Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Apri gli occhi in una mansarda assolata alle 7.20, resti qualche minuto a goderti il cotone fresco delle lenzuola e il silenzio che entra dalle grandi finestre spalancate. Ti crogioli ancora qualche minuto al pensiero dell'ennesima giornata di mare cristallino e chiacchiere amichevoli sotto il sole a picco.
Poi finalmente ti alzi. Ti sciacqui la faccia con l'acqua fresca, ti sollevi i capelli, ti rassetti la lunga camicia da notte bianca e, scalza e in punta di piedi come quando da bambina rubavi qualche biscotto dalla dispensa, vai in cucina. Ti versi un bicchiere di spremuta d'arancia nella cucina vuota, poi pensi che sarebbe bello sorseggiarlo sul balcone.
E così è. Dalla grande portafinestra si intravede qualche sprazzo di verde e il mare scintillare in lontanza. Col sorriso sulle labbra e il bicchiere in mano ti avvicini alla ringhiera, sentendoti l'eroina romantica di chissà quale famoso telefilm, che ha vinto le sue nevrosi e finalmente, dopo tanti drammi e fatiche, guarda al futuro radioso che ha davanti a sè nel patio della sua casa agli Hamptons. 
Sì, è proprio l'alba di un nuovo giorno. L'inizio di un'altra vita, un momento di rivoluzione in cui tutto refluisce, e io lo vivo in un sospiro, arrotolandomi su un dito una ciocca di capelli sfuggita e godendomi una meravigliosa spremuta e la barbarica baldanza delle enormi piante di basilico accanto a me.
Ma soprattutto ricacciando, per quanto mi è possibile, la spiacevole sensazione di freddo umido sotto il piede sinistro, che ho posato come un'idiota sul vomito del gatto.

Ci cadrete anche voi, immagino, nella tentazione di ritenere settembre un nuovo inizio, come (e forse più) di gennaio e di costruirvi una lista di buoni propositi da mettere in atto al rientro nella vita quotidiana dopo la parentesi delle ferie.
L'anno scorso avevo solo un desiderio, che il tempo passasse.
Il tempo è passato, ma io sono esattamente dov'ero un anno fa.
All'incertezza, allo sconforto, alla rabbia di allora, si è però aggiunta quella che potrebbe essere la svista più grande della mia vita. La rinuncia peggiore che io potessi fare: la rinuncia al sentirmi amata, e alla parte vitale, infuocata, emotiva e  fragile che -mio malgrado- posseggo anch'io. E il bello è che forse me ne sono accorta troppo tardi.
Capirete bene che per sopravvivere a questa inarrestabile slavina di eventi, bisogna aver ben saldi in testa dei cazzutissimi Buoni Propositi Per Settembre, e io ce li ho:
dare una svolta alla mia vita,
non negarmi la possibilità di essere felice,
riconoscere e saper cogliere le occasioni che la vita mi porge (sempre copiose, eh).
E vi dico di più, non solo ho dei propositi, so anche come realizzarli in una volta sola: acquistando su Groupon -quando dicevo le occasioni della vita- un pacchetto da millemila sedute per l'epilazione definitiva.
Se non è una svolta questa, signori miei, dopo un'estate passata a combattere contro i miei peli sentendomi una sorta di Don Chisciotte contro i mulini a vento, allora ditemi voi.


Son tornata a Bari per le vacanze di Pasqua. Tornare a Bari per le vacanze, oltre a bere in media sei caffè al giorno, farmi ingozzare di cibo con un imbuto da mia nonna, coccolarmi il nonno, aggiornare i miei sulla mia vita in estenuanti sessioni di autoanalisi, tornare a dormire in un letto singolo, significa soprattutto spupazzarmi i miei minuscoli cugini da mattina a sera. 
Di quell'intellettuale engagé di mio cugino Werther, avevo già parlato tempo fa. Non avevo invece parlato delle terribile Sunofyork jr. 
Sunofyork jr è un inno al Ritalin: fa tutte le cose che un bambino non dovrebbe mai fare, e per di più le fa tutte insieme, urlando a squarciagola, e ridendo per il gusto della trasgressione. Basti pensare che ieri, durante la processione del Venerdì Santo del mio quartiere, alla comparsa della statua della Madonna Addolorata, ha iniziato a correre tra i chierichetti urlando come un'invasata "Ho visto la Madonna".
Insomma, io la amo follemente, mi fa tanto ridere, ma dopo un paio d'ore con lei mi rendo conto che tutti quei caffè forse non li avrei dovuti bere tanto c'è già lei a farmi esaurire.
E allora oggi, complice il bel tempo, l'ho portata alla pineta. Lì sono riuscita a vedere tutti i pro di andare in giro con una bimba. Infatti, mentre lei nell'ordine: 1. sradicava un pino, 2. scavava una buca profonda un metro e ci buttava dentro un bambino più piccolo per poi ricoprirlo di terra (se non fosse stata fermata in tempo), 3. cercava di sedurre il gelataio con frasi tipo "mò c'sì bell" per scroccare un cremino gratis, 4. tentava di smantellare il chioschetto del suddetto gelataio quando lui si è rifiutato di regalarle l'ennesimo pacchetto di Fonzies, 5. spaccava a calci le giostrine, insomma mentre questo genio del male faceva tutte queste cose, per giunta strillando come un'aquila, io ero lì circondata dai vitelloni del mio paese che, non ricordandosi di me perché manco ormai da anni da Bari e incuriositi da un viso nuovo, si prodigavano in una serie di maschie gentilezze: una massa di uomini tra i trenta e i quaranta mi offriva il caffè, pagava i gelati a Sunofyork jr discettando nostalgico su quanto tempo è passato da quando esistevano solo il Cucciolone e il Fiordifragola e non il GummyUp o l'X-Pop, mi parcheggiava la macchina meglio di come l'avevo lasciata (di traverso sulle strisce, sono pur sempre a Bari), si complimentava con me per il fatto di avere una figlia di sei anni pur essendo così giovane, mi chiedeva dove fosse mio marito ("Marito? Non c'è nessun marito", ho detto sconsolata - che poi è la verità, ho solo omesso di dire che quella selvaggia non è figlia mia e aggiunto che mi chiama Sunofyork e non "mamma" perché andiamo molto fiere del nostro nome, poi loro hanno fatto le loro deduzioni) e innoridiva davanti a un uomo che abbandona una donna giovane e bella e per giunta con una figlia.
E io lì, chiacchieravo con tutti, avevo un sorriso per ognuno di loro, e mi sono divertita un casino.
Poi però, quando Sunofyork jr ha iniziato a fare delle palle di terriccio grandi quanto la mia testa e a lanciarle contro i passanti, ho dovuto schiaffarla in macchina e salutarli tutti.
Sono andata via sorridendo, coi capelli biondi svolazzanti e facendo spegnere settecento volte la macchina davanti a loro (perché cacchio il tipo che ha parcheggiato per me ha ingranato la terza?), e ho i miei buoni motivi per ritenere di essere diventata il loro sogno erotico.
(Sì, ok, sempre di dei nullafacenti ultratrentenni che vivono con le loro madri, però meglio di niente)

