su Groupon -quando dicevo le occasioni della vita- un pacchetto da millemila sedute per l'epilazione definitiva.
Se non è una svolta questa, signori miei, dopo un'estate passata a combattere contro i miei peli sentendomi una sorta di Don Chisciotte contro i mulini a vento, allora ditemi voi.


Io, una cosa, sottraendo tempo vitale a un lavoro di traduzione mal pagato, precario, perennemente in affanno, e per giunta in scadenza domani, la devo dire.
Circa un anno fa ho aperto una casa editrice con mia sorella, qui non ne parlo spesso perché vorrei che questo fosse uno spazio franco dalle questioni editoriali che, per quanto appassionanti, per me sono nè più nè meno che un lavoro, come per qualcun'altro potrà esserlo il fare l'idraulico o l'insegnante, e in primis perché odio farmi pubblicità (questo è sbagliato, già lo so, ma è così).
Quando l'ho aperta, insieme al pizzico di follia necessaria, avevo la profonda consapevolezza che non c'avrei campato, che sarebbe stato, per un bel po' di anni, un (bellissimo) doppio lavoro in cui investire tutta la passione che avevo per questo settore coinvolgendo persone fidate che so perfettamente condividere la mia stessa passione e il mio stesso entusiasmo. Un anno prima che iniziasse la discussione sulla decrescita  felice nell'editoria, che tanta eco ha avuto negli ultimi giorni su blog e terze pagine, sapevo che avremmo pubblicato pochissimo e che avremmo venduto ancora meno, che di lavoro letterario barra intellettuale ce ne sarebbe stato, ma che ci sarebbero state anche tante fatture, f24, bolle di trasporto, file in posta, scatoloni da spedire. Sapevo bene che sarebbe stata non dura, di più, però mi sembrava una forma di resistenza abbastanza eroica e ne avevamo bisogno, in quel momento. Ero talmente consapevole di quanto poco c'avrei guadagnato (o, in momenti di pessimismo cosmico, di quanto c'avrei rimesso), che ho pensato bene di continuare a lavorare da freelance per altri editori, e di farmi venire il panico ogni volta che, a una scadenza per gli altri editori, si combinavano incombenze legate alla mia casa editrice, ma sono sopravvissuta.
Conoscevo anche perfettamente l'enorme scoglio della distribuzione, ci ho impattato duramente prima di iniziare a pubblicare e vi giuro che, tra chi chiedeva a un editore neonato un giro d'affari da centomila euro (certo, centomila euro son proprio una cifra che un microeditore è in grado di movimentare in un anno) e chi neanche ci ha considerate (comprensibile, visto il numero di editori sul mercato italiano), è stata una vittoria trovare un distributore nazionale specifico per la piccola e media editoria che ci abbia accolte con entusiasmo (sì, ok, lo sconto che pretendeva era pazzesco, ma prendere o lasciare, e noi abbiam preso).
Insomma,  ho considerato tutto. Ho letto tutto, ho studiato, ho preso contatti, mi sono documentata, ho fatto esperienza presso altri, mi sono lanciata quasi convinta di prendere una legnata nei denti.
E invece i libri, per tutta una serie di motivi che non sto qui a dire perché non mi piace cantarmela e suonarmela, sono andati bene, i resoconti bimestrali del distributore sono sempre una bella sorpresa.
Il dato paradossale, però, è che nessuna delle fatture spedite al mio distributore ci è mai stata pagata, le fatture son lì insolute da mesi e mesi, e le innumerevoli telefonate e mail, sono sempre state rimbalzate con scuse imbarazzanti. L'ultima, dopo averli avvertiti che sarebbe arrivata la messa in mora da parte dell'avvocato, è stata che il responsabile dell'amministrazione, proprio mentre ci stava facendo il bonifico, si è sentito male ed è in ospedale.
Allora, io qui devo scagliare il mio j'accuse. Non servirà a niente, ma almeno evito mi venga un'ulcera.
Senza quei soldi noi non andiamo avanti, perché investire ancora denaro, a questo punto, significa solo rischiare di più, non possiamo permettercelo e comunque non avrebbe senso. Potremmo iniziare a non pagare i nostri collaboratori, ma è un'idea che ci fa schifo perché l'abbiamo subita noi per prime da parte di altri, e non abbiamo intenzione di replicare questa stortura tutta italiana - e peculiare dell'editoria - per cui, se ti concedo di lavorare con me, ti faccio quasi un favore e i soldi vengono dopo, ammesso che vengano.
Il lavoro è lavoro, e va pagato, e guai a chi si azzarda a lavorare gratis, ché fa un danno non solo a se stesso, ma a tutti quelli che lavorano in quel settore, e al settore stesso, che piano piano perde qualità e smalto. Che qualità si può, infatti, garantire, a un committente che non paga e ti obbliga a sobbarcarti altri mille lavoretti per sbarcare il lunario?
Io, per prima, ho giurato da tempo che non metterò più giù una riga senza che mi sia pagata. Va bene anche poco e a millemila giorni dalla fatturazione. Essere pagati dignitosamente sarebbe meglio, ma ci vuole anche un pizzico di polso di quale sia la reale situazione dell'editoria italiana. Se paghi, io lavoro, e pure sodo, e sempre così ho fatto, lavorando anche la notte e nei weekend, se necessario.
E come la me freelance, pure la me editrice ha lavorato sodo. E, come me, mia sorella -il restante 50% della casa editice- e così il nostro grafico, il nostro redattore, il nostro ufficio stampa, i nostri traduttori, e, prima di tutto, i nostri autori.
Perché non dobbiamo vedere una soldo e rischiare di far fallire un progetto in cui crediamo?
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(la rettifica del giorno dopo: il distributore ha pagato, non tutte le fatture, ma almeno tutte le più vecchie. quindi da settembre si riprenderà a pieno ritmo a stampare. ciò non toglie che il discorso sopra valga ugualmente ma che almeno, oggi, tiriamo un sospiro di sollievo).

