Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

9.6.11

you can be heroes

Posted by SunOfYork |

Questo post è un tributo a M.&V., la coppia più bella e longeva che conosco, i miei due migliori amici da sempre, due eroici squinternati che, a 28 anni, festeggiano 13 anni di fidanzamento e mi fanno pensare che forse forse, volendo, si può fare. 
Se ne discettava amabilmente su facebook con V. che mi ha offetto uno scorcio del suo punto di vista, sempre molto ma molto romantico. (ma d'altronde, cara V., sei la mia migliore amica. Di certo non potevi essere una che mette i cuoricini sulle i. I puntini sì, i cuoricini, no).

Sun: M.&V. buon anniversario, tesori miei. Aveste fatto un figlio la prima sera, adesso vi ritrovereste in casa un adolescente problematico
V.: Temo ce l'abbiamo comunque. Anche se non ho più 13 anni. Al 15° anno di fidanzamento tostapane tefal o trapunta bassetti?
Sun.: al 15° so io che regalarti, V. ma qui su fb non si può dire ché siamo pudiche. Comunque anche un anno di sedute di psicanalisi dovrebbe andar bene, in alternativa
V.: Sono sempre più convinta che la monogamia precoce sia un sintomo psichiatrico
Sun.: non sia cinica, signorina V. Vada a fare una delle sue meravigliose torte e accolga l'amato manager con un negligè e delle ciabattine pelose (da far indossare a lui)
V.: Allora: 1 l'idea della psicanalisi è favolosa, mi chiedo perché non sia inserita nell'attuale catalogo Esselunga. Tra l'altro sappi che, mi dovesse succedere qualcosa, ti lascio in eredità tutti i miei beni, cioè la mia tessera Esselunga. Non ringraziarmi. 2 Non ho le ciabattine pelose, ma sono pelosa io. Vale uguale? 3 Già è troppo dura vedere M. con le mutande di capodanno a giugno, figurati in negligè. 4 Per il 15° mi regali un amante? tanto i miei gusti li conosci. Baci, V.
Sun.: sul punto 2 (i peli), 1 minuto di silenzio per la morte della tua privacy.

Insomma, 13 anni sono un bel po' di tempo, io la V. la capisco, e so che sotto la scorza dura è pur sempre una sensibilona che accarezza le piante (!). Però non posso far a meno di commuovermi come una scema se ripenso a quella notte in cui noi altri 15enni fumavano erba di nascosto in un campeggio di Metaponto, mentre V.&M., in un altro angolo del campeggio, facevano la cosa giusta, e si fidanzavano per la vita. E quindi, cari miei, vi dedico una canzone fatta proprio per voi, da un film zuccheroso, che so farà venire i conati alla perfida V.

Lui, una volta, le regalava enormi fasci di rose rosse.
Lei lo rimbrottò, facendogli notare lo spreco di denaro. "Mettili da parte per qualcosa di utile, qualcosa che non sfiorisca!".
Risultato?
Niente più fiori & niente cose che non sfioriscono.

A M.&V., che da 12 anni hanno qualcosa che non sfiorisce, e oggi sono special guests nell'articolo della sottoscritta su Wu Magazine.

