Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

14.9.12

Soon after midnight

Posted by SunOfYork |

Ora, tra i tanti piccoli e grandi fastidi che i nove mesi di gravidanza possono regalare a una donna, ce n'è uno di  cui io e tutti quelli che mi conoscono non pensavamo proprio avrei sofferto, e cioè l'insonnia (il tunnel carpale della gravida sì, ma l'insonnia proprio no). Voglio dire, io sono sempre stata una professionista del sonno estremamente metodica, non una di quelle che fanno le tre di notte il venerdì e poi si svegliano a ora di pranzo, che quello siamo buoni tutti - nossignore, io non ammetto proprio di fare le tre di notte, per me restare sveglia dopo la mezzanotte durante le uscite serali con gli amici è sempre stato uno strazio disumano, e non perché ho sempre avuto amici noiosi (anche se ora che ci penso...) ma perché il mio organismo si mette in modalità papalina e babbucce e non vuole più saperne di interagire con chicchessia. Persino a Capodanno aspetto come una liberazione il brindisi di mezzanotte perché così posso andarmene liberamente a dormire. Superata la soglia dell'una di notte, il sonno mi passa completamente e io mi ritrovo ad arrampicarmi sui muri come quei bambini troppo stanchi e ipereccitati per riuscire ad addormentarsi, cosa che va avanti praticamente fino al mio collasso nervoso. Per questo motivo, ho sempre cercato di dormire almeno sei ore ogni notte, sei ore piene e senza risvegli di nessun tipo, che come per magia, dall'inizio della gravidanza, si erano trasformate in nove ore notturne più un paio di ore di pennica pomeridiana. Insomma, una favola. Paperoga non so più quante volte ha dovuto svegliarmi al cinema perché stavo ronfando sui titoli di coda e scorazzarmi addormentata in giro per l'Emilia di ritorno da cene a Parma o Reggio. Di contro, lui, da buon insonne, non poteva certo venire a dormire con me alle dieci di sera, quindi, liquidatami con un bel bacio della buonanotte, rimaneva spanzato in divano affaccendato in chissà quali affascinanti attività (football manager sul mac mentre in tv danno il tennis? chat di argomento calcistico col fratello mentre si spara un documentario sui ghepardi su Nat Geo Wild?) per poi raggiungermi non prima dell'una di notte, espletare il suo rituale di addormentamento (leggere Topolino) e finalmente mettere a riposo quella capa iperattiva fino alle sette del mattino successivo. Il tutto mentre io dormivo un sonno così profondo da non accorgermi nemmeno delle sue imprecazioni se russavo troppo.
Poi è arrivato il nono mese, con il suo portato di vescica iperattiva e un numero di risvegli notturni mai inferiore alle tre/quattro volte. L'ultima delle quali, attorno alle 3.30 di notte, mi è ormai da quindici giorni a questa parte, fatale - mentre normalmente la trafila che seguo è questa: alla mia coscienza affiora quel tanto che basta a non svegliarmi il bisogno di dover andare in bagno, realizzo di avere entrambe le mani addormentate per via del tunnel carpale della donna gravida quindi mi crogiolo in pensieri illogicamente angoscianti del tipo che ne sarà della mia carriera da pianista (ma quale diavolo di carriera da pianista?) e della mia esecuzione del Rach 3 (eh????) se ora me le spezzo perché non le sento e faccio un movimento troppo brusco nel tentativo di risvegliarle e afferrare l'iPhone (Paperoga non riesce a dormire se non nel buio quasi totale) per illuminarmi la via verso il bagno? La storia della musica sarà segnata per sempre se non potrò raccogliere il testimone di Horowitz?, afferro l'iPhone, lo faccio cadere, smannaggio, lo raccolgo sbattendo la testa al comodino, arrivo in bagno, faccio quello che devo fare e torno a letto, il tutto senza essermi mai svegliata completamente.
Adesso tutto ciò non avviene più. Alle 3.30 gli occhi mi si aprono come due saracinesche spalancate su un nuovo giorno e in testa ho tutta la lucidità che avrei in qualsiasi momento della giornata (scarsa, dunque, ma sempre di più di quanta ne abbia di notte). Si tratta di una lucidità strana e resa vagamente nevrotica dalla vana permanenza a letto. Il risultato è che alle quattro, dopo essermi girata e rigirata mille volte infastidendo il papero, dopo avergli solleticato il naso con una ciocca di capelli e tirato qualche calcetto nella speranza di svegliarlo, sono in piedi e vago per la casa con un umore tra l'isterico, l'esaltato e il piagnucolone, preparandomi tisane calmanti, navigando sui forum in internet in cerca di cure omeopatiche per l'insonnia, spazzando pavimenti e riordinando scaffali, terminando romanzi su romanzi di Bufalino, Eugenides, Fante e innervosendomi ancora di più perché so già che l'indomani, quando mi lamenterò perché non ho dormito, chiunque -soprattutto gente coi figli- mi dirà ghignando la stessa profetica (ma comunque odiosissima) frase: bene, preparati, perché tra una settimana esatta sarà molto peggio di così.
E quindi rosico, mi innervosisco e mi sveglio ancora di più, giocandomi l'ultima chance di riaddormentarmi, ed è così, riversa sulla Poang, coi capelli dritti in testa, le occhiaie nere da tossica, più incarognita di Svevo Bandini e con la voce a pezzi dell'ultimo Dylan, che mi trova Paperoga al suo risveglio, ed è così che resto tutta la giornata. E poi ho pure il coraggio di chiedermi com'è che il poveretto non vuole venire a letto la sera?

