Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Camminavo l'altro giorno per le vie di questo  quartiere che da qualche settimana a questa parte si fregia di avermi tra i suoi residenti e avevo bei pensieri per la testa, tipo che è una gran fortuna essere degli stranieri perché si può andare in una piscina nuova e abbattere il tabù come le donne nordiche che se ne fregano dei peli alle gambe, o che è ben strano che non abbiano ancora eretto una mio busto tipo quello di Manuela Arcuri a Porto Cesareo, e che mi vedrei bene rappresentata sotto forma di sirena e posta al centro di una delle tante rotonde in questa zona, o che camminare per queste larghe strade coi platani spogli sui bordi e le file di case tutte uguali alla mia, basse con le facciate pietra vista e gli enormi finestroni, non è poi dissimile dal passeggiare nella suburbia londinese di Islington o Acton o anche Bayswater, una volta quartieri popolari, oggi residenziali.
E però sono a Bologna, nell'estrema periferia sud di Bologna, sufficientemente vicina a Murri da sentirmene rassicurata ma non tanto da sentirmi fighetta, abbastanza vicina alle due torri perché basti saltare su un autobus per venti minuti per raggiungerle ma lontana anni luce dal caos brulicante della zona T, e per assurdo, per la prima volta dopo sei anni di vita a Bologna, mi sembra di abitare a Bologna. Non più nella bohème parigina di via Broccaindosso con la sua umanità variopinta e la sua Babele di accenti che tutto erano, fuorché bolognesi.
Qui, in questo rassicurante quartiere borghese per famiglie autoctone, con ogni servizio sotto casa e la sagoma di San Luca che si staglia sui colli, in questo condominio dal giardino sempre curato e dalle scale in cotto eternamente profumate di ragù, in questo palazzo di matusa che ti osservano da dietro lo spioncino come fossi un'alieno, che hanno delle regole persino sul font dell'etichetta coi cognomi da mettere sul campanello e che si mantengono in vita imponendoci di pagare uno sproposito di riscaldamento centralizzato, in questo posto in cui non ci sono più i portici nè l'ombra della lanterna sulla Garisenda ma che risuona di z e s dolci, io scopro di vivere a Bologna e di non voler andare da nessun'altra parte.

Una cosa avevo da fare per stasera: una soltanto. Fare una torta per il compleanno di un'anima candida che ha compiuto 32 anni e che ha trascorso una fetta del suo ultimo anno a insegnarmi l'ottimismo e il sorriso, sempre e comunque.
E io infatti la lezione dell'ottimismo un po' l'ho appresa, caro il mio trentaduenne. Mi son detta, e dai Sun, ce la puoi fare anche tu a fare una torta. E non solo una torta, una torta salutista, per venire incontro alle esigenze di tutti i presenti. Così stamattina, di buona lena, ho preso farina senza glutine (per i celiaci), zucchero di canna biologico, yogurt di soia fatto in casa (per gli intolleranti al lattosio), lievito naturale, olio (e non burro) e niente uova (per i vegani).
Il risultato è stata una torta per-fet-ta.
Perfetta come materiale coibentante per i tetti, da quant'era compatta. 
Perfetta come il peggior obbrobrio culinario che si possa immaginare: cruda dentro, bruciata fuori e non lievitata (spessore massimo 1.5 cm). 
A quel punto già sacramentavo contro tutti i santi presenti e no nel nostro calendario, in tutte le lingue conosciute, e sommando alle parole gesti eloquenti come sbattimento della testa su ogni spigolo vivo di casa e tentativi di infilare la testa in forno. 
Poi mi son ricordata che la persona per cui preparavo la torta mi dice sempre di non disperare e di essere ottimista, e sorride con un sorriso che, giuro, ve lo vorrei far vedere perché ti rimette in pace col mondo.
Allora sono andata alla coop e ho comprato un composto senza glutine per torte. Sul retro della confezione c'era scritto che bisognava solo aggiungere 200 g di acqua a 70°C e scuotere per 15 secondi in un recipiente ermetico. Insomma, cari miei, mi son detta, ce la può fare pure questa disadattata qui.
Sorvoliamo sul problema di misurare i 70°C, che ho brillantemente risolto infilando un dito nell'acqua e ustionandomelo, e quello di calcolare 200 g d'acqua chiamando la mamma al telefono e sentendomi dare dell'idiota, ma chi cazzo ce l'ha un recipiente ermetico? Così ho preso uno di quegli enormi barattoli di vetro ikea per spaghetti, ho messo tutto dentro e ho scosso per quindici secondi, intervallando ogni secondo con cose tipo 1 "yes I can", 2 "evvai", 3 "ci siamo quasi", 4 "questa volta è fatta", 5 "ah che male il braccio", 6 "puff pant", 7 "son brava però", 8 "ahi ahi ahi", 9 "sì ma che palle" ecc.ecc. Arrivata a 15 (quando ormai era passato un minuto buono), ho cercato di versare il composto nel tegame ma quello era compatto, non scendeva, così ho infilato tutto il braccio dentro inzaccherandomi il maglione nuovo e con la mano ho raccattato quella roba collosa e  ce l'ho spiaccicata dentro. Raccolto il tutto, ho gioito un attimo, lasciando cadere, nell'impeto, il contenitore di vetro, che si è frantumato sul pavimento in mille pezzi.
Poi l'ho messa nel forno (l'altoforno) al massimo della temperatura in modo da ottenere una deliziosa torta di ghisa, che stasera assaporeremo tutti assieme appassionatamente, sempre ammesso che qualcuno sia in possesso di una sega circolare per tagliare le fette.
E insomma, son molto soddisfatta di aver appreso la lezione dell'ottimismo, caro il mio festeggiato.
E tu riuscirai a mantenere l'ottimismo anche dopo averla assaggiata? Perché qui, secondo me, casca l'asino.

Questa settimana, cari miei, vi propongo un esperimento antropologico con tutti i crismi, di quelli che lèvate Durkheim, Weber e pure Lévi-Strauss.
Prendiamo una donna e mettiamola con un uomo (il suo) con un senso dell'umorismo anni '80 e una passione per i giochi di parole, in un monolocale (quello di lui) a partire da un giovedì fino a un martedì mattina.
Inseriamo un elemento esterno x che rende uno dei due fisicamente indisposto (questo è un elemento fondamentale per la nostra analisi).
In questo monolocale piazziamo due computer portatili, una connessione wifi e un lcd samsung con sky. Va sottolineato che la donna in questione, a casa propria non possiede un televisore ma che ha sviluppato, grazie all'uomo, una dipendenza da un canale (Real Time) che propone programmi da femmina come Cortesie per gli ospiti, Ma come ti vesti, Wedding Planners (Enzo io ti amo), Cake boss. Per tacere della di lei ossessione per Sex and the City, riproposto ad libitum da Fox. L'uomo, al contrario, ha una monomania per i Simpson.
Riepiloghiamo: un uomo, una donna prona alle dipendenze, astinenza coatta, isolamento, sky a dosi massicce e una serie infinita di mot d'esprit stile Drive in.
Giorno 1: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30mq.
Giorno 2: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky.
Giorno 3: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste.
Giorno 4: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste. (Ma non sarà il caso di lavorare un po' a questo fottuto dizionario di latino e riordinare compulsivamente la casa?)
Giorno 5:  oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste dopo aver lavorato un po' e riordinato compulsivamente la casa. (Ma sarà normale che lui abbia preso a chiamare lei "vecchia stronza" mentre con la mano afferra oggetti contundenti dalle mensole e se li schiatta con violenza sulla fronte?)
Lei invece ha un tic all'occhio, si dondola autisticamente, minaccia  l'uomo di morte se  lui fa battute/tenta di cambiare canale/ balla in maniera imbarazzante/ respira, e nel frattempo continua a canticchiare canzoni stile la bambina dell'Esorcista.
Sarà mica vero uno dei proverbi dell'amato nonno canterino: "uccello in gabbia, non canta per amore ma per rabbia"?
Ad occhio e croce azzardo un Giorno 6:
oh che bello sono io DA SOLA in 30 mq in pigiama a rincoglionirmi solo ed esclusivamente con Real Time, senza dovermi sorbire battutine su quanto sono snob i tipi di Cortesie per gli ospiti o su quanto è volgare Samantha (Dio mio, Samantha va amata, stop) di Sex and the City.