Il guaio è che io sono una persona profondamente empirica: non esiste verità scientifico-filosofica trasmessami nel tempo che io non abbia passato al vaglio critico con l'ostinazione di un mulo. Ho motivo di credere di non aver superato, in quasi trent'anni, la fase dei perché: se tutti si comportassero come me, le conoscenze umane si sarebbero fermate alla preistoria, perché ogni individuo avrebbe dovuto provare sulla sua pelle la verità delle acquisizioni fatte dai suoi predecessori.
Come qualcuno forse ricorderà, a novembre avevo causato un'esplosione nel forno per il solo gusto di smentire mio nonno che anni prima mi aveva ingiunto di incidere le castagne prima di cucinarle senza spiegarmi il perché.
Ieri, con mia sorella, entrambe in visita in Puglia, eravamo di ritorno da un giro di shopping selvaggio. Era tardi, avevamo poca benzina, e volevamo far un favore a nostra madre non lasciandole la macchina a secco come nostro solito. Il problema è che non avevamo alcuna intenzione di fare benzina al self service -eravamo troppo stanche per lo shopping per schiodare il culo dai sedili e poi non sappiamo farlo- quindi abbiamo trovato una Shell con un tizio abusivo e abbiamo lasciato  che ci facesse 10 euro (tirchie) di diesel, pur avendo il dubbio che la macchina di nostra madre non andasse a diesel ma a senza piombo.
Il risultato è che la macchina non è più partita: per un arco di tempo sufficientemente lungo da far quasi albeggiare, io e mia sorella ci siam guardate con la faccia di chi non ha la più pallida idea di cosa fosse successo, poi, con un fulmineo scambio di battute in cui abbiamo dato sfoggio di tutta la nostra abilità sillogistica ("non è la stessa cosa come pensavano noi?", "ma va! anche il diesel è senza piombo sennò si chiamerebbe con piombo!", "ma sì dai, che vuoi che sia: gasolio, benzina, gas, elio, è tutto uguale", "minchia salteremo per aria?", "sì gasolio più benzina notoriamente creano la nitroglicerina"), ci siamo rese conto del perché i benzinai facciano sempre quella domanda sul tipo di carburante 
Dopo questa fondamentale acquisizione che ci ha elevate al livello di novelle Ford, quasi compiaciute per l'applicazione a una simile banalità del modello empirico galileano, abbiamo dovuto subire la duplice umiliazione di una telefonata a nostra madre che ci ha ricordato, insieme a tutti i santi e le madonne del calendario, quanto siamo inette, e dello sguardo di pena riservatoci da nostro padre arrivato a soccorrerci col suo meccanico di fiducia abbondantemente dopo ora di cena. 
Ci siamo consolate, sulla via di casa, ricordandoci che il problema è che siamo due intellettuali, e che è il destino di tutti i geni quello di essere incompresi.

Ma in questi giorni di freddo artico e pensieri continui e impegni inderogabili e lavoro senza soluzione di continuità e nemmeno uno straccio di ponte manco a pagarlo e di odio verso il calendario che ti fa cascare pasqua il 24 aprile, pasquetta di 25 e il 1° maggio di domenica, ma ditemi, voi a quale orizzonte guardate?
Io penso che tra cinque mesi vado al mare.
Quindi la mattina mi sveglio, tac, prima botta d'ansia perché mi sento sopraffatta dalle cose da fare, e io penso che tra cinque mesi vado al mare. Accendo il pc e, tac, seconda botta d'ansia perché mi trovo mail di committenti disperati perché sono in ritardo? Chi se ne frega, tra cinque mesi vado al mare. Mi arrivano fatture da pagare e, tac, terza botta d'ansia? Scrollata di spalle, tra cinque mesi vado al mare. Il lavoro che faccio mi annoia da morire e, tac, mi viene l'ansia perché sento di sprecare la vita? Non importa. Tra cinque mesi vado al mare. Quando sono al mare va tutto bene.
Se qualcuno si azzarda a farmi notare che mancano ancora cinque mesi prima  che possa andare al mare, io giuro non so come potrei reagire ma secondo me non la prendo mica tanto bene.

mail da sunofyork al papà di sunofyork nel giorno della sua cena di pensionamento contentente discorso esplicitamente richiesto dal genitore impacciato con le parole:

"Vi chiedo solo qualche istante per dirvi che è un sincero piacere avervi qui a festeggiare quello che per me è un traguardo importante nella mia vita professionale e personale.
Sono stati anni di lavoro intenso e talvolta faticoso, ma anche profondamente soddisfacente: buona parte delle gioie ricevute nell'arco della mia carriera, sono dovute alle persone con cui mi sono trovato a lavorare.
Sto parlando di tutti voi, che ricorderò sempre con affetto perché negli anni siete stati molto più che semplici colleghi, siete stati uomini e donne con cui ho condiviso la mia vita, proprio come dentro allo scompartimento di uno di quei treni che abbiam fatto circolare, con la differenza che ora è venuto per me il momento di scendere.
Vi ringrazio per quello che avete rappresentato in questi anni, vi auguro di proseguire al meglio la vostra vita professionale e personale così come l'ho vissuta io, e ricordate che il papà di sunofyork scende dal treno ma non è mica arrivato al capolinea!
Un brindisi e un arrivederci a tutti voi
  
(mi raccomando papà non ti commuovere!)
Sunofyork "

E va bene, papà, ti commuoverai lo stesso. E pure a me, a distanza di 600 km, a pensarti lì in piedi davanti a 50 persone che leggi da un foglietto mentre tenti di seguire i consigli che ti ho dato per sostenere la voce, viene una po' da piangere.
Pensa che ci son volute due teste per scrivere questo breve discorso, la mia, e quella di uno scrittore vero, l'unico che potesse aggiungere a queste parole il tocco di grazia che avevo immaginato per te.
Ah, e poi se ti vien da piangere, pensa alla liquidazione.