Questo accanto è il disegno fatto dalla mia amata cuginetta Sunofyork jr per illustrare il verso del Padre Nostro che dice "Sia fatta la tua volontà". I due spilungoni un po' bruttini sarebbero i miei genitori, i due biondi bassini saremmo io e Paperoga. Ora, posto che pagherei per avere ancora un punto vita quando invece l'avvicinarsi di questo sesto mese mi ha regalato un discreto cocomero sulla pancia, unico punto in cui in vita mia mai avevo avuto problemi di rotondità, mi pare evidente che la pazza settenne mia omonima stia elaborando a modo suo la notizia che la sua adorata cugina maggiore avrà una bambina e che l'esito di questa riflessione sia che la volontà divina si esplichi in questo: che i più grandi abbiano dei figli, e che questi figli crescano e a loro volta procreino (e che il tutto avvenga in un profluvio di cuoricini). Resta però come un monolite, nella weltanshauung della settenne, la convinzione che i genitori restino sempre genitori e i figli sempre figli e, per quanto possano crescere e diventare degli adulti a tutti i gli effetti, comunque rimangano più bassi (e quindi più piccoli) dei loro genitori.
Ora, la mia impressione è che questa idea non sia un monolite solo nella weltanshauung dell'esagitata bambina, ma anche in quella dei miei genitori (e nei genitori di chiunque): i figli restano figli, anche se diventano genitori. Un po' cresciutelli, ma comunque mai si affrancheranno del tutto da quel ruolo.
Se ne parla qui, sull'uscita di maggio di WU Magazine, in un post combinato con quello di Chinaski77.

L'agognato raggiungimento di una qualche minima maturità mentale è arrivato oggi a braccetto con la necessità di abbandonare la pratica dello shopping compulsivo se voglio entrare in una casa nuova che rientri nel mio budget e la consapevolezza di aver accumulato negli anni una quantità di borse, scarpe, vestiti di ogni foggia e colore, libri e suppellettili tali da rendermi indispensabile una sorta di Playboy Mansion.
Ancora abituata alle enormi case del sud, quello di andarmi a stipare con le mie cose in un bilocale di 50 mq, e di farmi raccontare dall'agente immobiliare che quella è una metratura di tutto rispetto, è un martirio insostenibile, per tanti motivi: non butterò mai neanche uno solo dei miei vestiti, ho degli amici che non sono lillipuziani, io non sono Pozzetto in Ragazzo di campagna, se durante una lite dovessi tirare dei piatti, vorrei che il lancio avesse una gittata dignitosa prima di infrangersi contro la parete opposta, e una serie di altre ragioni importantissime e validissime che chiunque abbia cercato una casa sa.
Ora, detto questo, c'è una sola cosa che oggi mi ha reso sopportabile la visione dell'ennesimo bilocale "nuovissimo, luminosissimo, arredato benissimo" e chissà quanti altri "-issimi", e cioè Lui. 
Lui è il proprietario dell'intero palazzo (sette piani, 5 appartamenti a piano, per 700 euro ad appartamento, immaginate quanti soldi ha quest'uomo), ha un'età compresa tra i 38 e i 45, è altissimo, è single, ha i capelli e la barba rossicci, un sorriso perfetto, gli occhi screziati di migliaia di pagliuzze dorate e le mani grandi.
Mi ha accolta in un'aura dorata, fresco anche alle tre di pomeriggio con i quarantamila gradi di quest'infinita estate bolognese, con una mise alquanto improbabile che lo rendeva metà Corto Maltese e metà Hugh Hefner passando per Perez Hilton nei giorni migliori, questo va detto a onor del vero - completo da marinaretto blu con giacca a quattro bottoni dorati, sotto t-shirt a mezzemaniche a righe bianca e rossa, degli assurdi mocassini da barca a vela che avrebbero fatto venire una faccia perplessa anche a Lapo Elkann e fazzoletto rosso e blu legato al collo con un nodo alquanto vezzoso - però era un figo da paura, con una voce talmente dolce e rassicurante e uno charme da vecchio lupo di mare, che quasi quasi avrei preso quel loculo di appartamento e lo avrei chiamato un giorno sì e l'altro pure per lamentarmi di qualcosa, finché avrebbe capito che lo amavo alla follia, e m'avrebbe portato a vivere nella sua enorme magione in riva al mare, o a passare le notti d'inverno nel suo stupendo catamarano.
Perché, sappiatelo, nonostante il fazzoletto al collo e i bottoni dorati, è etero.
Ho le prove: avevo una maglietta un po' scollata e più volte l'ho beccato in flagranza di reato.