Io l'arte contemporanea non la capisco e non la amo. Non la amo perché non la capisco e non mi ci applico a capirla perché non la amo.
Ho, nei confronti dell'arte contemporanea, quell'atteggiamento di cazzonaggine acuta che non si capisce bene se sia una forma estrema di snobismo e rigetto dell'arte in pieno stile marinettiano, un doveroso atto di umiltà, una sorta di "alzo le mani" davanti all'ignoto o semplicemente cazzonaggine acuta (propendo per quest'ultima).
Il fatto è che io, l'arte contemporanea, credo di averla studiata abbastanza da intuirne la complessità dei temi e l'enorme varietà delle declinazioni ma non da comprenderne la complessità dei temi e l'enorme varietà delle declinazioni. Non abbastanza perché il punto interrogativo sul mio viso, davanti a certe opere, si distenda nel momento della piena comprensione anziché trasformarsi in un risolino di scherno o una battuta stupida. Non abbastanza perché io mi permetta di parlarne senza sentirmi, per questo, ridicola.
Insomma, diciamolo. Sono una capra. Ma, più capra di me, e meno consapevole di esserlo, doveva essere gran parte della fauna che popolava ieri la mostra dedicata a Edward Hopper al Palazzo Reale di Milano. La crème de la crème della borghesia milanese, infatti, era tutta riunita lì dopo pranzo e doveva proprio sentirsi in dovere di validare (casomai qualcuno avesse avuto dubbi) la teoria dylaniana dell' inside the museums, infinity goes up on trial prodigandosi in roboanti interpretazioni pseudointellettuali gradevoli quanto un cazzotto in un occhio, il tutto mentre il Perfido Manager e io, regrediti agli anni beati dell'infanzia comune, ci esibivamo nel teatrino intitolato "Scemo&più scema" con osservazioni del tipo belle tette però la moglie di Hopper (lui), cazzo che voglia di fumare e comprarmi un paio di scarpe nuove (io) ehi però questo so disegnarlo anch'io! (falso, caro il mio Perfido Manager, tu per definizione non sei in grado nemmeno di disegnare un omino stilizzato), o addirittura non male questo trivani, peccato sia un po' carente quanto a infissi, chissà quanto veniva al mq e ma che era, un immobiliarista?(vista la ricorrenza, nei quadri di Hopper, delle celeberrime casette imbiancate).
Salvo poi, dopo ore di demenzialità immotivata, commuoverci davanti a questo newyorkese Degas-incontra-De Chirico, davanti alla luce tagliente a svelare interni borghesi, alla triste tragicità après l'amour, alla scelta programmatica di un realismo rarefatto per narrare lo strazio tutto in tono minore delle scene di silenzio e incomunicabilità coniugale.
E correre, con la testa, ad altri interni borghesi e altre scelte narrative non meno impietose. A silenzi, assenze e omissioni altrettanto significative, quelle carveriane, impossibili da non accostare all'universo di Hopper. Dove solitudine domestica e silenzio regnano sovrani, e il sole lumeggia spietato le miserie del quotidiano.

(tranquilli, a fine mese la smetto di scrivere come una dannata, è che ho deciso che questo blog deve avere una crescita lenta ma costante pertanto per il 2009 devo arrivare a 42 post in un anno, uno in più del 2008 e due in più del 2007)

Bene, amici, volevo dirvi che sto ovulando.
Sono una donna e sto ovulando, e cerco di tamponare la frustrazione di vedere l'ennesimo preziosissimo ovulo sprecato, trasformandomi nell'Angelo del focolare, faccenda che si esplica principalmente in tre modi:
-organizzazione pseudorazionale dei beni (maglioni suddivisi per nuance attenendomi rigorosamente ai colori pantone, libri suddivisi per formato, genere, simpatia dell'editore e abbinamento cromatico delle costine, biancheria intima in tre cassetti - da nonna/da battaglia/da gran serata);
-acquisto da buona allocca di articoli a prezzi maggiorati dai mercatini natalizi (prodotti di gastronomia valtellinese, miele biologico, vini emiliani, salsine in minuscoli vasetti colorati e stronzatine così);
-preparazione di ricette lunghissime e complessissime.

