La storia la conoscete tutti perché è vecchia come il cucco: uno si sbatte per gli altri e di tutta risposta viene preso a schicchere. La storia della mia vita, direte voi. Ebbene, cari i miei wannabe missionari, quest'atea qui vi dice che oltre a voi, pare ci sia stato uno, anni fa, a cui hanno appioppato una croce vera e che se l'è trascinata per chissà quanti chilometri prima di terminare lì sopra l'esistenza. E proprio su questa via crucis è incentrata la tradizionale processione dei misteri di Palese - Bari e di mille altri quartieri sparsi per tutta Italia.Ora, per quanto radicato sia l'ateismo nella mia famiglia, non lo sarà mai abbastanza da tenerci alla larga da questo evento a metà tra il cattolico, il folkloristico e il profano. Motivo? I maschi della mia stirpe hanno ereditato, da un lontanissimo antenato credente, una statua in legno massiccio, quella del Cristo morto, detta anche "La culla" (immaginate un giaciglio dorato raramente kitsch, con dei ninnoli di vetro colorato appeso, fiori finti su cui viene spruzzata della colonia scadente, enormi candele e un cristo olivastro che pare Raz Degan) e il dovere morale di partecipare all'happening del Venerdì Santo fino all'insorgere di comprovati ostacoli fisici. E dunque, questo dato di fatto ha sostanzialmente due implicazioni: la prima è che qualsiasi mio spasimante, prima di poter assurgere al ruolo di fidanzato, dev'essere disposto - qualora mio padre non fosse più in grado di farlo - a scarrozzarsi insieme ad altri tre prodi della confraternita, una statua che peserà all'incirca tre quintali (non pensate di fare i furbi e proporre di caricarla su un furgoncino - questa non è una possibilità contemplata, visto che anche le altre 19 confraternite che possiedono le altre statue preferiscono trasportarle a spalla). La seconda è che, ogni anno, in questa casa, assistiamo al toto-girovita di mio padre che, chiamato a indossare un completo da iena (nero integrale, camicia bianca, narrow black tie) - sempre lo stesso da quando ne ho memoria - smannaggia come un turco constatando la lievitazione esponenziale del suo grasso corporeo. E, bestemmie a parte, alla fine in qualche modo si infila in quel completo ed esce con passo marziale per recarsi nella chiesa di quartiere da cui la processione prende il via. Ora, la tradizione mi vede solitamente coinvolta, insieme al resto della famiglia, come osservatrice non partecipante (delle gesta epiche del mio babbo). Solo in un caso, ancora tredicenne - in piena ribellione adolescenziale, perché nella mia famiglia l'unico modo in cui si poteva trasgredire, era dichiararsi credenti - ci partecipai come membro del coro indossando una tunica bianca da cui spuntavano mezzo metro di jeans e Converse perché troppo corta per me, che già ero una pertica allora, occasione nella quale bruciai con il cero pasquale i capelli della mia amichetta, rea di avere dei bellissimi boccoli laddove io avevo degli spaghetti giallastri, e dopo la quale fui per sempre bandita da ogni attività religiosa (ingrati, l'effetto fu piuttosto mistico). Comunque, si diceva. Io e i miei nonni ci rechiamo in strada in assetto da jiihad, il nonno highlander si appoggia a un muro con fare tracotante da bravo manzoniano mentre la nonna sosia di gianni morandi inizia ad apostrofare le sue vecchie conoscenze con simpatici "mooo', cap d cazz, ancor camp?" ("perdincibacco, zucca vuota, noto con gioia che sei ancora in vita") o anche, in momenti di particolare spannung, "uè tramaun*, c cazz stè a ffà dò? mè, vid c t liv da 'nanz o cazz" (ciao mezza sega, qual buon vento ti conduce in questi luoghi ameni? Ad ogni modo, potresti cortesemente cedermi il passo?). Noi siamo lì immobili, una fronda di anticlericali, e attendiamo che la processione ci venga incontro, annunciata da una sgarrupatissima banda di paese - per cui ogni anno indicono un concorso che recita più o meno "se sei il peggior strumentista della Puglia, partecipa alla processione dei misteri di Palese". Suonano una specie di tristissima mazurka da far invidia a Capossela mentre le statue avanzano lungo la via che dalla pineta si snoda verso il mare, un carrozzone lento e colorato che ondeggia per il passo stravagante di chi ne sorregge il peso (si procede rigorosamente a gambe larghe e al ritmo di bachata, perché a una statua si addice di più il moto oscillatorio di quello sussultorio), qualcuna rimane bloccata nel passaggio a livello che puntualmente si chiude facendo temere la tragedia, i ragazzini del coro intonano in falsetto canti improponibili, gruppi di uomini in tunica rossa, cilicio e corona di spine ti guardano con aria afflitta come a dire "lo stiamo facendo anche per i tuoi peccati" (ci vorrebbe bel altro che un cilicio, caro mio, e non credo tu sia disposto a tanto), un sassofonista particolarmente estroso fa la parte di Lisa nella sigla dei Simpson, e mentre l'Ultima Cena, le zitelle col rossetto sui denti che gareggiano a chi fa il miglior acuto sull'Osanna, San Giovanni, la Flagellazione e chissà cos'altro ti sfilano davanti, tu pensi solo che sembrano tutti vecchi, così incredibilmente vecchi, anche i tuoi coetanei che nel frattempo, mentre eri impegnata a fare manco-tu-sai-cosa, si sono sposati e hanno figliato, sanno di vecchio. E lo stesso deve pensare nonna Gianni Morandi, che, passata la statua di famiglia e salutato mio padre con fare solenne, ogni anno puntualmente si volta verso di te e dice "mè, sciamaninn, m' so' scassat u cazz mizz a tutt sti vecchj" (orsù, nipote adorata, appropinquiamoci alla nostra magione, ché non tollero più la vista di tutti questi anziani).
*(ndt) tramaun - tr'mòn - trimone (con variazione apofonica delle vocali radicali a seconda dell'ubicazione geografica del parlante), per i non baresi, è un'espressione un po' intraducibile e di sicuro fascino, con cui si appellano affettuosamente (ma anche no) gli abitanti della città di Bari, e che corrisponde solo approssimativamente a "mezza sega", presentando però una notevole polisemia che ne rende complessa la disambiguazione.
*(ndt) tramaun - tr'mòn - trimone (con variazione apofonica delle vocali radicali a seconda dell'ubicazione geografica del parlante), per i non baresi, è un'espressione un po' intraducibile e di sicuro fascino, con cui si appellano affettuosamente (ma anche no) gli abitanti della città di Bari, e che corrisponde solo approssimativamente a "mezza sega", presentando però una notevole polisemia che ne rende complessa la disambiguazione.


