Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Troppo tempo senza mettere mano a questo blog. Senz'altro l'amico K. aveva ragione: niente di geniale è mai stato detto o scritto o prodotto da gente felice. Ve lo immaginate voi un P. Roth perfettamente pacificato con se stesso o un Tom Waits cui all'improvviso vengano strappati rimpianti, emarginazione e strazio dalle corde vocali? La felicità toglie mordente e capacità di analisi per proiettarti in un altrove fatto di parole dette a bassa voce, piccoli gesti sorridenti, sguardi cristallini e attese sempre più brevi (per fortuna, ché se la felicità è tanta, altrettanta è la ritensione di liquidi quando ti ritrovi ad agosto all'ottavo mese).
E in tutto questo, ripenso al 1° settembre del 2010, al concerto di Leonard Cohen in Piazza Santa Croce a Firenze con l'amico K., a come all'epoca si fosse entrambi disperati e in balia di eventi che eravamo inadatti a gestire. A come un ciclo di vita disseminato di segni e crepe e destinato a durare un biennio sia iniziato quella sera sulle profetiche parole di Anthem, there is a crack, a crack in everything, that's how the light gets in, e si chiuderà questo settembre con una bimba che ci farà rinunciare a un altro concerto tanto atteso, ma getterà una luce nuova sulle nostre vite.


Ma dico io, ci sono 14°C, piove da giorni, non posso andare a correre nè programmare weekend al mare perché il meteo.it da cattivo tempo ad libitum, mi si sta scolorendo l'abbronzatura dei pochi giorni in terra pugliese, le vacanze sembrano un orizzonte quanto mai labile, il quadro di Audrey Hepburn del salotto e la sua legittima proprietaria, un pilastro della mia esistenza negli ultimi 3 anni, sono andati via da Bologna per una città 600 km più a sud dove sicuramente ci sarà il sole, l'Italia ha pareggiato con quegli sfigati della Nuova Zelanda, dopo il pranzo di addio domenicale mi sono ritrovata da sola a mettere in ordine in una casa svuotata di gente e scatoloni e valigie con fuori un freddo bestia che mi ha infiammato nuovamente il trigemino, stanotte avevo i brividi per il freddo ma imbottita com'ero di antidolorifici non ho avuto la forza di alzarmi per prendere un plaid, stamattina mi sveglio con la tosse e con uno scazzo del lunedì che la metà basta, accendo il pc per lavorare, e mi vedo questo logo del cazzo di google che sentenzia garrulo "è arrivata l'estate".
Ma sticazzi, omino stronzetto di google. Mi prendi per il culo pure tu?

[...]Mi fece accomodare sul letto e mi portò delle fette di cocomero che mangiammo assetati. Io sputai i semi, lei no. Poi facemmo l'amore. (P.A. Jarvis)