La fregatura è che, prima o poi, le persone vanno via. Prendono il volo: si sposano, mettono su altre famiglie, partono per l'estero, hanno dei consuoceri che li reclamano, non tornano a casa per le feste perché non hanno ferie e devono lavorare, si ammalano, passano natali in ospedale, a volte muoiono anche, e il tavolo dei natali passati inizia a sembrare inutilmente grande.
Attorno ai tuoi nonni, sempre più anziani, i loro coetanei cadono come birilli. Le signore con cui tua nonna prendeva il caffè e lavorava a maglia dietro la finestra non ci sono più. I colleghi del nonno sono andati via anche loro, e lui apprende della loro scomparsa con crescente rassegnazione, calcandosi il cappello sulla fronte, gli occhi azzurri appena velati. E tutto attorno a quel nucleo originario si crea il vuoto, e non puoi non chiederti per quanto ancora la sorte sfiorerà quel nucleo per poi decidere di risparmiarlo, ma tanto sai bene che è solo una questione di tempo prima che da tre generazioni si passi a due, o che qualche altra colonna portante di questa famiglia prenda il volo, mandando a gambe all'aria quegli assetti che pensavi eterni.
E tu, nei tuoi quasi trent'anni, puoi ricacciare indietro quanto vuoi quella vocina che ti dice che a breve spetterà a te far ripassare la famiglia dalle due generazioni superstiti alle tre delle nuove leve, a restituire un po' di meritata gioia a questo agglomerato inestricabile di follie a cui appartieni. Puoi respirare a fondo e importi di non aggrapparti a destra e a manca nel tentativo disperato di ricrearti un'illusione di immutabilità solo perché la tua famiglia originaria si sta disgregando sotto i colpi di tragedie pesanti come macigni e fatiche di Sisifo, e allora devi figliare, o sposarti, o almeno avere un uomo definitivo per togliere un pensiero a un padre in pensione da un mese e una madre sempre più simile a una mina vagante.
Solo che tu non hai niente di certo da offrire, e il tempo ti morde feroce i calcagni, e di una progettualità che svalichi anche solo un arco di tempo più ampio di un finesettimana dalle tue parti manco a parlarne, e tutto sembra andarsene a ramengo, anche i tuoi risibili tentativi di arrestare l'inarrestabile slavina degli eventi infilando lo stesso puntale su un albero sempre uguale.

Bene, sono tornata nella dimora pugliese per il weekend, ché, non rientrando alla base da agosto, vedevo il povero babbo leggermente scompensato.
C'ho ritrovato il solito cirque du soleil: roboante, frenetico, rumoroso, in perenne mutamento.
In tutto questo delirio di movimento, l'unica presenza rassicurante e immota è rappresentata da mio cugino Michele, un esistenzialista proustiano duro e puro. Taciturno, riflessivo, introverso, di una malinconia tendente al nichilisticheggiante e totalmente inetto per le questioni pratico/manuali.
Michele apprezza enormemente l'arte e la letteratura, ed è convinto assertore dell'idea che dalla gioia non possa nascere mai niente di artisticamente valido (tempo fa, ascoltando la tristissima colonna sonora di In the mood for love, mi chiese in un sospiro "com'è che le cose tristi sono anche le più belle?). Ha un'ironia asciutta e priva di fronzoli, ed è di una severità spartana per tutto ciò che riguarda i piaceri della vita: ultimamente ha deciso che si vestirà solo di grigio "perché è un colore molto sobrio", se deve mangiare insalata, la mangerà scondita, "perché l'olio costa troppo", se deve dare un nome a un animale, anziché quei nomini zuccherosi gli attribuirà nome e cognome e lo chiamerà Mauro Rizzi, come il suo migliore amico, un altro pezzo da novanta con la fissa per i francobolli.
Per non parlare dei rapporti con l'altro sesso: perdite di tempo inutili al fine di un arricchimento spirituale e culturale.
L'unico divertimento concepito da questo asceta medievale sono i mappamondi e lo studio matto e disperatissimo della storia. Insieme, ovviamente, alle chiacchiere con Mauro Rizzi (quello stramboide del suo amico, non la povera bestia)

Michele ha 7 anni, oggi mi ha chiesto ragguagli sulla figura di Giovanna d'Arco ed è andata così (letteralmente):
Michele a Sun: ieri la maestra ci ha mostrato un quadro con Giovanna d'Arco. Mi spieghi per bene chi era?
Sun (nel panico): allora, Giovanna d'Arco è stata un'eroina francese [segue lunga e dettagliata spiegazione della vita e delle opere di Giovanna d'Arco tratta pari pari da Wikipedia]... e poi alla fine fu condannata al rogo e arsa viva con l'accusa di essere una specie di strega.
Michele (che nel frattempo mi ha fissato ininterrottamente con la massima attenzione): "eretica", si dice. Ce l'ha detto la maestra. Ma lo era davvero?
Sun (già stufa di queste domande): no no, fu solo accusata di eresia ma non era vero niente
Michele (accorato): io non capisco come sia possibile uccidere qualcuno. E per di più innocente! E senza nessuna prova di colpa. Com'è possibile? Dimmelo tu!
E ora che cazzo gli racconto a 'sto stronzetto? Gli stampo un bacio sulla fronte che lo umilierà e gli ricorderà per tutta la vita che quando era bambino non lo ritenevo degno di avere una spiegazione coerente? Scappo urlando? Cosa posso cercare su Wikipedia? Esistono forum sulla liceità della pena di morte? Gli allungo il Dei delitti e delle pene di Beccaria? Dove diamine sono i genitori di questo bellimbusto? Azzardo una spiegazione che troverà banale? Azzardo una spiegazione non banale che non capirà perché troppo piccolo?
Ci provo.
Sun (solenne): certe volte le ragioni dei potenti non coincidono con la verità storica, nè con quello che è moralmente giusto.
Michele: Aaaaaah, infatti, lo dicevo io! Il fine giustifica i mezzi!
...