Soffermiamoci sull'ultima. Sapete già che la mia idea di inferno è una cucina dopo che ci ha messo mano un uomo, e sapete anche che spesso preparo delle vere e proprie leccornie ma che altri (amico K. parlo di te) se ne prendono il merito e/o mi sminuiscono. Dunque, ispirata da un pranzo domenicale in un agriturismo piacentino, ho deciso di trascorrere questo giorno di festa, non facendo l'albero di Natale (è già attivo da un mesetto, ormai) bensì fronteggiando la sfida ultima per ogni cuoco - e soprattutto per la sottoscritta, che cuoca non è ed è pure una terrona doc- ossia il brasato. Cioè, ragazzi, una roba micidiale che solo a dirla già mi tremavano le ginocchia.
E dunque vi dò la ricetta.
Aspettate di essere in ovulazione in modo da non aver problemi ad allungare il portafogli al macellaio che vi rifila un pezzo di manzo a peso d'oro. Poi recatevi allo scaffale dei vini e guardate il Barolo. Ditegli ciao ciao con la manina e dirigetevi sicure verso un più economico Nebbiolo. Arrivate a casa marinate per 12 ore la vostra carne nel vino a cui avrete aggiunto cipolle, carote, sedano e rosmarino. La mattina dopo non fatevi prendere dalla fretta di vedere il vostro capolavoro realizzato -sì, lo so che è una noia seguire per bene le ricette e che abbiamo fantasia sufficiente a rielaborarle, però in alcuni casi è meglio fare come farebbe un uomo, e cioè attenersi alla lettera senza prendere iniziative- quindi evitate di fare pensieri del tipo ma se lo tagliassi a pezzetti* si cucinerebbe prima e non dovrei farlo andare sul gas per due ore, e soprattutto, ricordatevi, se tagliate la carne a tocchetti e la fate cuocere per due ore mentre vi fate belle per gli ospiti (non dimenticate di farlo, soprattutto se se lo meritano), rischiate di servire dei blocchetti di marmo di carrara, che per quanto coreografici e utili in caso si volesse scolpire un David, risultano un po' indigesti. Comunque, infarinate la carne, soffriggetela nel burro e poi aggiungete la marinatura. Fate bollire a fuoco lento (brasare) e infine togliete la carne dalla pentola, passate col passaverdure la marinatura, aggiustatela di sale e di pepe e servite il tutto con del cemento a presa rapida, ops, scusate, polenta.
E, come direbbe l'impavido chef Guerrino, a Dio piacendo, alla prossima!
(solo che, dopo un piatto così, dubito ci sarà una prossima)
(però giuro, le orecchiette le so fare davvero)