Sono passati cinque mesi ma ricordo bene che stavo traducendo questa frase, tutta intenta a non tradire le intenzioni di chi l'aveva scritta e me l'aveva consegnata con enorme fiducia. Guardai l'ora sul pc: le 16.15. Erano i primi di marzo e fuori faceva ancora freddo. Mi fermai un attimo a riflettere su quei giorni strani e pieni di scossoni. Pensai che era una fregatura che proprio in quel momento non ci fosse D., la mia amata coinquilina, lì a Bologna con me e che avremmo preso il tè delle cinque insieme, ridendo di come avessi scombussolato la mia vita nel giro di una settimana. L'altra coinquilina, l'Afflitta, aveva passato la nottata precedente a singhiozzare davanti al pc ed era anche lei fuori di casa, ma comunque per definizione non sarebbe stata di grande aiuto. Poi una voce, debole, sempre più debole, che chiamava il mio nome mi scosse dai miei pensieri. Dentro di me sapevo che era successo qualcosa ma il cervello si rifiutava di prestare ascolto a quella voce dal corridoio. Mi ritrovai in piedi in cucina, immobile, la voce non c'era più; fui tentata di ignorare quell'incubo e ritornare alla mia traduzione, di non andare a vedere, occhio non vede cuore non duole, perché mai andare ad aprire quella porta se il film si chiama "Non aprite quella porta" e cose così. Però non potevo. Mi affaccio al corridoio e vedo esattamente quello che non avrei mai voluto vedere ma sapevo che avrei visto: l'Afflitta riversa a terra tra la porta del bagno e il corridoio, braccia e gambe piegate come non dovrebbero mai essere piegate, in un modo che mi fa pensare a una svastica. Corro per il corridoio, ho il cuore che mi è saltato in gola e lo sento distintamente pulsarmi nelle orecchie. Mi avvicino, le tasto il polso, niente, non c'è, cazzo F. che cos'hai fatto, cerco di girarla, di metterla su un fianco, non so perché ma so che è così che bisogna fare, e girandola la guardo in faccia. Il rosario le penzola dal collo come al solito, le palpebre semiaperte rivelano gli occhi rovesciati all'indietro, il colorito grigio e innaturale che la siccità conferisce alle terre delle mie parti, le labbra spaccate e bluastre. E' morta - mi dico - andata. Non respira, e manco io sto respirando, ho la gola stretta in una morsa, passa a stento un filo d'aria. Cazzo, F. perché mi hai fatto questo, perché proprio qui e non da qualche altra parte. E' assurdo ed egoistico, ma l'aria non mi arriva al cervello e sento che sto solo posticipando un attacco di panico di quelli epocali. La prima persona a cui penso è la Knox, penso a Vespa che sguazza nel tracciare l'identikit del giovane killer, penso a un revival delle teorie di Lombroso: Amanda Knox, Raffaele Sollecito, Alberto Stasi, Sunofyork. Tutti giovani, tutti biondicci e dall'aspetto angelico. Poi la razionalità nella follia: D. Mi avrebbe tirato fuori lei dai guai. Lei e tutti quelli che conoscono me e F. possono testimoniare che era depressa, che erano mesi che dava segni di squilibrio e forte depressione, che avevamo fatto qualsiasi cosa per aiutarla. Ok, forse me la cavo. Mentre faccio questi pensieri, le sono inginocchiata accanto e mi è venuta una forza fisica prima sconosciuta: giro ancora F. come fosse una bambola di pezza, le alzo le gambe, e a un certo punto lei tossisce. Cerco di rimetterla su un fianco in caso dovesse rimettere, inizia ad avere delle convulsioni e vomita, F. che cosa cazzo hai preso, ti prego dimmelo, poi riperde conoscenza. Ma è viva. E' viva e io devo fare qualcosa, vado in cucina, ho solo del Dietor, porca miseria, mi ricordo che D. aveva conservato in caso di cali di pressione due bustine di zucchero di canna prese da un bar in cui avevamo fatto colazione la settimana prima. Nel frattempo sto avendo un infarto e contemporaneamente annego in un liquido vischioso, vorrei solo scappare, poco ma sicuro, ma trovo le bustine, ci faccio due tazze di acqua e zucchero enormi, una per me e e una per lei, una la bevo subito rovesciandomela praticamente tutta addosso per quanto mi tremano le mani, mi affretto per il corridoio ripetendo ossessivamente tra me e a me qualcuno mi aiuti qualcuno mi aiuti qualcuno mi aiuti, per tirarmi su nel frattempo mi bevo anche l'acqua e zucchero per F. che ancora non riesco a far riprendere, corro giù scalza per le scale di casa, citofono al piano di sotto e di tutta risposta ho un "chiama il 118", torno su, effettivamente chiamo il 118. F. ora ha aperto gli occhi ma non riesce a parlare, sembra lontana, oltre una lastra di vetro. Le dico stai tranquilla, arriva l'autoambulanza, non ti muovere di qui io mi allontano un attimo. Vado in camera, non riesco più a reprimere l'attacco di panico, non riesco a star ferma, so che devo fare: chiamare mia madre. "Mamma parlami", non sono in grado di spiegarle cosa sta succedendo perché qualcosa mi strozza, non riesco nemmeno a piangere. Mia madre capisce, inizia a raccontarmi la sua giornata mentre io mi soffermo solo sulla respirazione. Posso guardarmi riflessa nello specchio della parete di fronte, sdraiata sul letto con le gambe alzate sul muro, le braccia spalancate, i capillari scoppiati per lo sbalzo di pressione che conferiscono alle palpebre un colore violaceo.
Ed è in questo stato che mi trova il ragazzino lentigginoso del 118 quando entra in casa, trovando la porta d'ingresso aperta. E' alto un metro e una lenticchia e peserà attorno ai 50 kg. Mi squadra atterrito. Nel palazzo non c'è l'ascensore.
No, tranquillo, non è me che devi portare in braccio giù per le scale.
(Stava per avere un attacco di panico pure lui, secondo me)