Della prima metà di quest'afosissima estate, ricorderò sicuramente i ricci scuri e i visi radiosi di due spose bellissime mentre ballano una al buio di un uliveto salentino sulle note della pizzica, e l'altra sotto il sole a picco in un parco della bassa bolognese su quelle della musica klezmer, due sposi ugualmente emozionati, la mia incredulità fanciullesca davanti a due persone che decidono fattivamente di credere al "per sempre", il discorso di nozze fatto da un bellissimo chierichetto del sindaco privato del suo ruolo sacrale di sommo vate (con tanto di giaguaro), una enorme tavolata rotonda con quelle anime belle che oggi sono  la mia famiglia bolognese, ma anche e soprattutto l'oggettiva rottura di palle di chi, in queste situazioni, si sente sempre in dovere di farti la fatidica domanda "e voi due, allora, quand'è che vi sposate?".
Se ne parla qui, sull'uscita di luglio di Wu Magazine.
Come se non bastasse l'afa di questi giorni a farti fumare le orecchie.

9.7.11

we are family

Pubblicato da SunOfYork |

Avevo smesso di piangere una manciata di mesi fa, abbastanza ironicamente nel momento in cui una mancanza enorme ha colpito la mia famiglia. I piccoli drammi della mia vita di quasi trentenne son scomparsi davanti a un'assenza brutta e inspiegabile che ha preso e raggelato tutte le lacrime, trasformandole in quel chicco di grandine che, fino ad oggi, mi si è piazzato all'imboccatura dello stomaco.
Io ho perso in un anno uno zio che incideva ninna nanne per la mia nascita, che mi sorrideva con gli occhi insegnandomi i primi accordi alla chitarra, che, solo a vederlo, riappacificava col mondo. Mia madre ha perso in un anno un fratello dai bellissimi occhi verdi, sensibile, acuto, equilibrato, saggio, intimamente morale. Se l'è visto rimpicciolirsi e raggomitolarsi su se stesso fino a scomparire e ritrovare quella pace che in un anno gli è stata sottratta. L'ha accudito paziente, ascoltato in silenzio, tenuto per mano in questo percorso fatto di medici, ospedali, viaggi della speranza (vana), dolori su dolori, non mostrandogli mai un cedimento, sorridendogli sempre e comunque.
Qualche giorno fa, in occasione di un enorme ritrovo familiare a Genova, mentre qualcuno si complimentava con qualcun'altro per i chili persi e il bell'aspetto, un terzo -parliamo di parenti ben al corrente di tutto- si è rivolto davanti a tutti verso mia madre dicendole "tu, invece, ti sei proprio lasciata andare".
Nessuno dei presenti ha detto niente. Mia madre, di solito diretta ai limiti del brusco, si è sentita in dovere di giustificarsi per quest'ultimo anno, anno in cui la femminilità è stato l'ultimo dei suoi problemi.

Io non c'ero, e so solo io quanto mi sarebbe piaciuto essere lì per sputare tutta la rabbia che ho addosso su questo uomo piccolo piccolo che oggi ha fatto piangere mia madre mentre, per telefono, mi raccontava l'episodio, e che le ha fatto rivivere un calvario di trecentosessantacinque giorni.
Però non c'ero, e mia madre non ha bisogno di difese, quindi un po' lo ringrazio perché ha fatto piangere me, sciogliendomi quel chicco di grandine e ricordandomi da chi è che ho imparato ad essere donna, senza trucchi, tacchi e parrucchieri, senza se e senza ma.

Mai l'avrei detto, ma oggi, in questo preciso momento, l'unica cosa che vorrei sarebbe una salita in montagna su cui sfinirmi fisicamente per poi dormire stanotte un sonno ininterrotto, senza sogni e pesante come piombo. Un pendio ripido da risalire su cui spezzare il fiato e questo circolo vizioso di pensieri ingarbugliati, per poi arrivare in cima e rotolare a valle come la famosa rolling stone.
Parlerò poi del concerto di Bob Dylan all'Alcatraz, l'unico evento sensato di questi giorni di inizio estate, e di cosa abbiano significato le sue canzoni per la sottoscritta nell'ultimo anno.
Qui, sull'uscita di giugno di Wu Magazine, affronto un problema un po' più contingente, le mete per le vacanze.
Io, al momento, andrei ovunque pur di sfuggire a questa stasi esistenziale.
E voi altri, bloggers single e accoppiati, dove fuggite?

9.6.11

you can be heroes

Pubblicato da SunOfYork |

Questo post è un tributo a M.&V., la coppia più bella e longeva che conosco, i miei due migliori amici da sempre, due eroici squinternati che, a 28 anni, festeggiano 13 anni di fidanzamento e mi fanno pensare che forse forse, volendo, si può fare. 
Se ne discettava amabilmente su facebook con V. che mi ha offetto uno scorcio del suo punto di vista, sempre molto ma molto romantico. (ma d'altronde, cara V., sei la mia migliore amica. Di certo non potevi essere una che mette i cuoricini sulle i. I puntini sì, i cuoricini, no).

Sun: M.&V. buon anniversario, tesori miei. Aveste fatto un figlio la prima sera, adesso vi ritrovereste in casa un adolescente problematico
V.: Temo ce l'abbiamo comunque. Anche se non ho più 13 anni. Al 15° anno di fidanzamento tostapane tefal o trapunta bassetti?
Sun.: al 15° so io che regalarti, V. ma qui su fb non si può dire ché siamo pudiche. Comunque anche un anno di sedute di psicanalisi dovrebbe andar bene, in alternativa
V.: Sono sempre più convinta che la monogamia precoce sia un sintomo psichiatrico
Sun.: non sia cinica, signorina V. Vada a fare una delle sue meravigliose torte e accolga l'amato manager con un negligè e delle ciabattine pelose (da far indossare a lui)
V.: Allora: 1 l'idea della psicanalisi è favolosa, mi chiedo perché non sia inserita nell'attuale catalogo Esselunga. Tra l'altro sappi che, mi dovesse succedere qualcosa, ti lascio in eredità tutti i miei beni, cioè la mia tessera Esselunga. Non ringraziarmi. 2 Non ho le ciabattine pelose, ma sono pelosa io. Vale uguale? 3 Già è troppo dura vedere M. con le mutande di capodanno a giugno, figurati in negligè. 4 Per il 15° mi regali un amante? tanto i miei gusti li conosci. Baci, V.
Sun.: sul punto 2 (i peli), 1 minuto di silenzio per la morte della tua privacy.

