Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Non sono sparita, è che una fase della mia vita si sta chiudendo, e la successiva non si è ancora aperta. Sono in pratica in uno di quei momenti in cui tutto smette di essere certezza e si fa movimento, e io son qui e tiro il fiato fino all'ingresso nella prossima fase. Per non affondare, ho bisogno di parlare di continuo, con tutti. Quindi ammorbo amici e parenti, ho una psicologa, e tornerò a scrivere qui con più frequenza di prima. Affliggo anche il poveretto che mi s'è pigliato, propinandogli di tanto in tanto delle versioni più o meno incisive de "Il Discorso" (sì, proprio quel discorso, quello che prima o poi tutte facciamo ai rispettivi uomini). Ne parlo qui, sull'uscita di maggio di Wu Magazine.

Ma in questi giorni di freddo artico e pensieri continui e impegni inderogabili e lavoro senza soluzione di continuità e nemmeno uno straccio di ponte manco a pagarlo e di odio verso il calendario che ti fa cascare pasqua il 24 aprile, pasquetta di 25 e il 1° maggio di domenica, ma ditemi, voi a quale orizzonte guardate?
Io penso che tra cinque mesi vado al mare.
Quindi la mattina mi sveglio, tac, prima botta d'ansia perché mi sento sopraffatta dalle cose da fare, e io penso che tra cinque mesi vado al mare. Accendo il pc e, tac, seconda botta d'ansia perché mi trovo mail di committenti disperati perché sono in ritardo? Chi se ne frega, tra cinque mesi vado al mare. Mi arrivano fatture da pagare e, tac, terza botta d'ansia? Scrollata di spalle, tra cinque mesi vado al mare. Il lavoro che faccio mi annoia da morire e, tac, mi viene l'ansia perché sento di sprecare la vita? Non importa. Tra cinque mesi vado al mare. Quando sono al mare va tutto bene.
Se qualcuno si azzarda a farmi notare che mancano ancora cinque mesi prima  che possa andare al mare, io giuro non so come potrei reagire ma secondo me non la prendo mica tanto bene.

Come qualcuno di voi già sa, ormai è un anno che ho aperto insieme a mia sorella una casa editrice. Avere una casa editrice oggi in Italia significa avere qualche rotella fuori posto: i libri ok, sì, li vendiamo, ma il distributore ci paga a 180 giorni (ammesso che ci paghi), la tipografia l'abbiamo ma esige d'essere pagata ancor prima che i libri raggiungano il magazzino, presentazioni ne facciamo, ma i soldi per mandare in tour promozionale i nostri autori scarseggiano quindi dobbiamo accontentarci di qualche data e le fiere le facciamo ma stando molto molto attente alle spese. Insomma, avere una casa editrice, più che con questioni letterarie o profondamente intellettuali, ha (almeno per me) a che fare con la gestione al centesimo di soldi (pochi) e delle spedizioni (tante, per fortuna).
Venerdì scorso, in occasione della visita bolognese della mia socia-sorella per la fiera di Modena nel weekend, abbiamo agganciato  agli altri tremila impegni (tutti implicanti enormi spese e sbattimenti) un appuntamento con aspirante autore reo di averci mandato un manoscritto in lettura che c'era garbato parecchio. 
(e ora viene la parte che i bolognesi dovrebbero leggere attentamente).
L'incontro era fissato ad ora aperitivo in uno dei posti a mio parere più belli di Bologna: Colazione da Bianca.
Per chi non lo conoscesse, Colazione da Bianca si trova in via Santo Stefano 1 ed è un incrocio tra  un bistrot parigino, una sala da tè inglese e quant'altro di figo vi possa venire in mente: colori caldi, posate d'argento, tavolini di ferro battuto, porcellane splendide. Insomma, il posto giusto in cui fingere di essere due editrici serie e un po' radical chic.
C'ero già andata a prendere un tè con Paperoga, che però non aveva nemmeno notato quanto fosse figo il posto e s'era gettato di faccia nella sua fetta di torta, ma non l'avevo mai sperimentato per l'aperitivo e come me, nessuno dei miei amici bolognesi, che infatti si chiedevano all'unisono chissà come sarà l'aperitivo da Colazione da Bianca? Ed ecco che interviene la qui presente allocca a rispondere al vostro quesito. Riconosciuto l'autore fuori dal locale (un fico da paura che, essendo mia sorella single, subito immagino in vesti di cognato prima che di autore di punta), entriamo, ci accomodiamo e ordiniamo due cocktail e una birra piccola (birra da Colazione da Bianca, ecco un altro maschio che non capisce il mood del locale). I cocktail sono annacquati ma almeno servono a me e mia sorella a scioglierci dalla contemplazione del bel faccino dello scrittore e a dirgli qualcosa di sensato sul suo manoscritto (cioè, mia sorella gli dice qualcosa di sensato, io lascio che sia lei a condurre la conversazione così poi lui vede quanto è in gamba e se la sposa). Nel frattempo mi avvicino al buffet: argenteria finissima, cristalli ovunque, ciotole degne dei reali inglesi, e le solite quattro tartine in croce però con un aspetto più vezzoso. Torno al tavolo e loro stanno continuando a cianciare di riscritture, editing, altri editori. Io non ne posso più, mi allontano di nuovo e per far fare bella figura a mia sorella -cosa non si fa per una sorella- vado alla cassa e senza che il giovine autore se ne accorga, chiedo di pagare per i tre aperitivi.
Ora, non so da voi quanto sia legittimo pagare tre aperitivi, ma da noi, a Bologna, la media degli aperitivi -se escludiamo quelli per universitari coi braccini corti che vanno attorno ai 5 euro per bevanda più cibo orrendo- è di 7-8 euro. Il che significa che tu con 7-8 euro hai il tuo bel bicchiere di vino/spritz/quello che  cacchio ti pare, e usufruisci di un buffet. Immaginando che Colazione da Bianca fosse un posto di stronzi boho-chic, mi ero detta di star pronta a un aperitivo da 10 euro ciascuno, e vabè, amen, è un incontro di pseudolavoro, ci può stare spendere 30 euro per un autore che stiamo corteggiando (in tutti sensi). E invece, arrivata alla cassa, la tizia mi chiede cinquantuno euro (nel portafogli, per altro, avevo esattamente cinquantuno euro, secondo me quando entri nella porta c'è un apparecchio che ti fa una radiografia). Poi vedendomi impallidire e serrare la mascella, si è corretta e mi ha sparato quarantuno euro, che io ho pagato in silenzio con una lacrima che faceva capolino nell'angolo dell'occhio. Poi ho guardato lo scontrino ed ecco, io in quel momento lì ho avuto un'esperienza di pre-morte e credo di aver capito cosa intendono quelli che dicono che, davanti a un pericolo imminente, capita di rivedere tutta la propria vita.
Io ho rivisto impallidire la faccia di mio padre quando, in vacanza, nei 1990, dovette sborsare cinquantamila lire per quattro gelati, ho capito perché Paperoga conserva uno scontrino da più di sessantamila lire per una cena a Gallipoli di una quindicina d'anni fa e anche perché nessuno dei miei amici bolognesi aveva mai voluto rischiare di andare a fare aperitivo da Colazione da Bianca.
Perché il buffet non è incluso nell'aperitivo e un cocktail costa 10 euro. E se non hai un autore con un bel faccino che speri possa farti rientrare dalle spese, è meglio lasciar perdere.