Solo molte ore dopo, con F. ormai in reparto e sotto controllo, in un asettico bagno d'ospedale piastrellato di bianco, riesco ad abbandonarmi a un pianto disperato.
F. ora sta bene, o almeno meglio. Abbiamo quasi superato l'episodio. Le ho imposto di usare un nome in codice se deve chiamarmi per motivi non gravi in modo da risparmiarmi infarti inutili. E, ovviamente, ho imparato che devo sempre avere lo zucchero in casa.

Certe mattine mi sveglio con la convinzione che se Freud avesse visto me, durante le sue sedute, anziché Anna O., probabilmente l'attuale terapia psicanalitica sarebbe differente, e prevederebbe, per prassi, elettroshock preventivi e blindatissime gabbie al posto di comodi divanetti.
Credetemi quando dico che da anni una delle mie più vivide fantasie sessuali è quella di picchiare un nudissimo e biondissimo Massimo Ciavarro fino a fargli chiedere pietà tra le lacrime. Ora, qualcuno mi dirà, poco male, sei una sadica, trovati uno che ci gode a farsi picchiare e scatènati. E invece no. Le dinamiche sadomaso, su di me, non hanno mai avuto nessun appeal nella vita reale, di questo credo me ne saranno grati i miei milleduecento ex. Non mi ci vedo proprio nei panni della dominatrice, già stento a dominare voi blogger quando vi accanite a commentare, figuriamoci vestirmi in latex, mettermi scarpe con le zeppe (e qui, non per un fatto di complesso per l'altezza, sia ben chiaro) e imbracciare un frustino, dopo veramente mi portate da Moira Orfei e vi fate pagare un biglietto per guardarmi. E poi, cacchio, la vita è difficile per tutti, mi accontento di appostarmi vicino alle casse della Coop Adriatica e mettere gli sgambetti alle vecchiette, per sentirmi appagata.
Difatti, quando si passa al lato erotico, non picchio mai nessuno (scusate, lo ribadisco per non rovinarmi la piazza). Resta il fatto che un briciolo di sadismo immaginario, non verso il povero Ciavarro, ma verso la categoria degli uomini biondi, è per me sempre stato, incredibilmente e inspiegabilmente, un potentissimo turn on. Poi, l'altro giorno, la proustiana intermittenza del cuore.
Avevo non più di 10 anni. Era quasi estate, e la stanza era incredibilmente luminosa. Si affacciavano a quell'epoca le prime fantasie erotiche (leggi: le madri delle mie amiche non volevano farle giocare con me perché quelle cretinette raccontavano che quando venivano a casa mia, si inscenavano dei giochetti tra Barbie e Ken completamente nudi che facevano strani versi). Ancora a quell'età, passavo i pomeriggi interi a studiacchiare e fare giochini perversi sotto il tavolo della cucina. Contemporanemante, mia madre dava ripetizioni di economia aziendale a ragazzi delle scuole superiori.
Giovanna e Luca. Entrambi biondissimi, entrambi poco più che sedicenni, entrambi con un quoziente intellettivo che, sommato, non avrebbe raggiunto la metà di quello degli uomini che poi ho preso a frequentare (non a dieci anni, poco dopo). E' vero, avevo dieci anni, però amavo lui e il suo faccino simil-Ciavarro. In modo strampalato - questo non è cambiato col tempo -, fantasioso - come prima -, assolutamente totalizzante - idem cum patate. Il sogno ricorrente di quei tempi era di fargli il bagno: in pratica avevo già degli istinti sessuali, ma con una sorta di cicciobello inerme (ora che ci penso bene, ad oggi neanche questo è cambiato). Puntualmente il sogno si interrompeva quando lui si sporgeva dalla vasca piena di schiuma per baciarmi, il che mi fa pensare che forse già da piccola sapevo che spesso il bello è da ricercare nell'irreale, e che è un miracolo quando un contatto con una persona reale riesce a farti tremare per l'emozione.
Comunque, sto divagando. Fatto sta che noi - io, Barbie e Ken - si era tutti e tre sotto il tavolo, con me che guardavo e loro due impegnati in una mercy fuck (lui aveva scoperto di essere in fin di vita per aver mangiato caramelle da uno sconosciuto, questo per dirvi quanto mi abbiano traumatizzata da piccola con 'sta storia), quando lui si toglie la scarpa e la infila tra le gambe di lei, che aveva una minigonna imbarazzante. Il tutto per 4-5 minuti, mentre mia madre parlava loro di patrimonio e utili. Ora, capirete bene che la sottoscritta, Barbie e Ken, sono rimasti piuttosto colpiti da questo fatto, e dal sentir poco dopo lui chiedere a lei ti è piaciuto? Col senno di poi, mi viene da ridere a pensare a questo illuso sedicenne che pensava di poter soddisfare una donna in quattro/cinque minuti - sì, lo so che per molti di voi è la media, però sappiate che non è abbastanza - e per di più con un piede, però sul momento sentii il mio cuore di decenne andarmi in pezzi. E da qui nacque nacque il mio odio per l'economia aziendale e per gli uomini biondi, con cui infatti non ho mai avuto niente a che fare. Ci vorrebbe un'altra vita.