Insomma, 13 anni sono un bel po' di tempo, io la V. la capisco, e so che sotto la scorza dura è pur sempre una sensibilona che accarezza le piante (!). Però non posso far a meno di commuovermi come una scema se ripenso a quella notte in cui noi altri 15enni fumavano erba di nascosto in un campeggio di Metaponto, mentre V.&M., in un altro angolo del campeggio, facevano la cosa giusta, e si fidanzavano per la vita. E quindi, cari miei, vi dedico una canzone fatta proprio per voi, da un film zuccheroso, che so farà venire i conati alla perfida V.

Mi sono innamorata. 
Stamattina sono uscita di casa con la mia caviglia infortunata e mi sono innamorata.
E vabbè che è primavera, tutto sembra più bello, il grigiore invernale se n'è andato, e l'ormone è in subbuglio, ma io mica me l'aspettavo di innamorarmi così, di prima mattina, insomma, capirete, non avevo ancora preso il caffè, e invece.
Il fatto è che la gonna nera, dalle linee essenziali e un po' retro, sembrava cucita su di me. Nè troppo lunga da coprire le ginocchia, che qui si aspira ad essere signorine per bene ma-non-troppo, nè troppo corta da fare "squinzia al mare", nè troppo fasciata sui fianchi, nè larga o informe. Perfetta nella sua semplicità.
E la camicetta-kimono di seta nera scivolata con fiori di mandorlo che m'ha subito fatto pensare alle japonesairie di Van Gogh, con un laccetto di raso scarlatto a contrasto per sottolineare il punto vita, e lo scollo preciso ad alludere senza svelare.
Insomma, io ho provato il tutto, ammirato la grazia e l'armonia del matching perfetto, sentito nel mio cuore dell'amore incondizionato per lo stilista che ha disegnato quei capi, le sarte che li hanno cuciti, la commessa che me li ha indicati e il signore iddio che ha creato un mondo con così tanti bei negozi, pagato senza batter ciglio il conto salatissimo ma mai troppo salato nell'ottica del benessere e dell'autostima che mi darà vestirmi in quel modo in una sera estiva andando a bere qualcosa con un uomo che al 90% non si accorgerà di nulla a meno che non apra il kimono e riveli la mercanzia ma io mi sentirò la più figa della terra comunque, e sono uscita dal negozio con la testa alta e il portamento fiero.
Per un attimo ho avuto paura di tornare a casa, riprovare i vestiti, e pensare come al solito che si fosse trattato di un abbaglio, paura di sembrare una mongolfiera, una bambina che si è spiaccicata in faccia il rossetto della mamma, una fricchettona vestita per la festa.
E invece. Ho riprovato tutto poco fa e sono sempre più convinta dell'acquisto. 
Non so, forse i soldi che spendiamo in psicologi, dovremmo davvero spenderli per fare shopping più spesso.

25.5.11

I still miss someone

Pubblicato da SunOfYork |

Io, di solito, quando qualcuno mi fa quel discorsetto del carpe diem, la solita noiosa vecchia storia di cogliere l'attimo, di vivere il tempo coniugandolo solo ed esclusivamente al presente, di farsi portatori di uno zeitgeist con parole ed azioni, ecco, io di solito in quella circostanza lì regalo al mio fortunato interlocutore tutto il mio miglior scetticismo. Il presente, per me, ha sempre contato poco, tutta volta come sono con lo sguardo in avanti, al mutamento perpetuo, al continuo rilanciare, o viceversa ripiegata su un passato dai contorni quasi sfumati e mitici. Voglio dire, io il presente non lo vedo proprio. Anche quando è tetro e soffocante, non mi concedo la sofferenza: guardo avanti e avanti vado come un panzer. E quando son giornate serene, non lo sono tanto quanto altre passate, o quanto lo saranno le future. Così l'amore, magari c'è o c'è stato a volte, e non me ne sono accorta, e ho confuso le acque con tanti, troppi punti di domanda su passato e futuro.
In questi giorni guardavo una persona che, da due mesi, ha perso l'amore della sua vita. Una persona accanto a cui s'era svegliata per trent'anni ogni benedetto giorno e con cui aveva condiviso un presente dimentico di sè, come sempre accade quando si pensa d'aver tutto il tempo davanti.
E niente, è evidente che è una persona spezzata, che ogni tanto col pensiero va altrove, e quell'altrove è il ricordo di suo marito. E credo che se avesse avuto la possibilità di conoscere quella persona, un istante, un giorno, o un anno prima, avrebbe benedetto quell'istante, giorno, anno, per tutto il resto della sua vita.
Quindi ecco, io, che capisco qualcosa di me solo in termini relativi all'altro, ho capito che per me il presente sta avvenendo ora, in questi mesi, e che non ha senso rallentarlo saltellando su altri piani temporali.
Ciò non toglie che When I'm sixty-four dei Beatles resta la più bella canzone d'amore di sempre. Però diciamo che ho altri trentacinque anni per pensarci, ecco tutto.

