Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Salgo sul regionale Bologna-Parma delle 15.52 con enorme anticipo, dopo aver perso per qualche istante quello immediatamente precedente, e scocciata alla prospettiva di trascorrere un'ora in un treno gremito, mi siedo ai posti vicini alla porta. Guardo il vagone riempirsi di matricole che rientrano ad Anzola, Samoggia, Rubiera e chissà quali altri ameni paesini emiliani dopo le lezioni, sperando vivamente che nessuno di loro si azzardi a venirsi a sedere vicino a me, e devo proprio emanare un'aura di negatività dirompente, perché nessuno si siede, e gli altri due posti restano liberi per un bel po'.
Poi si apre la porta del vagone, alzo distrattamente lo sguardo, immaginando un altro ventenne coi pantaloni calati a rivelare lo sleep di Calvin Klein, e vedo Lui.
Lui avrà un po' più di sessant'anni ed è un incrocio perfettamente riuscito tra Funari, Bob Dylan, Mordecai Richler e Enrico Berlinguer, con i capelli bianchi lunghetti e una barba corta poco curata. Lo guardo deliberatamente, anzi, ci guardiamo, anzi, vi dirò di più, i nostri occhi, dello stesso identico colore, si annodano per quel secondo necessario a farci sorridere entrambi e ad assicurarmi che quel signore meraviglioso (e meravigliosamente distante da me di una generazione) si sarebbe venuto a sedere proprio lì di fronte.
E così è. Lui si siede, il treno parte e la mia curiosità pure. Con quest'uomo io ci devo parlare a tutti i costi. In lui, quasi quarant'anni più grande di me, riconosco per assurdo un simile: uno sguardo che si posa sfrontatamente sulle cose, un certo tipo di sorriso obliquo e malcelato che si apre in una risata repentina, certi tarli in testa che sono uguali a trent'anni come a sessanta. Quindi tra uno sguardo e l'altro, decido che ok, per un'ora e solo per un'ora posso invaghirmi di quest'uomo meraviglioso che non siamo neanche partiti e già mi chiede di dare uno sguardo al libro della Ortese che ho in mano, con cui a Modena ci ritroviamo a parlare di Thomas Mann, a Reggio Emilia siamo già al maledetto desiderio di libertà mai sopito -in tutto questo ha la fede al dito e sull'argomento "moglie" glissa sardonico- e al suo peregrinare tra una casa sul mare a Reggio Calabria, l'infanzia napoletana, la gioventù romana, e non si sa quale tipo di legame con Parma, a Sant'Ilario ho capito che è un cazzaro conclamato ma lo sono anche io e mi piace anche per questo e son già pronta a giurare che se solo avessi vent'anni in più, sarei sua quando si dice interessato alle nuove leve della letteratura, citandomi un autore poco più che trentenne che ha pubblicato, a suo dire, un libro molto interessante e intenso sulle ansie dei trentenni (che argomento inusuale, dico ora a mente lucida, ma lì per lì ero troppo affascinata da come muoveva le mani e dal suo accento ibrido) con un editore bolognese ignoto persino a me che fino a poco fa vivevo a bologna e lavoro nell'editoria.
Al che mi sento in dovere di dirgli che ok, leggo la Ortese e amo Mann come lui, ma anche io sono attenta alla letteratura contemporanea e agli autori esordienti, tant'è che ho, guarda caso, appena letto un libro intitolato Se son rose di un bolognese di nome Massimo Vitali. Ometto di dire che il Vitali è uno dei miei migliori amici, anche perché lui sembra più interessato a fissarmi dritto in faccia che ad ascoltarmi, e nel frattempo siamo a Parma e scendiamo dal treno.
Sappiamo entrambi che è tutto finito ed è giusto così, ma non ci neghiamo un sarebbe bello se capitasse di rivedersi in centro. Una stretta di mano forte e asciutta, mi dice il suo nome, si stringe nel cappotto a doppio petto blu e lo giuro, non lo dico solo per gusto letterario, svanisce in questa dannata nebbia fittissima che ricopre da giorni la cittadina emiliana.
Torno a casa, racconto entusiasta di questo incontro al fortunato uomo che vive con me e finisce qui.

No, non è vero. Stamattina ci penso e mi dico, com'è che una persona estranea all'ambiente editoriale mi suggerisce un autore sconosciuto che ha pubblicato con un editore sconosciuto?
Io stessa ho suggerito un autore bravissimo, ma che è pur sempre uno dei miei migliori amici.
E allora mi si illumina tutto: è il padre di questo autore. Un rapido controllo su internet mi rimanda alla pagina FB del figlio scrittore, bacheca aperta, ritrovo le stesse origini calabresi, napoletane e romane trapiantate in emilia, e un indirizzo email.
Ora non so, c'ho pensato di scrivere al figlio in modo che rendesse noto al padre che non sono un'ingenuotta qualsiasi, e che ho capito presto che c'era un legame di sangue a unirli, ma non credo lo farò. 
E' bello che un padre sia orgoglioso di un figlio scrittore ma, nella mia fantasia, questo aspetto così umanamente quotidiano non era contemplato. E probabilmente non lo era neanche nella sua. 
E per una volta Trenitalia è servita a realizzare una fantasia, foss'anche per sessanta minuti.