E voi? Fantasie strambe? Leccare i piedi a Violante Placido, un threesome con la vostra fidanzata/il vostro fidanzato e sua madre/suo padre? Dormite abbracciati anche voi al vostro pc quando vi sentite soli e insoddisfatti?

I "no" che aiutano a crescere non sono quelli di cui voglio parlare oggi. Oggi voglio parlare dei "no" che di tanto in tanto gli uomini rifilano alle donne, quindi di quei no che più che te, tutt' al più aiutano la tua rabbia a crescere.
Fino ad oggi, nella mia vita, ho preso solo due no espliciti - ci sono poi anche i no impliciti: avete presente quando un uomo sa che dareste un rene per passare anche solo una settimana della vostra vita con lui e fa finta di niente? - bè, in quel caso o non sa che farsene di un rene (e sbaglia, di reni non ce n'è mai abbastanza) oppure semplicemente non è interessato. Comunque dicevo, il primo "no" l'ho preso da adolescente. Lui era un pallanuotista dalle spalle larghe - oggi ha ancora le spalle larghe ma è diventato un grigissimo workaholic, cosa che non saresti diventato, caro mio, se ti fossi messo con me (scusate credo di non aver ancora smaltito del tutto il livore) - ed era innamorato della mia migliore amica. Era innamorato della mia migliore amica però appena poteva baciava me, questo lo ricordo bene perché in una di queste sessioni mi fece sanguinare un labbro. Una volta si era a una festa, una di quelle feste di fine anno scolastico, quando l'aria è ormai tiepida e ci si saluta in vista delle vacanze. Quel tipo di feste in cui si beve, si balla e ci si struscia. Ora, notoriamente io dalla vita in giù sono un tronco d'acero - se ne è presto reso conto il mio istruttore di nuoto quando abbiamo iniziato a fare vasche a delfino - il che non so se mi rende più inadatta al ballo o allo struscio, fatto sta che in quell'occasione me la giocai bene: piazzai una canzone lenta in modo che lui non si rendesse conto di ballare con una salma, poi gli passai vicino e aspettai che mi invitasse. E infatti mi invitò a ballare. Mi guardava negli occhi e sorrideva. Sorrideva e mi pestava gli alluci, e io ero felice. Poi mi baciò. Una gioia così l'ho provata solo allora e la prima volta che sono riuscita a montare a neve una chiara d'uovo. Ancora contusa, gli dissi "G., così non si può andare avanti a baciarci. Lo sai che mi piaci, potremmo provare a stare insieme?". E lui: "no, meglio di no. Facciamo così, se nel giro di quest'estate non riesco a mettermi con V., mi metto con te". Insomma, se oggi ho bisogno di un blog per riversare l'astio verso il genere maschile, sapete con chi prendervela.
Comunque. Passano gli anni, intanto continuo a odiare gli uomini per colpa di questo essere disgustoso ma incautamente inizio a dimenticare l'umiliazione subita, per cui decido di lanciarmi (senza paracadute). Ma stavolta è diverso, stavolta un fidanzato ce l'ho e voglio dimostrargli che magari non sarò Charlize Theron ma so essere seduttiva anche io. Decido quindi di prendere l'iniziativa perché sono una donna, anzi che dico una femmina, no anzi una Superfemmina, e con questo mantra ben ficcato in testa, biancheria intima da 100 euro di pizzo&inutilità e autoreggenti in seta che pian piano mi stanno arrivando alle caviglie a mo' di gambaletto antistupro della nonna (dio solo sa perché li chiamino autoreggenti se poi puntualmente non si autoreggono e devi passare la serata a trovare angoletti oscuri in cui tirarteli su), mi avvicino al mio lui e gli paleso le mie intenzioni. Lui, tutto preso dai progetti per la giornata, rifiuta candidamente con un "ma dai, sei vestita, e poi dobbiamo andare a fare shopping". Risultato: altri 10 anni di odio per gli uomini + un bonus di odio sempiterno verso me stessa per aver trasformato un uomo in un personal shopper. Nasce così Sunofyork

