Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Cara D.
come stai? Qui tutto bene a parte un po' di insonnia, per il resto siamo agli sgoccioli. Senti, non prendermi per matta se ti scrivo per farti una richiesta un po' stramba ma so che se c'è qualcuno che può avere ciò che fa al caso mio, sei tu. Ma che per caso tu ce l'avresti un vecchio cicciobello tra le cose che la Piera raccoglie per beneficienza? Non importa che sia mal messo. Va bene anche se gli manca un occhio o proprio la faccia. 
Non chiedermi perché mi serve, non vuoi saperlo davvero.
Baci,
Sun

Detto fatto, la cara D. mi ha preso in parola e, complici le inestinguibili risorse della madre, si è presentata ieri sera a casa nostra con due cicciobello, più un terzo pervenutoci da altre fonti, per un totale di non uno, non due ma ben tre cicciobello da me presto soprannominati per la loro inguardabile bruttezza, il Guercio, lo Sfregiato, il Monco, e in grado di coprire ogni tipologia di neonato: prematuro, normale e macrosomico. 

A questo punto, cara D., credo che il tuo mirabile impegno meriti una spiegazione.
Come ben sai, il futuro padre di A. è uomo sensibile, premuroso, acuto. Così acuto da essere perfettamente consapevole di poter discettare per ore della teoria del diritto di Kelsen ma di essere afflitto da un pressoché totale deficit di manualità. Ne è la riprova, il tragico episodio del montaggio della expedit del soggiorno con lui che scagliava martellate alla rinfusa in un delirio parossistico di oscenità e bestemmie irripetibili (giuro, ancora oggi guarda la mia amata libreria in cagnesco). D'altra parte, basta guardargli le mani, lisce, minute, delicate, con le unghie corte e curate come quelle di un papa. Le tipiche mani, insomma, di chi nella vita non ha mai fatto un c...o, ha sviluppato principalmente le proprie abilità a football manager il proprio lato teorico.
Lo stesso lato idealistico-teorico che ci ha spinto ad acquistare dei complicatissimi pannolini lavabili per svariate centinaia di euro per alleggerire il nostro impatto ambientale. Ebbene, l'ansia per la salute del pianeta, unita all'ansia che lui possa lussare le anche a nostra figlia al primo cambio di pannolino, ci ha spinto a formularti la bislacca richiesta, dopo aver girato per giorni in centri centri commerciali e dopo che lui ha scartato l'acquisto di bambolotti nuovi (49 euro un cicciobello? ma siamo matti?) e io quello di pelouche di Kermit la rana con la maglia della Juve e di Ugo la talpa in maglia interista (non posso spiegarti perché una rana non va bene per simulare un bebè ma, credimi, ci sono notevoli differenze).
Capisci quindi bene quanto grande sia la mia riconoscenza. Trascorreremo l'intero weekend a fare le prove, sperando che non ritenga necessario staccare entrambe le gambe ai pupazzi per mettere un pannolino.
Ti terrò aggiornata,
Sun.

L'anno scorso per Natale scrissi uno dei post più deprimenti della storia di questo blog: quest'anno sarà che non me la sento di rischiare l'harakiri di massa, sarà che un anno difficile è ormai alle spalle e un paradossale ottimismo mi fa pensare che quest'anno non potrà essere più complicato del precedente, sarà che le circostanze della mia vita sono cambiate a tal punto da farmi sorridere, fatto sta che non farò catastrofici punti della situazione.
E quale punto della situazione potrei mai fare, poi? In questo 2011 ho fatto tutto a caso, andandomene in giro come una matta senza rispettare neanche una regola, neanche il proposito di incrementare ogni anno il numero di post di questo blog, e mi è andata bene: tutto è fluito più o meno velocemente, ora ingorgandosi e mulinellando, ora dipanandosi e prendendo pieghe così inattese da sferrare un calcio poderoso alla mia ambizione di controllare gli eventi.
Non mi stupisce, quindi, che io non abbia niente di assoluto da dire: il senso di questo 2011, per me, si risolve tutto nella catarsi di una scrollata di spalle.
E in una testa appoggiata al cuscino, in un mezzo sorriso barbuto, delle ciglia dalle punte dorate e uno sguardo finalmente sereno che mi guarda da molto, molto vicino.