E così pare che almeno per me l'estate sia finita. La giornata ventosa fuori lo testimonia, l'amico K. in procinto di venirmi a raccattare da casa in un tentativo di car sharing che ci porterà a roma, firenze e solo alla fine di nuovo a bologna al seguito di concerti che sognavamo da anni, e la quantità tendente all'infinito di valigie di vestiti e provviste di cibi pugliesi, pure.
Ma ciò che più lo testimonia è l'immutabile e sempre provante trepidazione dei miei genitori, lui tutto preso a far battutine sulla figlia che parte ma che nonostante siano ormai diversi anni che vive a 600 km di distanza da mamma e papà, senza di loro non è in grado nemmeno di sostituire una lampadina, lei che cela la tristezza del distacco diventando iperefficiente e riempendo ogni spazio vuoto nelle valigie con pacchetti di kleenex e merendine, in un moto di horror vacui e precisione degno della signorina rottermeier.
Che, si sa, già le partenze di per sè mettono ansia, gestirle poi all'interno di un delirio parossistico di ansie e nevrosi familiari, ti fa perdere tutta la calma zen acquistata in un mese di ferie.
Sempre uguali le raccomandazioni, rituali le domande (hai soldi? hai preso le chiavi? mi chiami quando arrivi?), sempre identica la mia reazione di stizza da vera nevrotica quasi trentenne, perenne la sensazione di partire per una colonia estiva per la romagna degli anni '40 con tanto di maglietta a righe marinare e brachini corti, innegabilmente straziante il sorriso barbuto di un padre che ti accompagna in giardino e ti saluta con la mano. Altrettanto innegabilmente confortante sapere che certe abitudini saranno sempre identiche a se stesse.
Mi restano di quest'estate molte passeggiate sul bagnasciuga, risate, baci, capelli biondi per il tanto mare, una serenità che viene dal profondo e l'immagine di chi, come un padre, spezza la punta dell'anguria e me la dona con un gesto di una dolcezza tale da obbligarmi a ricacciare indietro le lacrime.

Un po' di tempo fa, causa acquisto di computer nuovo, il mio vecchio portatile passò a mio padre, il signor S.
Con una meticolosità certosina che non mi conoscevo, feci sparire dall'hard disk e dalla cronologia di Internet tutto il materiale che ritenevo imbarazzante, con un'unica fatale dimenticanza: i segnalibri di Firefox.
Un mese dopo, parlando con il signor S. del più e del meno, e di quanto gli piacesse quel portatile che invece io avevo snobbato, mi disse di aver trovato tra i segnalibri "il sito di una squinternata che aveva una specie di diario pubblico" e aggiunse "che in Internet di gente sbiellata ne gira parecchia". Gli dissi che era il blog di un'amica di Bari che si è trasferita a Bologna anche lei (gli feci anche nome e cognome, per disorientarlo meglio - una roba da schizofrenica dura del tipo "ah sì sì è il blog di Paracula Gigantesca, veramente fuori quella ragazza lì, tranquillo, io mica la frequento più!"), e non so se sia più tornato a leggerlo ma dubito.
Caro signor S., se invece ogni tanto bazzichi da queste parti, in ritardo di due anni come la peggiore delle figlie ingrate, voglio dirti che ricordo quei giorni di fine giugno in cui, con una determinazione e una follia che mi ricordano da vicino qualcosa, hai preso una settimana di ferie, hai imbracciato delle immense travi di legno e le hai portate su per due piani, prima di capire che forse era più ingegnoso inventarsi un sistema di carrucole e traini molto simile a quello degli schiavi egizi di Cheope e Micerino e tirarle su da solo dal giardino al terrazzo della stanza mia e di F. Mi ricordo che io e F. odiavamo tutto quel trapanare alle 3 di pomeriggio, il disordine, il rumore del martello, la puzza della vernice per impermeabilizzare la betulla, le ore di discorsi su quali tegole fossero le migliori come copertura, i calcoli infiniti per vedere dove era meglio scaricare i pesi delle travi portanti.
Poi mi ricordo anche di te, che man mano che mettevi su un'altra trave ridacchiavi per quella creatura che prendeva forma, poi ti arrampicavi sul tetto, e ci passavi la guaina sotto il sole a picco del mezzogiorno pugliese, e non mi dimentico delle scottature che ti sei beccato per non metterti la protezione solare. E mi ricordo anche del sorriso che avevi alla fine, quando ormai avevi concluso il tuo capolavoro, e per giunta da solo, e di quanto ha fatto incazzare me e F. il fatto che per i tre mesi successivi portassi tutti i tuoi parenti e amici a vedere quella copertura di legno fatta con le tue mani, invadendo così il nostro spazio privato. Cattivissime.
Signor S. ogni tanto si rinsavisce, per fortuna, o forse semplicemente si cresce e si vedono le cose più distintamente. Oggi sappiamo che è stata un'impresa eroica, nel suo piccolo, e ci piace vedere che ti prendi cura del nostro terrazzo, che tu e la signora B. ci avete messo dei vasi con gli ulivi così quando torniamo in Puglia, ad agosto, io e F. possiamo sederci su quelle due poltrone la sera e chiacchierare fino a notte fonda e dire quanto ci piace quel gazebo di legno, e c'è sempre un po' di brezza lassù a levarci il tormento dell'afa, quindi grazie.
Poi, papà, volevo anche dirti che nel caso avessi trovato nel Vaio delle foto di una tipa un po' discinta, comunque quella è veramente la mia amica di Bari che si è trasferita a Bologna anche lei.
Veramente fuori quella ragazza lì, tranquillo, io mica la frequento più.