Son tornata a Bari per le vacanze di Pasqua. Tornare a Bari per le vacanze, oltre a bere in media sei caffè al giorno, farmi ingozzare di cibo con un imbuto da mia nonna, coccolarmi il nonno, aggiornare i miei sulla mia vita in estenuanti sessioni di autoanalisi, tornare a dormire in un letto singolo, significa soprattutto spupazzarmi i miei minuscoli cugini da mattina a sera. 
Di quell'intellettuale engagé di mio cugino Werther, avevo già parlato tempo fa. Non avevo invece parlato delle terribile Sunofyork jr. 
Sunofyork jr è un inno al Ritalin: fa tutte le cose che un bambino non dovrebbe mai fare, e per di più le fa tutte insieme, urlando a squarciagola, e ridendo per il gusto della trasgressione. Basti pensare che ieri, durante la processione del Venerdì Santo del mio quartiere, alla comparsa della statua della Madonna Addolorata, ha iniziato a correre tra i chierichetti urlando come un'invasata "Ho visto la Madonna".
Insomma, io la amo follemente, mi fa tanto ridere, ma dopo un paio d'ore con lei mi rendo conto che tutti quei caffè forse non li avrei dovuti bere tanto c'è già lei a farmi esaurire.
E allora oggi, complice il bel tempo, l'ho portata alla pineta. Lì sono riuscita a vedere tutti i pro di andare in giro con una bimba. Infatti, mentre lei nell'ordine: 1. sradicava un pino, 2. scavava una buca profonda un metro e ci buttava dentro un bambino più piccolo per poi ricoprirlo di terra (se non fosse stata fermata in tempo), 3. cercava di sedurre il gelataio con frasi tipo "mò c'sì bell" per scroccare un cremino gratis, 4. tentava di smantellare il chioschetto del suddetto gelataio quando lui si è rifiutato di regalarle l'ennesimo pacchetto di Fonzies, 5. spaccava a calci le giostrine, insomma mentre questo genio del male faceva tutte queste cose, per giunta strillando come un'aquila, io ero lì circondata dai vitelloni del mio paese che, non ricordandosi di me perché manco ormai da anni da Bari e incuriositi da un viso nuovo, si prodigavano in una serie di maschie gentilezze: una massa di uomini tra i trenta e i quaranta mi offriva il caffè, pagava i gelati a Sunofyork jr discettando nostalgico su quanto tempo è passato da quando esistevano solo il Cucciolone e il Fiordifragola e non il GummyUp o l'X-Pop, mi parcheggiava la macchina meglio di come l'avevo lasciata (di traverso sulle strisce, sono pur sempre a Bari), si complimentava con me per il fatto di avere una figlia di sei anni pur essendo così giovane, mi chiedeva dove fosse mio marito ("Marito? Non c'è nessun marito", ho detto sconsolata - che poi è la verità, ho solo omesso di dire che quella selvaggia non è figlia mia e aggiunto che mi chiama Sunofyork e non "mamma" perché andiamo molto fiere del nostro nome, poi loro hanno fatto le loro deduzioni) e innoridiva davanti a un uomo che abbandona una donna giovane e bella e per giunta con una figlia.
E io lì, chiacchieravo con tutti, avevo un sorriso per ognuno di loro, e mi sono divertita un casino.
Poi però, quando Sunofyork jr ha iniziato a fare delle palle di terriccio grandi quanto la mia testa e a lanciarle contro i passanti, ho dovuto schiaffarla in macchina e salutarli tutti.
Sono andata via sorridendo, coi capelli biondi svolazzanti e facendo spegnere settecento volte la macchina davanti a loro (perché cacchio il tipo che ha parcheggiato per me ha ingranato la terza?), e ho i miei buoni motivi per ritenere di essere diventata il loro sogno erotico.
(Sì, ok, sempre di dei nullafacenti ultratrentenni che vivono con le loro madri, però meglio di niente)

mail da sunofyork al papà di sunofyork nel giorno della sua cena di pensionamento contentente discorso esplicitamente richiesto dal genitore impacciato con le parole:

"Vi chiedo solo qualche istante per dirvi che è un sincero piacere avervi qui a festeggiare quello che per me è un traguardo importante nella mia vita professionale e personale.
Sono stati anni di lavoro intenso e talvolta faticoso, ma anche profondamente soddisfacente: buona parte delle gioie ricevute nell'arco della mia carriera, sono dovute alle persone con cui mi sono trovato a lavorare.
Sto parlando di tutti voi, che ricorderò sempre con affetto perché negli anni siete stati molto più che semplici colleghi, siete stati uomini e donne con cui ho condiviso la mia vita, proprio come dentro allo scompartimento di uno di quei treni che abbiam fatto circolare, con la differenza che ora è venuto per me il momento di scendere.
Vi ringrazio per quello che avete rappresentato in questi anni, vi auguro di proseguire al meglio la vostra vita professionale e personale così come l'ho vissuta io, e ricordate che il papà di sunofyork scende dal treno ma non è mica arrivato al capolinea!
Un brindisi e un arrivederci a tutti voi
  
(mi raccomando papà non ti commuovere!)
Sunofyork "

E va bene, papà, ti commuoverai lo stesso. E pure a me, a distanza di 600 km, a pensarti lì in piedi davanti a 50 persone che leggi da un foglietto mentre tenti di seguire i consigli che ti ho dato per sostenere la voce, viene una po' da piangere.
Pensa che ci son volute due teste per scrivere questo breve discorso, la mia, e quella di uno scrittore vero, l'unico che potesse aggiungere a queste parole il tocco di grazia che avevo immaginato per te.
Ah, e poi se ti vien da piangere, pensa alla liquidazione.

Bene, sono tornata nella dimora pugliese per il weekend, ché, non rientrando alla base da agosto, vedevo il povero babbo leggermente scompensato.
C'ho ritrovato il solito cirque du soleil: roboante, frenetico, rumoroso, in perenne mutamento.
In tutto questo delirio di movimento, l'unica presenza rassicurante e immota è rappresentata da mio cugino Michele, un esistenzialista proustiano duro e puro. Taciturno, riflessivo, introverso, di una malinconia tendente al nichilisticheggiante e totalmente inetto per le questioni pratico/manuali.
Michele apprezza enormemente l'arte e la letteratura, ed è convinto assertore dell'idea che dalla gioia non possa nascere mai niente di artisticamente valido (tempo fa, ascoltando la tristissima colonna sonora di In the mood for love, mi chiese in un sospiro "com'è che le cose tristi sono anche le più belle?). Ha un'ironia asciutta e priva di fronzoli, ed è di una severità spartana per tutto ciò che riguarda i piaceri della vita: ultimamente ha deciso che si vestirà solo di grigio "perché è un colore molto sobrio", se deve mangiare insalata, la mangerà scondita, "perché l'olio costa troppo", se deve dare un nome a un animale, anziché quei nomini zuccherosi gli attribuirà nome e cognome e lo chiamerà Mauro Rizzi, come il suo migliore amico, un altro pezzo da novanta con la fissa per i francobolli.
Per non parlare dei rapporti con l'altro sesso: perdite di tempo inutili al fine di un arricchimento spirituale e culturale.
L'unico divertimento concepito da questo asceta medievale sono i mappamondi e lo studio matto e disperatissimo della storia. Insieme, ovviamente, alle chiacchiere con Mauro Rizzi (quello stramboide del suo amico, non la povera bestia)

Michele ha 7 anni, oggi mi ha chiesto ragguagli sulla figura di Giovanna d'Arco ed è andata così (letteralmente):
Michele a Sun: ieri la maestra ci ha mostrato un quadro con Giovanna d'Arco. Mi spieghi per bene chi era?
Sun (nel panico): allora, Giovanna d'Arco è stata un'eroina francese [segue lunga e dettagliata spiegazione della vita e delle opere di Giovanna d'Arco tratta pari pari da Wikipedia]... e poi alla fine fu condannata al rogo e arsa viva con l'accusa di essere una specie di strega.
Michele (che nel frattempo mi ha fissato ininterrottamente con la massima attenzione): "eretica", si dice. Ce l'ha detto la maestra. Ma lo era davvero?
Sun (già stufa di queste domande): no no, fu solo accusata di eresia ma non era vero niente
Michele (accorato): io non capisco come sia possibile uccidere qualcuno. E per di più innocente! E senza nessuna prova di colpa. Com'è possibile? Dimmelo tu!
E ora che cazzo gli racconto a 'sto stronzetto? Gli stampo un bacio sulla fronte che lo umilierà e gli ricorderà per tutta la vita che quando era bambino non lo ritenevo degno di avere una spiegazione coerente? Scappo urlando? Cosa posso cercare su Wikipedia? Esistono forum sulla liceità della pena di morte? Gli allungo il Dei delitti e delle pene di Beccaria? Dove diamine sono i genitori di questo bellimbusto? Azzardo una spiegazione che troverà banale? Azzardo una spiegazione non banale che non capirà perché troppo piccolo?
Ci provo.
Sun (solenne): certe volte le ragioni dei potenti non coincidono con la verità storica, nè con quello che è moralmente giusto.
Michele: Aaaaaah, infatti, lo dicevo io! Il fine giustifica i mezzi!
...