(lo stesso sguardo che poi la mattina si sveglia e chiama a raccolta tutti i santi del calendario perché non trova mai nulla in casa, come racconto qui , a pagina 12 dell'uscita natalizia di Wu Magazine)

L'agognato raggiungimento di una qualche minima maturità mentale è arrivato oggi a braccetto con la necessità di abbandonare la pratica dello shopping compulsivo se voglio entrare in una casa nuova che rientri nel mio budget e la consapevolezza di aver accumulato negli anni una quantità di borse, scarpe, vestiti di ogni foggia e colore, libri e suppellettili tali da rendermi indispensabile una sorta di Playboy Mansion.
Ancora abituata alle enormi case del sud, quello di andarmi a stipare con le mie cose in un bilocale di 50 mq, e di farmi raccontare dall'agente immobiliare che quella è una metratura di tutto rispetto, è un martirio insostenibile, per tanti motivi: non butterò mai neanche uno solo dei miei vestiti, ho degli amici che non sono lillipuziani, io non sono Pozzetto in Ragazzo di campagna, se durante una lite dovessi tirare dei piatti, vorrei che il lancio avesse una gittata dignitosa prima di infrangersi contro la parete opposta, e una serie di altre ragioni importantissime e validissime che chiunque abbia cercato una casa sa.
Ora, detto questo, c'è una sola cosa che oggi mi ha reso sopportabile la visione dell'ennesimo bilocale "nuovissimo, luminosissimo, arredato benissimo" e chissà quanti altri "-issimi", e cioè Lui. 
Lui è il proprietario dell'intero palazzo (sette piani, 5 appartamenti a piano, per 700 euro ad appartamento, immaginate quanti soldi ha quest'uomo), ha un'età compresa tra i 38 e i 45, è altissimo, è single, ha i capelli e la barba rossicci, un sorriso perfetto, gli occhi screziati di migliaia di pagliuzze dorate e le mani grandi.
Mi ha accolta in un'aura dorata, fresco anche alle tre di pomeriggio con i quarantamila gradi di quest'infinita estate bolognese, con una mise alquanto improbabile che lo rendeva metà Corto Maltese e metà Hugh Hefner passando per Perez Hilton nei giorni migliori, questo va detto a onor del vero - completo da marinaretto blu con giacca a quattro bottoni dorati, sotto t-shirt a mezzemaniche a righe bianca e rossa, degli assurdi mocassini da barca a vela che avrebbero fatto venire una faccia perplessa anche a Lapo Elkann e fazzoletto rosso e blu legato al collo con un nodo alquanto vezzoso - però era un figo da paura, con una voce talmente dolce e rassicurante e uno charme da vecchio lupo di mare, che quasi quasi avrei preso quel loculo di appartamento e lo avrei chiamato un giorno sì e l'altro pure per lamentarmi di qualcosa, finché avrebbe capito che lo amavo alla follia, e m'avrebbe portato a vivere nella sua enorme magione in riva al mare, o a passare le notti d'inverno nel suo stupendo catamarano.
Perché, sappiatelo, nonostante il fazzoletto al collo e i bottoni dorati, è etero.
Ho le prove: avevo una maglietta un po' scollata e più volte l'ho beccato in flagranza di reato.