Da qualche parte ho sentito che ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverlo. E io, cari miei, un problema bello grosso ce l'ho, e ho tutte le intenzioni di affrontarlo: trattasi dei miei pantaloni di flanella rosa a quadrettoni grigi.
Io per partito preso non ho mai usato i classici pigiami, e, credetemi, non perché dorma nuda con due gocce di Chanel n.5 dietro le orecchie, no, no, col cacchio, d'inverno dormo intabarrata in dei tutoni osceni raffiguranti cappuccetto rosso acquistati da mio padre con lo scopo preciso di rendermi inappetibile e antierotica persino per il più infoiato dei maschi, mentre d'estate sfoggio una mise ancora più deprimente composta da mutande e magliette lise di squadre di calcio sfigate (no, il Bari non è una squadra sfigata, inutile che lo scriviate nei commenti). Dunque, dicevo, non uso pigiami, e non perché l'essere seducente sia una mia istanza primaria, diciamo pure che me ne frego del tutto: se calcolate che fino a maggio dormo sepolta dal piumone da cui spunta solo un delicato piedino n.39 -per tutti gli uomini che hanno dormito, dormono e dormiranno con me: so che è un gesto carino e pieno d'affetto, ma non provate a ficcarmi il piede sotto il piumone perché lo uso come termostato in modo da regolare la temperatura corporea, e passi la prima volta che vi svegliate per andare in bagno, vedete la zampaccia che spunta, vi intenerite e me la coprite, passi la seconda, che ridacchiate, pensate che io sia una simpatica mattacchiona e me la coprite di nuovo, alla terza divento una bestia e vi ammazzo nel sonno. Se a questo aggiungete che porto dei calzettoni di lana fino al ginocchio che talvolta sono anche bucati, che tendo ad assumere nel letto la classica posizione "a quattro di bastoni" e che russo* -ebbene sì, càpita quando hai tonsillite cronicizzata, deviazione del setto, turbinati ingrossati e sospetti polipi nasali- capirete che non ho bisogno di sottovesti in chiffon nè per sentirmi donna (ne sono tristemente consapevole a prescindere) nè per sedurre un uomo (se ti vogliono, puoi metterti uno scafandro da palombaro, vai bene lo stesso).
Quindi qual è il mio problema con il pigiama? Il mio problema con il pigiama è più o meno quello che hanno i tossici con le droghe. Non lo posso usare troppo spesso perché mi proietta in una dimensione che amo sopra ogni cosa e da cui non vorrei mai uscire, cioè quella della sciattona malaticcia, e dal momento che le sciattone malatticce per definizione non sono produttive, mentre nella vita adulta ti è richiesto di produrre, so che se la mattina mi sveglio avendo il pigiama addosso le possibilità che io mi alzi dal letto e mi metta a lavorare sono pari a quelle che un uomo, dopo aver letto il capoverso precedente, mi inviti a uscire: nulle.
Cerco, quindi, di regolamentare l'uso del pigiama limitandolo ai pochi momenti della mia vita in cui non mi viene richiesto di produrre alcunché nè di rendermi presentabile per nessuno, vale a dire all'incirca una domenica al mese. E quindi in quell'occasione indosso i miei pantaloni di flanella e ciondolo per casa molle come un budino, sorseggio tisane rilassanti, faccio lunghissime colazioni con pane tostato e marmellata di more, provo tutti i tipi di cremine per le mani, mi faccio la ceretta ma solo a una gamba (con gli effetti devastanti che tutte potrete immaginare sulla sincronizzazione della ricrescita) perché poi mi annoio e mi appisolo sul divano con un plaid di pile, mi sveglio, mi faccio un caffè, leggo l'oroscopo di Breszny, maledico Brezsny, metto su Capossela, fisso le pareti. Poi, stanca non so neanche io di cosa, decido che ho bisogno di rilassarmi, quindi mi sdraio di nuovo sul divano e decido tutta contenta di vedere un film in streaming. Quale?
Oggi, domenica 21 Febbraio 2010, la scelta è sciaguratamente ricaduta su Baciami ancora di Muccino, e ancora mi girano per aver sprecato due ore dietro a una simile stronzata.

Ma se ne parlerà nel prossimo post. Ora vado a godermi l'ultima ora del mio privatissimo pigiama party.
[segue...]

*Mamma, papà, se mi leggete, state tranquilli. So che non volete che mi alieni nessun individuo di sesso maschile, ma fidatevi, qualche pazzo che sorvolerà su questo piccolo difettuccio prima o poi lo troviamo. Oppure potrei assordarlo con degli spilloni.

Cioè, cari, so solo io quanto odio iniziare una frase con cioè, e anche inframezzarla con un cioè, e terminarla pure, però il fatto è che mi sono emozionata e vi dovevo dire il perché di tanta emozione. Sul serio, sento di doverlo, soprattutto alle altre bloggers come me. A tutte quelle che mi leggono e che io leggo sempre con affetto, e che ogni tanto si lasciano scoraggiare da anni e anni di frequentazioni con maschi vili, sbagliati, piccoli come una lenticchia, egoisti come bambini dell'asilo, introflessi, incapaci di mettersi da parte e di sorprenderti, e che alla fine riescono a convincerti che quello giusto non arriverà mai.
E invece no. Io oggi sono qua per dirvi che gli uomini capaci di lasciarvi a bocca aperta ci sono.
E sono quelli che si sentono per una settimana i vostri rimbrotti telefonici perché siete stanche di una storia a distanza, perché vorreste che venisse a trovarvi più spesso fregandosene del fatto di avere un lavoro e una vita altrove, sono quelli che non si arrabbiano se cercate di farli sentire in colpa per qualsiasi cosa e che sanno pacificare i vostri dubbi. Che non vi prendono per pazze se una mattina spostate tutti i mobili. Sono quelli che la sera prendono l'alta velocità, si fanno 5 ore di treno, arrivano in stazione, prendono un autobus, arrivano in via Broccaindosso, citofonano imitando la voce del pizzaiolo pakistano a domicilio che fino a poco tempo fa era il vostro migliore amico (ora non più, visto che la dieta scarsale demonizza i carboidrati) finché tu non capisci che non è il pizzaiolo ma lui e ti scapicolli giù per le ripide scale di casa, lo vedi lì impalato con un fascio di rose in mano, e lo abbracci fortissimo ammaccando un po' i petali, e piangi anche mentre lui ti dice che sei bellissima e che si vede che la dieta sta funzionando, anche se in realtà per lui non ne avresti affatto bisogno.
Amiche mie, io oggi sono qui per dirvi che uomini così ci sono.
O almeno, uno c'è e io ne sono testimone autoptica.
E' fidanzato della mia coinquilina*, e in questo momento stanno limonando sul divano davanti a me.

Sarà un caso, ma stasera provo una strana simpatia per Amanda Knox.

*per le più scettiche di voi, no, non stanno insieme da un mese.