Ma in questi giorni di freddo artico e pensieri continui e impegni inderogabili e lavoro senza soluzione di continuità e nemmeno uno straccio di ponte manco a pagarlo e di odio verso il calendario che ti fa cascare pasqua il 24 aprile, pasquetta di 25 e il 1° maggio di domenica, ma ditemi, voi a quale orizzonte guardate?
Io penso che tra cinque mesi vado al mare.
Quindi la mattina mi sveglio, tac, prima botta d'ansia perché mi sento sopraffatta dalle cose da fare, e io penso che tra cinque mesi vado al mare. Accendo il pc e, tac, seconda botta d'ansia perché mi trovo mail di committenti disperati perché sono in ritardo? Chi se ne frega, tra cinque mesi vado al mare. Mi arrivano fatture da pagare e, tac, terza botta d'ansia? Scrollata di spalle, tra cinque mesi vado al mare. Il lavoro che faccio mi annoia da morire e, tac, mi viene l'ansia perché sento di sprecare la vita? Non importa. Tra cinque mesi vado al mare. Quando sono al mare va tutto bene.
Se qualcuno si azzarda a farmi notare che mancano ancora cinque mesi prima  che possa andare al mare, io giuro non so come potrei reagire ma secondo me non la prendo mica tanto bene.

Come qualcuno di voi già sa, ormai è un anno che ho aperto insieme a mia sorella una casa editrice. Avere una casa editrice oggi in Italia significa avere qualche rotella fuori posto: i libri ok, sì, li vendiamo, ma il distributore ci paga a 180 giorni (ammesso che ci paghi), la tipografia l'abbiamo ma esige d'essere pagata ancor prima che i libri raggiungano il magazzino, presentazioni ne facciamo, ma i soldi per mandare in tour promozionale i nostri autori scarseggiano quindi dobbiamo accontentarci di qualche data e le fiere le facciamo ma stando molto molto attente alle spese. Insomma, avere una casa editrice, più che con questioni letterarie o profondamente intellettuali, ha (almeno per me) a che fare con la gestione al centesimo di soldi (pochi) e delle spedizioni (tante, per fortuna).
Venerdì scorso, in occasione della visita bolognese della mia socia-sorella per la fiera di Modena nel weekend, abbiamo agganciato  agli altri tremila impegni (tutti implicanti enormi spese e sbattimenti) un appuntamento con aspirante autore reo di averci mandato un manoscritto in lettura che c'era garbato parecchio. 
(e ora viene la parte che i bolognesi dovrebbero leggere attentamente).
L'incontro era fissato ad ora aperitivo in uno dei posti a mio parere più belli di Bologna: Colazione da Bianca.
Per chi non lo conoscesse, Colazione da Bianca si trova in via Santo Stefano 1 ed è un incrocio tra  un bistrot parigino, una sala da tè inglese e quant'altro di figo vi possa venire in mente: colori caldi, posate d'argento, tavolini di ferro battuto, porcellane splendide. Insomma, il posto giusto in cui fingere di essere due editrici serie e un po' radical chic.
C'ero già andata a prendere un tè con Paperoga, che però non aveva nemmeno notato quanto fosse figo il posto e s'era gettato di faccia nella sua fetta di torta, ma non l'avevo mai sperimentato per l'aperitivo e come me, nessuno dei miei amici bolognesi, che infatti si chiedevano all'unisono chissà come sarà l'aperitivo da Colazione da Bianca? Ed ecco che interviene la qui presente allocca a rispondere al vostro quesito. Riconosciuto l'autore fuori dal locale (un fico da paura che, essendo mia sorella single, subito immagino in vesti di cognato prima che di autore di punta), entriamo, ci accomodiamo e ordiniamo due cocktail e una birra piccola (birra da Colazione da Bianca, ecco un altro maschio che non capisce il mood del locale). I cocktail sono annacquati ma almeno servono a me e mia sorella a scioglierci dalla contemplazione del bel faccino dello scrittore e a dirgli qualcosa di sensato sul suo manoscritto (cioè, mia sorella gli dice qualcosa di sensato, io lascio che sia lei a condurre la conversazione così poi lui vede quanto è in gamba e se la sposa). Nel frattempo mi avvicino al buffet: argenteria finissima, cristalli ovunque, ciotole degne dei reali inglesi, e le solite quattro tartine in croce però con un aspetto più vezzoso. Torno al tavolo e loro stanno continuando a cianciare di riscritture, editing, altri editori. Io non ne posso più, mi allontano di nuovo e per far fare bella figura a mia sorella -cosa non si fa per una sorella- vado alla cassa e senza che il giovine autore se ne accorga, chiedo di pagare per i tre aperitivi.
Ora, non so da voi quanto sia legittimo pagare tre aperitivi, ma da noi, a Bologna, la media degli aperitivi -se escludiamo quelli per universitari coi braccini corti che vanno attorno ai 5 euro per bevanda più cibo orrendo- è di 7-8 euro. Il che significa che tu con 7-8 euro hai il tuo bel bicchiere di vino/spritz/quello che  cacchio ti pare, e usufruisci di un buffet. Immaginando che Colazione da Bianca fosse un posto di stronzi boho-chic, mi ero detta di star pronta a un aperitivo da 10 euro ciascuno, e vabè, amen, è un incontro di pseudolavoro, ci può stare spendere 30 euro per un autore che stiamo corteggiando (in tutti sensi). E invece, arrivata alla cassa, la tizia mi chiede cinquantuno euro (nel portafogli, per altro, avevo esattamente cinquantuno euro, secondo me quando entri nella porta c'è un apparecchio che ti fa una radiografia). Poi vedendomi impallidire e serrare la mascella, si è corretta e mi ha sparato quarantuno euro, che io ho pagato in silenzio con una lacrima che faceva capolino nell'angolo dell'occhio. Poi ho guardato lo scontrino ed ecco, io in quel momento lì ho avuto un'esperienza di pre-morte e credo di aver capito cosa intendono quelli che dicono che, davanti a un pericolo imminente, capita di rivedere tutta la propria vita.
Io ho rivisto impallidire la faccia di mio padre quando, in vacanza, nei 1990, dovette sborsare cinquantamila lire per quattro gelati, ho capito perché Paperoga conserva uno scontrino da più di sessantamila lire per una cena a Gallipoli di una quindicina d'anni fa e anche perché nessuno dei miei amici bolognesi aveva mai voluto rischiare di andare a fare aperitivo da Colazione da Bianca.
Perché il buffet non è incluso nell'aperitivo e un cocktail costa 10 euro. E se non hai un autore con un bel faccino che speri possa farti rientrare dalle spese, è meglio lasciar perdere.