C'è poi un'altra categoria di rifiuti, quelli che gli uomini usano per mollare le donne. Ora, gli uomini non amano mollare le proprie fidanzate perché non sanno gestire i sensi di colpa - normalmente preferiscono comportarsi in modo tale da essere mollati. Ci sono però i casi in cui la donna è talmente tarda (oppure talmente assuefatta a un comportamento deludente da parte del proprio uomo) da non capire l'antifona. In questo caso l'uomo molla, e lo fa con le scuse più assurde. Al primo posto troneggia la scusa con la S maiuscola, quella che ogni uomo almeno una volta nella vita ha detto e ogni donna almeno una volta nella vita si è sentita dire.

1) ti meriti di meglio (di solito proferita con occhio liquido). E chi te l'ha detto che a me non va bene uno stronzo qualsiasi? Sennò non mi ci mettevo proprio con te.
2) ho bisogno di tempo per pensare ma non posso chiederti di aspettarmi (aka "non sei tu, sono io") - questa è la balla dell'uomo in crisi esistenziale, quella dell'uomo che millanta gravissimi problemi familiari/lavorativi/di salute/emotivi e a mio avviso la peggiore perché gioca sul lato sensibile e materno delle donne che infatti di solito ci cascano a pieno, arrivando ad aspettare l'amato fino alla menopausa mentre lui intanto ha già messo su famiglia.
3) ti amo troppo e finirei per non badare più alla mia vita, anche detta la stronzata dell'uomo romantico. Ovviamente vi ama troppo, ma ama troppo di più un'altra.
4) siamo troppo diversi/siamo troppo uguali. Il primo è un bene, il secondo un male gravissimo.
5) sei una persona troppo complicata e lasciandoti, vorrei che tu riflettessi sui tuoi problemi con gli uomini. Grazie mille, pagarmi anche lo psicanalista per i prossimi 20 anni, no?

Questa è la mia top five, sono certa che saprete arricchirla con miliardi di scuse più o meno patetiche.
Normalmente cerco di superare rifiuti e rotture evocando l'immagine dell'uomo in questione sul finire della vita, solo davanti al caminetto, con un plaid sulle gambe. E allora ripenserà alla sottoscritta e mi vedrà come la compagna ideale con cui trascorrere la senilità. Di solito funziona, finché non lo incontri a braccetto con la nuova fiamma, quella con cui si sta trascorrendo la giovinezza nell'attesa di rimpiangerti da vecchio.