Ma dico io, ci sono 14°C, piove da giorni, non posso andare a correre nè programmare weekend al mare perché il meteo.it da cattivo tempo ad libitum, mi si sta scolorendo l'abbronzatura dei pochi giorni in terra pugliese, le vacanze sembrano un orizzonte quanto mai labile, il quadro di Audrey Hepburn del salotto e la sua legittima proprietaria, un pilastro della mia esistenza negli ultimi 3 anni, sono andati via da Bologna per una città 600 km più a sud dove sicuramente ci sarà il sole, l'Italia ha pareggiato con quegli sfigati della Nuova Zelanda, dopo il pranzo di addio domenicale mi sono ritrovata da sola a mettere in ordine in una casa svuotata di gente e scatoloni e valigie con fuori un freddo bestia che mi ha infiammato nuovamente il trigemino, stanotte avevo i brividi per il freddo ma imbottita com'ero di antidolorifici non ho avuto la forza di alzarmi per prendere un plaid, stamattina mi sveglio con la tosse e con uno scazzo del lunedì che la metà basta, accendo il pc per lavorare, e mi vedo questo logo del cazzo di google che sentenzia garrulo "è arrivata l'estate".
Ma sticazzi, omino stronzetto di google. Mi prendi per il culo pure tu?

Il problema, a volte, è che vuoi una cosa, e la vuoi fortissimamente, con tutta la disperazione di un adolescente e insieme l'ottusità di un adulto che non sa quando fermarsi. E allora ti ostini come se non avere quella cosa lì ti sottragga senso all'esistenza. E ci pensi, e pensi a come sarà bello quando l'avrai nella tua vita, e il solo pensiero di come sarà ti fa affrontare a testa alta gli sforzi necessari per averla e la frustrazione del non poterla avere hic et nunc, lo stesso hic et nunc che non stai vivendo perché inebriato da quella prospettiva di futuro che ti sei costruito in testa.
Io volevo una gonna a ruota.
Anzi, io non volevo una gonna a ruota - io volevo l'archetipo di gonna a ruota. Ne avevo parlato più o meno con tutti, sapevo esattamente come sarebbe dovuta essere: fondo nero, con dei fiori stilizzati solo su un lato, in basso, sui toni del cipria e del pesco, qualcosa insomma che sapesse di cineserie e primavera.
L'avevo mai vista questa gonna? No, avevo fatto tutto nella mia testa, come nella migliore tradizione femminile - e allora? E allora sapevo che c'era e l'avrei trovata. L'avrei indossata con delle ballerine nere e una magliettina nera con scollo a barca. La mia convinzione sul fatto che l'avrei trovata e mi sarebbe stata a pennello era incrollabile e coesa come un monolite nella tempesta, o anche come una donna kamikaze che cerca senza sosta una gonna a ruota nera con dei fiori di pesco. L'avevo cercata per un po', e stavo quasi iniziando a credere che forse avrei dovuto ridimensionare le mie aspettative, ché una cosa così bella non poteva esistere davvero.
Non la faccio troppo lunga: dopo un po' di tempo l'ho trovata e mi stava a pennello. Quindi l'ho comprata.
Ho aspettato l'occasione per indossarla e l'ho indossata.
Sono uscita di casa camminando leggera, con le gambe nude e la brezza che giocava leggera con gli orli. Sono arrivata alla fermata dell'autobus.
Lì per un attimo ho pensato che ero felice di avere quella gonna.
Poi si è alzato un refolo infernale, e mi son trovata con la gonna che mi copriva la faccia come quando gli ombrelli si girano al contrario per il vento.
E allora mi son detta che forse avrei dovuto apprezzare di più il mio adorato paio di jeans, ché rimanere col sedere scoperto non piace a nessuno. La gonna non so se la metterò ancora, ma la delusione è stata grande.