mail da sunofyork al papà di sunofyork nel giorno della sua cena di pensionamento contentente discorso esplicitamente richiesto dal genitore impacciato con le parole:

"Vi chiedo solo qualche istante per dirvi che è un sincero piacere avervi qui a festeggiare quello che per me è un traguardo importante nella mia vita professionale e personale.
Sono stati anni di lavoro intenso e talvolta faticoso, ma anche profondamente soddisfacente: buona parte delle gioie ricevute nell'arco della mia carriera, sono dovute alle persone con cui mi sono trovato a lavorare.
Sto parlando di tutti voi, che ricorderò sempre con affetto perché negli anni siete stati molto più che semplici colleghi, siete stati uomini e donne con cui ho condiviso la mia vita, proprio come dentro allo scompartimento di uno di quei treni che abbiam fatto circolare, con la differenza che ora è venuto per me il momento di scendere.
Vi ringrazio per quello che avete rappresentato in questi anni, vi auguro di proseguire al meglio la vostra vita professionale e personale così come l'ho vissuta io, e ricordate che il papà di sunofyork scende dal treno ma non è mica arrivato al capolinea!
Un brindisi e un arrivederci a tutti voi
  
(mi raccomando papà non ti commuovere!)
Sunofyork "

E va bene, papà, ti commuoverai lo stesso. E pure a me, a distanza di 600 km, a pensarti lì in piedi davanti a 50 persone che leggi da un foglietto mentre tenti di seguire i consigli che ti ho dato per sostenere la voce, viene una po' da piangere.
Pensa che ci son volute due teste per scrivere questo breve discorso, la mia, e quella di uno scrittore vero, l'unico che potesse aggiungere a queste parole il tocco di grazia che avevo immaginato per te.
Ah, e poi se ti vien da piangere, pensa alla liquidazione.

Questa settimana, cari miei, vi propongo un esperimento antropologico con tutti i crismi, di quelli che lèvate Durkheim, Weber e pure Lévi-Strauss.
Prendiamo una donna e mettiamola con un uomo (il suo) con un senso dell'umorismo anni '80 e una passione per i giochi di parole, in un monolocale (quello di lui) a partire da un giovedì fino a un martedì mattina.
Inseriamo un elemento esterno x che rende uno dei due fisicamente indisposto (questo è un elemento fondamentale per la nostra analisi).
In questo monolocale piazziamo due computer portatili, una connessione wifi e un lcd samsung con sky. Va sottolineato che la donna in questione, a casa propria non possiede un televisore ma che ha sviluppato, grazie all'uomo, una dipendenza da un canale (Real Time) che propone programmi da femmina come Cortesie per gli ospiti, Ma come ti vesti, Wedding Planners (Enzo io ti amo), Cake boss. Per tacere della di lei ossessione per Sex and the City, riproposto ad libitum da Fox. L'uomo, al contrario, ha una monomania per i Simpson.
Riepiloghiamo: un uomo, una donna prona alle dipendenze, astinenza coatta, isolamento, sky a dosi massicce e una serie infinita di mot d'esprit stile Drive in.
Giorno 1: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30mq.
Giorno 2: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky.
Giorno 3: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste.
Giorno 4: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste. (Ma non sarà il caso di lavorare un po' a questo fottuto dizionario di latino e riordinare compulsivamente la casa?)
Giorno 5:  oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste dopo aver lavorato un po' e riordinato compulsivamente la casa. (Ma sarà normale che lui abbia preso a chiamare lei "vecchia stronza" mentre con la mano afferra oggetti contundenti dalle mensole e se li schiatta con violenza sulla fronte?)
Lei invece ha un tic all'occhio, si dondola autisticamente, minaccia  l'uomo di morte se  lui fa battute/tenta di cambiare canale/ balla in maniera imbarazzante/ respira, e nel frattempo continua a canticchiare canzoni stile la bambina dell'Esorcista.
Sarà mica vero uno dei proverbi dell'amato nonno canterino: "uccello in gabbia, non canta per amore ma per rabbia"?
Ad occhio e croce azzardo un Giorno 6:
oh che bello sono io DA SOLA in 30 mq in pigiama a rincoglionirmi solo ed esclusivamente con Real Time, senza dovermi sorbire battutine su quanto sono snob i tipi di Cortesie per gli ospiti o su quanto è volgare Samantha (Dio mio, Samantha va amata, stop) di Sex and the City.

Al mondo, ci sono almeno due Massimo Vitali. Uno è un fotografo famoso con la fissa per le spiagge, l'altro è amico mio. Al mondo, però, di Massimo Vitali in grado di fare frittate che sembrano frisbee, di obbligarti a salire in moto, di sorridere contagioso, di entusiasmarsi per Fausto Leali, di minacciare uno striptease prima di cena e di scrivere libri come L'amore non si dice, ce n'è solo uno ed è il secondo, e questa blogger qui, oggi, è un po' commossa all'idea di essere stata presente alla gestazione di questo libro.
L'amore non si dice, in uscita oggi per Fernandel, con prefazione di Alessandro Bergonzoni e postfazione di Grazia Verasani, è una raccolta di lettere d'amore che non parlano d'amore, perché Teresa, la donna a cui sono indirizzate, stufa di tanta melassa e dotata di un cuore di pietra, ha chiesto al mittente di parlarle di tutto, fuorché d'amore.
E quindi il povero Edoardo si ingegna come può, mette su un epistolario in absentia, accetta il silenzio di lei, e le scrive di ricette, di alberi, del lavoro, di Dio e persino di Elvis, pur di non dirle quelle due parole. Che però fanno capolino tra quelle carte da decifrare senza mai essere dichiarate, ora giocose e opalescenti come bolle di sapone, ora decisamente più malinconiche, quando il profilo dell'amata diventa labile e la mancanza si fa sentire.
Ma Edoardo non è uno che si scoraggia facilmente: come un Werther sgangherato, continua a scrivere le sue lettere una dopo l'altra, e a te non resta che biasimare Teresa per la sua scarsa lungimiranza e la sua incapacità di corrispondere sentimenti tanto delicati, mentre nel frattempo quelle parole che rimbalzano leggere contro un muro arrivano dritte dritte a sollevarti gli angoli del sorriso.
Un libro non dissimile dal suo autore, buffo e strampalato ma con una vena di sensibilità profonda, capace di regalarti una leggerezza sghemba che racconta di volumetti di Calvino, Queneau, Vian e Rodari recuperati in punta di piedi dalle mensole alte, di canzoni di Capossela e Conte e Dalla ascoltate sul divano, e che consiglierei a tutte le donne che non credono più al romanticismo maschile, ma anche a tutti gli uomini che non sanno trovare le parole giuste per conquistare una donna.
Basterà una di queste lettere a garantirvi il successo con la vostra lei.
(A patto che la vostra lei non sia Teresa.)