Bene, dopo quattro anni di vita in questo appartamento del centro storico di Bologna, a pochi mesi dal momento in cui lascerò questo appartamento nel centro storico di Bologna (e il centro storico di Bologna) (e il centro di Bologna) (no, a Bologna ci resto), mia madre ha deciso di venire a fare visita per ben quattro giorni. Ora, il dilemma che è sorto, è questo: posto che comunque mia madre, appena varcata la soglia di casa, verrà colta da voglia repentina di lavare e ordinare da cima a fondo l'appartamento, io, l'appartamento in che stato glielo faccio trovare?
La risposta ovvia, la prima che mi è venuta in mente, è stata ora mi smazzo una due giorni di pulizie da cima a fondo in modo che quando arriva, trova tutto splendente e si riposa, e io faccio la parte della brava figliola.
Assurdo. Mia madre mi conosce abbastanza bene da capire che quell'ordine e quella pulizia non sono all'ordine del giorno e andrebbe a cercare in qualsiasi angolo indizi di quel letamaio che si aspetta sia casa mia. Inoltre, anche qualora cadesse nel tranello (non ci cadrebbe, son pronta a scommettere una passata di swiffer nelle vostre case), avrebbe da ridire, e pulirebbe tutto di nuovo, o si metterebbe a stirare, o a riordinare l'armadio, o a ritinteggiare gli scuri, o che so io.
A questo punto, mi son detta: ragiono egoisticamente e le lascio fare qualcosa così si sente utile, e questo qualcosa, accidentalmente, sarà la cosa che mi rompe di più fare: pulire casa. (stirare, fare i piatti, riordinare l'armadio, ritinteggiare gli scuri, lo faccio molto volentieri, invece). Solo che comunque c'è un inghippo: se mia madre mi conosce abbastanza bene da capire che una estrema meticolosità domestica non m'appartiene, è pur vero che sono andata via di casa da un bel po', e secondo me non mi conosce neanche tanto bene da sapere che sciattona io sia diventata. Nè, francamente, voglio che lo sappia.
Quindi ho avuto un'idea geniale: ho tirato a lucido la casa, poi ho sbriciolato un cracker in un angolo, ho lasciato una mensola della libreria impolverata, ho versato una goccia di caffè sui fornelli e abbandonato un paio di mutande sotto il letto. Poi, soddisfatta mi son seduta sul divano.
Unica pecca del piano, mia madre arriva martedì e fino ad allora la casa avrà raggiunto i livelli di entropia ad essa confacenti.

Non sono sparita, è che una fase della mia vita si sta chiudendo, e la successiva non si è ancora aperta. Sono in pratica in uno di quei momenti in cui tutto smette di essere certezza e si fa movimento, e io son qui e tiro il fiato fino all'ingresso nella prossima fase. Per non affondare, ho bisogno di parlare di continuo, con tutti. Quindi ammorbo amici e parenti, ho una psicologa, e tornerò a scrivere qui con più frequenza di prima. Affliggo anche il poveretto che mi s'è pigliato, propinandogli di tanto in tanto delle versioni più o meno incisive de "Il Discorso" (sì, proprio quel discorso, quello che prima o poi tutte facciamo ai rispettivi uomini). Ne parlo qui, sull'uscita di maggio di Wu Magazine.

Son tornata a Bari per le vacanze di Pasqua. Tornare a Bari per le vacanze, oltre a bere in media sei caffè al giorno, farmi ingozzare di cibo con un imbuto da mia nonna, coccolarmi il nonno, aggiornare i miei sulla mia vita in estenuanti sessioni di autoanalisi, tornare a dormire in un letto singolo, significa soprattutto spupazzarmi i miei minuscoli cugini da mattina a sera. 
Di quell'intellettuale engagé di mio cugino Werther, avevo già parlato tempo fa. Non avevo invece parlato delle terribile Sunofyork jr. 
Sunofyork jr è un inno al Ritalin: fa tutte le cose che un bambino non dovrebbe mai fare, e per di più le fa tutte insieme, urlando a squarciagola, e ridendo per il gusto della trasgressione. Basti pensare che ieri, durante la processione del Venerdì Santo del mio quartiere, alla comparsa della statua della Madonna Addolorata, ha iniziato a correre tra i chierichetti urlando come un'invasata "Ho visto la Madonna".
Insomma, io la amo follemente, mi fa tanto ridere, ma dopo un paio d'ore con lei mi rendo conto che tutti quei caffè forse non li avrei dovuti bere tanto c'è già lei a farmi esaurire.
E allora oggi, complice il bel tempo, l'ho portata alla pineta. Lì sono riuscita a vedere tutti i pro di andare in giro con una bimba. Infatti, mentre lei nell'ordine: 1. sradicava un pino, 2. scavava una buca profonda un metro e ci buttava dentro un bambino più piccolo per poi ricoprirlo di terra (se non fosse stata fermata in tempo), 3. cercava di sedurre il gelataio con frasi tipo "mò c'sì bell" per scroccare un cremino gratis, 4. tentava di smantellare il chioschetto del suddetto gelataio quando lui si è rifiutato di regalarle l'ennesimo pacchetto di Fonzies, 5. spaccava a calci le giostrine, insomma mentre questo genio del male faceva tutte queste cose, per giunta strillando come un'aquila, io ero lì circondata dai vitelloni del mio paese che, non ricordandosi di me perché manco ormai da anni da Bari e incuriositi da un viso nuovo, si prodigavano in una serie di maschie gentilezze: una massa di uomini tra i trenta e i quaranta mi offriva il caffè, pagava i gelati a Sunofyork jr discettando nostalgico su quanto tempo è passato da quando esistevano solo il Cucciolone e il Fiordifragola e non il GummyUp o l'X-Pop, mi parcheggiava la macchina meglio di come l'avevo lasciata (di traverso sulle strisce, sono pur sempre a Bari), si complimentava con me per il fatto di avere una figlia di sei anni pur essendo così giovane, mi chiedeva dove fosse mio marito ("Marito? Non c'è nessun marito", ho detto sconsolata - che poi è la verità, ho solo omesso di dire che quella selvaggia non è figlia mia e aggiunto che mi chiama Sunofyork e non "mamma" perché andiamo molto fiere del nostro nome, poi loro hanno fatto le loro deduzioni) e innoridiva davanti a un uomo che abbandona una donna giovane e bella e per giunta con una figlia.
E io lì, chiacchieravo con tutti, avevo un sorriso per ognuno di loro, e mi sono divertita un casino.
Poi però, quando Sunofyork jr ha iniziato a fare delle palle di terriccio grandi quanto la mia testa e a lanciarle contro i passanti, ho dovuto schiaffarla in macchina e salutarli tutti.
Sono andata via sorridendo, coi capelli biondi svolazzanti e facendo spegnere settecento volte la macchina davanti a loro (perché cacchio il tipo che ha parcheggiato per me ha ingranato la terza?), e ho i miei buoni motivi per ritenere di essere diventata il loro sogno erotico.
(Sì, ok, sempre di dei nullafacenti ultratrentenni che vivono con le loro madri, però meglio di niente)