Ah cari miei, se questo blog potesse parlare, direbbe che la sua proprietaria capisce giusto in queste ore, attraverso un'accuratissima parafrasi esperita direttamente sulla sua pellaccia dura, il significato profondo delle parole di T.S.Eliot, quando diceva che Aprile è il mese più crudele.
Bene, dunque, prendete tutte le nozioni di critica letteraria che vi hanno insegnato al liceo, prendete la teoria eliottiana del correlativo oggettivo, prendete gli apparati concettuali e le sovrastrutture che gli anni universitari e i vostri studi personali vi hanno inculcato, e buttateli via: quello che intendeva TiEs era: Aprile è un mese di merda.
Ora. Io ho sempre sostenuto che solo i depressi patologici non amino la primavera, che invece per me è la stagione più bella di tutte, perché l'aria profuma di lillà, i tetti rossi di bologna sono più rossi, il cielo è striato di bianco e un refolo impertinente ti sfiora leggero, mentre ti solleva la gonna lasciando scoperti i polpacci perfettamente depilati.
Poi, sono tornata indietro nel tempo, ho riguardato i miei post di aprile degli ultimi 3 anni. E c'ho trovato, à rebours, post molto emblematici del mio status:
-2009: Gli addetti alla fabbricazione del buon umore sono in cassa integrazione;
-2008: Momento di disperato ottimismo n.1
-2007: C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo
E insomma, ho tratto le mie conclusioni: o mi includo nell'insieme degli esseri umani patologicamente depressi che odiano la primavera, o mi includo nell'insieme degli esseri umani che a volte si sbagliano e dicono cazzate.
A spanne, opterei per la seconda: Aprile è un mese di merda, punto e basta, poi mi direte voi come siete messi a speranze primaverili, perché al momento la mia speranza è una sola: uscirne viva.
Ho intuito che qualcosa stava andando storto quando, nelle conversazioni con le mie amiche, (una in particolare, e lei sa chi è), la proposta di andare in una spa in Slovenia per un weekend alle terme tra sole donne, è diventata più di un semplice leit motiv: un vero e proprio intercalare la cui ricorrenza è direttamente proporzionale alle nostre piccole sciagure, a cui aggrappiamo le nostre speranze di sopravvivenza (ma anche di arrivare all'estate in forma dignitosa, che poi è uguale) e che arriva come una sorta di deus ex machina a darci sollievo da ogni nostro dramma.
Perché di drammi, grandi e piccoli, in questi giorni, ne vivo in quantità sufficiente a farmeli bastare per tutto l'anno.
Ma, c'è un ma: tra disillusione verso la mia forza, crisi lavorative, equlibri perduti, lontananze mal accette, rabbia che ti verrebbe davvero voglia di dare capate nel muro, ansie familiari e spossatezza generale, mi avanza tutto il resto, ed è tanto.
E sono le persone che nell'ultimo anno, senza che io me ne accorgessi, sono entrate nella mia vita e hanno fatto la differenza, e sono oggi la mia fede e la mia salvezza. Non vi nomino tutti perché siete tanti, alcuni sono arrivati da pochissimo anche se sembra una vita, e vi so schivi.
Ma è grazie a voi, se quest'anno, Pasqua ha il senso di un inizio nuovo anche per me.

Ma voi ce l'avete l'LSD (Lo Spasimante Devoto)?
Non per fare la splendida (no, no, signora mia, per carità, lungi da me), però io ho ne ho uno molto valido da poco meno di un anno. Un anno in cui mi sono capitati sulla noce del capocollo un discreto numero di cambiamenti che hanno richiesto una discreta quantità di rospi ingoiati e un altrettanto discreto lasso di tempo trascorso ad ascoltare canzoni tristi languidamente stravaccata sul divano. E lui era sempre lì sul ring con me, a farmi da sparring partner (o da Uomo-Schermo, come lo definii mesi fa), discreto ma presente, pronto a fornirmi il giusto apporto di carezze all'ego mentre io gli restituivo i colpi che prendevo dall'esterno, ignorando i suoi messaggi, le telefonate, le email, le chiacchierate e quello sguardo, che è davvero una veranda sul suo mondo.
Ecco, lo conobbi che ancora avevo una relazione stabile, vidi subito che si era preso una sbandata, anzi, me lo palesò proprio verbalmente. Poco dopo la relazione stabile finì, e lui lo venne a sapere da terzi (infami). Quando ci rivedemmo le cose andarono più o meno così:
LSD (speranzoso): ho saputo che sei tornata single...
Soy: sì, ma guarda, ch..
LSD (sturm-und-drang mode on): no, Sun, fammi parlare, ti prego, non l'ho mai fatto nella mia vita ma con te sento che devo aprirmi. Io mai nella vita avrei immaginato di incontrare una persona così, con cui trovarmi subito a mio agio, capace di farmi ridere e comprendermi, una persona con cui sento di poter condividere tutto, ma proprio tutto, e che non mi fa temere di guardare avanti nel futuro, una persona che addirittura avrebbe interrotto una storia importante solo per darmi una chance e stare con m...
Soy: e infatti avresti fatto bene a non immaginarti una cosa del genere.
LSD: nooo ma che hai capito?? io mica intendevo...
(segue stridore di artigli sugli specchi e tonfo sonoro)

Bene, non ci sarà alcun finale in cui io e l'LSD ci baciamo su un ring mentre sotto scorrono le note di Sparring Partner di Paolo Conte.
E a questo punto mi odierete tutti, uomini e donne (gli uomini li capisco, le donne no, tanto nessuna lo avrebbe mai preso seriamente in considerazione).
Ma non importa l'odio, il post lo scrivo lo stesso, perché, amiche mie, vi voglio bene e voglio propormi come exemplum in negativo.
Quanti sono pronti a scommettere che l'LSD presto avrà una ragazza meravigliosa, e io un'ulcera perforata?