E così pare che almeno per me l'estate sia finita. La giornata ventosa fuori lo testimonia, l'amico K. in procinto di venirmi a raccattare da casa in un tentativo di car sharing che ci porterà a roma, firenze e solo alla fine di nuovo a bologna al seguito di concerti che sognavamo da anni, e la quantità tendente all'infinito di valigie di vestiti e provviste di cibi pugliesi, pure.
Ma ciò che più lo testimonia è l'immutabile e sempre provante trepidazione dei miei genitori, lui tutto preso a far battutine sulla figlia che parte ma che nonostante siano ormai diversi anni che vive a 600 km di distanza da mamma e papà, senza di loro non è in grado nemmeno di sostituire una lampadina, lei che cela la tristezza del distacco diventando iperefficiente e riempendo ogni spazio vuoto nelle valigie con pacchetti di kleenex e merendine, in un moto di horror vacui e precisione degno della signorina rottermeier.
Che, si sa, già le partenze di per sè mettono ansia, gestirle poi all'interno di un delirio parossistico di ansie e nevrosi familiari, ti fa perdere tutta la calma zen acquistata in un mese di ferie.
Sempre uguali le raccomandazioni, rituali le domande (hai soldi? hai preso le chiavi? mi chiami quando arrivi?), sempre identica la mia reazione di stizza da vera nevrotica quasi trentenne, perenne la sensazione di partire per una colonia estiva per la romagna degli anni '40 con tanto di maglietta a righe marinare e brachini corti, innegabilmente straziante il sorriso barbuto di un padre che ti accompagna in giardino e ti saluta con la mano. Altrettanto innegabilmente confortante sapere che certe abitudini saranno sempre identiche a se stesse.
Mi restano di quest'estate molte passeggiate sul bagnasciuga, risate, baci, capelli biondi per il tanto mare, una serenità che viene dal profondo e l'immagine di chi, come un padre, spezza la punta dell'anguria e me la dona con un gesto di una dolcezza tale da obbligarmi a ricacciare indietro le lacrime.

One by one, they were all becoming shades
J.Joyce

Cari, è il 23 dicembre, ho 27 anni e ho molta paura.
Paura non del domani, ma di domani. Paura non che, per l'abituale giro in centro del 24 in cui si ritrovano ogni anno persone che non vedi da secoli, i miei capelli possano non essere setosi e la mia pelle vellutata come sarebbe opportuno in queste situazioni. Non che possa non trovare l'abito adatto a urlare al mondo che sono una gnocca con la testa, come prima più di prima. Paura non di non riuscire a trovare le parole per raccontarmi a volti sempre uguali la mia vita dell'ultimo anno.
La mia paura più grande, relativa al 24 dicembre e in particolare al cenone della Vigilia, è mia nonna, che prima ci stordisce con quintalate di pesce e ettolitri di pessimo vino (quello buono lo tiene sotto chiave per le serate in solitaria), poi, quando tranne lei -vista la sua tenuta all'alcol non me ne stupisco- tutti gli altri barcollano, ti infila La Domanda, che suona più o meno così: "mè, e stu cazz d zzit allor 'u tin o no? megghj c t'u trov mò, che sì tost comm nu cazz d'cavall" (giunonica nipote, dimmi dunque, esiste un uomo sulla terra che abbia l'onore di averti come fidanzata? perché sarebbe il caso che te ne trovassi uno al più presto, prima che le tue carni, ora sode, si sfaldino sotto il peso degli anni), seguita a ruota da domande sulla situazione lavorativa/economica/medica, insomma, tutte quelle cose su cui durante l'anno sei colpevolmente carente ti vengono sbattute in faccia nel giro di 5 minuti, tra gli spaghetti alle vongole e un pezzo di baccalà fritto.
Unico modo per dare un taglio allo strazio, è far degenerare la discussione dal piano medico al quello dei decessi. Chiedere a mia nonna di aggiornarti sulle dipartite di conoscenti lontani, vicini di casa e compaesani le regala, oltre che l'occasione di dimostrare la sua incredibile memoria per i soprannomi irripetibili e per i legami di parentela, il sottile piacere di ribadire la sua natura di highlander, quando, attorno a lei, tutti gli altri cadono come birilli.