Caro William,
ci sono tanti motivi per cui io sono la tua donna ideale. Visto che, per quanto sensibile, sei pur sempre un maschio, te li spiego io così ti dai una scetata figlio mio, ché qua la menopausa incombe.
Ho pressoché il tuo stesso colore di capelli e occhi e ci somigliamo come solo le coppie che stanno insieme da una vita intera riescono a somigliarsi, perciò non sarà troppo un problema se i tuoi geni verranno annientati dai miei (perché così sarà, vista la natura dominante di certi geni della mia linea materna). Questo significa che i tuoi parenti davanti alla culla potranno anche escalamare estasiati "è tutto/a suo padre!", tanto chi se ne accorge della differenza, e comunque chi se ne frega di quello che dice tua nonna, che tanto lo sappiam tutti che va giù pesa col gin. Quanto alla mia famiglia, mio padre mi ha detto che non gli dispiacerebbe avere te come genero, anche se secondo lui mi merito di più, ma si accontenta. E la mia mamma sostiene che il mio nome, affiancato a Mountbatten-Winsor, faccia la sua porca figura sul campanello di casa e sui fazzoletti di fiandra. In più hai un fratello più giovane, e io ho una sorella più giovane. Ti viene niente in mente?
Poi sono alta e non dovresti chinarti troppo per baciarmi, cosa che con l'età e i primi acciacchi, non so, metti che il materasso sia troppo morbido o si sia rotta una molla, e ti faccia male la schiena, potrebbe iniziare a pesarti.
Sempre per la questione della genetica, i capelli mi diventeranno bianchi tardissimo e non dovremo spendere in parrucchieri e tinture, vesto in maniera discreta ma efficace e so stare in società, quando parlo inglese ho un accento che fa simpatia ma non commetto errori, so stare in società, non sono per niente ripetitiva, e ho un bell'eloquio: se serve, so parlare per ore della magnificenza del teatro elisabettiano o delle linee ereditarie dei Windsor. Inoltre potrei allietare le nostre uscite in pubblico con delle folkloristiche esternazioni come "moooo' e c iè stu tr'mon" oppure "auand stu scem" (davanti al duca di York), che romperebbero la staticità dei ricevimenti con i nobili, e ci renderebbero più vicini al popolo (quello barese, perché nel frattempo ci saremo spostati da Buckingham Palace al Castello Svevo).
A entrambi piace tanto il mare, quindi non avremmo il problema delle vacanze: potremmo andare in Polinesia francese, a Saint Barth, a Formentera, o ancora meglio a Pane e Pomodoro o a Torre Quetta, sfidando l'amianto.
E qui vieniamo al motivo principale per cui ritengo di essere la tua donna ideale: sono barese, quindi appartengo a una razza superiore in grado di pulire le cozze, di fare i panzerotti e cucinare bene la parmigiana di melanzane, le polpette, le orecchiette con le cime di rapa e il polpo in tutti i modi, quindi finalmente potrei farti capire che quella roba che mangiate voi dalle vostre parti, non è cibo, ma un triste surrogato, proprio come le donne inglesi non sono che un triste surrogato di quelle italiane.
Cioè, se non basta questo, io mi chiedo che diavolo posso inventarmi per convincere questo benedetto ragazzo.
Lui, o chiunque altro.

Mi pare difficile credere che tu non conosca la tua bellezza, ma se così è, lascia che sia io i tuoi occhi. Così cantava Lou Reed in "I'll be your mirror" in una delle dichiarazioni d'amore più belle che siano mai state scritte. "Sarò il tuo specchio" è una frase che dice dell'ostinatezza dell'amore, del proposito incrollabile di far capire all'altro la sua unicità e bellezza. Ed è una frase che oggi sento di dedicare a una persona in particolare:
l'otorino del reparto di Otorinolaringoiatria dell'Ospedale "Di Venere" di Bari - Carbonara che mi ha diagnosticato deviazione del setto nasale, ipertrofia dei turbinati e tonsillite cronica.
Allora ragazze mie, questo post è per descrivervi quest'uomo: altezza 1.90m, età tra i 32 e i 38, slanciato con muscoli guizzanti sotto il camicie verde, capelli ricci neri, occhio verde bottiglia con pagliuzze dorate, denti come perle (sono l'unica a guardare i denti?), labbra perfettamente disegnate (ha sorriso in due occasioni:
1. quando ho chiesto se dovevo spogliarmi completamente perché potesse osservare meglio i miei turbinati, 2. quando ho iniziato a fare "aaah" ancora prima che mi guardasse le tonsille quindi ha anche un gran senso dell'umorismo), mani gigantesche e calde che mi hanno palpato per due ore il collo, barbetta incolta e tratti vagamente mediorientali.
Come se non bastasse, l'ambulatorio è minuscolo e praticamente mi ci sono seduta in braccio perché mi visitasse, e mi ha chiesto un secondo appuntamento (tra due mesi con tutte le analisi da lui richieste, ma non vogliamo mica andare per il sottile, un appuntamento è un appuntamento, oh!)

Secondo voi il fatto che quando mi ha accompagnato alla porta mia madre e mio padre fossero appicicati con le orecchie al muro, lo scrutassero cercando di indovinare i possibili tratti somatici dei nostri bambini e avessero l'aria di chi stava lì lì per abbracciarlo e chiamarlo "figliolo", fa troppo zitella imbalsamata o posso iniziare a ricamare i fazzoletti di fiandra con su le iniziali mie e del bel dottore?