Tu, miserabile amica materna che mi hai regalato quell'orrida borsa nera e lucida di finta pelle effetto coccodrillo, piena di borchie e ganci e cerniere e taschine manco io fossi una tamarrissima sciampista fidanzata con un appassionato di Harley Davidson.
Tu, donna scriteriata, che hai sentito la necessità di riciclare un regalo che ti avevano fatto negli anni ottanta e propinarlo trent'anni dopo a me, che in quella sorta di medioevo ellenico della moda, che ha visto belle donne ridicolizzarsi con capigliature improponibili, fouseaux fluo, spalline grandi come quelle di giocatori di rugby e accessori osceni, sgambettavo allegra nel girello sputacchiando omogeneizzati a destra e a manca.
Tu, che sei stata il mio spauracchio personale già in quegli anni, quando mia madre ti chiamava perché sapevi fare le punture di penicillina e io correvo come una pazza per casa per non farmi acchiappare perché in realtà lo sapevamo tutti che avevi la delicatezza di un panzer quando facevi le iniezioni, non credi di avermi già inflitto un sufficiente dolore fisico? Perché senti anche il bisogno di straziarmi il cuore con questo regalo di dubbio gusto?
Tu, che appunto mi conosci da sempre, e che quindi sai che me ne frego delle marche, che nell'abbigliamento per me vige sempre e solo il "less is more" e che raramente uso borse che non siano capienti tracolle in cuoio, come t'è saltato in mente di rifilarmi quell'accozzaglia kitsch che, per quanto firmata, faccio fatica anche solo a definire borsa?
Tu, che comunque sei donna e sai quanto per le tue simili possa contare quel meraviglioso accessorio quando hanno bisogno di una copertina di linus e quanto sia spaesante andare in giro con una borsa che non si sente propria; tu che presumibilmente sai che le borse - e gli uomini- minuti ti fanno sembrare più grassa di quello che già sei, facendoti sobbalzare ogni volta che passi davanti a una vetrina, mi spieghi il perché di quella sottospecie di pochette in cui non posso infilare nemmeno un libro smilzo come le Lezioni americane, non parliamo di Guerra e Pace?
Tu, donna di scarsa lungimiranza, sei consapevole del fatto che riciclando quel regalo hai innescato una spirale karmica per cui tra 30 anni mia figlia riceverà da una sua lontana parente /amica di famiglia quello stesso obbrobrio e scriverà un post forse anche più deluso e snob del mio?
Non ti bastava traviare me, pure mia figlia?

P.S. le foto sono puramente esemplificative. Ho semplicemente preso quanto di più brutto fossi in grado di trovare in rete e appiccicato qui sul blog perché sono con Aristotele (proprio linea diretta Aristotele-Sunofyork) nel sostenere la funzione catartica della scrittura, per cui spero che qualcuno veda quegli orrori e non faccia l'errore di comprare borse di quel tipo, una specie di "Cura-Ludovico", terapia dell'aversione di burgessiana (e kubrickiana memoria) solo molto molto più efficace, trattandosi di un pubblico femminile...

Bene, bene. Oggi, sabato 20 giugno 2009, complici:

-1 serata in casa a schedare i manoscritti più indecenti che mi siano mai passati sotto mano -roba da amputare le falangette ai loro dannati autori,
-6 ore di spleen da temporale estivo che è qualcosa di epico,
-episodi di In treatment Season 2 sul groppone in numero di 4 per un totale di 120' ca e num.5 - approssimo per difetto, in realtà sarebbero 555 - problematiche irrisolte venute a galla durante la visione del suddetto telefilm, a voler escludere il problema di tutto rilievo di avere un transfert per uno psicologo che sta dentro lo schermo del mio portatile e con cui non posso interloquire (il fatto che di tanto in tanto mi rivolga a lui con espressioni del tipo "Paul, I think I suffer from father issues", non credo sia un buon segno),
-num. 3 bicchieri di Riesling renano ghiacciato tracannato sgranocchiando a letto finocchi crudi e cubetti di grana,
-num. 8 poesie di Pedro Salinas lette con num. 1 lacrima (per occhio) per ciascuna poesia, tranne che per quella che a un certo punto fa "Por detràs de ti te busco" - "Al di là di te ti cerco", per cui ne sono state versate 5 o 6 ad occhio o forse più, non saprei dire con esattezza,
-num.4 esperimenti culinari falliti nel tentativo di reagire allo spleen (1 quiche lorraine, 1 insalata di riso integrale, 1 insalata di verdure grigliate con grano saraceno e tofu -che sa di suola di All Star dopo una lunga camminata sull'asfalto di Agosto- e 1 semifreddo al melone)
-(meno)8 ore di sonno nella nottata precedente e (più) 2 occhiaie che nessun correttore di Chanel, Vichy, Lancome et similia riuscirà a correggere,
- non quantificabili paranoie sull'amore e sulle relazioni sentimentali amaramente discusse in infinite ore di conversazione a distanza con il massimo esperto mondiale di sfighe amorose, l'impareggiabile amico K., sempre pronto con le sue sciagure eroticopastorali ad allietarmi le giornate oscure e financo l'esistenza (se non fosse così disperatamente single, non si sarebbe offerto di portare me a luglio in un viaggio-premio aziendale con meta un posto meraviglioso della Sicilia in puro stile Il Gattopardo e dio solo sa se abbiamo entrambi bisogno di starcene sul bagnasciuga con un cappello di paglia in testa, una copia di Internazionale in una mano e nell'altra qualcosa di forte che ci faccia calare la pressione, stordendoci fino a sera)

complici, dicevamo, questi sciagurati eventi, direi che la sottoscritta si è impegnata al massimo per conferire al concetto di "sfiga" nuovi e raccapriccianti sfumature.
Essere cool (o uncool) è una condizione mentale che giace nel punto di intersezione tra ciò-che-il-mondo-si-aspetta-da-te e ciò-che-tu-ti-aspetti-da-te: quando le due cose coincidono, il gioco è fatto, puoi stappare una bottiglia di vino buono e brindare da solo, sarai sempre e comunque un "figo". Se le rette non si incontrano mai, anzi, addirittura divergono all'infinito, la bottiglia la puoi stappare comunque (e il Riesling che avevo in frigo ha assolto brillantemente a questo scopo), ma sarai sempre e comunque uno "sfigato".