9.4.11

A woman in full

Pubblicato da SunOfYork |

Siccome anche quest'anno è arrivata la primavera col suo carico da novanta di scoramento, siccome aprile è il mese più crudele, siccome sto lavorando come una disgraziata, siccome anche questo mese ho  una sindome premestruale con un potenziale distruttivo superiore a Fukushima e soprattutto siccome la combinazione di tutti questi bei siccome mi avrebbe senza dubbio portato a commettere un qualcosa di penale nel giro di 24 ore, ho deciso che questa volta gestirò tutto in maniera diversa, motivata dal meraviglioso oroscopo che Brezsny ha inventato a tavolino per il Cancro questa settimana.
Allora ieri sera, dopo una bella dose di sollazzo con degli amici, mi sono chiusa in camera e ho fatto tutte quelle cose per cui normalmente non si ha il tempo: ho staccato il cellulare, messo i piedi a bagno, sacramentato perché prima  di metterli a bagno non avevo preso un asciugamani, ho sgocciolato (sempre sacramentando) sul parquet per prendere un asciugamani, li ho rimessi a bagno, nel frattempo mi sono spalmata sul corpo due dita di crema alle mandorle che se uno m'abbracciava facevo effetto anguilla, ho messo due cetrioli sugli occhi, li ho tolti ché non fa bene all'autostima sentirsi dementi, poi mi son data l'idratante sul viso e sorseggiando la camomilla previamente preparata e messa a portata di mano, ho tirato fuori i piedi, spalmati anche loro di ogni sorta di unguenti, poi mi son data l'olio di argan sulle punte dei capelli e li ho raccolti in una treccia, e così, unta come la mummia di Tutankhamon, mi son messa a letto  a quattro di mazze inzaccherando le lenzuola pulite.
Ho dormito 9 ore di fila di un sonno profondo e senza sogni agitati, convinta che mi sarei svegliata e sarei stata come minimo Charlize Theron (cioè, con tutto 'sto sbattimento, non volete che mi risvegliassi manco come Charlize Theron?), mi son svegliata, ho realizzato che non sono Charlize Theron ma che c'è una buona base di partenza per diventare Moira Orfei, e mi sono concessa una lunga colazione nel dehors del bar sotto casa con A man in full - no, non è un nomignolo lusinghiero che dò al mio uomo, sono davvero andata a far colazione portandomi dietro il libro di Thom Wolfe. Vi giuro che ero così rilassata che quando il cameriere è venuto al tavolo sui cui ero mollemente adagiata con un braccio penzoloni mentre con l'altra mano mi arrotolavo una ciocca di capelli (unti ancora di olio d'argan), ho biascicato l'ordinazione in un linguaggio che ricordava quello dell'eretico del Nome della rosa, lui mi ha guardato stranito, mi ha portato un caffè, e poi mi ha riposto  benevolo la domanda scandendola leggermente ("ora, cara, dimmi, di grazia, co-sa pren-di per co-la-zio-ne?)". E insomma, mentre leggevo e facevo colazione, anziché la solita musica tamarra del bar è partita Just like a woman di Dylan, e la temperatura del cappuccino di soia era perfetta, e il caldo si faceva sentire ma non ancora in modo soffocante, e poi è arrivato il conto, era salatissimo, e io non mi sono minimamente scomposta.
Ora vado a fare shopping, e poi se mi dice bene vedo A man in full, quello in carne ed ossa.

4.4.11

una cosa

Pubblicato da SunOfYork |

Io una cosa, con l'inutile senno di poi, me la devo proprio dire. Una nota a margine, una glossa, un appunto mentale, per evitare di commettere un'altra volta un errore di prospettiva così grossolano come quello del 2010-2011.

L'ultimo anno l'ho trascorso, per la maggior parte, a fare la Mme Bovary del terzo millennio. Ad autoinfliggermi tribolazioni sentimentali, a rimuginare troppo sull'amore, a mettere tutto in discussione anche quando era meglio lasciar perdere.
Nel frattempo non mi sono accorta, o non mi son voluta accorgere, del fatto che stavo perdendo qualcuno che oggi, a 20 giorni dalla sua scomparsa, mi manca in maniera indicibile.
E allora devo proprio dirmelo,  anche se suona scontato: i problemi veri sono altri. Il senso del tragico dovevo sfoderarlo per ben altri motivi. La regina del dramma potevo sì farla, ma per qualcosa per cui ne valesse davvero la pena.
Insomma, è stato un bell'errore di valutazione da parte mia, e spero davvero di non farlo mai più.
(per la serie i buoni propositi che non manterrò)

Il guaio è che io sono una persona profondamente empirica: non esiste verità scientifico-filosofica trasmessami nel tempo che io non abbia passato al vaglio critico con l'ostinazione di un mulo. Ho motivo di credere di non aver superato, in quasi trent'anni, la fase dei perché: se tutti si comportassero come me, le conoscenze umane si sarebbero fermate alla preistoria, perché ogni individuo avrebbe dovuto provare sulla sua pelle la verità delle acquisizioni fatte dai suoi predecessori.
Come qualcuno forse ricorderà, a novembre avevo causato un'esplosione nel forno per il solo gusto di smentire mio nonno che anni prima mi aveva ingiunto di incidere le castagne prima di cucinarle senza spiegarmi il perché.
Ieri, con mia sorella, entrambe in visita in Puglia, eravamo di ritorno da un giro di shopping selvaggio. Era tardi, avevamo poca benzina, e volevamo far un favore a nostra madre non lasciandole la macchina a secco come nostro solito. Il problema è che non avevamo alcuna intenzione di fare benzina al self service -eravamo troppo stanche per lo shopping per schiodare il culo dai sedili e poi non sappiamo farlo- quindi abbiamo trovato una Shell con un tizio abusivo e abbiamo lasciato  che ci facesse 10 euro (tirchie) di diesel, pur avendo il dubbio che la macchina di nostra madre non andasse a diesel ma a senza piombo.
Il risultato è che la macchina non è più partita: per un arco di tempo sufficientemente lungo da far quasi albeggiare, io e mia sorella ci siam guardate con la faccia di chi non ha la più pallida idea di cosa fosse successo, poi, con un fulmineo scambio di battute in cui abbiamo dato sfoggio di tutta la nostra abilità sillogistica ("non è la stessa cosa come pensavano noi?", "ma va! anche il diesel è senza piombo sennò si chiamerebbe con piombo!", "ma sì dai, che vuoi che sia: gasolio, benzina, gas, elio, è tutto uguale", "minchia salteremo per aria?", "sì gasolio più benzina notoriamente creano la nitroglicerina"), ci siamo rese conto del perché i benzinai facciano sempre quella domanda sul tipo di carburante 
Dopo questa fondamentale acquisizione che ci ha elevate al livello di novelle Ford, quasi compiaciute per l'applicazione a una simile banalità del modello empirico galileano, abbiamo dovuto subire la duplice umiliazione di una telefonata a nostra madre che ci ha ricordato, insieme a tutti i santi e le madonne del calendario, quanto siamo inette, e dello sguardo di pena riservatoci da nostro padre arrivato a soccorrerci col suo meccanico di fiducia abbondantemente dopo ora di cena. 
Ci siamo consolate, sulla via di casa, ricordandoci che il problema è che siamo due intellettuali, e che è il destino di tutti i geni quello di essere incompresi.