"I love you"
"Please shut up"
*
Una volta Hemingway, forse per gioco, forse per sfida, se ne uscì dicendo che è possibile scrivere un romanzo in sole sei parole. Effettivamente nel suo caso ("For sale: baby shoes, never worn" - Vendesi: scarpe da neonato mai indossate), si raggiunsero vette di intensità notevoli. Dopo di lui, ci abbiamo provato in molti, con risultati più o meno interessanti. Nella fattispecie, la sottoscritta ci ha provato più e più volte,* con l'unico risultato di diventare talmente ossessionata dal numero 6 da iniziare a credere che il mondo intero sia descrivibile attraverso una matrice 6x6. Lo so che sembra una pazzia ma invito tutti voi a provare (ecco, ad esempio le ultime due frasi sono composte da sei parole l'una, giusto per mostrarvi quanto sono patologica). Ad ogni modo la six word story in apertura è emblematica di un certo atteggiamento, cioè quello di scappare di fronte alle dichiarazioni troppo esplicite, di qualsiasi tipo esse siano. Di fatto, sono convinta di essere una donna (?) affetta da un particolare caso di ansia da prestazione, un caso che non coinvolge problemi di natura - diciamo - idraulica, ma mentale. L'istinto alla fuga, infatti, si palesa ogni volta che qualcuno mi dichiara (nell'ordine):amore/amicizia/stima/simpatia/ammirazione(raro)/affetto/attrazione, dipanandosi secondo dinamiche perverse quanto variegate ma che pressappoco sottendono tutte lo stesso problema: sono una di quelle cagasotto che sbarellano ogni volta che sentono nell'aria il profumo di alte aspettative sulla propria persona. Ricordo una volta che un tipo mi disse "ti amo" e io gli risposi "sì che è tardi". Lo feci inconsciamente, avevo davvero capito "andiamo", però ora come ora mi sembra freudiano. Come corollario, abbiamo l'assoluta incapacità di dichiarare (nell'ordine):amore/amicizia/stima/simpatia/ammirazione(raro)/affetto/attrazione. E infatti sono una di quelle donne che non dicono mai ti amo (è un fatto di par condicio, quindi è inutile che voi drogate di ti amo mi veniate a dire "prova, vedrai che ti piacerà"). Le altre donne, invece, queste due fatidiche parole le usano eccome, e le usano principalmente in questi contesti (in ordine di tragicicomicità):
1) ti amo: tu lo ami, punto e basta. Sei una persona sana quindi smettila di leggere questo blog e possibilmente vai a procreare altre persone sane in grado di dire ti amo.
2) ti amo: vorrei ottenere qualcosa da te (tipo: il matrimonio/un diamante di fidanzamento/andare all'ikea di domenica/ fare un figlio) ma è veramente dura e quindi mi gioco il tutto per tutto;
3) ti amo: mi hai fatto un regalo costoso e io non ho assolutamente niente da darti in cambio, quindi ti intontisco con qualcosa di assolutamente fuori luogo;
4) ti amo: è il nostro anniversario e mi sono ubriacata di champagne;
5) ti amo: è capodanno e vorrei proprio che fosse romantico, non come l'anno scorso che l'abbiamo passato sul divano a guardare i programmi fessi in tv;
6) ti amo: è il mio intercalare preferito
7) ti amo: stiamo perdendo tempo e io vorrei fare sesso prima di andare in menopausa, quindi velocizzo un po' le cose, perdonami;
8) ti amo: stiamo facendo sesso e ho le endorfine in circolo, sono narcotizzata, ma in realtà te lo dico perché non mi va che pensi che io sia una facile che vuole solo fare sesso;
9) ti amo: ho fatto sesso con un altro, sono divorata dai sensi di colpa e cerco disperatamente di mettere tutto a posto;
10)ti amo: non ti amo più da mesi e non so come dirtelo.

Mi rendo conto solo ora che gli scenari che sono stata in grado di immaginare sono 10: questo non rientra nella logica dominante del 6, quindi per favore, proponetemi altri contesti in modo da arrivare a un multiplo perché oltre alle aspettative sulla mia persona, non reggo nemmeno l'entropia.