Quello del traduttore, credetemi, è un lavoro duro. Un lavoro in cui si guadagna male, si lavora spesso di notte per non sforare una consegna, che ti impone di imparare a gestire le urgenze e accettare un frustrante compromesso tra un ideale teorico di perfezione e ciò che effettivamente si ha il tempo di produrre, e non di meno di continuare sempre a tendere verso quell'ideale. Un lavoro che la sera ti lascia sfibrato e incapace di proferire una frase di senso compiuto nella tua lingua madre, che ti concede, come unica contropartita, una sfida contro te stesso negandoti qualsiasi riconoscimento esterno.
Perché quello del traduttore è un lavoro solitario, adatto a chi non ha bizze da prima donna e anzi rifugge le luci della ribalta.
Sei tu e il libro, e nessuno con cui confrontarsi.
Ora, so che per qualche tipo antisociale, l'idea di fare un mestiere che implichi il non avere alcun contatto umano possa sembrare attraente, ciò non toglie che il lavoro del freelance abbatta totalmente la barriera tra il lavoro e il non-lavoro, trasformandoti l'esistenza in un continuum solitario di traduzioni miste a momenti di svago (i miei implicano andare a cercare su Google cose del tipo "ernia lombare", ché ci tengo proprio a sembrare una specie di Quasimodo che passa la vita dietro uno schermo). Capitano giorni in cui anche il minimo di decenza imposto dal dover uscire e andare in ufficio (quelle attività tipo togliersi il pigiama, pettinarsi, lavarsi il viso), per un freelance, sembri un di più insostenibile, e quindi si passi direttamente dal lettone alla scrivania e da lì di nuovo col portatile sul divano e poi sul letto tra migliaia di fogli e briciole sparse a infilarsi tra i tasti.
E insomma, in mezzo a tutta questa precarietà, in mezzo a tutte queste sfide interiori, gli unici referenti che riesci a trovare hanno l'impalpabilità del modello irraggiungibile, quelli a cui guardi quando ti assale il dubbio del perché tu abbia scelto di fare questo, della tua vita.
E quindi pensi all'Adriana Motti e ai dubbi su come tradurre The catcher in the rye, a come non tradire le intenzioni di chi con grande trepidazione affida le sue parole a te, alla Pivano di Addio alle armi di Hemingway e compagnia bella. Respiri, e ti senti davvero rivestito di un ruolo sacrale, quello di ponte tra l'arte e il mondo. Ecco, ora sei ispirato, puoi tradurre al meglio delle tue potenzialità. E infatti traduci.

Lui: sei pronta, bella? Si fa sesso animale.
Lei: no, non possiamo! Testa di Maiale potrebbe arrivare da un momento all'altro!
Lui: c'è un solo maiale in questa stanza. Coraggio bimba, il paparino ha qui una bella salsiccia per te.

Ma secondo voi, ripensando all'estetica crociana e alla teoria delle traduzioni "brutta ma fedeli" e "belle ma infedeli", la mia dove si pone?

“Ever tried. Ever failed. No matter. Try Again. Fail again. Fail better.” (S.B.)

Immaginate di essere da sempre dei lettori compulsivi e di volervi lanciare nel progetto kamikaze di aprire una casa editrice. Immaginate di emergere ogni tanto dal gorgo della burocrazia per vagliare le possibilità di pubblicazione all'interno di un panorama letterario sterminato e non sempre validissimo.
Immaginate di avere in mente uno scrittore piuttosto famoso a cui vorreste affidare una prefazione (no non è Samuel Beckett, ancora non sono da elettroshock ma ci stiamo quasi) e che siano settimane che ve lo state lavorando via mail per avere un appuntamento e bypassare il suo aggressivissimo agente.
Immaginate tutto questo, poi immaginate di salire su un treno scalcagnato e trovarvelo proprio di fronte.

Ecco, immaginato ciò, godetevi pure la magistrale interpretazione di Sunofyork ne I dialoghi dell'assurdo (feat. Trenitalia)

Sun (1.entusiasta come una bambina): ciao X, sono Sun, ci siamo scritti l'ultima mail ieri pomeriggio, non posso crederci, che fortunata coincidenza! Lasciami dire che i tuoi libri mi fanno impazzire e che è una gioia poterti stringere la mano di persona!
Scrittore (2.imbarazzato): ciao Sun, piacere di conoscerti.
Sun (3.parlantina-a-motore inserita e sempre più entusiasta): allora X, visto che abbiamo un bel po' di tempo per parlare (4.sospiro di gioia da parte dello Scrittore), ti spiego un po'il mio progetto...bè dunque, vedi, bla bla bla, ma siccome so che tu bla bla bla e non vorrei bla bla bla pertanto bla bla bla, e quindi pensavo che magari ti potrei affidare solo una prefazione al nostro secondo libro, che sono sicura ti piacerà un sacco, perché è brillante e fresco e bla bla bla e non posso pensare a nessuno più adatto di te a scrivere una nota introduttiva...