Qualcuno di voi avrà letto del mio amore totalizzante per Filippo Timi in questo post di qualche tempo fa dedicato a lui e al suo romanzo, quindi saprete che a seguito di quel post gli scrissi una mail in cui gli dicevo più o meno così "ho scritto di te sul mio blog, ma in realtà del libro me ne frego, era solo il pretesto per infilare una proposta di matrimonio. Non c'è bisogno che tu faccia niente, penso a tutto io (d'altra parte sono abituata all'inettitudine di voi uomini)", mail alla quale _stranamente_ non ho mai ricevuto risposta. Ebbene, tesori miei, domani Filippo Timi verrà a Bologna per conoscermi dopo un incontro in una splendida libreria del centro. Quindi, ragazzi cari, avanti con i consigli.
1. abbigliamento/accessori/trucco/parrucco. Suggeritemi qualcosa che sia sobrio, casual ma sexy, giusto ma non ammiccante, semplice ma non bacchettone, classico senza tempo ma non vecchio, e che gridi al mondo (la menzogna) che sono figa e intellettuale q.b. ma che la mia sensualità scaturisce da anima e cervello e non da ore e ore davanti allo specchio. Se questo vuol dire indossare un boa di struzzo iridescente, lo accetto.
2. Tavor. Qui la scelta è semplice: Sì o no.
3. proposta di lavoro allettantissima: come faccio a fargli passare il concetto che sto per aprire una casa editrice e che vorrei pubblicare qualcosa di suo, e che lui dovrebbe lasciar perdere le case editrici grandi e facoltose per pubblicare con me, che gli darei 50 euro di anticipo sui diritti?
4. atteggiamento:
- la butto in casciara come il mio istinto malato mi porterebbe a fare - il che vuol dire che al momento delle domande, mi alzo, mi impossesso con la forza del microfono, e gli dico che gli avevo scritto ma dato che non mi ha risposto, ho interpretato il suo silenzio come un assenso e che le pubblicazioni sono affisse in municipio, poi mi alzo e gli porgo un anello dei puffi trovato nell'uovo kinder?
- faccio la gatta morta - vale a dire, aspetto che finisca l'incontro, stampo il vecchio post, ci faccio una barchetta, vado lì con l'aria innocente di Bambi e le ciglia che fanno flap flap, nel frattempo nel risvolto interno della barchetta, con la perizia di un tipografo esperto di origami ci scrivo il mio numero di telefono e indirizzo di posta elettronica con un font grassetto corpo 40mila color fuxia catarifrangente, poi mi avvicino, gli faccio i miei complimenti, e gli regalo la barchetta dicendo che è una recensione del suo libro (pff).

Ogni suggerimento sarà ben accetto.

Sabato 12 settembre, via Broccaindosso -da me soprannominata via Sbroccaindosso per la quantità di pazzi che vi abita o anche "la via in cui qualcuno molto arrabbiato potrebbe romperti una brocca indosso" secondo un fine umorista- è chiusa al traffico dalle 9 alle 21 per la festa autogestita, grande momento di socialità del quartiere. Bancarelle di antiquariato, musicisti di strada, rumorose tavolate con gente che pasteggia sotto il portico e venditori di pessimo lambrusco e sangria chimica a un euro al bicchiere. Visi conosciuti a cui finalmente viene dato un nome.

h.9.00: vengo svegliata da una banda di cornamuse. Apro gli scuri, fuori c'è il sole, suonano Auld Lang Syne. E' assolutamente fuori tempo e fuori luogo, non siamo a capodanno nè in Harry ti presento Sally, ma mi commuovo un po' ripensando alle vecchie conoscenze perdute. Un ricordo a DFW, volato via troppo presto, ormai un anno fa. Poi le telefonate in rapida sequenza di tre vecchie conoscenze che perdute non lo saranno mai, e che, seppure fisicamente lontane, sono incredibilmente prossime in tutto il resto, più quella di una nuova, bellissima presenza, mi strappano alla malinconia del sabato bolognese.

h.11: la strada si anima. Il restauratore vende i suoi mobili in strada, spuntano bancarelle di libri dalle pagine ingiallite e l'odore inconfondibile di mani altrui, tessuti a metraggio, collanine di corallo, vasi in porcellana. I bambini approfittano della chiusura al traffico per giocare a pallone nel vicolo e allestire bancarelle di giocattoli usati. Atmosfera di strada, di paesone, di festa del popolo, di ricordi di un tempo in cui anch'io allestivo bancarelle in strada, rubando gerani&perle di mia madre e rivendendole a mille lire (sia i gerani che le perle) al matto del paese per comprarmi un Super Santos. Troppi ricordi, troppa poesia buttata alle spalle. Trattengo le lacrime solo perché non voglio passar per una femminuccia.

h.14: ripasso sotto casa con un'anima bella, ci viene offerto da mangiare e da bere dagli abitanti della strada che intanto son scesi con i loro tavoli, il vino e i cibi cucinati con le loro mani. Due crostini, due chiacchiere con la parrucchiera Anita, una spulciata ai libri vecchi, bello, affascinante, magico, ma anche un po' caotico, decidiamo di salire a fare quattro chiacchiere in tranquillità.

h.16: soggiorno di casa con finestre aperte. Vorremmo parlare, il gruppo di salentini scatenati sotto casa non è d'accordo. E' il momento della pizzica in strada. Decidiamo di cambiar zona. Carina questa festa di via Broccaindosso, fa molto De Andrè, molto Via del Campo, dice l'anima bella.

h.19: rientrando a casa da sola, un mucchio di gente entra al civico 20, dove per anni ha abitato Giosuè Carducci e ha scritto Pianto Antico per il figlioletto Dante. Mi accodo e mi si para davanti agli occhi uno degli interni più belli di Bologna: un cortile rialzato con siepi a delimitare una sorta di labirinto, e il melograno, proprio lui, l'albero a cui tendevi la pargoletta mano/il verde melograno/da' bei vermigli fior. Un reading di poeti bolognesi. Bello, bellissimo, ma c'è qualcosa di strano nel modo in cui leggono, con la bocca impastata e l'alito impestato del lambrusco bevuto in strada. E le poesie, diciamocelo, fanno un po' pena. Vado via.

h.19.30: fuori il delirio. Un gruppetto con clavicembalo, viola, violini e fisarmonica dà spettacolo su musiche tzigane. Due minuti di estasi dionisiaca dopodiché mi snervo, la gente mi viene a sbattere contro, voglio rientrare a casa. Davanti al porta si è piazzato un gruppo di freakkettoni con chitarra che cantano le loro lagne sessantottine. Biascico un "e fatemi passare, buoni a nulla" e sbatto il portone.

h.20.30: degli stronzi punkabbestia hanno allestito una vera e propria console da dj sotto le finestre della mia stanza da letto con tanto di casse più alte di me. Ormai tutta la strada è ubriaca e non oppone resistenza, e loro sparano musica a palla. Su Kalashnikov di Bregovic ho un momento di entusiasmo anch'io, ma poi sono stanca, mi stendo sul letto e il rumore mi sta uccidendo. La provvidenziale Serena mi trascina a cena in un posto poco distante ma decisamente silenzioso. Mi convinco che al mio rientro sarà tutto finito.

h.22.30: rientro a casa, illusioni infrante. Dalle musiche balcaniche si è passati alla samba. Gruppi di invasati ancheggianti bloccano le macchine, ormai autorizzate a passare, con degli stronzi trenini che mi auguro deraglino al più presto.

h.23.: sirtaki. La vecchia battona del civico accanto ballando si alza la gonna e non ha le mutande. Non aggiungo altro.

h.23.50: Techno. Sento il parquet che mi vibra sotto i piedi a ogni basso di Around the world e penso che le fondamenta del mio palazzo sono seicentesche e non resisteranno a tutti quegli unz unz. Provo a chiamare mia madre per dirle addio ma dice che non mi sente perché il rumore in sottofondo è troppo forte. Certo che è un bel contrappasso per una che non è mai voluta andare in discoteca, trovarsela praticamente in casa. Odio il mondo intero.

h.0.30 i dannati festaioli danno prova di non conoscere o non essere interessati a il teorema di Brigitte Bardot (quando in una festa si arriva a canzoni tipo Brigitte Bardot Bardot, AEIOU Ipsilon, Ymca, it's fun to stay at the ymca o Brazil lallalalalalalala, è ora di chiudere i battenti perché si sta davvero degenerando).

Si accettano scommesse su cosa farò se non la smettono entro mezz'ora.
Scendo con una spranga di acciaio? Pentolone d'olio bollente dalla finestra in stile medievale? Fucile a pallettoni? Sassaiola? Kalashnikov (non quello di Bregovic?). O peggio. Mi unisco anche io al nemico?