Ora, se anche tu, come me, sei una di quelle persone per le quali le aspettative del mondo esterno non hanno mai svolto un ruolo particolarmente cogente (partire dal presupposto che le deluderai sistematicamente tutte aiuta una cifra a sgravarsi di questo fardello), e per le quali il fatto di essere a casa di sabato sera e intuire la vita che pulsa fuori dalle finestre non è motivo di rammarico, abbatti anche tu il cliché secondo il quale nel weekend bisogna uscire a tutti i costi (e anche a Capodanno/Pasquetta/Ferragosto) e contribusci a crearne uno nuovo e più consono al tuo stile di vita: "it's so uncool, it's cool", ché nella vita è tutta questione di slogan azzeccati.

13.10.08

"O"

Posted by SunOfYork |


Ma secondo voi, i pubblicitari ci hanno pensato alle implicazioni di questo spot? non c'è il rischio che se poi questo gel non funziona come promette, qualcuna vedendo che tutte ste tipe ci riescono tranne lei, si suicidi?
E guardate che mica parlo per me, non ho di questi problemi io.
Figuriamoci se ci avevo mai sperato. Lo so che per quello ci vuole molto molto di più, tipo un gel alla nitroglicerina, qualche decina di oggetti apotropaici sotto al materasso, un vibratore in grado di suscitare un sisma del decimo grado della scala mercalli, che sia alternativamente in grado di operare un elettroshock.

10.10.08

perché proprio a me?

Posted by SunOfYork |

Ci sono donne che ricercano la figura paterna nel proprio compagno, e donne che la cercano altrove. Io, ad esempio, la cerco nel mio portatile. Ed infatti il rapporto che ho con il mio Sony Vaio è disfunzionale, drammaticamente altalenante, conflittuale e pieno di recriminazioni e sensi di colpa, esattamente come quello che ho con mio padre. Allo stesso modo è un rapporto basato su una profonda affinità e comunione di intenti, su gusti simili, sullo stesso desiderio di avere sempre il massimo, e lo stesso bisogno di prendersi frequenti momenti di svago comune. Ad esempio io e il mio Sony siamo sempre stati d'accordo sulla imprescindibilità di prendersi delle pause a orari tondi (tipo ogni ora, ogni mezz'ora o ogni quarto d'ora ecc..ecc..): pause che spendevamo sugli altrui blog, su facebook o (cosa che amavamo sopra ogni altra), aliendandoci sulla fotogallery di libero.it. Ugualmente con mio padre certe volte ci andiamo ad obnubilare negli ipermercati, senza comprare niente. Ultimamente condividevamo la pena per la situazione della Borsa italiana, e saggiamente il mio Sony Vaio - nonostante le rassicurazioni del perfido manager - mi consigliava di ritirare i miei risparmi (dieci euro) dal conto corrente Unicredit e metterli sotto il materasso. Lo stesso mi consigliava mio padre, che non ha mai avuto fiducia nelle banche, e che ritiene il bancomat una invenzione diabolica.
Ogni tanto faceva le bizze, mi rimproverava di sfruttarlo senza restituirgli nulla e mi mollava per un po', ma poi c'era sempre nel momento del bisogno.Ci prendevamo cura l'uno dell'altra.

Ora mi si è scassato, di nuovo, l'avevo ritirato dall'assistenza meno di un mese fa, e io non ero pronta.
Sinceramente, un padre non si può sostituire, un portatile sì.


P.S.ecco come randomante interpreta il mio stato d'animo in questo momento. Lo ringrazio per avermi resa una tettona isterica.