One by one, they were all becoming shades
J.Joyce

Cari, è il 23 dicembre, ho 27 anni e ho molta paura.
Paura non del domani, ma di domani. Paura non che, per l'abituale giro in centro del 24 in cui si ritrovano ogni anno persone che non vedi da secoli, i miei capelli possano non essere setosi e la mia pelle vellutata come sarebbe opportuno in queste situazioni. Non che possa non trovare l'abito adatto a urlare al mondo che sono una gnocca con la testa, come prima più di prima. Paura non di non riuscire a trovare le parole per raccontarmi a volti sempre uguali la mia vita dell'ultimo anno.
La mia paura più grande, relativa al 24 dicembre e in particolare al cenone della Vigilia, è mia nonna, che prima ci stordisce con quintalate di pesce e ettolitri di pessimo vino (quello buono lo tiene sotto chiave per le serate in solitaria), poi, quando tranne lei -vista la sua tenuta all'alcol non me ne stupisco- tutti gli altri barcollano, ti infila La Domanda, che suona più o meno così: "mè, e stu cazz d zzit allor 'u tin o no? megghj c t'u trov mò, che sì tost comm nu cazz d'cavall" (giunonica nipote, dimmi dunque, esiste un uomo sulla terra che abbia l'onore di averti come fidanzata? perché sarebbe il caso che te ne trovassi uno al più presto, prima che le tue carni, ora sode, si sfaldino sotto il peso degli anni), seguita a ruota da domande sulla situazione lavorativa/economica/medica, insomma, tutte quelle cose su cui durante l'anno sei colpevolmente carente ti vengono sbattute in faccia nel giro di 5 minuti, tra gli spaghetti alle vongole e un pezzo di baccalà fritto.
Unico modo per dare un taglio allo strazio, è far degenerare la discussione dal piano medico al quello dei decessi. Chiedere a mia nonna di aggiornarti sulle dipartite di conoscenti lontani, vicini di casa e compaesani le regala, oltre che l'occasione di dimostrare la sua incredibile memoria per i soprannomi irripetibili e per i legami di parentela, il sottile piacere di ribadire la sua natura di highlander, quando, attorno a lei, tutti gli altri cadono come birilli.

La colazione bolognese è un rito che si ripete ogni mattina uguale a se stesso: un tè bollente sorseggiato con calma, in silenzio, una fetta biscottata, e nient'altro. Non ci sono eccezioni: la valenza consolatoria della tazza di twinings breakfast fumante, nelle mattine di gennaio quando uscire dal piumone tiepido è uno strazio insopportabile, non ha rivali, ed è un piacere che solo chi beve tè ogni santo giorno da troppi anni può comprendere a pieno.
Badate bene, nell'arco della giornata berrò altri tre o quattro tè - a proposito, se qualcuno si trovasse a volersi sbarazzare di un bollitore mod. Hot Bertaa disegnato per Alessi da Philip Starck e non sapesse a chi regalarlo, sappiate che è uno dei miei desideri per il 2009 - ma nessuno è uguale al tè che bevo a colazione: quei cinque minuti di sospensione del giudizio, in cui non si indossa ancora la maschera sociale e i pensieri continuano a concatenarsi secondo le logiche del sogno, logiche altre e più fumose di quelle che scandiscono le restanti ore, hanno il sapore inconfondibile del piccolo lusso quotidiano.
Un lusso che apprezzavo sin da ragazzina, quando, in campeggio con i miei genitori, i loro migliori amici e i loro due figli, (uno dei quali tutti immaginavano sarebbe diventato il mio fidanzato e poi mio marito) sgattaiolavo dal bungalow alle sei di mattina in contemporanea con questo altissimo adolescente per cui avevo una cotta - ricambiata, ma eravamo troppo impauriti anche solo per tenerci la mano - rubavamo le Macine dalla credenza, e andavamo a sgranocchiarle in silenzio su una duna di fronte al mare, io, pensando al perché quel bellissimo inconcludente non si decidesse a baciarmi, lui, con quello sguardo un po' così, probabilmente non pensava a niente, aveva semplicemente il vuoto pneumatico nel cervello. Non successe niente, ma a settembre, tornati a scuola, il peso di ciò che sarebbe potuto essere, l'imbarazzo di quei momenti di intimità condivisi, spinsero il ragazzo a smetterla di salutarmi e a far finta di non conoscermi.

Ma ora è agosto, e io sono a Bari dai miei. Il che vuol dire fronteggiare colazioni minimo in quattro, massimo in dieci, discussioni politiche mattutine, bambini urlanti che esigono pane e marmellata e spargono cereali per terra al mio passaggio come fossero petali di rosa, e una angosciante assenza di tè twinings. Vuol dire svegliarsi la mattina prima di tutti, sgattaiolare in cucina, aprire gli scuri per far entrare l'aria di mare guardando il pepe selvatico che ormai ha raggiunto il balcone del primo piano e ricordarsi di quando era poco più di un cespuglio, poi avvertire un'ombra ghignante alle spalle, voltarsi, imbattersi in mio padre Dennis Hopper in modalità rompicoglioni.
Dovete sapere che mio padre ha un talento tutto particolare nel risultare sempre inopportuno. Questa sua dote si esplica in particolare di mattina in maniera polimorfica, ma con il solo obiettivo di irritarmi, causandomi un antiestetico tic al sopracciglio. La top five dell'odio mattutino in particolare prevede che lui:
1) storpi i nomi di amici e conoscenti, per cui Valentina diventa Tatiana, Teodora diventa Dorotea, Pino - Gino e così via;
2) canticchi la canzone L'estate sta finendo (lo faceva anche al liceo, e io piangevo alla sola idea di tornare a farmi venire la scoliosi sul Rocci);
3) esprima opinioni non richieste sulla mia situazione sentimentale;
4) mi chieda di fargli una fetta biscottata con la marmellata;
5) si rifaccia da sè la fetta biscottata perché la mia non è precisa e la marmellata non è stesa in maniera uniforme e comunque come le fai lui le cose, nessuno.

Ho il sospetto che per mio padre il piccolo lusso quotidiano di cui parlavo prima consista esattamente in questo: infliggere una tortura psicologica alla sua primogenita.
Comunque domani parto per qualche giorno: una tenda, il mare, due tre libri, gli alberi, poche persone care che sanno apprezzare la bellezza delle colazioni in silenzio.
A distanza di quindici anni da quel campeggio coi miei genitori, tornerò a bagnarmi nelle stesse acque, a calcare le stesse dune, ad arrovellarmi su un altro bellissimo uomo indeciso. Ad occhio e croce sarà meglio non fare previsioni sentimentali basate sulle vicende del passato.
Tra l'altro ora il prezzo delle Macine si è praticamente triplicato e in più seguo una dieta priva di carboidrati.
Che meraviglia il tempo che scorre.

Buone vacanze a tutti miei adorati, vi voglio bene!