[...]Mi fece accomodare sul letto e mi portò delle fette di cocomero che mangiammo assetati. Io sputai i semi, lei no. Poi facemmo l'amore. (P.A. Jarvis)

Sono passati cinque mesi ma ricordo bene che stavo traducendo questa frase, tutta intenta a non tradire le intenzioni di chi l'aveva scritta e me l'aveva consegnata con enorme fiducia. Guardai l'ora sul pc: le 16.15. Erano i primi di marzo e fuori faceva ancora freddo. Mi fermai un attimo a riflettere su quei giorni strani e pieni di scossoni. Pensai che era una fregatura che proprio in quel momento non ci fosse D., la mia amata coinquilina, lì a Bologna con me e che avremmo preso il tè delle cinque insieme, ridendo di come avessi scombussolato la mia vita nel giro di una settimana. L'altra coinquilina, l'Afflitta, aveva passato la nottata precedente a singhiozzare davanti al pc ed era anche lei fuori di casa, ma comunque per definizione non sarebbe stata di grande aiuto. Poi una voce, debole, sempre più debole, che chiamava il mio nome mi scosse dai miei pensieri. Dentro di me sapevo che era successo qualcosa ma il cervello si rifiutava di prestare ascolto a quella voce dal corridoio. Mi ritrovai in piedi in cucina, immobile, la voce non c'era più; fui tentata di ignorare quell'incubo e ritornare alla mia traduzione, di non andare a vedere, occhio non vede cuore non duole, perché mai andare ad aprire quella porta se il film si chiama "Non aprite quella porta" e cose così. Però non potevo. Mi affaccio al corridoio e vedo esattamente quello che non avrei mai voluto vedere ma sapevo che avrei visto: l'Afflitta riversa a terra tra la porta del bagno e il corridoio, braccia e gambe piegate come non dovrebbero mai essere piegate, in un modo che mi fa pensare a una svastica. Corro per il corridoio, ho il cuore che mi è saltato in gola e lo sento distintamente pulsarmi nelle orecchie. Mi avvicino, le tasto il polso, niente, non c'è, cazzo F. che cos'hai fatto, cerco di girarla, di metterla su un fianco, non so perché ma so che è così che bisogna fare, e girandola la guardo in faccia. Il rosario le penzola dal collo come al solito, le palpebre semiaperte rivelano gli occhi rovesciati all'indietro, il colorito grigio e innaturale che la siccità conferisce alle terre delle mie parti, le labbra spaccate e bluastre. E' morta - mi dico - andata. Non respira, e manco io sto respirando, ho la gola stretta in una morsa, passa a stento un filo d'aria. Cazzo, F. perché mi hai fatto questo, perché proprio qui e non da qualche altra parte. E' assurdo ed egoistico, ma l'aria non mi arriva al cervello e sento che sto solo posticipando un attacco di panico di quelli epocali. La prima persona a cui penso è la Knox, penso a Vespa che sguazza nel tracciare l'identikit del giovane killer, penso a un revival delle teorie di Lombroso: Amanda Knox, Raffaele Sollecito, Alberto Stasi, Sunofyork. Tutti giovani, tutti biondicci e dall'aspetto angelico. Poi la razionalità nella follia: D. Mi avrebbe tirato fuori lei dai guai. Lei e tutti quelli che conoscono me e F. possono testimoniare che era depressa, che erano mesi che dava segni di squilibrio e forte depressione, che avevamo fatto qualsiasi cosa per aiutarla. Ok, forse me la cavo. Mentre faccio questi pensieri, le sono inginocchiata accanto e mi è venuta una forza fisica prima sconosciuta: giro ancora F. come fosse una bambola di pezza, le alzo le gambe, e a un certo punto lei tossisce. Cerco di rimetterla su un fianco in caso dovesse rimettere, inizia ad avere delle convulsioni e vomita, F. che cosa cazzo hai preso, ti prego dimmelo, poi riperde conoscenza. Ma è viva. E' viva e io devo fare qualcosa, vado in cucina, ho solo del Dietor, porca miseria, mi ricordo che D. aveva conservato in caso di cali di pressione due bustine di zucchero di canna prese da un bar in cui avevamo fatto colazione la settimana prima. Nel frattempo sto avendo un infarto e contemporaneamente annego in un liquido vischioso, vorrei solo scappare, poco ma sicuro, ma trovo le bustine, ci faccio due tazze di acqua e zucchero enormi, una per me e e una per lei, una la bevo subito rovesciandomela praticamente tutta addosso per quanto mi tremano le mani, mi affretto per il corridoio ripetendo ossessivamente tra me e a me qualcuno mi aiuti qualcuno mi aiuti qualcuno mi aiuti, per tirarmi su nel frattempo mi bevo anche l'acqua e zucchero per F. che ancora non riesco a far riprendere, corro giù scalza per le scale di casa, citofono al piano di sotto e di tutta risposta ho un "chiama il 118", torno su, effettivamente chiamo il 118. F. ora ha aperto gli occhi ma non riesce a parlare, sembra lontana, oltre una lastra di vetro. Le dico stai tranquilla, arriva l'autoambulanza, non ti muovere di qui io mi allontano un attimo. Vado in camera, non riesco più a reprimere l'attacco di panico, non riesco a star ferma, so che devo fare: chiamare mia madre. "Mamma parlami", non sono in grado di spiegarle cosa sta succedendo perché qualcosa mi strozza, non riesco nemmeno a piangere. Mia madre capisce, inizia a raccontarmi la sua giornata mentre io mi soffermo solo sulla respirazione. Posso guardarmi riflessa nello specchio della parete di fronte, sdraiata sul letto con le gambe alzate sul muro, le braccia spalancate, i capillari scoppiati per lo sbalzo di pressione che conferiscono alle palpebre un colore violaceo.
Ed è in questo stato che mi trova il ragazzino lentigginoso del 118 quando entra in casa, trovando la porta d'ingresso aperta. E' alto un metro e una lenticchia e peserà attorno ai 50 kg. Mi squadra atterrito. Nel palazzo non c'è l'ascensore.
No, tranquillo, non è me che devi portare in braccio giù per le scale.
(Stava per avere un attacco di panico pure lui, secondo me)

Solo molte ore dopo, con F. ormai in reparto e sotto controllo, in un asettico bagno d'ospedale piastrellato di bianco, riesco ad abbandonarmi a un pianto disperato.
F. ora sta bene, o almeno meglio. Abbiamo quasi superato l'episodio. Le ho imposto di usare un nome in codice se deve chiamarmi per motivi non gravi in modo da risparmiarmi infarti inutili. E, ovviamente, ho imparato che devo sempre avere lo zucchero in casa.

Inizi a capire che il tuo umore non è proprio dei più rosei il giorno in cui ti spari di fila due dischi dei CCCP e ti sembrano "allegrotti".
Ah, la primavera. Fa lo stesso effetto a tutti?



(special thanks to Squilibrista per aver sopperito alla mia totale mancanza di ingegno informatico)
(e comunque, questo è il post numero 100, m'aspettavo di meglio - di buono c'è che da qui si può solo risalire)

24.4.09

Ossidoriduzione

Posted by SunOfYork |

Così quando hai rubato la legge dei profeti per me,
tradire è stato un dono,
il bacio che non cerca più perdono [C.B.]