9.3.11

Wu Magazine, Marzo 2011

Pubblicato da SunOfYork |

Io, una volta, volevo mollare un tipo. Mi ero preparata tutto un discorso molto ragionevole e molto delicato, in cui spiegavo le (validissime) ragioni per cui non potevamo più stare insieme (era uno stronzo).
Prendo coraggio, lo chiamo. Non risponde.
Mando un sms: "appena puoi chiamami, ti devo dire una cosa".
Lui impanicatissimo mi chiama: "ehi dimmi che c'è, mi hai fatto preoccupare!"
L'inetta che è in me: "ah no niente, volevo dirti che ti amo".
...
Non gliel'avevo mai detto. Quando si dice il tempismo.
Non vi sto a raccontare la voglia di prendere a capate il muro, e i pensieri che ho fatto in quel momento, ma era un monologo a metà strada tra l'avanspettacolo e i cori da tragedia euripidea, una roba del tipo noo cazzo nooo ora mi dovrò sorbire questo tipo ancora per un bel po' altrimenti come posso giustificare il fatto di avergli detto questa cosa, ordinerà un tso (meritatissimo), forse è meglio sopportarlo per tutta la vita, sposarlo, stargli accanto, dargli dei figli che saranno stronzi come lui piuttosto che fare una figura così magra, sì sì è una punizione degna per essere una bugiarda incapace di dire le cose come le pensa! oh no però preferisco comunque un elettroshock a una vita con questo tipo, si fottano le spiegazioni...
E infatti una settimana dopo è finita davvero, non c'è stato alcuno elettroshock ma da allora ho smesso di dire quelle due parole.
Se lo dico, lo dico in altri modi. Tipo, con la santa pazienza e con  i piccoli gesti.
Se ne parla qui, sull'uscita marzolina di Wu Magazine. E voi ce le avete quelle due sillabe nel vostro dizionario amoroso?

Ma in questi giorni di freddo artico e pensieri continui e impegni inderogabili e lavoro senza soluzione di continuità e nemmeno uno straccio di ponte manco a pagarlo e di odio verso il calendario che ti fa cascare pasqua il 24 aprile, pasquetta di 25 e il 1° maggio di domenica, ma ditemi, voi a quale orizzonte guardate?
Io penso che tra cinque mesi vado al mare.
Quindi la mattina mi sveglio, tac, prima botta d'ansia perché mi sento sopraffatta dalle cose da fare, e io penso che tra cinque mesi vado al mare. Accendo il pc e, tac, seconda botta d'ansia perché mi trovo mail di committenti disperati perché sono in ritardo? Chi se ne frega, tra cinque mesi vado al mare. Mi arrivano fatture da pagare e, tac, terza botta d'ansia? Scrollata di spalle, tra cinque mesi vado al mare. Il lavoro che faccio mi annoia da morire e, tac, mi viene l'ansia perché sento di sprecare la vita? Non importa. Tra cinque mesi vado al mare. Quando sono al mare va tutto bene.
Se qualcuno si azzarda a farmi notare che mancano ancora cinque mesi prima  che possa andare al mare, io giuro non so come potrei reagire ma secondo me non la prendo mica tanto bene.