Passa nel frattempo il controllore, che si avvicina a me e allo Scrittore famoso per chiedere il biglietto, lo Scrittore risponde giustamente con un ferreo "abbonamento" senza esibire il titolo di viaggio, al che il controllore storce un po' il naso suscitando le ire della sottoscritta che inizia la filippica del ma sai chi è lui? è uno SCRIT-TO-RE FA-MO-SO, e Trenitalia dovrebbe essere O-NO-RA-TA di trasportare cotanta penna in giro per l'Emilia e non dubitare della sua buona fede - a questo punto lo Scrittore esibisce l'abbonamento- ecco, visto, ma cosa crede che siamo tutti una manica di incivili che bla bla bla. Il controllore esce di scena.
(5.lo Scrittore è stranamente taciturno ma dal sorriso si vede che è compiaciuto del suo futuro editore per la strenua difesa operata nei suoi confronti contro gretto controllore)


Sun (6.fiume in piena): pensa, si potrebbe fare una presentazione itinerante in una carrozza e bla bla e mio padre bla bla bla e poi bla bla e ancora bla bla e bla, ma non voglio stordirti di parole (7.nooo) ma penso che uno che ha scritto "Spatatrac" e "Supercalifragili" meriti azioni di marketing forti e innovative...
Scrittore (8. si schernisce intimidito): ma no, dai, ora non dire così...
Sun (9.commossa dall'understatement dello Scrittore): su, ora non essere modesto, tu sei pubblicato da bla bla bla e anche bla bla, e per me sarebbe un onore avere qualcosa di tuo, anche solo una prefazione bla bla
Lo Scrittore Illuminato (10. sorridendo benevolo davanti a tanto entusiasmo): certo, però solo una prefazione, sai, ho già tanto da scrivere...oh, ma ecco la mia fermata.

E' anche la mia, scendo, gli stringo la mano, mi dirigo saltellando dove mi dovevo dirigere e lì comunico l'impresa. Passano le ore, arriva la sera, si dorme. Durante la notte mi metto a pensare all'accaduto. La mattina consulto Google Images come se fosse l'oracolo di Delfi.

Sostituite i numeretti 1-3-6-7-9 con "boccalona"
e i numeretti 2-4-5-8-10 con "paraculo"
e tirate voi le somme.

E così il Nobel per la letteratura è andato a Herta Muller, scrittrice tedesca di origini romene, che ha sbaragliato la concorrenza di grandi nomi come (l'immancabile) Amos Oz, Vargas Llosa e Philip Roth. L'avevo conosciuta un annetto fa grazie al suo romanzo, Il paese delle prugne verdi, storia di quattro giovani intellettuali dissidenti nella Romania di Ceausescu, edito da Keller -un piccolo e attento editore trentino che pubblica pochi titoli all'anno, ma quelli che pubblica, sono veramente belli e curati in ogni aspetto- e che mi aveva colpito per la sua poesia straziante dentro un clima di oppressione e miseria collettiva.
Lo dico per vari motivi, innanzitutto perché aprire una piccola casa editrice è anche il mio sogno (e vuoi vedere che il 2010 non lo veda realizzarsi, eh, cara la mia socia?), e avere in catalogo un vincitore del Nobel i cui diritti ho pagato due lire è più di un semplice sogno, diciamo che per me è l'equivalente di un sogno erotico che vede me protagonista assoluta insieme a due adoranti e incredibilmente lascivi Javier Bardem e Filippo Timi. In secondo luogo perché così ho l'occasione di raccontarvi un problema simpaticissimo che mi affligge da un po' di tempo. Bene, che in Italia ci siano più scrittori che lettori ormai è un luogo comune più o meno comparabile con perle quali non ci sono più le mezze stagioni e si stava meglio quando si stava peggio. Il che però significa che, per essere diventati luoghi comuni, un fondo di verità ce l'avranno anche loro, no? Direi proprio di sì, visto la quantità di gente che ricorre ad editori a pagamento che chiedono cifre assurde e non si preoccupano nè di promuovere nè di distribuire il libro e a siti di self publishing (uno piuttosto noto reca come sottotitolo l'inquietante "Se l'hai scritto, va stampato". Ma anche no! direi io) pur di ottenere un briciolo di quel lustro che dovrebbe conferire l'aver scritto qualcosa. Ecco, io non so voi, ma per me le parole hanno sempre avuto un peso enorme sin da quando scrivevo i temi delle elementari, un peso che si fa tanto più titanico quanto più leggo libri come quello di Herta Muller, o di altri grandi scrittori. Il confronto con loro mi dà la giusta percezione di cosa meriti di essere pubblicato e letto e cosa no: ed è per questo che io, come molti altri di voi, ho un blog che mi basta e avanza, e nessuna velleità da scrittore "vero". E invece non per tutti è così.
Il bello, quando lavori nell'editoria, è che tutti quelli che sanno di che ti occupi (quindi sanno anche che conti meno di zero ma fanno finta di non saperlo) tentano di rifilarti le loro cose (per un parere, una revisione, un'idea, una spintarella verso la pubblicazione), perché tutti hanno scritto qualcosa nella loro vita e tutti sono fermamente intenzionati a ottenere i loro cinque minuti di gloria. Con le dovute eccezioni positive, per la maggioranza, ciò che passa per le mie mani sono opere di zie che nel '68 componevano poesie lisergiche, amici wannabe scrittori, amanti del fantasy -perdonatemi, ma per me il fantasy è una piaga sociale-, conoscenti con l'estro letterario di una cozza nuda, parenti che scrivono memoriali sui loro imbarazzanti trascorsi sessuali, l'apologia del cane buonanima del dirimpettaio, il postino che mi lascia nella cassetta della posta un manoscritto fantasiosamente intitolato "Il postino suona sempre tre volte" (infatti, già dopo la prima hai scassato la minchia) e per finire Lui, il mio medico curante bolognese.
Ecco, il mio medico è un quarantenne single che ha l'ambulatorio tre portoni più avanti del mio e l'aspetto dimesso e vagamente kafkiano (solo l'aspetto, purtroppo).
L'altro giorno ci sono andata per farmi fare l'impegnativa per un'escissione dei nei -tre o quattro, li togliamo in comitiva, visto che fortuna vuole che sia particolarmente predisposta a questo flagello di dio- e insomma, una chiacchiera tira l'altra, ma di dove sei di dove non sei, ma quanti anni hai, ma cosa fai cosa non fai.
Sun: "Lavoro nell'editoria, principalmente traduco"
Dottore: "Ma davvero, e vuoi fare questo per tutta la vita?"
Sun: "Sì, ma vorrei aprirmi una casa editrice mia"
Dottore: "Ma che bello! Che coincidenza! Chiamami pure Marco!"
Sun, in preda a smottamento inguinale: "Perché coincidenza, dott. Marco?"
Doc, tirando fuori da un cassetto un enorme plico polveroso di fogli ingialliti con su una scrittura minutissima e fitta fitta: "Ho giusto qui una prosa poetica dedicata alla mia defunta madre, lo troverai di lettura un po' ostica, ma confido nella raffinatezza dei tuoi gusti e nella tua benevolenza".
E io che dovevo fare? Gli ho detto che ero già sommersa di fogli per casa ma quello mi ha chiesto la mail, dicendomi che doveva avere anche un pdf, e io non ho potuto non dargliela.
In tutto ciò, preso com'era a parlarmi della sua opera straordinaria, ha sbagliato a compilare l'impegnativa.
E vabbè, mi consolerò pensando che magari potrebbe essere un futuro Nobel della letteratura e trovarsi nel mio catalogo.
Avanti, coraggio, quanti di voi hanno un manoscritto nel cassetto e pensano di potermi far diventare un ricco editore?