In un'ipotetica quanto improbabile top five dei comportamenti deviati che non smetterò mai di avere nelle mie relazioni sentimentali (impazienza di avere tutto subito - idealizzazione dell'altro e grandi slanci - primi cedimenti davanti alla realtà delle cose - disillusione e grandi dietrofront), la pole position spetta senza alcun dubbio allo spostamento del mio baricentro personale verso l'esterno: tutto il necessario risiede nell'altro, nei suoi bisogni e desideri. Ora, la conseguenza di questo bislacco francescanesimo è che, tempo pochi mesi, dopo aver inondato l'altra persona delle mie passioni letterarie musicali e cinematografiche, ed essermene fatta inondare a mia volta, insomma, completato questo processo di ossidoriduzione, si ha un momento di stallo intellettuale. Ovvero, il male assoluto.
Si dà però il caso che, vista la temporanea zitellaggine che mi affligge in queste ore, io abbia ripreso a coltivare i miei innumerevoli ed eclettici interessi (interviste rare a Cristina D'Avena e Mirko dei Bee Hive in desabillé, film di Fantozzi, impagliatura di animali rari, ascolto ripetuto e molesto delle canzoni di Orietta Berti). Me ne andavo quindi bel bella in quel di Roma Nord con i miei due mentori musicali - lo storico amico K. (l'anima indie contemplativa) e la new entry amico F. (l'anima punk berlinese) - in una serata piovosa e stranamente elettrica. Si diceva, questa allegra combriccola composta da noi tre, sparuta minoranza sgangherata e trozkista vagante attraverso vie infestate da scritte inneggianti a Forza Nuova, si dirigeva alla volta di un concerto che si sarebbe tenuto in un appartamento il cui indirizzo ci era stato comunicato via sms 24 ore prima, perché pare che da un po' vada tantissimo - tra la gente yeah - chiamare gli artisti a tenere dei concerti segreti in case private. Numero massimo degli ospiti, quaranta, per garantire anche al più indie di fare il tutto esaurito.
Arrivavamo infine alla meta: un appartamento gremito, fumoso, privo di mobili e pieno di locandine di film inutilmente pretenziosi. Tappeti per terra e lumini per creare atmosfera. Vino rosso a profusione. Popolazione alternativa media senza infamia e senza lode - totalizzate 0 kefieh e 0 magliette di Che Guevara - con delle punte di eccentricità in alcuni dandy della buon ora e un esemplare di femmina estramemente androgina alta attorno ai due metri che scatena inaspettatamente le fantasie più perverse dei miei due accompagnatori (nonché la mia benevolenza). L'amico K. inizia a tacchinare una giovincella col suo fare ardito da esperto viveur di concerti indie, io e l'amico F. rimaniamo a sbevazzare e a fantasticare di un post cattivissimo a quattro mani (sorry Phil, didn't mean to hurt your feelings) in cui prendiamo per il culo tutto e tutti, soprattutto la performance acustica che andremo a sentire.
E infatti andiamo a sentirla. Ci sediamo a terra tutti vicinissimi, uno attaccato all'altro, l'intolleranza per il contatto ravvicinato con tutti questi gggiovani è alle stelle: l'amico F. dopo un minuto ha le ginocchia incriccate e lamenta i primi problemi di sciatica, il mio osso sacro formicola in modo inquietante.
Poi Cesare Basile inizia a cantare, in acustico. Solo chitarra, armonica a bocca e la sua voce. Canta, chiaramente a disagio per la situazione bislacca, e ci racconta il suo egocentrismo, il suo panico, la donna che ama e il percorso tortuoso che è il loro amore. Si schiarisce la voce, racconta le sue storie, riprende a cantare e tu ti chiedi il perché di questo tuo desiderio di sminuire sempre tutto, questo talento innato per distruggere le cose belle. Forse è un caso. Ma ti chiedi anche perché uno così deve cantare in una stanza, quando meriterebbe di riempire un teatro. E anche lì la risposta sta più nel caso che nel talento, perché di certo qui quello non manca, anzi, è proprio tangibile, anche se io non sono nessuno per dirlo.

(insomma, esperienza positiva, soprattutto se K. finalmente riesce a trovarsi la fidanzata)

E a questo avrei messo anche il podcast di una qualsiasi canzone di Cesare Basile, (sono tutte stupende) ma indovinate? Lì è una questione di talento (informatico, che a me manca) e non di caso.

(ed eccolo alla fine)

E poi, un bel giorno, succede. Dopo quasi dieci anni in cui a più riprese ti sei chiesta come sarebbe stato - l'ultima volta che era successo, eri china su un dizionario di greco a tradurre Demostene e non ti eri fermata a rifletterci su - quando ormai avevi già pronto il titolo del tuo primo bestseller, Never been single, e la scusa da rifilare all'editore per giustificare la scelta della lingua inglese nel titolo ("fa più chick-lit e l'Italia ha proprio bisogno di una Kinsella nazionalpopolare"), bè, proprio allora che avevi pronti i tuoi siparietti per le presentazioni alla Feltrinelli ("com'è non essere mai stata single? Fantastico, la mia doppia vita da serial killer va a gonfie vele ah ah"), giusto allora, ti ritrovi single. Ed è strano, strano perché non è affatto strano. Strano, perché i primi problemi che ti poni, sono quelli secondari, mica robe ontologiche del tipo come farò a sapere che esisto davvero se non ho qualcuno da scalciare la notte a darmene la riprova? qualcuno si accorgerà della mia morte o rimarrò sola anche in quel momento? come farò se mi troverò a fronteggiare un repentino desiderio di maternità senza uno straccio di uomo? con chi condividerò le piccole/grandi gioie/ansie (ok, va bene, le piccole gioie/grandi ansie) della vita?. No. Il primo quesito che ti poni, è di natura estetica, vale a dire: come farò a non ricadere nel cliché della single disperata? Ora, credo converremo tutti sul fatto che, quello di apparire un cliché, è un rischio del tutto collaterale quando 1.non sei più una teenager, 2.sei infelicemente infelicitante, 3. fatichi a tenere a freno la lingua, 4. non hai niente di concreto tra le mani, 5. ti senti addosso il peso di un matrimonio arrivato alle nozze di platino. E' un problema collaterale perché sei già un cliché: sei la zitella doc, l'archetipo della scapolona d'oro, una Carrie Bradshaw prima di Mr Big, con meno soldi e più chili. Consapevole di questo tuo invidiabilissimo status, cerchi di non peggiorare le cose, schivando quanto puoi i luoghi comuni man mano che ti si presentano. Mangiare il mais in piedi vicino al lavello direttamente dalla scatoletta fa troppo nevrotica stile woody allen; prepararti la cena e apparecchiare con cura per te sola fa troppo film francese; uscire, andare alla libreria coop e mangiare lì qualcosa leggendo Bagatelle per un massacro fa troppo radical-chic; andare in stazione e prendere un panino putrido dai distributori automatici e poi mangiartelo sulla banchina del binario fa troppo Noi i ragazzi dello zoo di Berlino; andare da McDonald e ordinare un'insalata al commesso brufoloso fa semplicemente tristezza. Capisci quindi che per qualche giorno puoi evitare di mangiare, pur di non diventare un cliché.
Ti tocca evitare un sacco di cose, se vuoi risparmiarti la via crucis di ogni rottura, gli errori quasi di prassi che seguono una separazione, ossia mitizzare il passato e demonizzare il futuro.
Presa la decisione - non importa per volere di chi - bisogna sistematicamente evitare di indorare i ricordi. Se siete di quei masochisti che non resistono alla tentazione di andare a sbirciare le foto dell'ultima vacanza o a rileggersi gli sms, fatelo pure, masticate quelle sensazioni dolorose, brasatevi pure nelle vostre lacrime. Ma quando avrete finito di sbrodolarvi, per favore, ricordate a voi stessi di quegli episodi spiacevoli che hanno avvelenato la vacanza, o quante delusioni avete vissuto a fronte di un messaggio carino. Smettetela di pensare alla storia finita come a un idillio bucolico che il caso ha voluto troncare. Non lasciate che il gesto di mettere da parte uno spazzolino da denti inneschi le cascate del Niagara. E' solo uno spazzolino. E in ogni caso, non fatevi sorprendere privi di Kleenex.
D'altro canto, non mitizzate il passato ma non demonizzate nemmeno il futuro, che - sono certissima - riserverà strabilianti sorprese (le storie di rimbalzo hanno una loro dignità, per quelle due orette che durano). Non ritornate sui vostri passi. Soprattutto, evitate i parrucchieri: quelle creature infide sanno cavalcare l'onda delle emozioni delle loro clienti. In un batter d'occhio vi troverete con una cresta stile Ultimo dei Mohicani e nessuna chance di un rebound.
Se una decisione è stata presa, probabilmente ci sono dei motivi, anche se al momento non li ricordate. Probabilmente motivi inerenti a una insoddisfazione, di uno, dell'altro, di entrambi. Un volere qualcosa di più, forse volere la luna, illudersi di poterla avere.
Ecco, quella non illudetevi di poterla avere. Però tenete presente che alla fine l'acqua su Marte l'hanno trovata.
E sì, prima che lo diciate voi, l'immagine è una figata.

A G.B., il mio modello di donna.