Ovviamente il titolo è ironico. La verità è che penso che Corona fosse sotto LSD quando cantava quella canzone, e che l'estate fosse magica solo per lei (e come darle torto, quando ti fai di acido tutto si tinge di nuovi, meravigliosi colori).
Al contrario dell'estate di quella sballona di Corona, la mia estate fino ad ora non ha avuto proprio un cacchio di magic. Certo, c'è stata la varicella a svoltarmi l'estate, ma niente di veramente magico, per lo meno niente di magico come lo si intendeva in quella canzone.
Se lo volete proprio sapere, sono molto incazzata con Corona, perché quella canzone che ancora oggi continuano a dare in radio ha alimentato le illusioni di un sacco di gente. Illusioni che sanno di divertimento, spensieratezza - si scrive così? - , discoteche gremite di gente allegra, Barbara Schnellenburg e Roul Bova che ballano, corpi scultorei e perfettamente abbronzati, e profumo di olio solare al cocco (questa illusione probabilmente vale solo per me, che sto abbastanza fuori da riuscire a sentire odore di cocco al punto tale da desiderare di sniffarne una boccetta).
Insomma, se tutta questa premessa non è stata sufficiente, da qualche giorno sono in preda a uno scoramento che la metà basta. Vorrei solo stare nuda e piangere ore e ore con il ventilatore sparato al massimo in faccia. Siccome sono razionale anche nella disperazione più tetra, un'adeguata ventilazione e la nudità mi paiono condiciones imprescindibili: la prima aiuta a respirare durante i singhiozzi e fa sì che - soprattutto se piangete a occhi sgranati, provateci, è divertente - questi risultino solo di un leggero rossore (come dopo uno starnuto, per intenderci) anzichè bordeaux come dopo un lungo pianto, la seconda evita che il collo delle magliette si inzuppi troppo. Quando siete completamente soddisfatti (o disidratati, di solito le due cose coincidono), se potete, vi consiglio di andare al mare, cosa che ho fatto io oggi, quando dopo un momento di profonda angoscia, ho obbligato mia sorella a venire con me in spiaggia alle sette di sera, mentre sulla nostra caletta si abbatteva uno tsunami. Purtroppo non siamo riuscite a entrare in acqua: la paura di essere sbattute sugli scogli nel tentativo di uscire, ci ha frenate. Abbiamo deciso quindi di sederci a riva e di optare per una morte più gradevole, almeno dal punto di vista estetico, facendoci travolgere dalle onde e procurandoci lividi su tutto il corpo, soprattutto sulle chiappe. E' stato bellissimo, la caletta era tutta nostra, in acqua nessuno, la marea saliva sempre di più e si apprestava a coprirci coi suoi gorghi. Pura poesia.

Poi è arrivata una coppia di mezza età.
Ad occhio e croce direi che si siano messi a trombare in mezzo al mare, dissacrando tutta la magia del momento.
Ce ne siamo tornate a casa, con un po' meno di poesia nel cuore, e una mazzata di realismo non indifferente tra capo e collo.

P.S. per eventuali confidenze relative a momenti di depressione acutissima, confessioni intime, espressioni di solidarietà per questo triste stato, fondazione di gruppi di selfhelp, potete scrivere a nowthewinter@gmail.com. E' una casella che non leggo mai, quindi non otterrete risposta, soprattutto ora che me ne parto per le vacanze. Il che farà sentire voi ancora più soli, e me ancora più una sòla.

Oltre alla passione compulsiva per i telefilm, uno dei modi più brillanti in cui si esprime tutta la mia maniacalità è nella continua elaborazione di Top Five: fondamento e sostanza stessa della cosmologia sunofyorkica, la personal Top Five si nutre delle nevrosi e piccole ossessioni della sua ideatrice, riflettendo l'eroico quanto vano tentativo della stessa di arginare l'entropia e conferire al proprio cosmo un assetto paratattico e simmetrico. Va da sè che la creatività nell'inventare nuove Top Five raggiunga il suo spannung in momenti di grande sconquasso psichico, quando ogni categoria dello scibile umano è passibile di essere sintetizzata e scomposta in una top five.
Prendiamo una situazione-tipo: mi sveglio. La caffettiera è stata svuotata dal perfido padre --> Top Five delle sacrosante vendette (1.distruggere il gazebo* appena costruito sul terrazzo, 2. dirgli con aria di sufficienza che la sua auto -acquistata durante la crisi di mezza età- è "carina", 3. iniziare una lunga conversazione mentre gioca al solitario davanti al pc, 4. creargli sensi di colpa perché non porta mai mia madre in giro, 5. finirgli il caffè la mattina seguente).
Altra situazione tipo: la nonna Highlander rompe le palle --> Top Five dei modi più intelligenti per liberarmene (1. assoldare un sicario veramente in gamba, 2. avvelenamento farmacologico 3. dirle che Aldo Moro era uno str***o, 4. pagare un rapitore perché la porti in Aspromonte, 5. overdose di zuccheri -è diabetica-/privazione di zuccheri -morirebbe di crepacuore).
Ovviamente non tutte le Top Five sono così tetre. Molte sono piene di gioia e speranza (Top Five dei Viaggi che vorrei fare), altre di certezze luminose (Top Five dei lavori che NON farò da grande - tutti, infatti sarò disoccupata), molte sono delle cretinate, quasi tutte hanno punti di intersezione (Top Five dei motivi di scazzo e Top Five dei fidanzati), tutte sono soggette a mutazioni costanti. Solo alcune sono dei classici: esse prendono il nome di Top Five Ever e occupano i vertici della gerarchia delle Top Five - in particolare, tra di loro figurano quella dei libri, quella dei dischi, e quella delle canzoni più belle. Ammetto che ci sia un certo alone di ineffabilità attorno ad esse - una certa reticenza può essere spiegata con il terrore della sottoscritta di cambiare idea in un secondo momento, con conseguente scombinamento del cosmo (orrore orrore). Enuncerò quindi la sola top five letteraria, che mi pare la più stabile di tutte.
Top Five EVER dei cinque romanzi più belli mai letti:

1. La versione di Barney di Mordecai Richler
2. Io sono Charlotte Simmons di Tom Wolfe
3. L'opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers
4. Il lamento di Portnoy di Philip Roth
5. I versi satanici di Salman Rushdie

Ecco, già mi sento in colpa verso Sedaris, Borges, Coe, Hornby, Lethem, e miliardi di altri. Spero comprendano il bisogno di ordine, anche tra libri.
E a proposito di libri. C'è una cosa che tutti quanti oggi siete chiamati a fare.
Vi siete mai accorti di quanto è strano il modo in cui le librerie di tutta Italia dispongono i loro volumi? Uno di noi, uno dei più spocchiosi a dire il vero, visto che non si degna mai di commentare, ha proposto un'iniziativa divertente: fotografate gli accoppiamenti più assurdi che trovate in libreria, e poi inviateli a lui, all'indirizzo randomante@gmail.com.
L'iniziativa si chiama La Strana Coppia. E chissà se randomante di strane coppie ne sa qualcosa.
Ad ogni modo non si sa che si vince, se si vince qualcosa, e nemmeno cosa se ne farà delle vostre foto (niente di buono credo).
Una prospettiva entusiasmante, dunque. Partecipate numerosi!