Lo sapete, non faccio mai recensioni letterarie. Se un libro non lo amo, perché parlarne, se invece lo amo, chi sono io per parlarne.
Oggi però è diverso. Oggi sono qui a scrivervi non tanto di un libro (Albinati&Timi, Tutt'al più muoio, Fandango libri), che pure ho amato al punto di scegliere di rimanere sul bagnasciuga a ridere da sola, nascondere le lacrime dietro enormi occhiali da sole e beccarmi un'ustione alla clavicola piuttosto che staccare gli occhi dalla pagina e cercarmi un posto all'ombra, quanto a raccontarvi del mio innamoramento repentino, viscerale e totalizzante per Filippo Timi, attore teatrale e cinematografico di raro talento e intensità, scrittore sensibile, o forse molto più semplicemente uomo dotato di un'anima bella e dirompente, in grado di saltar fuori dalle righe stampate come dalla macchina da presa e prendere a cazzotti nei denti te e la tua spocchia intellettualoide per tutte le volte che hai blaterato che il cinema, il teatro e la letteratura italiana sono in totale decandenza, che siamo una realtà culturale massificata e di provincia (lo siamo, ma con le dovute eccezioni) e che niente di buono può venir fuori da questa landa piagata da puritanesimo di facciata e scarsa umanità.
Avete presente quando si ha qualcosa sotto gli occhi ma non la si vede per nulla al mondo? Quando si condivide lo stesso identico spazio -fisico o mentale- con qualcuno ma non ci si riesce a trovare e a prendersi le mani? Bene, per me con Filippo Timi è avvenuto così. Il solito, adorato K. mi ha regalato più di un anno fa questa autobiografia romanzata per il mio compleanno. Non l'ho nemmeno aperta, inconsciamente tenendola da parte e coccolandola in attesa di un momento più adatto. Poi, l'opinione entusiasta di un'amica, i commenti della rete, l'amico Cremino che mi illumina il collegamento -Timi, per l'appunto- tra il romanzo e due gran bei film italiani, Come dio comanda di Salvatores e Vincere di Marco Bellocchio, l'arrivo di un periodo un po' così, perché è mia ferma convinzione che è solo nei periodi un po' così, quando carne e nervi sono più esposti agli agenti atmosferici, che si possa apprezzare a pieno la poesia lieve e l'ironia dolente di una narrazione di questo tipo. E insomma, finalmente mi decido ad aprire il libro, lo divoro nei pochi giorni salentini, rido con Filo delle piccole sciagure della provincia e mi commuovo con lui per quella umanità irreperibile altrove, per gli stessi amori giovanili portati avanti per tutta la vita. E mi decido a parlarne con voi, in un qualcosa che non vuole essere per nulla al mondo una recensione ma solo un suggerimento per chi come me si fosse perso questa perla (di libro e di uomo), e una condivisione di entusiasmo per chi invece già lo conoscesse, e per farlo, fa appello a tutto il buono della rete: curiosità, efficacia del passaparola, comunanza di interessi, vicinanza virtuale e non, capacità di contagio, puro e semplice buon senso.
Poi, il fatto che invierò stasera stessa il link di questo mio post a Filippo Timi e gli farò palese la mia intenzione di sposarlo e fare dei figli con lui, è secondario. Però capitemi (e tu, Filippo, capiscimi): il ragazzo pare sensibile, recita da dio e scrive altrettanto bene - per una che vuole fare l'editore, ciò basta e avanza a far comparire il simbolo $ al posto delle pupille in stile Paperon de Paperoni - è bono come il pane e c'ha pure la barba, il che titilla amabilmente il mio complesso di Elettra.
Insomma, Filippo, siamo una coppia perfetta.
Ci pensi tu a mandare le partecipazioni?