Oltre che alla vita, sono allergica anche al polline di mimosa: è facile indovinare che l'8 marzo non sia esattamente il mio giorno preferito dell'anno. Anzi, la festa della donna è una di quelle ricorrenze capaci di farmi sbiellare come - e forse di più - di San Valentino, Halloween e la festa del Papà messe insieme. Dico "forse di più," perché tra le tante immagini evocate da queste festività, quelle collegate con l'8 marzo sono così kitsch da mettermi addosso una tristezza che la metà basterebbe a farmi scolare l'intera confezione di Roipnol: cinquantenni in menopausa che tra i gridolini isterici infilano banconote da cinque euro nei perizomi di ragazzotti di provincia sudaticci e con addosso uno scadente dopobarba al muschio bianco, gruppetti di amiche single che si mettono giù da paura e vanno in discoteca per fare le libertine e scoparsi il primo tamarro che trovano a tiro - tanto saranno troppo sbronze per notarlo e poi si sa, l'alcool è come la notte nera in cui tutte le vacche sono nere, quindi la mattina dopo con quella capacità tutta femminile di raccontarsela, si diranno che alla fine lui non era male, non è durato molto perchè era troppo eccitato da lei, non perché voleva soltanto concludere prima che lei si accorgesse dell'errore che stava facendo - quarantenni nevrotiche che dopo il lavoro passano nel localino sotto l'ufficio con le colleghe e come sciacalli da buffet si appostano vicino al bancone tracannando un negroni dopo l'altro sopra la pasticca di Tavor d'ordinanza. Mariti che per l'occasione portano colazione e rosa a letto alla moglie come se fosse malata - cara, oggi stai a letto, penso a tutto io, tu pensa solo a riposarti - e mentre lei sorseggia il caffè sotto il piumone, smessaggiano con l'amante più giovane. Insomma, mi vengono in mente quelle robe così, a metà tra l'Apocalittico, l'Asfittico e l'Agghiacciante, tre "A "che vi fanno perfettamente capire quale sia lo zeitgeist da queste parti.
E vabbè, poi so anche che c'è il rovescio della medaglia, che l'8 marzo è una ricorrenza importante, che dovrebbe far riflettere sul fatto che non dappertutto i diritti delle donne sono riconosciuti, che ricorda episodi tragici del lavoro femminile, come quello della Triangle Company, un'industria tessile di New York in cui morirono più di 100 donne per via di un incendio (cosa che in uno straordinario sincretismo un mio amico una volta associò a Mary Quant e alla minigonna: non c'erano più quelle che lavoravano in quell'industria, ergo meno stoffe, ergo minigonna). Che dovrebbe avere lo scopo di tutto rispetto di palesare al mondo quanto sia bello ma anche incredibilmente faticoso essere una donna, soprattutto se vuoi essere una donna tosta, come G.B., la donna che, con la sua pelle di pesca, le dita nervose e il perenne odore di Allure di Chanel misto all'aroma di tabacco e caffè, insegnandomi a marcare l'ictus sul monologo di Didone, mi insegnò anche che l'essere donna non è fatto di tette, culo e capelli fluenti. Che la femminilità non è questione di "più", ma di "meno": meno trucco, meno ammiccamenti, meno chiacchiere vuote, decisamente meno artifici. Che puoi avere i capelli a carciofo o completamente bianchi, essere in sindrome premestruale acuta o avere le caldane da menopausa, portare una prima rinsecchita o una florida quinta che sfida la legge di gravità, avere un brufolo che spunta improvviso proprio il giorno dell'appuntamento con quel figo che ti fa sbavare da mesi/l'alito non proprio profumato di rosa di prima mattina/qualche peletto impertinente perché magari non hai avuto il tempo di passare a farti una ceretta ma sei ci credi, sei comunque una donna.
Poi farlo credere agli altri è tutto un altro paio di maniche.

Post in contemporanea con Mentrecritica:
http://www.mentecritica.net/just-like-a-woman/leggere/oltre-le-righe/sunofyork/12666/

Ieri sera ho deciso di preparare la cena di benvenuto per la nuova coinquilina. Il menu, della serie "nun semo vegani", consisteva in: tagliatelle alla bolognese, polpette, gateau di patate e soufflè al cioccolato. Tutto vero, non sto cercando di convicervi che sono una donna da sposare, voglio solo rendere nota al mondo la mia abilità nel preparare meravigliose polpette (wonderful meatballs, merveilleuses boulettes, maravillosas albondigas, wunderbares klopses, pur'pett tropp bell - non si sa mai da dove potrebbe leggermi il mio futuro marito). Ad ogni modo, dicevamo.
La nuova coinquilina, che chiameremo L'Afflitta, viene ad aggiungersi allo zoccolo duro di Via Broccaindosso - io e D., la mia amica e sodale (un po' sul modello Berlusconi/Dell'Utri, per intenderci) - e segue, in ordine cronologico, alla Bestia Immonda che con la sua negatività perenne riusciva a fiaccare anche gli spiriti più entusiasti - e alla Vegana Integralista, che pretendeva che in casa non si usassero tampax o assorbenti normali ma straccetti rigorosamente in lino e fibre naturali da lavare con saponi non inquinanti. Perciò, sostituire cotante figure con qualcuno di altrettanto problematico non era un'impresa semplice: per giorni abbiamo aperto la nostra casa a orde barbariche di ragazze carine - troppo carine, meglio di no, sennò passiamo la vita a rosicare - , spiritose - ma che, vuole andare a Zelig? lasciamo perdere, va' -, ordinate - no dai, poi c'ammorba con la storia della precisione -, grintose - ci serve qualcuno di gestibile, questa vuole comandare -, serene - no, poi ci viene l'angoscia se questa sorride sempre. Alla fine abbiamo decretato all'unanimità che la nostra nuova coinquilina sarebbe stata lei. La ventisettenne Afflitta. Ovviamente non avevamo tenuto in considerazione il fatto che una delle caratteristiche principali della sottoscritta è una certa dannosa empatia, che mi porta a percepire e a condividere gli stati d'animo altrui in maniera piuttosto intensa - il che è un bene se vivi con un'allegrona, una male se vivi con l'Afflitta.
L'Afflitta è grigia, depressa, fanatica religiosa - ha un enorme rosario al collo e ieri mi ha detto che il Signore mi ha "male illuminata", perché le mie azioni "non sono volte al bene ma al piacere personale" (e dici niente!) -, piange sempre, non si schioda mai dal suo pc prima delle 4 di notte, sembra interessata solo a ripetere in loop le sue catastrofiche vicende amorose e si aggira silenziosa per la casa con la sua vestaglia da camera rosa. Rararamente ha degli accessi di riso isterico alle mie battute.
Quando ieri le ho chiesto se aveva voglia di cenare con noi per festeggiare il suo arrivo in casa, mi ha risposto con occhio liquido "certo, con gioia". Ora, detta da lei, la parola "gioia"assume nuovi e inquietanti significati che non vorrei mai esplorare, ad ogni modo ha accettato e abbiamo cenato senza particolari intoppi; solo una volta ha fatto cenno alle sue ferite psicologiche ma è stata repentinamente messa a tacere da una polpetta.
Il che ci riporta al punto di partenza, la polpetta, nonché al titolo di questo post. La polpetta è multifunzione: attira gli uomini perché sa di cucina della mamma, se debitamente avvelenata vi libera da cani che abbaiano nel cuore della notte e mette a tacere donne logorroiche. Praticamente è una panacea.
Martha Stewart sarebbe fiera di me.

Ovviamente il titolo è ironico. La verità è che penso che Corona fosse sotto LSD quando cantava quella canzone, e che l'estate fosse magica solo per lei (e come darle torto, quando ti fai di acido tutto si tinge di nuovi, meravigliosi colori).
Al contrario dell'estate di quella sballona di Corona, la mia estate fino ad ora non ha avuto proprio un cacchio di magic. Certo, c'è stata la varicella a svoltarmi l'estate, ma niente di veramente magico, per lo meno niente di magico come lo si intendeva in quella canzone.
Se lo volete proprio sapere, sono molto incazzata con Corona, perché quella canzone che ancora oggi continuano a dare in radio ha alimentato le illusioni di un sacco di gente. Illusioni che sanno di divertimento, spensieratezza - si scrive così? - , discoteche gremite di gente allegra, Barbara Schnellenburg e Roul Bova che ballano, corpi scultorei e perfettamente abbronzati, e profumo di olio solare al cocco (questa illusione probabilmente vale solo per me, che sto abbastanza fuori da riuscire a sentire odore di cocco al punto tale da desiderare di sniffarne una boccetta).
Insomma, se tutta questa premessa non è stata sufficiente, da qualche giorno sono in preda a uno scoramento che la metà basta. Vorrei solo stare nuda e piangere ore e ore con il ventilatore sparato al massimo in faccia. Siccome sono razionale anche nella disperazione più tetra, un'adeguata ventilazione e la nudità mi paiono condiciones imprescindibili: la prima aiuta a respirare durante i singhiozzi e fa sì che - soprattutto se piangete a occhi sgranati, provateci, è divertente - questi risultino solo di un leggero rossore (come dopo uno starnuto, per intenderci) anzichè bordeaux come dopo un lungo pianto, la seconda evita che il collo delle magliette si inzuppi troppo. Quando siete completamente soddisfatti (o disidratati, di solito le due cose coincidono), se potete, vi consiglio di andare al mare, cosa che ho fatto io oggi, quando dopo un momento di profonda angoscia, ho obbligato mia sorella a venire con me in spiaggia alle sette di sera, mentre sulla nostra caletta si abbatteva uno tsunami. Purtroppo non siamo riuscite a entrare in acqua: la paura di essere sbattute sugli scogli nel tentativo di uscire, ci ha frenate. Abbiamo deciso quindi di sederci a riva e di optare per una morte più gradevole, almeno dal punto di vista estetico, facendoci travolgere dalle onde e procurandoci lividi su tutto il corpo, soprattutto sulle chiappe. E' stato bellissimo, la caletta era tutta nostra, in acqua nessuno, la marea saliva sempre di più e si apprestava a coprirci coi suoi gorghi. Pura poesia.

