Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

La storia la conoscete tutti perché è vecchia come il cucco: uno si sbatte per gli altri e di tutta risposta viene preso a schicchere. La storia della mia vita, direte voi. Ebbene, cari i miei wannabe missionari, quest'atea qui vi dice che oltre a voi, pare ci sia stato uno, anni fa, a cui hanno appioppato una croce vera e che se l'è trascinata per chissà quanti chilometri prima di terminare lì sopra l'esistenza. E proprio su questa via crucis è incentrata la tradizionale processione dei misteri di Palese - Bari e di mille altri quartieri sparsi per tutta Italia.
Ora, per quanto radicato sia l'ateismo nella mia famiglia, non lo sarà mai abbastanza da tenerci alla larga da questo evento a metà tra il cattolico, il folkloristico e il profano. Motivo? I maschi della mia stirpe hanno ereditato, da un lontanissimo antenato credente, una statua in legno massiccio, quella del Cristo morto, detta anche "La culla" (immaginate un giaciglio dorato raramente kitsch, con dei ninnoli di vetro colorato appeso, fiori finti su cui viene spruzzata della colonia scadente, enormi candele e un cristo olivastro che pare Raz Degan) e il dovere morale di partecipare all'happening del Venerdì Santo fino all'insorgere di comprovati ostacoli fisici. E dunque, questo dato di fatto ha sostanzialmente due implicazioni: la prima è che qualsiasi mio spasimante, prima di poter assurgere al ruolo di fidanzato, dev'essere disposto - qualora mio padre non fosse più in grado di farlo - a scarrozzarsi insieme ad altri tre prodi della confraternita, una statua che peserà all'incirca tre quintali (non pensate di fare i furbi e proporre di caricarla su un furgoncino - questa non è una possibilità contemplata, visto che anche le altre 19 confraternite che possiedono le altre statue preferiscono trasportarle a spalla). La seconda è che, ogni anno, in questa casa, assistiamo al toto-girovita di mio padre che, chiamato a indossare un completo da iena (nero integrale, camicia bianca, narrow black tie) - sempre lo stesso da quando ne ho memoria - smannaggia come un turco constatando la lievitazione esponenziale del suo grasso corporeo. E, bestemmie a parte, alla fine in qualche modo si infila in quel completo ed esce con passo marziale per recarsi nella chiesa di quartiere da cui la processione prende il via. Ora, la tradizione mi vede solitamente coinvolta, insieme al resto della famiglia, come osservatrice non partecipante (delle gesta epiche del mio babbo). Solo in un caso, ancora tredicenne - in piena ribellione adolescenziale, perché nella mia famiglia l'unico modo in cui si poteva trasgredire, era dichiararsi credenti - ci partecipai come membro del coro indossando una tunica bianca da cui spuntavano mezzo metro di jeans e Converse perché troppo corta per me, che già ero una pertica allora, occasione nella quale bruciai con il cero pasquale i capelli della mia amichetta, rea di avere dei bellissimi boccoli laddove io avevo degli spaghetti giallastri, e dopo la quale fui per sempre bandita da ogni attività religiosa (ingrati, l'effetto fu piuttosto mistico). Comunque, si diceva. Io e i miei nonni ci rechiamo in strada in assetto da jiihad, il nonno highlander si appoggia a un muro con fare tracotante da bravo manzoniano mentre la nonna sosia di gianni morandi inizia ad apostrofare le sue vecchie conoscenze con simpatici "mooo', cap d cazz, ancor camp?" ("perdincibacco, zucca vuota, noto con gioia che sei ancora in vita") o anche, in momenti di particolare spannung, "uè tramaun*, c cazz stè a ffà dò? mè, vid c t liv da 'nanz o cazz" (ciao mezza sega, qual buon vento ti conduce in questi luoghi ameni? Ad ogni modo, potresti cortesemente cedermi il passo?). Noi siamo lì immobili, una fronda di anticlericali, e attendiamo che la processione ci venga incontro, annunciata da una sgarrupatissima banda di paese - per cui ogni anno indicono un concorso che recita più o meno "se sei il peggior strumentista della Puglia, partecipa alla processione dei misteri di Palese". Suonano una specie di tristissima mazurka da far invidia a Capossela mentre le statue avanzano lungo la via che dalla pineta si snoda verso il mare, un carrozzone lento e colorato che ondeggia per il passo stravagante di chi ne sorregge il peso (si procede rigorosamente a gambe larghe e al ritmo di bachata, perché a una statua si addice di più il moto oscillatorio di quello sussultorio), qualcuna rimane bloccata nel passaggio a livello che puntualmente si chiude facendo temere la tragedia, i ragazzini del coro intonano in falsetto canti improponibili, gruppi di uomini in tunica rossa, cilicio e corona di spine ti guardano con aria afflitta come a dire "lo stiamo facendo anche per i tuoi peccati" (ci vorrebbe bel altro che un cilicio, caro mio, e non credo tu sia disposto a tanto), un sassofonista particolarmente estroso fa la parte di Lisa nella sigla dei Simpson, e mentre l'Ultima Cena, le zitelle col rossetto sui denti che gareggiano a chi fa il miglior acuto sull'Osanna, San Giovanni, la Flagellazione e chissà cos'altro ti sfilano davanti, tu pensi solo che sembrano tutti vecchi, così incredibilmente vecchi, anche i tuoi coetanei che nel frattempo, mentre eri impegnata a fare manco-tu-sai-cosa, si sono sposati e hanno figliato, sanno di vecchio. E lo stesso deve pensare nonna Gianni Morandi, che, passata la statua di famiglia e salutato mio padre con fare solenne, ogni anno puntualmente si volta verso di te e dice "mè, sciamaninn, m' so' scassat u cazz mizz a tutt sti vecchj" (orsù, nipote adorata, appropinquiamoci alla nostra magione, ché non tollero più la vista di tutti questi anziani).