[...]Mi fece accomodare sul letto e mi portò delle fette di cocomero che mangiammo assetati. Io sputai i semi, lei no. Poi facemmo l'amore. (P.A. Jarvis)

Sono passati cinque mesi ma ricordo bene che stavo traducendo questa frase, tutta intenta a non tradire le intenzioni di chi l'aveva scritta e me l'aveva consegnata con enorme fiducia. Guardai l'ora sul pc: le 16.15. Erano i primi di marzo e fuori faceva ancora freddo. Mi fermai un attimo a riflettere su quei giorni strani e pieni di scossoni. Pensai che era una fregatura che proprio in quel momento non ci fosse D., la mia amata coinquilina, lì a Bologna con me e che avremmo preso il tè delle cinque insieme, ridendo di come avessi scombussolato la mia vita nel giro di una settimana. L'altra coinquilina, l'Afflitta, aveva passato la nottata precedente a singhiozzare davanti al pc ed era anche lei fuori di casa, ma comunque per definizione non sarebbe stata di grande aiuto. Poi una voce, debole, sempre più debole, che chiamava il mio nome mi scosse dai miei pensieri. Dentro di me sapevo che era successo qualcosa ma il cervello si rifiutava di prestare ascolto a quella voce dal corridoio. Mi ritrovai in piedi in cucina, immobile, la voce non c'era più; fui tentata di ignorare quell'incubo e ritornare alla mia traduzione, di non andare a vedere, occhio non vede cuore non duole, perché mai andare ad aprire quella porta se il film si chiama "Non aprite quella porta" e cose così. Però non potevo. Mi affaccio al corridoio e vedo esattamente quello che non avrei mai voluto vedere ma sapevo che avrei visto: l'Afflitta riversa a terra tra la porta del bagno e il corridoio, braccia e gambe piegate come non dovrebbero mai essere piegate, in un modo che mi fa pensare a una svastica. Corro per il corridoio, ho il cuore che mi è saltato in gola e lo sento distintamente pulsarmi nelle orecchie. Mi avvicino, le tasto il polso, niente, non c'è, cazzo F. che cos'hai fatto, cerco di girarla, di metterla su un fianco, non so perché ma so che è così che bisogna fare, e girandola la guardo in faccia. Il rosario le penzola dal collo come al solito, le palpebre semiaperte rivelano gli occhi rovesciati all'indietro, il colorito grigio e innaturale che la siccità conferisce alle terre delle mie parti, le labbra spaccate e bluastre. E' morta - mi dico - andata. Non respira, e manco io sto respirando, ho la gola stretta in una morsa, passa a stento un filo d'aria. Cazzo, F. perché mi hai fatto questo, perché proprio qui e non da qualche altra parte. E' assurdo ed egoistico, ma l'aria non mi arriva al cervello e sento che sto solo posticipando un attacco di panico di quelli epocali. La prima persona a cui penso è la Knox, penso a Vespa che sguazza nel tracciare l'identikit del giovane killer, penso a un revival delle teorie di Lombroso: Amanda Knox, Raffaele Sollecito, Alberto Stasi, Sunofyork. Tutti giovani, tutti biondicci e dall'aspetto angelico. Poi la razionalità nella follia: D. Mi avrebbe tirato fuori lei dai guai. Lei e tutti quelli che conoscono me e F. possono testimoniare che era depressa, che erano mesi che dava segni di squilibrio e forte depressione, che avevamo fatto qualsiasi cosa per aiutarla. Ok, forse me la cavo. Mentre faccio questi pensieri, le sono inginocchiata accanto e mi è venuta una forza fisica prima sconosciuta: giro ancora F. come fosse una bambola di pezza, le alzo le gambe, e a un certo punto lei tossisce. Cerco di rimetterla su un fianco in caso dovesse rimettere, inizia ad avere delle convulsioni e vomita, F. che cosa cazzo hai preso, ti prego dimmelo, poi riperde conoscenza. Ma è viva. E' viva e io devo fare qualcosa, vado in cucina, ho solo del Dietor, porca miseria, mi ricordo che D. aveva conservato in caso di cali di pressione due bustine di zucchero di canna prese da un bar in cui avevamo fatto colazione la settimana prima. Nel frattempo sto avendo un infarto e contemporaneamente annego in un liquido vischioso, vorrei solo scappare, poco ma sicuro, ma trovo le bustine, ci faccio due tazze di acqua e zucchero enormi, una per me e e una per lei, una la bevo subito rovesciandomela praticamente tutta addosso per quanto mi tremano le mani, mi affretto per il corridoio ripetendo ossessivamente tra me e a me qualcuno mi aiuti qualcuno mi aiuti qualcuno mi aiuti, per tirarmi su nel frattempo mi bevo anche l'acqua e zucchero per F. che ancora non riesco a far riprendere, corro giù scalza per le scale di casa, citofono al piano di sotto e di tutta risposta ho un "chiama il 118", torno su, effettivamente chiamo il 118. F. ora ha aperto gli occhi ma non riesce a parlare, sembra lontana, oltre una lastra di vetro. Le dico stai tranquilla, arriva l'autoambulanza, non ti muovere di qui io mi allontano un attimo. Vado in camera, non riesco più a reprimere l'attacco di panico, non riesco a star ferma, so che devo fare: chiamare mia madre. "Mamma parlami", non sono in grado di spiegarle cosa sta succedendo perché qualcosa mi strozza, non riesco nemmeno a piangere. Mia madre capisce, inizia a raccontarmi la sua giornata mentre io mi soffermo solo sulla respirazione. Posso guardarmi riflessa nello specchio della parete di fronte, sdraiata sul letto con le gambe alzate sul muro, le braccia spalancate, i capillari scoppiati per lo sbalzo di pressione che conferiscono alle palpebre un colore violaceo.
Ed è in questo stato che mi trova il ragazzino lentigginoso del 118 quando entra in casa, trovando la porta d'ingresso aperta. E' alto un metro e una lenticchia e peserà attorno ai 50 kg. Mi squadra atterrito. Nel palazzo non c'è l'ascensore.
No, tranquillo, non è me che devi portare in braccio giù per le scale.
(Stava per avere un attacco di panico pure lui, secondo me)

Solo molte ore dopo, con F. ormai in reparto e sotto controllo, in un asettico bagno d'ospedale piastrellato di bianco, riesco ad abbandonarmi a un pianto disperato.
F. ora sta bene, o almeno meglio. Abbiamo quasi superato l'episodio. Le ho imposto di usare un nome in codice se deve chiamarmi per motivi non gravi in modo da risparmiarmi infarti inutili. E, ovviamente, ho imparato che devo sempre avere lo zucchero in casa.