*P.S.per Marianna: il vento li raccoglierebbe

Va bene, va bene, lo so. Da quando ho aperto questo blog non ho fatto altro che ribadire quanto sono atea e anticlericale e compagnia bella. Però, c'è un però - il Bari , dopo otto anni, è tornato in Serie A.
Ora, lasciamo ai maschi il chiacchiericcio su Antonio Conte -l'immagine qui a fianco dovrebbe dirla lunga su cosa penso di lui- formazioni, fuorigioco (inutile che proviate a spiegarmelo, lo so benissimo cos'è: è una regola che non capirò mai), Barreto, difesa. Parole vuote.
Il calcio è una questione di fede. O ce l'hai o non ce l'hai. Tu, donna, se non ce l'hai, non cadere nella tentazione di fingere di averla per acchiappare un tifoso sfegatato: dovrai fingere su molte altre cose nel vostro rapporto e -credimi- su alcune dovrai davvero applicarti; può essere pure un dio greco sceso in terra per te -non lo sarà di certo, è un fatto statistico: prova a guardarti attorno in Curva Nord e poi fammi sapere- ma comunque non ne varebbe la pena; il subdolo se ne accorgerebbe -è l'unica cosa su cui i maschi sono perspicaci- dal quel ticchettio nervoso del tuo piede già al 3' del primo tempo ma farebbe finta di niente, si girerebbe con un sorriso sornione verso di te e ti direbbe "tutto bene, amore? ti diverti?" e a te toccherebbe annuire, seppur con la morte nel cuore, e sorbirti tutte le partite della sua squadra, della nazionale e di chissà che altro, solo per una piccola, innocente bugia.
Nel mio caso, il calcio è solo uno dei modi in cui si esterna la mia dipendenza dalle emozioni totalizzanti. Il che, in soldoni, significa che periodicamente ho delle repentine accensioni per gli argomenti più disparati, accensioni che di solito si verbalizzano secondo la formula "X è/sono la mia vita", laddove X, negli ultimi mesi, è stato cronologicamente: l'artigianato (in occasione della fiera di Milano di dicembre, l'artigianato fu la mia vita), le serie TV con riferimenti psicanalitici (Tell me you love, In treatment, i Soprano sono la mia vita - passione ancora in auge), i La Crus (i La Crus sono e saranno la mia vita) l' Everton (traducendo il romanzo di colui che presto sarà universalmente riconosciuto come il Nick Hornby anglobarese, solo molto più cool - yes, Paul, I'm flattering - sono arrivata ad affiggere lo stemmino con le torri e la corona d'alloro vicino al mio letto) e in fine la Bari (pare si dica al femminile, non so perché), dopo che le cose sono iniziate ad andare bene e tutte le persone attorno a me sono state colte da questa smania collettiva e altamente contagiosa che alla fine mi ha condotta a usare come pigiama la maglietta di Kutuzov, sognare di fare cose irripetibili a Matarrese, farmi indottrinare sui forum del Bari con gente che a un certo punto si è rivelata minorenne e infine ad andare a seguire Piacenza-Bari in mezzo agli Ultras. Ora, probabilmente, ai più sarà impossibile comprendere come ci si possa appassionare a un argomento da 0 a 100 nel giro di un istante - vi dirò, è la stessa perplessità che dovette venire a Lawrence Olivier sul set del Maratoneta, vedendo che Dustin Hoffman si faceva due ore di corsa prima del ciak, e che il caro Lawrence espresse con la domanda assai ingenua "can't you just play?". La risposta, ovviamente, è no: certe emozioni bisogna viverle di pancia, punto e basta.
Quindi prendo questo regionale Bologna-Piacenza, accerchiata da una manica inneggiante di ultras baresi (frequenti le acclamazioni alle madri e ai parenti dei leccesi), raggiungo i miei due migliori amici - the lovely couple - calati da Milano per l'occasione in compagnia di un terzo individuo a me già tristemente noto (in realtà c'era anche la fidanzata, ma era talmente scialba che non la conto) che chiameremo, non senza un filo di malignità, Er Pistola - l'unico uomo che va in curva allo stadio vestito come se dovesse recarsi su un panfilo a Portofino: mocassini, polo blu con colletto alzato, bermuda, maglioncino annodato sulle spalle e rolex - e che ci ammorberà per tutta la durata della partita con la sua dabbenaggine, le sue ciance sulla dolce esistenza da viveur che conduce, le sue massime filosofiche generosamente elargite con un grottesco accento milanese (uè raga, ma secondo voi, io che guadagno sticazzimila euro al mese, che faccio, torno in Puglia e mi accontento di fare il direttore di banca? eh no carini!) e ci schiantiamo sulle gradinate in attesa che inizi. Ben presto, io e la mia amica ci accorgiamo di esserci piazzate proprio sotto una gigantesca bandiera con su la scritta "Diamola", che ci seguirà in tutti i nostri spostamenti e a cui sentiamo di aderire in toto. Attorno a noi sono tutti già ubriachi di Caffè Borghetti e/o fumati: il testosterone nell'aria rende me e la Vale vagamente elettriche. La curva ci sembra un paradiso.
Poi però sentiamo che quella partita non è più determinante perché il giorno prima il Livorno ha perso, e questo ha portato automaticamente in serie A la squadra per cui ho avuto una repentina passione. Da quel momento dichiaro chiusa l'era del Bari, per cui si inizia a discettare dell'opportunità di comprarsi uno smalto corallo, uno melanzana e uno bordeaux, di ricevimenti nuziali kitsch, di quanto sarebbe bello se servissero dei mojito ghiacciati, di ricette macrobiotiche e prova bikini. Almeno fino a quando, a fine partita, dopo tremila coreografie della curva, due gol da parte di entrambe le squadre, 2-3 grammi di hashish fumati passivamente, lo spettacolo della squadra del Bari che fa una specie di trenino, i giocatori si avvicinano alla curva e iniziano a spogliarsi e rimangono in mutande.
Il che chiude la stagione del calcio ma inaugura una nuova, feconda stagione: quella dei calciatori.
Ora non mi resta che trasformarmi in velina. Tutto è possibile con il Metodo Stanislavskij.

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