*ovvero dalla penna di paperoga, un inquietante squarcio sui pensieri di ogni uomo medio

Arriva il momento, prima o poi, di cambiare casa. Ed è in questo preciso momento e nella successiva ricerca che ne seguirà che, oltre ogni ragionevole dubbio, si manifesta potente la diversità antropologica che, profonda come una voragine, separa ancora l'universo maschile da quello femminile.

Per la donna, cambiare magione assume i connotati di una straordinaria opportunità di affermazione della propria personalità. Per l'uomo è il più delle volte un cazzo in culo (scusate l'eufemismo) il cui fastidio è paragonabile solo ad una ventina di giorni consecutivi in preda ad un acuto prolasso emorroidale esterno (scusate il nuovo eufemismo).
La donna, in realtà, cercherebbe casa in continuazione. Anche quando sta bene in quella in cui vive, una parte del suo cervello bacato sempre in fermento è in cerca di una sistemazione nuova, di intonsi stimoli visivi, di inedite sfide architetturali. A meno che non compri una casa. In quel caso passerà il resto della sua vita a spendere una percentuale non indifferente del PIL familiare, se non nazionale, per arricchirla modificarla ristrutturarla costantemente, in una sorta di cantiere sempre aperto e mai pienamente soddisfacente.

Ciò perchè in ogni donna c'è un'arredatrice di interni mancata, figlia di una mania di possesso e controllo che fa si che ogni ambiente potenzialmente abitabile debba essere ridisegnato dalla sua mente creatrice e tramutato in realtà dalle mani del suo uomo e dalla sua successiva ernia al disco da sforzo.

Ed è così che, quando si approssima il cambio di casa, la donna comincia a vagare per la città, saltellando e fischiettando come di fiore in fiore guardando duecentocinquanta case, facendo amicizia con l'agente immobiliare, instaurando rapporti amicali con proprietari di casa, in realtà però cassando quasi tutte le abitazioni per i difetti più microscopici, del tipo non mi sono piaciute le piastrelle della cucina, il posto è troppo fuori mano (leggi è addirittura a 200 metri dal corso principale) il soggiorno è più largo e meno lungo, o è più lungo e meno largo, o è lungo ed io lo volevo largo, o è largo ed io lo volevo lungo.

La donna prepara estenuanti tour de force, fatti di appuntamenti incrociati con 5-6 persone al giorno, soppesa e misura pro e contro, organizza tornei mentali ad eliminazione diretta tra appartamenti, e in tutto questo si cura ben poco di un aspetto che per gli uomini è invece un tantinello più essenziale: l'entità del canone di affitto. Vuoi mettere la bellezza dello scorcio di Duomo che si vede dalla finestra? O il vivere in un quartiere vivo e pieno di negozi? O il bagno che è proprio quello che volevo? Che ci frega a noi se costa 300 euro (si, TRECENTO) in più o in meno?

L'uomo no. L'uomo affronta questa via crucis sapendo che anzitutto dovrà confrontarsi con due delle creature più infernali che siano state vomitate su queste triste e nuda terra: l'agente immobiliare e il padrone di casa.

L'agente immobiliare è una specie di serpentello, smilzo e sgusciante quanto una biscia d'acqua, che è lì apposta per inchiappettarti. Spudorato trafficone, simpatico mentitore, con una faccia di bronzo da premio nobel, o da presidente del consiglio, appena adocchia qualcuno che ha fretta di prendere casa, si insinua mellifluo cercando di sbolognarti fior di baracche e/o stamberghe in centro storico a prezzi da villino bifamiliare in zona residenziale. Se bazzichi abbastanza spesso con questi tizi, sei quasi incline a rivalutare la dignità e la moralità del tuo lavoro di leguleio. Una volta agganciato all'amo il cefalo, essendo fedeli cani da guardia dei proprietari che gli affidano la locazione di case su case, in sede di stipulazione di contratto di affitto nelle loro sedi ti ritrovi davanti a pezzi di carta con condizioni capestro da loro spacciate come clausole standard con una tale paraculaggine che ti verrebbe da abbracciarli, prima di infilarli quel foglio di carta su per il culo. Alla fine, dopo la presa per il medesimo e la tentata rapina, devi pure pagargli una o due mensilità, così, per il servizio reso senza nemmeno rimborsarti il costo della vaselina.