(un esempio di foto tratta dal contest di randomante: Guarire le infezioni da Candida di Valerio Pignatta e Perché dobbiamo fare più figli di Piero Angela - personalmente avrei preferito qualcosa del tipo "Perché dobbiamo prendere più spesso la candida" - "Per guarire dai figli", ma queste sono opinioni personali)

*il gazebo, o meglio il Gazebo, è la struttura lignea costruita nell'ultimo mese dalle mani paterne sul terrazzo della mia stanza, con la quale il genitore - da sempre sostenitore dell'effetto ringiovanente del fai da tè - ha un rapporto di amore totalizzante.

Guardate quant'è bellino il virus varicella-zoster (VZV o HHV-3): in questo momento scorazza libero per il mio organismo.
In un post del 1° gennaio 2008, scritto in preda a scoramento tondelliano, riportavo l'oroscopo di Paolo Fox per il segno del Cancro.

Cancro: è meglio se fai testamento. Pover'a tte.

Cioè, io la mia dipartita l'accetterei pure di buon grado, ma la varicella, signori, d'estate e a questa età, proprio no.
Vi saluto. Io e le mie pustole ci ritiriamo nelle nostre stanze.

Tra i concetti in assoluto più misteriosi per un uomo, al primo posto compare senza dubbio l'importanza dell'intorno. Un'idea così elementare che la sua banalità quasi mi impedirebbe di enunciarla in modo esplicito per paura di suonare troppo scontata, se non fosse che grazie a dio non si invecchia per nulla, e io in questi anni - se c'è qualcosa che ho imparato - è proprio che l'uomo ha una innata avversione per il sottotesto di una conversazione, quindi è bene parlare chiaro, dotandosi possibilmente dell'aiuto di scritte luminescenti e gesti eccessivi.
E quindi cari miei, il romanticismo - non quello da 3msc, per carità - si trova nell'intorno più o meno immediato dell'evento romantico centrale (la cena a lume di candela, la serata trascorsa sul divano a guardare la tv, il bacio, altro).
Visualizzate un punto x su una retta. Il concetto di retta è difficile, lo so, ma provateci. Quanto viene prima e quanto viene dopo quel punto, nell'ambito di un certo raggio, bè carissimi, in quello spazio a voi oscuro, è lì che giace la definizione di romanticismo per una donna. La donna, del punto x (del punto x, sia chiaro, non di altri punti non meglio specificati) se ne sbatte allegramente. Non lo vede proprio il punto x, la donna.
Mettiamo che il punto x sia il fatidico momento del bacio dopo due o tre appuntamenti (ovviamente per due o tre, intendo uno): sbancherete il jackpot solo se il vostro comportamento in prossimità dell'evento sarà stato adeguato. E non intendo 30 secondi prima - 30 secondi dopo: tutto ciò che precede il momento topico, minuti, ore, giornate, stagioni, dev'essere all'altezza. Dalla conversazione durante la cena, alle piccole attenzioni, (dell'apertura dello sportello non ce ne frega una mazza) fino alla mano che aggiusta una ciocca di capelli cascante. Tutto. Se poi vi trovaste a desiderare a un momento x2, allora conta anche ciò che fate dopo. Una frase gentile, rimanere in macchina finché lei non riesce ad aprire la porta di casa ed entrare (non prendete impegni per il resto della serata), un sms subito dopo che vi siete salutati.
Tutti i gesti inattesi sono più che graditi.
E per gesti inattesi, intendo ovviamente tutti i gesti attesi, anzi attesissimi, che una donna fingerà di accogliere con enoooorme sorpresa.
Ma che se non li fate, rendono noi delle stronze col botto e voi dei poveretti che non vedranno mai il punto x2 (e nessun'altro punto, comunque).

Da quando il mio portatile è spirato, la mia vita è un gorgo di eventi privi di senso: vago come uno zombie per la casa, con gli occhi gonfi di lacrime, pensando ai bei momenti trascorsi insieme, e a quanta parte del mio passato verrà rimossa da un nerd crudele in vena di formattarmi l'hard disk solo per punirmi dei tanti rifiuti subiti dagli esponenti del mio stesso sesso (per cui invito ogni ragazza tra i 18 e i 35 anni, a concedersi almeno una volta nella vita a un informatico nerd, perché io da sola, per quanto mi ci applichi, non ce la faccio).
Come prima cosa, ho capito che cercare di risolvere dei problemi informatici con l'assistenza telefonica Sony, è un'utopia bella e buona: tutti gli operatori sono indiani, hanno qualche problemino con l'italiano, e anche se si parla loro in inglese per agevolarli, hanno un moto anticoloniale, per cui è buona norma imparare l'hindi prima di effettuare la telefonata. In secondo luogo, una volta imparato l'hindi, la conversazione si svolge più o meno così:

Operatore: "ha spinto il pulsante di accensione?"
Sun (attonita): "sì"
Operatore: "che succede?"
Sun: "non va"
Operatore: "senta, faccia così, provi a spingere il pulsante di accensione e vedrà che parte"
Sun: "ehm no, non va"
Operatore: "sicura sicura di aver spinto il pulsante di accensione, perché io fossi in lei non ne sarei tanto convinto. Con l'altra mano intanto incroci le dita"
Sun: "la prego, sto soffrendo come un cane, mi finisca qui"
Operatore: "non demorda, spinga il pulsante di accensione, spinga, spinga, spingaa"
Sun: "la morte si sconta vivendo"
Operatore: "allora va adesso?"
[...]