Come qualcuno di voi già sa, ormai è un anno che ho aperto insieme a mia sorella una casa editrice. Avere una casa editrice oggi in Italia significa avere qualche rotella fuori posto: i libri ok, sì, li vendiamo, ma il distributore ci paga a 180 giorni (ammesso che ci paghi), la tipografia l'abbiamo ma esige d'essere pagata ancor prima che i libri raggiungano il magazzino, presentazioni ne facciamo, ma i soldi per mandare in tour promozionale i nostri autori scarseggiano quindi dobbiamo accontentarci di qualche data e le fiere le facciamo ma stando molto molto attente alle spese. Insomma, avere una casa editrice, più che con questioni letterarie o profondamente intellettuali, ha (almeno per me) a che fare con la gestione al centesimo di soldi (pochi) e delle spedizioni (tante, per fortuna).
Venerdì scorso, in occasione della visita bolognese della mia socia-sorella per la fiera di Modena nel weekend, abbiamo agganciato  agli altri tremila impegni (tutti implicanti enormi spese e sbattimenti) un appuntamento con aspirante autore reo di averci mandato un manoscritto in lettura che c'era garbato parecchio. 
(e ora viene la parte che i bolognesi dovrebbero leggere attentamente).
L'incontro era fissato ad ora aperitivo in uno dei posti a mio parere più belli di Bologna: Colazione da Bianca.
Per chi non lo conoscesse, Colazione da Bianca si trova in via Santo Stefano 1 ed è un incrocio tra  un bistrot parigino, una sala da tè inglese e quant'altro di figo vi possa venire in mente: colori caldi, posate d'argento, tavolini di ferro battuto, porcellane splendide. Insomma, il posto giusto in cui fingere di essere due editrici serie e un po' radical chic.
C'ero già andata a prendere un tè con Paperoga, che però non aveva nemmeno notato quanto fosse figo il posto e s'era gettato di faccia nella sua fetta di torta, ma non l'avevo mai sperimentato per l'aperitivo e come me, nessuno dei miei amici bolognesi, che infatti si chiedevano all'unisono chissà come sarà l'aperitivo da Colazione da Bianca? Ed ecco che interviene la qui presente allocca a rispondere al vostro quesito. Riconosciuto l'autore fuori dal locale (un fico da paura che, essendo mia sorella single, subito immagino in vesti di cognato prima che di autore di punta), entriamo, ci accomodiamo e ordiniamo due cocktail e una birra piccola (birra da Colazione da Bianca, ecco un altro maschio che non capisce il mood del locale). I cocktail sono annacquati ma almeno servono a me e mia sorella a scioglierci dalla contemplazione del bel faccino dello scrittore e a dirgli qualcosa di sensato sul suo manoscritto (cioè, mia sorella gli dice qualcosa di sensato, io lascio che sia lei a condurre la conversazione così poi lui vede quanto è in gamba e se la sposa). Nel frattempo mi avvicino al buffet: argenteria finissima, cristalli ovunque, ciotole degne dei reali inglesi, e le solite quattro tartine in croce però con un aspetto più vezzoso. Torno al tavolo e loro stanno continuando a cianciare di riscritture, editing, altri editori. Io non ne posso più, mi allontano di nuovo e per far fare bella figura a mia sorella -cosa non si fa per una sorella- vado alla cassa e senza che il giovine autore se ne accorga, chiedo di pagare per i tre aperitivi.
Ora, non so da voi quanto sia legittimo pagare tre aperitivi, ma da noi, a Bologna, la media degli aperitivi -se escludiamo quelli per universitari coi braccini corti che vanno attorno ai 5 euro per bevanda più cibo orrendo- è di 7-8 euro. Il che significa che tu con 7-8 euro hai il tuo bel bicchiere di vino/spritz/quello che  cacchio ti pare, e usufruisci di un buffet. Immaginando che Colazione da Bianca fosse un posto di stronzi boho-chic, mi ero detta di star pronta a un aperitivo da 10 euro ciascuno, e vabè, amen, è un incontro di pseudolavoro, ci può stare spendere 30 euro per un autore che stiamo corteggiando (in tutti sensi). E invece, arrivata alla cassa, la tizia mi chiede cinquantuno euro (nel portafogli, per altro, avevo esattamente cinquantuno euro, secondo me quando entri nella porta c'è un apparecchio che ti fa una radiografia). Poi vedendomi impallidire e serrare la mascella, si è corretta e mi ha sparato quarantuno euro, che io ho pagato in silenzio con una lacrima che faceva capolino nell'angolo dell'occhio. Poi ho guardato lo scontrino ed ecco, io in quel momento lì ho avuto un'esperienza di pre-morte e credo di aver capito cosa intendono quelli che dicono che, davanti a un pericolo imminente, capita di rivedere tutta la propria vita.
Io ho rivisto impallidire la faccia di mio padre quando, in vacanza, nei 1990, dovette sborsare cinquantamila lire per quattro gelati, ho capito perché Paperoga conserva uno scontrino da più di sessantamila lire per una cena a Gallipoli di una quindicina d'anni fa e anche perché nessuno dei miei amici bolognesi aveva mai voluto rischiare di andare a fare aperitivo da Colazione da Bianca.
Perché il buffet non è incluso nell'aperitivo e un cocktail costa 10 euro. E se non hai un autore con un bel faccino che speri possa farti rientrare dalle spese, è meglio lasciar perdere.


Ed eccomi qui sul numero di febbraio di Wu Magazine a discettare della questione dell'anello di fidanzamento.
Certo che se un giorno mi avessero detto che, a causa di un blog, qualcuno mi avrebbe invitato a scrivere su una rivista, e mi avrebbe anche pagato per ridere dei miei ex fidanzati, io non c'avrei mai creduto.
Voglio dire, essere pagati per fare quello che normalmente faccio meglio al mondo, l'ex fidanzata stronza,  non solo mi risarcisce degli anni trascorsi a farmi martirizzare da certi ometti, è proprio troppo bello per essere vero!

Una cosa avevo da fare per stasera: una soltanto. Fare una torta per il compleanno di un'anima candida che ha compiuto 32 anni e che ha trascorso una fetta del suo ultimo anno a insegnarmi l'ottimismo e il sorriso, sempre e comunque.
E io infatti la lezione dell'ottimismo un po' l'ho appresa, caro il mio trentaduenne. Mi son detta, e dai Sun, ce la puoi fare anche tu a fare una torta. E non solo una torta, una torta salutista, per venire incontro alle esigenze di tutti i presenti. Così stamattina, di buona lena, ho preso farina senza glutine (per i celiaci), zucchero di canna biologico, yogurt di soia fatto in casa (per gli intolleranti al lattosio), lievito naturale, olio (e non burro) e niente uova (per i vegani).
Il risultato è stata una torta per-fet-ta.
Perfetta come materiale coibentante per i tetti, da quant'era compatta. 
Perfetta come il peggior obbrobrio culinario che si possa immaginare: cruda dentro, bruciata fuori e non lievitata (spessore massimo 1.5 cm). 
A quel punto già sacramentavo contro tutti i santi presenti e no nel nostro calendario, in tutte le lingue conosciute, e sommando alle parole gesti eloquenti come sbattimento della testa su ogni spigolo vivo di casa e tentativi di infilare la testa in forno. 
Poi mi son ricordata che la persona per cui preparavo la torta mi dice sempre di non disperare e di essere ottimista, e sorride con un sorriso che, giuro, ve lo vorrei far vedere perché ti rimette in pace col mondo.
Allora sono andata alla coop e ho comprato un composto senza glutine per torte. Sul retro della confezione c'era scritto che bisognava solo aggiungere 200 g di acqua a 70°C e scuotere per 15 secondi in un recipiente ermetico. Insomma, cari miei, mi son detta, ce la può fare pure questa disadattata qui.
Sorvoliamo sul problema di misurare i 70°C, che ho brillantemente risolto infilando un dito nell'acqua e ustionandomelo, e quello di calcolare 200 g d'acqua chiamando la mamma al telefono e sentendomi dare dell'idiota, ma chi cazzo ce l'ha un recipiente ermetico? Così ho preso uno di quegli enormi barattoli di vetro ikea per spaghetti, ho messo tutto dentro e ho scosso per quindici secondi, intervallando ogni secondo con cose tipo 1 "yes I can", 2 "evvai", 3 "ci siamo quasi", 4 "questa volta è fatta", 5 "ah che male il braccio", 6 "puff pant", 7 "son brava però", 8 "ahi ahi ahi", 9 "sì ma che palle" ecc.ecc. Arrivata a 15 (quando ormai era passato un minuto buono), ho cercato di versare il composto nel tegame ma quello era compatto, non scendeva, così ho infilato tutto il braccio dentro inzaccherandomi il maglione nuovo e con la mano ho raccattato quella roba collosa e  ce l'ho spiaccicata dentro. Raccolto il tutto, ho gioito un attimo, lasciando cadere, nell'impeto, il contenitore di vetro, che si è frantumato sul pavimento in mille pezzi.
Poi l'ho messa nel forno (l'altoforno) al massimo della temperatura in modo da ottenere una deliziosa torta di ghisa, che stasera assaporeremo tutti assieme appassionatamente, sempre ammesso che qualcuno sia in possesso di una sega circolare per tagliare le fette.
E insomma, son molto soddisfatta di aver appreso la lezione dell'ottimismo, caro il mio festeggiato.
E tu riuscirai a mantenere l'ottimismo anche dopo averla assaggiata? Perché qui, secondo me, casca l'asino.