Ma per fortuna ci sono i proprietari di casa che non si rivolgono all'agenzia. Quelli che non voglio mediatori, che i miei affari me li sbrigo da me, che non si regalano soldi a questi parassiti che si arricchiscono con percentuali da usura. E già, uomini tutti di un pezzo, gente che vuole guardare in faccia il futuro affittuario. Gente vera, insomma.

Sì, gente che ti fa venire nostalgia dell'agente immobiliare.

I proprietari di casa che non si rivolgono all'agenzia sono i peggiori di tutti. Ti ritrovi di fronte delle sottospecie di Mazzarò di verghiana memoria, gente che ha passato la vita ad investire ogni singolo centesimo nel mattone, rinunciando a vacanze, automobili costose, ad ogni sorta di divertimento o evasione, per accumulare un cospicuo numero di appartamenti di proprietà da affittare in giro per la città e campare di rendita. La loro "roba" è fatta di metri quadri su metri quadri, accumulati con crapuloneria e gestiti con le braccine corte di uno Scrooge moderno. Non vanno dagli agenti immobiliari non perchè non ne condividano il gusto per il silenzioso "agguato o il raggiro penalmente non punibile ma moralmente sì", ma solo perchè non concepiscono di dover dare una fetta del loro guadagno a gente che non si è minimamente sudata il proprio patrimonio immobiliare.

Quindi, i proprietari, la loro gozzoviglia e il loro gusto per il risparmio agghiacciante e il ricatto sotto-pelle, se li deve sorbire il futuro inquilino. E questo l'uomo lo sa benissimo, mentre la donna è ancora impegnata a sognare di notte il caminetto che ha visto in quel soggiorno, o le travi a vista della camera da letto.

Non solo l'incontro-scontro con i proprietari di casa avviene sugli aspetti economici dell'affitto (avete presente quando Zio Paperone contratta con qualcuno per due ore per limare 5 centesimi sul prezzo?). Il proprietario di casa va oltre, lui è uno d'altri tempi, pretende di vagliare i futuri inquilini non solo sotto l'aspetto della liquidità economica, ma anche sotto l'aspetto morale, del buon costume e persino del prestigio sociale. Ed ecco fioccare le richieste di "referenziati e residenti" come condizione imprescindibile per la sola visione dell'appartamento, il che tradotto significa nè più nè meno che "non voglio negri tra le balle". E poi domande tendenziose sulla tua vita privata, tipo se sei uno che fa feste fino a notte tarda, se ascolta la musica ad alto volume, e poi la domanda delle domande, che qui in Emilia assume un significato ancor più cruciale: che lavoro fai. Non è una questione solo economica, credetemi. Io faccio il simil-avvocato e guadagno meno di un operaio e molto meno di uno spogliarellista, e credo anche a giusta ragione, visto il culo triplo che si fa l'operaio (e sopratutto lo spogliarellista). Però se a domanda rispondo: faccio l'avvocato, il Mazzarò emiliano di turno si scioglie tutto, mi mette le braccia attorno al collo e mi guarda come un figlio. Un figlio che gli pagherà un affitto spropositato senza sconti di sorta, però un figlio.

La prossima volta che mi chiederanno che lavoro faccio, gli risponderò con un giro di parole del tipo faccio in modo che spacciatori e papponi non vadano in prigione, inoltre aiuto negri e musulmani a rimanere in Italia facendogli annullare l'espulsione. Non so se mi abbraccerà con lo stesso affetto.

E mentre l'uomo ancora affronta agenti immobiliari schivando le loro abili trappole, e si sottrae al fuoco di fila del proprietario che vuole conoscere l'intero suo albero genealogico per assicurarsi che non sia albanese, la donna è ancora là, a immaginarsi il soggiorno dei sogni, ad individuare la tonalità giusta per ridipingere la stanza da letto, a spulciare il catalogo ikea in cerca della libreria che più si confà all'ambiente e alla luce calda della lampada alogena che illuminerà il salotto.

E mentre l'uomo sbuffa sudando come un maiale trasportando scatoloni su scatoloni tra una casa e l'altra, affrontando ultimi piani e zone interdette al traffico, la donna è lì, a posizionare il tutto con maestria e senza che un filo di trucco le scappi dal viso. Contenta, di porre a fuoco il suo marchio sulla casa infine scelta, mentre l'uomo ancora arranca sulle scale, con una vertebra incrinata ed un principio di infarto, facendo attenzione a non rompere l'enorme accidenti di specchio nuovo di pacca, pesante e fragilissimo, come gli zebedei che nel frattempo egli si sarà fatto.