Ieri sera sono andata al cinema a vedere Into the wild. Storia vera.
Trama: un giovane indiscutibilmente orizzontabile e altrettanto indiscutibilmente ritardato - l'uomo ideale, insomma - brucia tutti i suoi soldi e si ritrova scaraventato in un documentario di National Geographic lungo due anni (più o meno quanto dura il film), periodo durante il quale imparerà a cavarsela in qualsiasi-attività-anche-la-più-dura tranne che:
1. affumicare la carne di un alce, operazione in cui risulterà essere veramente una mezza sega;
2.trombarsi una ragazza bella e consenziente che lo accoglie già mezza nuda su un letto, opportunità che si canna nel giro di due battute preferendo andare a farsi gli addominali dell'asceta in modo da essere pronto per l'Alaska (il suo chiodo fisso) piuttosto che godere delle gioie del corpo, cosa che francamente mi lascia non poco perplessa perché se è vero che il corpo è espressione massima della natura, che la sua bellezza è abbacinante e l'istinto sessuale è cosa buona e giusta, e bla bla bla, allora perché non trombi la bonazza ora? poi mi dici come fai dopo, quando vai in Alaska e ci trovi solo gli alci? Comunque contento tu, contenti tutti.
Alla fine muore guardando il cielo e pensando "azz quant'è bell", anche se sul finale del film ci sono pareri discordanti.
Per l'esattezza -secondo lui- muore libero e felice avendo -sempre secondo lui- dimostrato che si può vivere in condizioni di povertà estrema e che anzi è proprio sottraendosi alla corruzione della nostra società malata che si può imparare a godere delle gioie della natura, mentre secondo me muore solo e per di più ibernato e denutrito ( e qui mi chiedo io perché per qualche strano motivo, mentre non ha problemi a squartare gli alci, non gli viene mai in mente di pescare due salmoni?) avendo dimostrato che alla fine dei conti non se la cavava così egregiamente into the wild.
Analizziamo. Per i primi minuti la sala è tutto un "uhhhhh", "oooooooh", "aaah", di fronte ai maestosi paesaggi innevati dell'Alaska, ai fiumi ghiacciati, all'alce (poraccio) e alle splendide musiche di Eddie Vedder (sia lodato iddio -e sempre sia lodato- per aver creato quell'uomo esattamente con quelle corde vocali, perché è veeramente la prova che i miracoli talvolta accadono). Dopo i primi minuti si avverte distintamente che qualcuno in sala inizia a pensare che manca qualcosa, e questo qualcosa sono i dialoghi. Ignoranti. Non sapete godere della bellezza della natura, ve ne pentirete.
E infatti non si ha il tempo di rimpiangere i dialoghi perché ben presto questo novello Thoreau inizia a parlare. Nella fattispecie, parla anche con una mela, decantandone la dolcezza e l'amabilità. Poi parla con chiunque, pure da solo. Parla, parla, parla, dice quant'è bella la natura, la gioia che può dare il contatto diretto con essa, racconta la necessità di prendere le distanze da una società che a partire dal suo nucleo base - la famiglia - è marcia. Lui parla e tu inizi a pensare che a tuo figlio non darai mai in mano libri di Thoreau e London. Parla, e tu rimpiangi il silenzio dei boschi e la voce di Eddie Vedder: desideri solo che la smetta di filosofeggiare e che ti faccia sentire il suono dell'acqua che scorre nelle rapide del Colorado, il suo sciabordare contro il canyon, l'ululare del vento durante una tempesta di neve, il crepitare del grano maturo, e possibilmente il suono di sassi che si sgretolano sotto i suoi piedi e l'eco del suo "nooooo" giù per la scarpata.
Insomma, le parti parlate sembrano voler innescare un processo di immedesimazione dello spettatore con le folli ragioni del protagonista e per fare ciò si ispirano al principio secondo cui il fine giustifica i mezzi. Devo ammettere che talvolta riescono nel loro intento, essendo talmente soporifere che pur di non sentirle preferiresti diventare un eremita, ma non solo! tutto il film sembra volerti far patire le stesse condizioni estreme che Christopher McCandless dovette sperimentare nel suo vagabondaggio: il freddo - in sala credo abbassino i riscaldamenti per quello -, la paura di non farcela (a finire il film, nel mio caso) e la voglia di superare i propri limiti, la fatica, la fame.
Il film è talmente lungo che a metà già avevo i crampi. Purtroppo nel cinema non è passato nemmeno un alce. Che luogo inospitale, altro che l'Alaska.

Subscribe