Allora, io ho capito una cosa: a un certo punto, nella vita adulta, è inutile che io neghi che nella mia persona c'è -perché c'è- un tasso variabile di pazzia e che questa variabile resti al di sotto dei livelli di guardia nella maggior parte dell'arco del mese, e che invece tenda a creare degli asintoti 1. nei giorni di sindrome premestruale o 2. nei momenti di maggiore stress psicoaffettivolavorativo (il che, a pensarci bene, nega quanto detto prima, essendo i momenti di maggiore stress psicoaffettivolavorativo una costante per almeno 25 giorni al mese - come può essere una costante un concetto non assoluto come "maggiore di"? Quello che è costante, è la certezza che ogni giorno sarà peggiore del primo, quanto a stress, non il tasso stesso di stress, cari gigioni miei), raggiungendo soglie ben oltre il catastrofico quanto i punti uno e due avvengono nello stesso istante.
Ora, l'unico modo per disinnescarmi, in quei momenti lì, è: o procurarmi molto dolore fisico (come ho fatto nello scorso weekend al concerto de Il teatro degli orrori con l'amico K. e la Divara -in questo senso 10 euro molto ben spesi- e gettandomi con quest'ultima in zona rossa tra omoni ubriachi che pogavano tutti sudati, assestandoti gomitate nelle costole, spintoni e quant'altro - quindi, cara Divara, ti ringrazio per aver condiviso con me quel momento catartico) oppure farmi piangere. Il bello è che l'unica che riesce a farmi piangere disperatamente (sì, ok, amico K., una volta ci sei riuscito anche tu mentre eravamo al ristorante cinese e mi hai detto che dopo le ultime relazioni, mi ero svalutata come donna, ma non conta, perché non avevi la consapevolezza dell'orrore di ciò che stavi dicendo) sono io stessa.
E quindi vi dico senza vergogna (sento già le sirene della neuro, non fa niente): ma lo fate anche voi il giochino di pensare a qualcosa che vi faccia piangere e addormentarvi per sfinimento col cuscino bagnato, la sera, quando siete a letto? E a cosa pensate?
Io ve lo racconto anche se so che c'è qualcuno che mi deriderà. Negli ultimi mesi ho un ricordo che mi strazia, soprattutto perché mentre sono sotto al piumone, al buio, caldo, lo associo a questa canzone, ed è questo ricordo:
Dicembre 2009 - visita natalizia all'Ikea con i miei cugini. Lui 6 anni, acuto, riflessivo (ascoltando il Claire de lune di Debussy, un paio d'anni fa, esclamò malinconico "ma perché le cose tristi sono anche le più belle?", togliendo ogni dubbio sull'appartenenza a un certo ramo depresso-contemplativo della mia famiglia), allo stesso tempo ironico, solitario, responsabile (pure troppo), lei 4, esplosiva, socievole, iperattiva, rumorosa, distratta (pure troppo). Lei corre allo Smaland, lui non ci vorrebbe andare ma non lo dice perché si vergogna della propria timidezza, quindi per un po' gironzola circospetto prima di entrare, poi un ultimo sguardo, ed entra. Alto e lungo come un fuso, con la pelle bianca, i capelli e gli occhi nerissimi. Sua sorella, biondina con la guance rubizze di Heidi, sta già prendendo a calci gli altri bambini e si esibisce in sgangheratissimi carpiati nelle palline di gommapiuma.
Ed è allora che lui si avvicina con gli occhi giganteschi e liquidi alla vetrata che divide la zona bambini dall'esterno. Per gioco, qualche giorno prima, gli abbiamo insegnato l'alfabeto muto e gli è piaciuto tantissimo, allora gli dico a gesti: torniamo tra mezz'ora, non piangere.
E lui da dentro ricaccia indietro le lacrime, e con le sue mani da pianista, velocissimo, ci dice: non ti preoccupare, non le faccio mettere la testa sotto le palline di gommapiuma.

Scusate, annego.
Io non lo so mica se ce la farò, senza psicofarmaci, a mandare i miei figli all'asilo.

29.7.08

We're all from Barcelona

Posted by SunOfYork |

Qualche giorno fa all'Hana Bi di Marina di Ravenna hanno suonato gli I'm from Barcelona, un gruppo indie svedese così numeroso (29 membri) da far invidia al coro delle zite di Ceglie, e chi conosce il posto sa che ce ne sono in abbondanza.
Devo ammettere che sono in difficoltà perché il mio obiettivo in questo post non è distruggerli col sarcasmo acido a cui ormai vi avrò assuefatti, e non vorrei che la cosa vi stranisse troppo.
Mio malgrado devo dire che mi sono piaciuti, senza se e senza ma.
In pratica questi tipi viaggiano a bordo di un pulman gigante tipo quelli che si usano per andare in pellegrinaggio a Cascia, sono sempre colorati, totalmente freak e irrimediabilmente suonati, musicalmente delle mezze tacche - il top sono state delle maracas a forma di teschio e una minitrombetta giocattolo - e le loro canzoni non affrontano nessun tema di rilievo e anzi scelgono programmaticamente la via della leggerezza (si spazia dal problema esistenziale dello svegliarsi tardi il lunedì, al dramma di una collezione di francobolli incompleta, fino alla tragedia della varicella, e questo è valso il mio amore incondizionato per il gruppo). Semplicemente le loro riflessioni sono quelle che potrebbe fare un ragazzino di quinta elementare, condite con un pizzico (sto usando un eufemismo, stiamo pur sempre parlando di gente che viene dalla Svezia) di follia del cantante e inserite in un contesto giocoso e hippie come pochi, capace di contagiare persino le persone più restie ad abbandonarsi all'euforia (io): addirittura quando hanno rovesciato dal tetto un copripiumino ikea pieno di palloncini colorati, ho quasi quasi pensato che avrei potuto giocare anche io come gli altri anzichè fare la guastafeste e scoppiarli, poi però non ho resistito e ho tirato fuori il punteruolo. In mia difesa c'è da dire che li ho scoppiati con enorme entusiasmo, per integrarmi col mood generale.
Alla fine, il cantante in muta da palombaro si è esibito in un volo col suo gommone sulle braccia della folla e al grido di "To the ocean" - evidentemente non sapeva che a Ravenna non c'è l'oceano, o più probabilmente non aveva idea di dove si trovasse - si è fatto condurre al mare seguito da tutti gli altri membri, per il bagno di mezzanotte (qui la testimonianza). E' un vero peccato che il cantante non si sia gettato col gommone verso di me: con lo stesso entusiasmo con cui ho scoppiato i palloncini, avrei scoppiato il suo gommone. Mi chiedo perché non mi lascino mai giocare in santa pace col mio punteruolo.
Comunque signori miei, sono completamente sconclusionati, strambi e fuori dal mondo, e con sconclusionati, strambi e fuori dal mondo, intendo adorabili.
Il nome del gruppo viene da un telefilm, Fawlty Towers, in cui c'è un cameriere, Manuel, che per spiegare le sue stranezze, ripete sempre la frase "I'm from Barcelona", e mai nome fu più azzeccato per questo gruppo di sciroccati, che di stranezze ne sa qualcosa.
Ai tempi di quei laboratori di inglese tenuti da PaulA.JarvisIusedtohaveacrushonyou (sì, lo so, è un nome bizzarro anche questo) di cui ho avuto modo di parlare in precedenza, a noi poveri studenti fu somministrata una puntata di Fawlty Towers. Era un incrocio di idiozia e humour inglese, e per incrocio di idiozia e humour inglese intendo qualcosa di veramente detestabile. Rideva solo colui che ci aveva propinato quel diabolico telefilm, ma credo fosse più per sadismo che per altro.
E ora vi lascio con la canzone che vi ossessionerà per i prossimi mesi. Saludos.