*(ndt) tramaun - tr'mòn - trimone (con variazione apofonica delle vocali radicali a seconda dell'ubicazione geografica del parlante), per i non baresi, è un'espressione un po' intraducibile e di sicuro fascino, con cui si appellano affettuosamente (ma anche no) gli abitanti della città di Bari, e che corrisponde solo approssimativamente a "mezza sega", presentando però una notevole polisemia che ne rende complessa la disambiguazione.

La domenica, per il vero barese, è indissolubilmente legata al rituale dei frutti di mare crudi: non averli sulla tavola fa di te un barese fasullo, e della domenica, una domenica fasulla, non degna di essere vissuta (eh sì). Immaginate una tavola imbandita, una decina di Peroni da tre quarti (il barese vero beve solo Peroni, raramente la Dreher, che per qualche motivo a me ignoto, viene pronunciata Dreghèr), piatti stracolmi di cozze, calamari crudi, vongole, ostriche, ricci - il barese impallidisce di sdegno al solo pensiero che in giappone li ritengano velenosi - e, se proprio è una grande giornata, i mitici taratuffi.
I taratuffi, signori miei, sono tra i mitili in assoluto più amati dai baresi, e tra i più difficili da trovare in quanto soggetti a un fermo biologico. E perché mai un fermo biologico? Difficilmente riesco a credere si tratti della volontà di salvaguardare il taratuffo, che sa di acido fenico ed è la cosa più orribile che io riesca ad immaginare - quindi per quanto mi riguarda, ben venga l'estinzione, anche rapida - quanto per evitare che il fondale marino venga ulteriormente massacrato dalla dinamite: per lunghi anni, infatti, per prendere i taratuffi, i sub hanno fatto saltare con la dinamite le rocce (perché i taratuffi hanno proprio l'aspetto di piccole rocce - anche se al tatto sono spugnosi - e vivono attaccati agli scogli), deturpando leggermente il fondale, ma questo rientra nella delicatezza innata del barese, che, alle maldive, sarebbe in grado di far saltare l'intero reef per prendere un pezzo di corallo da portare alla nonna come souvenir.
Ovviamente, se lo spettacolo di una tavolata domenicale col pater familias in maniche di camicia non desta particolare attenzione, quello che invece sconvolge è che a Bari queste tavolate si tengano sul suolo pubblico, nella fattispecie sul lungomare, dove numerose famiglie - opportunamente dotatesi di gruppi elettrogeni e braci per arrostire la carne - sono solite imbandire la tavola a ridosso dei muriccioli che separano la strada dalla spiaggia. Ci sono famiglie che hanno quest'abitudine da così tanti anni che sembrano aver acquisito per usucapione il possesso di quella parte di muretto: se per sbaglio ti ci siedi prima che loro arrivino per cenare, ti guardano male, con quello sguardo tra il vacuo e il minaccioso che tutti conosciamo grazie a Cassano.
Poi però viene fuori la vera natura del barese. Mentre fai per andartene, il pater familias ti apostrofa dalla scogliera.
"Mè signorina, andò vè? vin 'ddo, sint quant'iè fresc stu pulp, addor d' mar"*
Tira un morso in testa al polpo ancora vivo, lo sbatte due tre volte sullo scoglio per "arricciarlo" (ci proverò anche io la prossima volta che mi viene in mente di cambiare acconciatura) e te lo offre sorridente. "Statt dò cco' nnu, ca tnimm allìv e cozz p' tutt staser"**.
Ancora traumatizzata dalla storia delle ostrichette curiose di Alice nel paese delle meraviglie, rimani lì titubante. L'esitazione viene colta come voglia di non approfittare della loro generosità: "Uè Nico' - figuriamoci se il nome poteva essere un altro - , annusc pur nu poc d provolon per la signorina"*** (non si sa perché, quest'ultima cosa viene detta in italiano con una certa solennità). Alla fine accetti, con la morte nel cuore: "Grazie mille, solo un po', poi devo scappare".
Ingoi tutto insieme, tentacolo del polpo, provolone e un sorso lungo una vita di primitivo di manduria. Trattieni un conato di vomito: "grazie ancora, mai mangiato niente del genere" (almeno non menti). Poi te ne vai salutando la famigliola.
Mentre ti allontani, un urlo disumano "Oh signorì, c vuè venì n'anda vold, no ddo stamm"****.
E chi ne dubita, siete il nostro Chrysler Building.