Va bene, va bene, lo so. Da quando ho aperto questo blog non ho fatto altro che ribadire quanto sono atea e anticlericale e compagnia bella. Però, c'è un però - il Bari , dopo otto anni, è tornato in Serie A.
Ora, lasciamo ai maschi il chiacchiericcio su Antonio Conte -l'immagine qui a fianco dovrebbe dirla lunga su cosa penso di lui- formazioni, fuorigioco (inutile che proviate a spiegarmelo, lo so benissimo cos'è: è una regola che non capirò mai), Barreto, difesa. Parole vuote.
Il calcio è una questione di fede. O ce l'hai o non ce l'hai. Tu, donna, se non ce l'hai, non cadere nella tentazione di fingere di averla per acchiappare un tifoso sfegatato: dovrai fingere su molte altre cose nel vostro rapporto e -credimi- su alcune dovrai davvero applicarti; può essere pure un dio greco sceso in terra per te -non lo sarà di certo, è un fatto statistico: prova a guardarti attorno in Curva Nord e poi fammi sapere- ma comunque non ne varebbe la pena; il subdolo se ne accorgerebbe -è l'unica cosa su cui i maschi sono perspicaci- dal quel ticchettio nervoso del tuo piede già al 3' del primo tempo ma farebbe finta di niente, si girerebbe con un sorriso sornione verso di te e ti direbbe "tutto bene, amore? ti diverti?" e a te toccherebbe annuire, seppur con la morte nel cuore, e sorbirti tutte le partite della sua squadra, della nazionale e di chissà che altro, solo per una piccola, innocente bugia.
Nel mio caso, il calcio è solo uno dei modi in cui si esterna la mia dipendenza dalle emozioni totalizzanti. Il che, in soldoni, significa che periodicamente ho delle repentine accensioni per gli argomenti più disparati, accensioni che di solito si verbalizzano secondo la formula "X è/sono la mia vita", laddove X, negli ultimi mesi, è stato cronologicamente: l'artigianato (in occasione della fiera di Milano di dicembre, l'artigianato fu la mia vita), le serie TV con riferimenti psicanalitici (Tell me you love, In treatment, i Soprano sono la mia vita - passione ancora in auge), i La Crus (i La Crus sono e saranno la mia vita) l' Everton (traducendo il romanzo di colui che presto sarà universalmente riconosciuto come il Nick Hornby anglobarese, solo molto più cool - yes, Paul, I'm flattering - sono arrivata ad affiggere lo stemmino con le torri e la corona d'alloro vicino al mio letto) e in fine la Bari (pare si dica al femminile, non so perché), dopo che le cose sono iniziate ad andare bene e tutte le persone attorno a me sono state colte da questa smania collettiva e altamente contagiosa che alla fine mi ha condotta a usare come pigiama la maglietta di Kutuzov, sognare di fare cose irripetibili a Matarrese, farmi indottrinare sui forum del Bari con gente che a un certo punto si è rivelata minorenne e infine ad andare a seguire Piacenza-Bari in mezzo agli Ultras. Ora, probabilmente, ai più sarà impossibile comprendere come ci si possa appassionare a un argomento da 0 a 100 nel giro di un istante - vi dirò, è la stessa perplessità che dovette venire a Lawrence Olivier sul set del Maratoneta, vedendo che Dustin Hoffman si faceva due ore di corsa prima del ciak, e che il caro Lawrence espresse con la domanda assai ingenua "can't you just play?". La risposta, ovviamente, è no: certe emozioni bisogna viverle di pancia, punto e basta.
Quindi prendo questo regionale Bologna-Piacenza, accerchiata da una manica inneggiante di ultras baresi (frequenti le acclamazioni alle madri e ai parenti dei leccesi), raggiungo i miei due migliori amici - the lovely couple - calati da Milano per l'occasione in compagnia di un terzo individuo a me già tristemente noto (in realtà c'era anche la fidanzata, ma era talmente scialba che non la conto) che chiameremo, non senza un filo di malignità, Er Pistola - l'unico uomo che va in curva allo stadio vestito come se dovesse recarsi su un panfilo a Portofino: mocassini, polo blu con colletto alzato, bermuda, maglioncino annodato sulle spalle e rolex - e che ci ammorberà per tutta la durata della partita con la sua dabbenaggine, le sue ciance sulla dolce esistenza da viveur che conduce, le sue massime filosofiche generosamente elargite con un grottesco accento milanese (uè raga, ma secondo voi, io che guadagno sticazzimila euro al mese, che faccio, torno in Puglia e mi accontento di fare il direttore di banca? eh no carini!) e ci schiantiamo sulle gradinate in attesa che inizi. Ben presto, io e la mia amica ci accorgiamo di esserci piazzate proprio sotto una gigantesca bandiera con su la scritta "Diamola", che ci seguirà in tutti i nostri spostamenti e a cui sentiamo di aderire in toto. Attorno a noi sono tutti già ubriachi di Caffè Borghetti e/o fumati: il testosterone nell'aria rende me e la Vale vagamente elettriche. La curva ci sembra un paradiso.
Poi però sentiamo che quella partita non è più determinante perché il giorno prima il Livorno ha perso, e questo ha portato automaticamente in serie A la squadra per cui ho avuto una repentina passione. Da quel momento dichiaro chiusa l'era del Bari, per cui si inizia a discettare dell'opportunità di comprarsi uno smalto corallo, uno melanzana e uno bordeaux, di ricevimenti nuziali kitsch, di quanto sarebbe bello se servissero dei mojito ghiacciati, di ricette macrobiotiche e prova bikini. Almeno fino a quando, a fine partita, dopo tremila coreografie della curva, due gol da parte di entrambe le squadre, 2-3 grammi di hashish fumati passivamente, lo spettacolo della squadra del Bari che fa una specie di trenino, i giocatori si avvicinano alla curva e iniziano a spogliarsi e rimangono in mutande.
Il che chiude la stagione del calcio ma inaugura una nuova, feconda stagione: quella dei calciatori.
Ora non mi resta che trasformarmi in velina. Tutto è possibile con il Metodo Stanislavskij.