In principio fu la fontana di Trevi tinta di rosso.
Poi vennero le palline di gomma su Trinità dei Monti.
Un paio di giorno fa, l'iniziativa di Frozen Termini, happening artistico in cui un gruppo di smandrappati ti si fermano tra i maroni per tre minuti.
Siccome sotto sotto mi sento molto transavanguardista pure io, oggi, in pieno delirio ikea, ho sincronizzato i timer del reparto cucina in modo che suonassero a distanza di pochi secondi l'uno dall'altro.
Il messaggio, visto il luogo di perdizione in cui mi trovavo, era quanto mai azzeccato: Memento Mori.
Ah, il sacro fuoco dell'Arte, ma che volete saperne voi.

Lo ammetto, non sono mai stata particolarmente munifica.
Per questo motivo ieri, perché dopo il mio decesso non si dica di me che ero simpatica, ma avevo il braccino corto, ho fatto persino il regalo di natale al comune di Bologna: 50 (o' ppane) euro di multa offerti senza colpo ferire ai due controllori dell'atc saliti - guarda un po'- sul numero 25 (Natale) per Fossolo Due Madonne che d'ora in poi per me sarà sempre irrimediabilmente il numero venticinque per Fossa delle DUE Marianne, che poi, alla fine, potevano pure comprarseli due costumi da babbo natale con tutti i soldi che stanno racimolando in questo periodo.
Ad ogni modo, croce e delizia, anche quest'anno va di moda fare i regali. Io, nella fattispecie, devo farne 10 (e' Fasule) tondi tondi, e siccome anche quest'anno va di moda non avere soldi e non aver voglia di girare per negozi gremiti di clienti urlanti, credo che anche quest'anno farò andare di moda i regali fatti come al cacchio (rfcac).
Dicensi regali fatti come al cacchio, quei regali comprati in trance oracolare all'ora di pranzo del 24 (e'gguardie) col fiato sul collo dei parenti in arrivo per il cenone - di solito a base di vino e ubriacature moleste - e del tacchino che di certo si brucerà, e che di solito si scelgono all'interno dell'intramontabile stringa lcp(v), ossia libro calzini pantofole (vibratore? oddio, non ricordo più per cosa stava la v).
Comunque quest'anno, complice la sindrome dell'ikea (anche nota come sindrome di Bibbi Snurr) che mi affligge da mesi, ho un'idea in più: comprerò i regali e li fracasserò con violenza contro un muro, per poi costringere amici e parenti a ricostruirli pezzo per pezzo, ovviamente i pezzi saranno 90 ('a paura, giustamente). Cosa non si farebbe per gli amici.
Quanto a me, il mio maggior desiderio sarebbe ricevere uno sgabellino.
Da piccola ne avevo uno piccolo in vimini che mi trascinavo dietro per raggiungere i posti in cui non arrivavo da sola senza dover chiedere ai miei genitori di prendermi in braccio. Ho sempre odiato chiedere favori. A un certo punto questo sgabellino fu scagliato giù dalle scale da mio padre nell'unico raptus di follia della sua vita, cosa che ancora sta cercando di farsi perdonare.
Insomma, siccome elaboro benissimo i lutti, ne vorrei uno identico ma più grande per ospitare il mio fondoschiena e resistente per reggere il peso.
Non è ancora natale e ho già mangiato 4 ('o puorco) Kg di struffoli. Sono uno struffolo gigante.
Quintina.
Tombola.
'Fanculo, i soldi sempre agli altri. A me la rogna dei regali.

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