Poi è arrivata una coppia di mezza età.
Ad occhio e croce direi che si siano messi a trombare in mezzo al mare, dissacrando tutta la magia del momento.
Ce ne siamo tornate a casa, con un po' meno di poesia nel cuore, e una mazzata di realismo non indifferente tra capo e collo.

P.S. per eventuali confidenze relative a momenti di depressione acutissima, confessioni intime, espressioni di solidarietà per questo triste stato, fondazione di gruppi di selfhelp, potete scrivere a nowthewinter@gmail.com. E' una casella che non leggo mai, quindi non otterrete risposta, soprattutto ora che me ne parto per le vacanze. Il che farà sentire voi ancora più soli, e me ancora più una sòla.

29.7.08

We're all from Barcelona

Posted by SunOfYork |

Qualche giorno fa all'Hana Bi di Marina di Ravenna hanno suonato gli I'm from Barcelona, un gruppo indie svedese così numeroso (29 membri) da far invidia al coro delle zite di Ceglie, e chi conosce il posto sa che ce ne sono in abbondanza.
Devo ammettere che sono in difficoltà perché il mio obiettivo in questo post non è distruggerli col sarcasmo acido a cui ormai vi avrò assuefatti, e non vorrei che la cosa vi stranisse troppo.
Mio malgrado devo dire che mi sono piaciuti, senza se e senza ma.
In pratica questi tipi viaggiano a bordo di un pulman gigante tipo quelli che si usano per andare in pellegrinaggio a Cascia, sono sempre colorati, totalmente freak e irrimediabilmente suonati, musicalmente delle mezze tacche - il top sono state delle maracas a forma di teschio e una minitrombetta giocattolo - e le loro canzoni non affrontano nessun tema di rilievo e anzi scelgono programmaticamente la via della leggerezza (si spazia dal problema esistenziale dello svegliarsi tardi il lunedì, al dramma di una collezione di francobolli incompleta, fino alla tragedia della varicella, e questo è valso il mio amore incondizionato per il gruppo). Semplicemente le loro riflessioni sono quelle che potrebbe fare un ragazzino di quinta elementare, condite con un pizzico (sto usando un eufemismo, stiamo pur sempre parlando di gente che viene dalla Svezia) di follia del cantante e inserite in un contesto giocoso e hippie come pochi, capace di contagiare persino le persone più restie ad abbandonarsi all'euforia (io): addirittura quando hanno rovesciato dal tetto un copripiumino ikea pieno di palloncini colorati, ho quasi quasi pensato che avrei potuto giocare anche io come gli altri anzichè fare la guastafeste e scoppiarli, poi però non ho resistito e ho tirato fuori il punteruolo. In mia difesa c'è da dire che li ho scoppiati con enorme entusiasmo, per integrarmi col mood generale.
Alla fine, il cantante in muta da palombaro si è esibito in un volo col suo gommone sulle braccia della folla e al grido di "To the ocean" - evidentemente non sapeva che a Ravenna non c'è l'oceano, o più probabilmente non aveva idea di dove si trovasse - si è fatto condurre al mare seguito da tutti gli altri membri, per il bagno di mezzanotte (qui la testimonianza). E' un vero peccato che il cantante non si sia gettato col gommone verso di me: con lo stesso entusiasmo con cui ho scoppiato i palloncini, avrei scoppiato il suo gommone. Mi chiedo perché non mi lascino mai giocare in santa pace col mio punteruolo.
Comunque signori miei, sono completamente sconclusionati, strambi e fuori dal mondo, e con sconclusionati, strambi e fuori dal mondo, intendo adorabili.
Il nome del gruppo viene da un telefilm, Fawlty Towers, in cui c'è un cameriere, Manuel, che per spiegare le sue stranezze, ripete sempre la frase "I'm from Barcelona", e mai nome fu più azzeccato per questo gruppo di sciroccati, che di stranezze ne sa qualcosa.
Ai tempi di quei laboratori di inglese tenuti da PaulA.JarvisIusedtohaveacrushonyou (sì, lo so, è un nome bizzarro anche questo) di cui ho avuto modo di parlare in precedenza, a noi poveri studenti fu somministrata una puntata di Fawlty Towers. Era un incrocio di idiozia e humour inglese, e per incrocio di idiozia e humour inglese intendo qualcosa di veramente detestabile. Rideva solo colui che ci aveva propinato quel diabolico telefilm, ma credo fosse più per sadismo che per altro.
E ora vi lascio con la canzone che vi ossessionerà per i prossimi mesi. Saludos.

Oltre alla passione compulsiva per i telefilm, uno dei modi più brillanti in cui si esprime tutta la mia maniacalità è nella continua elaborazione di Top Five: fondamento e sostanza stessa della cosmologia sunofyorkica, la personal Top Five si nutre delle nevrosi e piccole ossessioni della sua ideatrice, riflettendo l'eroico quanto vano tentativo della stessa di arginare l'entropia e conferire al proprio cosmo un assetto paratattico e simmetrico. Va da sè che la creatività nell'inventare nuove Top Five raggiunga il suo spannung in momenti di grande sconquasso psichico, quando ogni categoria dello scibile umano è passibile di essere sintetizzata e scomposta in una top five.
Prendiamo una situazione-tipo: mi sveglio. La caffettiera è stata svuotata dal perfido padre --> Top Five delle sacrosante vendette (1.distruggere il gazebo* appena costruito sul terrazzo, 2. dirgli con aria di sufficienza che la sua auto -acquistata durante la crisi di mezza età- è "carina", 3. iniziare una lunga conversazione mentre gioca al solitario davanti al pc, 4. creargli sensi di colpa perché non porta mai mia madre in giro, 5. finirgli il caffè la mattina seguente).
Altra situazione tipo: la nonna Highlander rompe le palle --> Top Five dei modi più intelligenti per liberarmene (1. assoldare un sicario veramente in gamba, 2. avvelenamento farmacologico 3. dirle che Aldo Moro era uno str***o, 4. pagare un rapitore perché la porti in Aspromonte, 5. overdose di zuccheri -è diabetica-/privazione di zuccheri -morirebbe di crepacuore).
Ovviamente non tutte le Top Five sono così tetre. Molte sono piene di gioia e speranza (Top Five dei Viaggi che vorrei fare), altre di certezze luminose (Top Five dei lavori che NON farò da grande - tutti, infatti sarò disoccupata), molte sono delle cretinate, quasi tutte hanno punti di intersezione (Top Five dei motivi di scazzo e Top Five dei fidanzati), tutte sono soggette a mutazioni costanti. Solo alcune sono dei classici: esse prendono il nome di Top Five Ever e occupano i vertici della gerarchia delle Top Five - in particolare, tra di loro figurano quella dei libri, quella dei dischi, e quella delle canzoni più belle. Ammetto che ci sia un certo alone di ineffabilità attorno ad esse - una certa reticenza può essere spiegata con il terrore della sottoscritta di cambiare idea in un secondo momento, con conseguente scombinamento del cosmo (orrore orrore). Enuncerò quindi la sola top five letteraria, che mi pare la più stabile di tutte.
Top Five EVER dei cinque romanzi più belli mai letti:

1. La versione di Barney di Mordecai Richler
2. Io sono Charlotte Simmons di Tom Wolfe
3. L'opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers
4. Il lamento di Portnoy di Philip Roth
5. I versi satanici di Salman Rushdie

Ecco, già mi sento in colpa verso Sedaris, Borges, Coe, Hornby, Lethem, e miliardi di altri. Spero comprendano il bisogno di ordine, anche tra libri.
E a proposito di libri. C'è una cosa che tutti quanti oggi siete chiamati a fare.
Vi siete mai accorti di quanto è strano il modo in cui le librerie di tutta Italia dispongono i loro volumi? Uno di noi, uno dei più spocchiosi a dire il vero, visto che non si degna mai di commentare, ha proposto un'iniziativa divertente: fotografate gli accoppiamenti più assurdi che trovate in libreria, e poi inviateli a lui, all'indirizzo randomante@gmail.com.
L'iniziativa si chiama La Strana Coppia. E chissà se randomante di strane coppie ne sa qualcosa.
Ad ogni modo non si sa che si vince, se si vince qualcosa, e nemmeno cosa se ne farà delle vostre foto (niente di buono credo).
Una prospettiva entusiasmante, dunque. Partecipate numerosi!

(un esempio di foto tratta dal contest di randomante: Guarire le infezioni da Candida di Valerio Pignatta e Perché dobbiamo fare più figli di Piero Angela - personalmente avrei preferito qualcosa del tipo "Perché dobbiamo prendere più spesso la candida" - "Per guarire dai figli", ma queste sono opinioni personali)

*il gazebo, o meglio il Gazebo, è la struttura lignea costruita nell'ultimo mese dalle mani paterne sul terrazzo della mia stanza, con la quale il genitore - da sempre sostenitore dell'effetto ringiovanente del fai da tè - ha un rapporto di amore totalizzante.

Shadenfreude è la parola tedesca che indica la gioia (freude) che si prova dall'osservare le sciagure (shaden) altrui.

Io ho una pseudoamica, che chiamerò amica V., che è la mia spina del fianco dalle elementari. Mia madre ha una pseudoamica, che chiamerò amica A., che è la mamma di amica V., e che è la spina nel fianco di mia madre da quando io facevo le elementari.
Lasciando da parte il politically correct, io sostengo che ci siano persone e persone. Ora, modestia a parte, io sono sempre riuscita meglio in tutto: non solo alle elementari ero più brava dell'amica V. (con le tabelline facevo invidia a Rain man), ma in seguito, quando le nostre strade si sono separate, ho sempre avuto più successo di lei.
Il tutto - lo giuro - senza che mai nè io, nè mia madre, ci vantassimo mai di nulla anzi. Se prendevo 9 in greco, non solo mia madre non lo diceva a nessuno, ma se l'amica A., dopo aver vantato le doti di genio della figlia, le chiedeva come procedesse la mia carriera scolastica, mia madre - che ha sempre adottato la strategia dello Sminuimento all'infinito - rispondeva con un lapidario "se la cava", magari poi aggiungendo uno sproloquio di due ore su quanto io fossi indolente, intollerante o vagamente misantropa.
Ovviamente però le notizia volano, e per anni l'amica V. ha convissuto con il mio successo scolastico, vantandosi di cose che io magari non facevo, tipo cantare nel Coro della Chiesa, diventare l'istruttrice del Coro della Chiesa, diventare LA ROCKSTAR del Coro della Chiesa e così via.
Inoltre la cara amica V. si è presa le sue piccole rivincite, facendomi pesare ogni singolo rallentamento accademico e piccolo insuccesso sentimentale, facendomi telefonate per sapere "come mai non mi fossi laureata alla sessione di marzo", e ribadendomi,invece, quanto veloce fosse stata lei nel terminare i suoi studi universitari (facoltà diverse, grazie a dio).
Anche la sua cara mamma, spesso, si prendeva la briga di informarsi con finto buonismo, del mio essere (o non essere) fidanzata, non risparmiandosi battutine sulla mia presunta intrattabilità e la mia futura zitellaggine.
La diletta figliola era felicemente fidanzata da ormai dieci anni.
Qualche mese fa, ricordo ancora la loro faccia che cantava vittoria, vennero ad annunciarci la notizia dell'immimente matrimonio di amica V.
Amica V. voleva mettere su famiglia, ormai sai, cara Sunofyork, abbiamo l'età per pensare alle cose serie, non si può mica scrivere il blog tutto il tempo, bisogna trovare l'uomo giusto, certo che per te non sarà facile...
E la madre, amica A., in controcanto, vabbè ma lei ha puntato su altro, non le dispiacerà passare il resto della sua vita da sola.
Sinceramente mi sentii un po' una fallita.

Oggi mia madre mi ha telefonato dicendomi che Amica V. non si sposa più.
Il perfetto fidanzato l'ha mollata a un paio di mesi dal matrimonio, e sta già con un'altra ragazza che (pare) abbia già fatto conoscere alla famiglia. Amica V. è caduta in depressione.
Al telefono, con mia madre, mi sono dispiaciuta così tanto che mi sono messa a piangere. Alla fine è la spina nel mio fianco dalle elementari.
Quasi quasi vorrei chiamarla e offrirle un coltello da infilarmi tra le scapole.


Ogni volta che penso a Iggy Pop e Robert Smith, mi viene in mente che la prima regola per una rockstar di fama mondiale è saper valutare con attenzione le sostanze da cui vuoi dipendere. Alla fine non è una scelta facile: puoi decidere di richiare l'infarto con cocaina e anfetamine, l'overdose con l'eroina, psicosi irreversibili con LSD, e quello-che-è-successo-a-robert-smith con la birra.
Ora io devo ammettere che, essendo andata a concerti sia di Iggy Pop che dei Cure, mi sento di dare un cinque sonoro a Iggy. Qualche annetto fa mi trovai ad assistere ad un suo concerto gratuito a Melpignano (per gli sfortunati non pugliesi che si trovassero a leggermi, uno sputo di paese della provincia di Lecce): tutti pensammo che Iggy, vent'anni prima, avesse fatto un fioretto del tipo "quest'ultima spada e se non muoio giuro sulla madonna che prima o poi SUONERO' GRATIS A MELPIGNANO" (ovviamente era certo di morire, ma si sa come vanno le cose poraccio). Comunque, a dispetto dei 60 anni suonati, e nonostante ormai la sua pelle sia stagionata a sufficienza per farmici una borsetta, per circa due ore corse e si dimenò sul palco, roba che se mi fossi agitata io così, sarei schiattata in due minuti. Quindi tanto di cappello a Iggy per aver scelto le droghe giuste.
Tristemente diverso è il caso di Robert Smith. Fat Bob, come lo chiamano gli amici, ha una vera dipendenza da birra e alcolici: questo suo essere prono a dipendenze ad alto tasso calorico si riverbera, come è immaginabile, sulla sua immagine e sulla sua presenza scenica, che ormai ha pressoché la consistenza dello Yorkshire pudding.
Insomma, Robert Smith segue una teoria basata sull'assunto (folle) secondo cui, con un po' di rossetto rosso sbavato sui denti, fondotinta bianco-fantasma-di-canterville e capelli cotonati, nessuno noterà la panza strabordante e il doppio mento. E invece no, Robert caro, se sull'acuto di Disintegration mi stramazzi per terra per il desiderio di una strong ale, forse dovresti capire che hai scelto la droga sbagliata. E costringi me, che pure sono stata una fan accanita dei Cure, a enuclearti la regola numero due della brava rockstar: se il tuo culo diventa una barca, ritirati dalle scene. E invece queste dannate band non se ne fanno una ragione. Prendiamo la carriera musicale dei Cure: su quasi una trentina di dischi incisi, 5 sono grandissimi, il resto sono i Cure che replicano se stessi male. Canzoni del tutto prive di sofferenza, di emozione, di pathos, di ispirazione. Ma si sa, col tempo le cose cambiamo. Il vuoto interiore che una volta attanagliava Robert Smith, è oggi un vuoto molto meno esistenziale, e basta qualche pie e una ventina di pinte a colmarlo. Come dire, This is a lie è diventata This is a pie. One hundred years, one hundred beers.

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