La storia la conoscete tutti perché è vecchia come il cucco: uno si sbatte per gli altri e di tutta risposta viene preso a schicchere. La storia della mia vita, direte voi. Ebbene, cari i miei wannabe missionari, quest'atea qui vi dice che oltre a voi, pare ci sia stato uno, anni fa, a cui hanno appioppato una croce vera e che se l'è trascinata per chissà quanti chilometri prima di terminare lì sopra l'esistenza. E proprio su questa via crucis è incentrata la tradizionale processione dei misteri di Palese - Bari e di mille altri quartieri sparsi per tutta Italia.
Ora, per quanto radicato sia l'ateismo nella mia famiglia, non lo sarà mai abbastanza da tenerci alla larga da questo evento a metà tra il cattolico, il folkloristico e il profano. Motivo? I maschi della mia stirpe hanno ereditato, da un lontanissimo antenato credente, una statua in legno massiccio, quella del Cristo morto, detta anche "La culla" (immaginate un giaciglio dorato raramente kitsch, con dei ninnoli di vetro colorato appeso, fiori finti su cui viene spruzzata della colonia scadente, enormi candele e un cristo olivastro che pare Raz Degan) e il dovere morale di partecipare all'happening del Venerdì Santo fino all'insorgere di comprovati ostacoli fisici. E dunque, questo dato di fatto ha sostanzialmente due implicazioni: la prima è che qualsiasi mio spasimante, prima di poter assurgere al ruolo di fidanzato, dev'essere disposto - qualora mio padre non fosse più in grado di farlo - a scarrozzarsi insieme ad altri tre prodi della confraternita, una statua che peserà all'incirca tre quintali (non pensate di fare i furbi e proporre di caricarla su un furgoncino - questa non è una possibilità contemplata, visto che anche le altre 19 confraternite che possiedono le altre statue preferiscono trasportarle a spalla). La seconda è che, ogni anno, in questa casa, assistiamo al toto-girovita di mio padre che, chiamato a indossare un completo da iena (nero integrale, camicia bianca, narrow black tie) - sempre lo stesso da quando ne ho memoria - smannaggia come un turco constatando la lievitazione esponenziale del suo grasso corporeo. E, bestemmie a parte, alla fine in qualche modo si infila in quel completo ed esce con passo marziale per recarsi nella chiesa di quartiere da cui la processione prende il via. Ora, la tradizione mi vede solitamente coinvolta, insieme al resto della famiglia, come osservatrice non partecipante (delle gesta epiche del mio babbo). Solo in un caso, ancora tredicenne - in piena ribellione adolescenziale, perché nella mia famiglia l'unico modo in cui si poteva trasgredire, era dichiararsi credenti - ci partecipai come membro del coro indossando una tunica bianca da cui spuntavano mezzo metro di jeans e Converse perché troppo corta per me, che già ero una pertica allora, occasione nella quale bruciai con il cero pasquale i capelli della mia amichetta, rea di avere dei bellissimi boccoli laddove io avevo degli spaghetti giallastri, e dopo la quale fui per sempre bandita da ogni attività religiosa (ingrati, l'effetto fu piuttosto mistico). Comunque, si diceva. Io e i miei nonni ci rechiamo in strada in assetto da jiihad, il nonno highlander si appoggia a un muro con fare tracotante da bravo manzoniano mentre la nonna sosia di gianni morandi inizia ad apostrofare le sue vecchie conoscenze con simpatici "mooo', cap d cazz, ancor camp?" ("perdincibacco, zucca vuota, noto con gioia che sei ancora in vita") o anche, in momenti di particolare spannung, "uè tramaun*, c cazz stè a ffà dò? mè, vid c t liv da 'nanz o cazz" (ciao mezza sega, qual buon vento ti conduce in questi luoghi ameni? Ad ogni modo, potresti cortesemente cedermi il passo?). Noi siamo lì immobili, una fronda di anticlericali, e attendiamo che la processione ci venga incontro, annunciata da una sgarrupatissima banda di paese - per cui ogni anno indicono un concorso che recita più o meno "se sei il peggior strumentista della Puglia, partecipa alla processione dei misteri di Palese". Suonano una specie di tristissima mazurka da far invidia a Capossela mentre le statue avanzano lungo la via che dalla pineta si snoda verso il mare, un carrozzone lento e colorato che ondeggia per il passo stravagante di chi ne sorregge il peso (si procede rigorosamente a gambe larghe e al ritmo di bachata, perché a una statua si addice di più il moto oscillatorio di quello sussultorio), qualcuna rimane bloccata nel passaggio a livello che puntualmente si chiude facendo temere la tragedia, i ragazzini del coro intonano in falsetto canti improponibili, gruppi di uomini in tunica rossa, cilicio e corona di spine ti guardano con aria afflitta come a dire "lo stiamo facendo anche per i tuoi peccati" (ci vorrebbe bel altro che un cilicio, caro mio, e non credo tu sia disposto a tanto), un sassofonista particolarmente estroso fa la parte di Lisa nella sigla dei Simpson, e mentre l'Ultima Cena, le zitelle col rossetto sui denti che gareggiano a chi fa il miglior acuto sull'Osanna, San Giovanni, la Flagellazione e chissà cos'altro ti sfilano davanti, tu pensi solo che sembrano tutti vecchi, così incredibilmente vecchi, anche i tuoi coetanei che nel frattempo, mentre eri impegnata a fare manco-tu-sai-cosa, si sono sposati e hanno figliato, sanno di vecchio. E lo stesso deve pensare nonna Gianni Morandi, che, passata la statua di famiglia e salutato mio padre con fare solenne, ogni anno puntualmente si volta verso di te e dice "mè, sciamaninn, m' so' scassat u cazz mizz a tutt sti vecchj" (orsù, nipote adorata, appropinquiamoci alla nostra magione, ché non tollero più la vista di tutti questi anziani).

*(ndt) tramaun - tr'mòn - trimone (con variazione apofonica delle vocali radicali a seconda dell'ubicazione geografica del parlante), per i non baresi, è un'espressione un po' intraducibile e di sicuro fascino, con cui si appellano affettuosamente (ma anche no) gli abitanti della città di Bari, e che corrisponde solo approssimativamente a "mezza sega", presentando però una notevole polisemia che ne rende complessa la disambiguazione.

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