Il bello di essere attorno ai 30 è che il range anagrafico degli uomini ipoteticamente papabili per una relazione si dilata enormemente. Non si è ancora così adulte da non poter frequentare un 20enne senza ingenerare imbarazzanti fraintendimenti (cosa prende da bere suo figlio, signora?) nè così giovani da dover considerare un ultracinquantenne come un padre e quindi fuori dal prorpio target, ma allo stesso tempo si mantiene quell'allure lolitesca che tanto aggrada gli uomini di mezza età. Quindi, si diceva: 20-55. Inebriante solo a pensarci. Volete che uno decente non riusciate a trovarlo all'interno di più di un trentennio?
Eppure. Come sapete, tutti gli uomini sono un po' catorci dentro: macchine imperfette, malfunzionanti, talvolta deludenti e comunque mai rispondenti alle nostre aspettative. Solo che ogni decade maschile ha peculiarità e cause diverse che giustificano l'essere catorcio dei suoi membri. Prendiamo ora la decade tra i 50 e i 60 - la mezza età spinta, quella che rischia talvolta di sembrare patetica - e vediamo una situazione tipo esemplificata dalla figura di mio padre, il signor S., che in crisi di mezza età c'era già prima che io nascessi, ma tant'è, è l'unico ultracinquantenne che per ora frequento. (So che molte di voi mie coetanee penseranno che il mio limite superiore è un po' troppo flessibile, leggermente spostato verso la gerontofilia, però vi assicuro che per alcuni versi, per noi donne infelici e infelicitanti la mezza età è la nuova frontiera).
Dunque, cos'è che rende catorci i 50enni? Vite già abbondantemente scritte e spesso andate alla deriva, i figli ormai cresciuti che non hanno più bisogno di loro, la sensazione che niente di buono possa più venire, il bisogno di attaccarsi all'ultimo barlume di giovinezza, insomma, ce n'è per tutti i gusti. Ma veniamo al signor S.

Se mi chiedessero di definire mio padre, non avrei dubbi: timido ai limiti dell'autismo, di un perfezionismo sconfinante nello spaccamaroni, dotato di una sensibilità da puerpera e tanto fedele alla sua azienda (Trenitalia, ah ah) da prendere sul personale le critiche agli oggettivi disservizi delle Ferrovie dello Stato.
Insomma, non il tipo uomo da cui ti aspetteresti dei colpi di testa.
Venerdì pomeriggio, fuori il diluvio. Io e il grafico tentiamo di arginare l'allagamento dell'ufficio inserendo sotto la porta-finestra i libri peggiori della casa editrice. Squilla il telefono, mio padre dal suo ufficio. Rispondo (in barese per non far capire al grafico).

Sun: Pà ma c vuè mò (padre, cosa ti spinge a chiamarmi a quest'ora inusitata)?
Padre di Sun (festante): Cara, adorata, diletta figliola, ho un annuncio importante da farti e ti pregherei di utilizzare l'idioma italico per l'occasione, visto che è per quello che io e tua madre abbiamo speso migliaia di euro nella tua formazione.
Sun: mèn dì, che teng c fà mic com a tte che stè a giocà co' u' ciuff ciuff (ordunque, parla, ché il dovere mi chiama, a differenza di qualcun'altro che sta sulla sua sedia Stokke a ridere delle disgrazie dei pendolari)
P.di Sun: ti capisco, sangue del mio sangue, devi tradurre fumetti che andranno presto a impilarsi nei cessi degli italiani favorendone la defecazione. Voglio che tu sappia che sono tanto, tanto fiero di te e dell'ottimo lavoro che fai, so che cambierai la cultura italiana, anzi no, internazionale, ma che dico, mond...
Sun: vid c t muv, pà (ti sollecito ancora una volta a parlare, padre)
P.di Sun: mi sono comprato una Kawasaki. Meravigliosa, cromata, potentissima.
Sun (cattiva): ah quindi nemmeno tu vuoi viaggiare più con Trenitalia, eh?
P.di Sun (ignorando deliberatamente): porterò tua madre al mare, ci faremo tutta la costa dal Salento al Gargano, e poi di lì giù verso la Calabria. Sarà come tornare ventenni.
Sun: Tranqui', non sì tu, iè la mezz età (ti giustifico, caro padre, solo perché non sei tu a parlare ma la tua crisi di mezza età).
P.di Sun: vedremo.
Clic.

Le ultime notizie danno il signor S. intento a lucidare senza sosta la sua Kawasaki modello "Rimorchio" prima di utilizzarla, con un rombo che scuoterà l'intero quartiere dalle fondamenta, per fare il remake di Easy rider sul tragitto di 500 metri da casa al Conad, tragitto dopo il quale tornerà a casa stravolto e convinto di vendere la Kawasaki, uscendo a quel punto da questa infantile crisi di mezza età ed addentrandosi finalmente nella senescenza.
E lì il mio span anagrafico non arriva. E il vostro è più elastico?
(se la risposta è sì, buon per voi, basta che lasciate stare mio padre - è quel tipo barbuto che guida una grossa moto con gli occhi sgranati per il terrore)

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