*[Dove vai signorina, vieni qua, senti quanto è fresco questo polpo, profuma di mare]
**[Resta a cena con noi, che abbiamo cozze e calamari per tutti stasera]
***[Ehi Nicola, porta un po' di provolone per la signorina]
****[Ehi signorina, se vuoi tornare a trovarci, noi qua stiamo]


Ieri sera sono andata al cinema a vedere Into the wild. Storia vera.
Trama: un giovane indiscutibilmente orizzontabile e altrettanto indiscutibilmente ritardato - l'uomo ideale, insomma - brucia tutti i suoi soldi e si ritrova scaraventato in un documentario di National Geographic lungo due anni (più o meno quanto dura il film), periodo durante il quale imparerà a cavarsela in qualsiasi-attività-anche-la-più-dura tranne che:
1. affumicare la carne di un alce, operazione in cui risulterà essere veramente una mezza sega;
2.trombarsi una ragazza bella e consenziente che lo accoglie già mezza nuda su un letto, opportunità che si canna nel giro di due battute preferendo andare a farsi gli addominali dell'asceta in modo da essere pronto per l'Alaska (il suo chiodo fisso) piuttosto che godere delle gioie del corpo, cosa che francamente mi lascia non poco perplessa perché se è vero che il corpo è espressione massima della natura, che la sua bellezza è abbacinante e l'istinto sessuale è cosa buona e giusta, e bla bla bla, allora perché non trombi la bonazza ora? poi mi dici come fai dopo, quando vai in Alaska e ci trovi solo gli alci? Comunque contento tu, contenti tutti.
Alla fine muore guardando il cielo e pensando "azz quant'è bell", anche se sul finale del film ci sono pareri discordanti.
Per l'esattezza -secondo lui- muore libero e felice avendo -sempre secondo lui- dimostrato che si può vivere in condizioni di povertà estrema e che anzi è proprio sottraendosi alla corruzione della nostra società malata che si può imparare a godere delle gioie della natura, mentre secondo me muore solo e per di più ibernato e denutrito ( e qui mi chiedo io perché per qualche strano motivo, mentre non ha problemi a squartare gli alci, non gli viene mai in mente di pescare due salmoni?) avendo dimostrato che alla fine dei conti non se la cavava così egregiamente into the wild.
Analizziamo. Per i primi minuti la sala è tutto un "uhhhhh", "oooooooh", "aaah", di fronte ai maestosi paesaggi innevati dell'Alaska, ai fiumi ghiacciati, all'alce (poraccio) e alle splendide musiche di Eddie Vedder (sia lodato iddio -e sempre sia lodato- per aver creato quell'uomo esattamente con quelle corde vocali, perché è veeramente la prova che i miracoli talvolta accadono). Dopo i primi minuti si avverte distintamente che qualcuno in sala inizia a pensare che manca qualcosa, e questo qualcosa sono i dialoghi. Ignoranti. Non sapete godere della bellezza della natura, ve ne pentirete.
E infatti non si ha il tempo di rimpiangere i dialoghi perché ben presto questo novello Thoreau inizia a parlare. Nella fattispecie, parla anche con una mela, decantandone la dolcezza e l'amabilità. Poi parla con chiunque, pure da solo. Parla, parla, parla, dice quant'è bella la natura, la gioia che può dare il contatto diretto con essa, racconta la necessità di prendere le distanze da una società che a partire dal suo nucleo base - la famiglia - è marcia. Lui parla e tu inizi a pensare che a tuo figlio non darai mai in mano libri di Thoreau e London. Parla, e tu rimpiangi il silenzio dei boschi e la voce di Eddie Vedder: desideri solo che la smetta di filosofeggiare e che ti faccia sentire il suono dell'acqua che scorre nelle rapide del Colorado, il suo sciabordare contro il canyon, l'ululare del vento durante una tempesta di neve, il crepitare del grano maturo, e possibilmente il suono di sassi che si sgretolano sotto i suoi piedi e l'eco del suo "nooooo" giù per la scarpata.
Insomma, le parti parlate sembrano voler innescare un processo di immedesimazione dello spettatore con le folli ragioni del protagonista e per fare ciò si ispirano al principio secondo cui il fine giustifica i mezzi. Devo ammettere che talvolta riescono nel loro intento, essendo talmente soporifere che pur di non sentirle preferiresti diventare un eremita, ma non solo! tutto il film sembra volerti far patire le stesse condizioni estreme che Christopher McCandless dovette sperimentare nel suo vagabondaggio: il freddo - in sala credo abbassino i riscaldamenti per quello -, la paura di non farcela (a finire il film, nel mio caso) e la voglia di superare i propri limiti, la fatica, la fame.
Il film è talmente lungo che a metà già avevo i crampi. Purtroppo nel cinema non è passato nemmeno un alce. Che luogo inospitale, altro che l'Alaska.