Cioè l'Operatore Sony Vaio è il Prototipo del Maschio: insensibile ai drammi di una donna, incapace di comprendere quando non è il caso di fare dell'ironia e di ammettere un fallimento, di nessun aiuto nei momenti di crisi. Un vero uomo, insomma.
Se qualcuno cerca un fidanzato, consiglio caldamente il call center Sony.
And they lived together unhappily ever after.

Come da titolo.

Avrei voluto scrivere un post su Sex and the city - The Movie, ma dal pc altrui non è lo stesso.
Somma tristezza.

Ospitare il proprio uomo a casa impone doverose accortezze.
Innanzitutto l'evento va festeggiato con un cambio di lenzuola: non solo è un rito propiziatorio a cui sarebbe folle sottrarsi (anzi, consiglio caldamente di infilare un corno sotto ciascun cuscino), ma vorrete evitare la faccia inorridita di lui quando, ritornato a trovarvi dopo un mese, si trovasse a notare lo stesso paio di lenzuola della volta precedente (sono una lercia, lo so).
Secondo. La casa va resa a prova di uomo: questo significa pulirla da cima a fondo e disporre ogni cosa secondo un ordine razionale e facilmente memorizzabile - possibilmente etichettando il tutto- per minimizzare gli sprechi di spazio. Purtroppo da quando il mutuo è diventato il nuovo modo di far ricadere le colpe dei padri sui figli, le case si sono ristrette. Solo con un rigore da istitutrice tedesca, il caos maschile non andrà a innestarsi sul pregresso disordine e si eviterà quell'effetto buco nero con conseguente risucchio dei propri effetti personali, che manco l'Lhc del CERN.
Corollario del secondo punto: organizzare i propri vestiti in modo da lasciare almeno un paio di scaffali liberi, altrimenti si sentirà autorizzato a spargere la propria roba sul parquet.
Terzo: spesa ragionata. Vale a dire, quattro salti in padela, sughi pronti e ogni tipo di surgelati, perché è ovvio che a cucinare sarete voi.
Quarto: cura della persona. Impacchi per i capelli, maschera per il viso, scrub per il corpo, manicure, pedicure, ceretta (un buon motivo per restare single).
A questo punto lui dovrebbe essere quasi dietro la porta: i soliti riti apotropaici del trucco, rossetto, profumo, un'altra mazzata di piastra per dare lucentezza al capello, un completo intimo da far invidia a Deeta Von Teese e sopra solo un grembiule da brava cuoca porno. Ricordatevi, l'obiettivo è fargli pensare che siate sempre così, splendide senza sforzo.
La sola idea vi irrita lo so, perché vi siete fate il mazzo per non sembrare dei relitti umani, ma ai maschi piace così. Via la rabbia, via i pensieri negativi. Respirate. Sorridete. Visualizzate la vostra energia vitale come una bolla opalescente.
Se non funziona, due cicchetti di rhum e passa la paura.

Driiiiin
Vi schiarite la voce. Suadenti. La vostra voce è un soffio: Sìììììììì?
Dall'altra parte: Lettura contatore.

Vi farete trovare accasciate sul divano, il cibo bruciato, il mascara che cola, e il vostro orrido pigiama a quadri. Il cadavere del tecnico dell'Hera riverso in una pozza di sangue.

"da me lasciati baciare e non mi dir di no, o Rosamunda se mi baci tu, o Rosamunda non resisto più"

Lei
(dopo mezz'ora di sproloqui telefonici): e insomma, per farla breve, avrai intuito che sono in un momento di forte crisi psicofisica ho perso il baricentro e non so cosa ne farò della mia vita, se sarò da sola o con qualcuno e se sarò qui o invece partirò per il botswana insomma non so, è tutto intorno a me, la legge morale dentro di me il cielo stellato sopra di me, un' esplosione vorticosa di sensi, capisci che intendo?
Lui: certo. e quindi?
Lei: quello che cerco di dirti è che ho dei dubbi sul continuare o meno la nostra storia
Lui: e io che te posso dì?
Lei: no, niente, pensavo che forse mi sarebbe necessaria una pausa, perché non vorrei affliggerti con i miei momenti di scoramento
Lui: sono d'accordo. vada per la pausa.
Lei:tutto qui? e poi volevo anche dire...
Lui: pausa.
Lei: ...che io a te ci teng...
Lui (autistico): pausa.
Lei: potremmo anche scambiarci degli sms magari, eh, che ne pensi, eh eh eh?
Lui: pausa.
Lei: azz ti vedo bello motivato co' sta pausa.
Lui: pausa.
Lei: Forse non ho poi così bisogno di una pausa.
Lui: tu tu tu
Lei: E' stata una mia scelta.

Guardate siore e siori, guardate come la nostra lei va consapevolmente al macello lungo una via lastricata d'oro! osservate la perizia tutta femminile con cui lei cerca di suggerire a lui la cosa giusta da dire! imparate l'arte della dissimulazione e l'imprescindibile importanza dell'avere l'ultima parola!
Arte. Pura arte tragica al femminile.
Che mi si creda o no, arriva il momento in cui una lei, vuole il pathos.
E allora, inevitabilmente, decide di autoinfliggerselo.

Questo 2008 si è aperto per me con un vorticoso giramento di palle e per il mio vicino con la defenestrazione di un vecchio wc allo scoccare della mezzanotte

Ecco l'Oroscopo di Paolo Fox cosa dice del mio segno per quest'anno.
Cancro: è meglio se fai testamento. Pover'a tte.

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