mail da sunofyork al papà di sunofyork nel giorno della sua cena di pensionamento contentente discorso esplicitamente richiesto dal genitore impacciato con le parole:

"Vi chiedo solo qualche istante per dirvi che è un sincero piacere avervi qui a festeggiare quello che per me è un traguardo importante nella mia vita professionale e personale.
Sono stati anni di lavoro intenso e talvolta faticoso, ma anche profondamente soddisfacente: buona parte delle gioie ricevute nell'arco della mia carriera, sono dovute alle persone con cui mi sono trovato a lavorare.
Sto parlando di tutti voi, che ricorderò sempre con affetto perché negli anni siete stati molto più che semplici colleghi, siete stati uomini e donne con cui ho condiviso la mia vita, proprio come dentro allo scompartimento di uno di quei treni che abbiam fatto circolare, con la differenza che ora è venuto per me il momento di scendere.
Vi ringrazio per quello che avete rappresentato in questi anni, vi auguro di proseguire al meglio la vostra vita professionale e personale così come l'ho vissuta io, e ricordate che il papà di sunofyork scende dal treno ma non è mica arrivato al capolinea!
Un brindisi e un arrivederci a tutti voi
  
(mi raccomando papà non ti commuovere!)
Sunofyork "

E va bene, papà, ti commuoverai lo stesso. E pure a me, a distanza di 600 km, a pensarti lì in piedi davanti a 50 persone che leggi da un foglietto mentre tenti di seguire i consigli che ti ho dato per sostenere la voce, viene una po' da piangere.
Pensa che ci son volute due teste per scrivere questo breve discorso, la mia, e quella di uno scrittore vero, l'unico che potesse aggiungere a queste parole il tocco di grazia che avevo immaginato per te.
Ah, e poi se ti vien da piangere, pensa alla liquidazione.

Questa settimana, cari miei, vi propongo un esperimento antropologico con tutti i crismi, di quelli che lèvate Durkheim, Weber e pure Lévi-Strauss.
Prendiamo una donna e mettiamola con un uomo (il suo) con un senso dell'umorismo anni '80 e una passione per i giochi di parole, in un monolocale (quello di lui) a partire da un giovedì fino a un martedì mattina.
Inseriamo un elemento esterno x che rende uno dei due fisicamente indisposto (questo è un elemento fondamentale per la nostra analisi).
In questo monolocale piazziamo due computer portatili, una connessione wifi e un lcd samsung con sky. Va sottolineato che la donna in questione, a casa propria non possiede un televisore ma che ha sviluppato, grazie all'uomo, una dipendenza da un canale (Real Time) che propone programmi da femmina come Cortesie per gli ospiti, Ma come ti vesti, Wedding Planners (Enzo io ti amo), Cake boss. Per tacere della di lei ossessione per Sex and the City, riproposto ad libitum da Fox. L'uomo, al contrario, ha una monomania per i Simpson.
Riepiloghiamo: un uomo, una donna prona alle dipendenze, astinenza coatta, isolamento, sky a dosi massicce e una serie infinita di mot d'esprit stile Drive in.
Giorno 1: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30mq.
Giorno 2: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky.
Giorno 3: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste.
Giorno 4: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste. (Ma non sarà il caso di lavorare un po' a questo fottuto dizionario di latino e riordinare compulsivamente la casa?)
Giorno 5:  oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste dopo aver lavorato un po' e riordinato compulsivamente la casa. (Ma sarà normale che lui abbia preso a chiamare lei "vecchia stronza" mentre con la mano afferra oggetti contundenti dalle mensole e se li schiatta con violenza sulla fronte?)
Lei invece ha un tic all'occhio, si dondola autisticamente, minaccia  l'uomo di morte se  lui fa battute/tenta di cambiare canale/ balla in maniera imbarazzante/ respira, e nel frattempo continua a canticchiare canzoni stile la bambina dell'Esorcista.
Sarà mica vero uno dei proverbi dell'amato nonno canterino: "uccello in gabbia, non canta per amore ma per rabbia"?
Ad occhio e croce azzardo un Giorno 6:
oh che bello sono io DA SOLA in 30 mq in pigiama a rincoglionirmi solo ed esclusivamente con Real Time, senza dovermi sorbire battutine su quanto sono snob i tipi di Cortesie per gli ospiti o su quanto è volgare Samantha (Dio mio, Samantha va amata, stop) di Sex and the City.

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