Domani è l'ultimo dell'anno.
L'ultimo dell'anno è un giorno scandito da cinque rituali precisi: l'ubriacatura molesta, la cagarella da cotechino, l'amputazione del pollice grazie alle stelle filanti, la lacerazione coi denti dell'intimo rosso e l'accoppiamento propiziatorio (ma poi, propiziatorio di che? una volta che uno si è accoppiato, che altro dovrebbe desiderare dalla vita, e non dite un Lucano che mi fate schifo).
Ovviamente i single per arrivare a mettere in atto l'ultimo di questi cinque rituali devono applicarsi con costanza almeno per tutti i due mesi che precedono l'ultimo dell'anno: sperare di raccattare un partner sessuale all'ultimo momento è da illusi, un po' perché i migliori vengono prenotati già dall'anno prima, un po' perché almeno a Capodanno alcuni vogliono un po' di sturm und drang, cioè non si accontentano di quella pur (a mio avviso) miracolosa combinazione di idraulica, termodinamica e meccanica che è il sesso, ma vogliono pure IL ROMANTICISMO. E come si ottiene un po' di romanticismo? Con la totale fusione con l'Altro. E come si ottiene la totale fusione con l'Altro? Con un po' di intimità. E l'intimità? A me lo chiedete. Idee?
Comunque.
Comunque per scopare romanticamente, bisogna fare quella cosa che si chiama Seduzione, ossia prendere due individui XX e XY, imbellettarli e profumarli, metterli seduti in un tavolino di Bari Vecchia con due bicchieri di vino rosso, piazzarci una candela in mezzo e farli interagire in qualche modo, ad esempio conversando brillantemente di qualcosa. Insomma la solita solfa trita e ritrita ma che di solito funziona.
Ora, girando a zonzo in internet, salta fuori che secondo uno studio della Nanyang Uniuversity of Singapore (cliccateci sopra, ritardati, se vi interessa l'articolo) non siamo i soli a doversi dare un aspetto dignitoso se vogliamo sperare di accoppiarci. Pure i maschi di scimmia, infatti, devono imbellettarsi se vogliono avere qualche chance di acchiappare: guarda caso, quanto più numerose sono le femmine, tanto meno i maschi si preoccupano della propria toilette e viceversa quando le femmine sono poche, i maschi si tirano a lucido, ricordandomi un certo individuo di mia conoscenza che mi narrò un giorno di farsi la doccia solo prima di incontri ad alta probabilità erotica. A parte il difficile rapporto con l'igiene personale di quest'ultimo, devo ammettere che tutti questi preparativi formali prima di un appuntamento sono una vera rottura e cbe personalmente sarei più incline a uscite del tipo hey mi piaci, che dici, ti presto il mio cellulare così magari avverti a casa che stasera non torni?.
Comunque devo dire che sapere che anche le scimmie devono sottoporsi alla tortura dei rituali seduttivi per convincere le femmine ad accoppiarsi con loro in un certo senso mi fa invocare il mal comune mezzo gaudio. Ma il passo più interessante dell'articolo in questione resta comunque il seguente:

Grooming in macaques involves using teeth and hands to pick through the fur to remove dirt, tangles and parasites. The activity often sexually excites the monkeys, especially the males, so many scientists suspect it evolved into foreplay in humans*.

Almeno sappiamo da dove deriva la concezione che certi uomini hanno dei preliminari.

(Tra i macachi i preparativi comprendono usare denti e mani per rimuovere dalla pelliccia lo sporco, i nodi e i parassiti. L'attività spesso eccita le scimmie, specialmente i maschi, motivo per cui molto scienziati credono questo comportamento possa essersi evoluto nei preliminari tra gli uomini)

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