Diciamoci la verità: per il 99% del tempo abitare in una casa con sole donne è uno spasso. Puoi farti la ceretta sul tavolo della sala da pranzo mentre le altre cenano, stendere i mutandoni a vista senza paura di perdere quell'allure di sensualità che (si suppone) ti contraddistinguerebbe con un quantomai improbabile uomo - anche se mi rendo conto questa frase contiene troppe ipotesi perché possa avere una qualche fondatezza - puoi maledire tutti gli esseri di sesso maschile (animali inclusi) senza paura di offendere la sensibilità di qualcuno, e in definitiva vivere la tua esistenza come un eterno pigiama party in stile Beverly Hills 90210. Questo il 99% delle volte. Resta scoperto quell'1% in cui, nel giro di quarantott'ore, ti trovi a dover fronteggiare 1. l'ammutinamento di tutti gli elettrodomestici della casa 2. tutta un'altra serie di sfortunati eventi domestici 3. la tua incapacità di capire quale tipo di disagio psichico spinga una lavatrice a riversare ettolitri di schiuma sul pavimento o un forno a essere in grado di ridurre gli ossidi metallici e produrre ghisa ma non di cuocere uniformemente un ciambellone. O un asciugacapelli a scoppiarti in mano. O una caldaia a fare i gorgoglii di un neonato. 4. l' impossibilità di rapportarti serenamente con il dato di fatto che l' impianto idraulico di questo palazzo è costruito in modo tale che quando l'inquilino del piano di sopra tira lo scarico del wc, tutta la sua roba - ridotta a una melma purtrida dal malefico Sanitrit - passa nel tubo del nostro lavello della cucina, e metti caso ci sia un'ostruzione momentanea dei tubi, metti caso la valvola di non ritorno abbia smesso la sua funzione, per l'appunto, di non-ritorno (perché è così che ti chiami, maledetta valvola, vedi di non scordartelo di nuovo), metti pure caso che la guarnizione che teneva insieme i tubi sotto il lavello si sia usurata, metti caso succeda tutto questo, e tutto questo succeda ovviamente nello stesso istante in una congiuntura astrale tanto sfavorevole quanto rara, ti ritrovi la cucina inondata di quella roba di cui sopra e a sentirti la protagonista di una scena tagliata di Trainspotting perché troppo splatter persino per Danny Boyle. Ed in quel caso lì, mentre sguazzi con le ciabattine rosa in quella melma fetida, bè, direi che un uomo forse ti manca. Lì sì, per quanto il tempo men-free ti abbia un po' trasformata in una sorta di MacGyver con le tette, avverti la mancanza di un individuo che, alla assoluta e incontrovertibile figaggine, congiunga anche la capacità di comprendere l'intima psicologia degli apparecchi domestici.
E allora che fai? Andare ad abbordare uno per strada solo per chiedergli, al risveglio, di dare un'occhiata al forno, è uno sbattimento eccessivo, considerato che poi almeno un caffè glielo dovrai offrire e già starai stanca dalle acrobazie notturne; il fidanzato della Coinquilina Numero Uno è colto da repentina demenza e saltella felice nel letame come un bambino nelle pozzanghere senza rendersi di nessun aiuto, e l'Afflitta porta in casa solo uomini con seri problemi di tossicodipendenza (nel senso che non sanno più da che sostanza tossica dipendere) i quali si intrippano a sentire l'odore del gas proveniente dalla caldaia.
Quindi digiti istericamente il numero del Pronto Intervento Donne Single, ossia il tuo idraulico tutto fare di Wolverhampton (se non so' inglesi non li volemo), che guarda caso risponde al nome archetipico di Adam, il quale ti risponde al cellulare mentre guida sulla Spilamberto-Vignola e ti dice con accento angloemiliano che in meno di un'ora è lì da te, che è tutto ok - non è colpa tua - tu hai fatto il possibile e che vedrai che si metterà tutto per il meglio, devi solo dare tempo al tempo, prometto che ti starò vicino, insomma ti dice quelle cose che forse spettava dire a tuo padre o al tuo fidanzato molto tempo prima e la cui mancanza ha animato per mesi le conversazioni pomeridiane con il tuo psicanalista. E poi finalmente questo novello Adamo arriva, tu nel frattempo ti ingegni per guadare la palude Stigia nella tua cucina e gli prepari il pranzo, lui sistema quello che deve sistemare, disinfetta tutto, si disinfetta a sua volta e poi si siede e pranza. Due frasi sullo stato dei tubi e poi si sta muti. Fino alla fine del pranzo. Senza sforzo ti fa capire che per te gli equilibri che deve avere la tua relazione ideale sono sorprendentemente tradizionalisti: spetta ad Eva fare i danni e ad Adamo faticare per ripararli. Un retaggio della tua unica lezione di catechismo.

Ieri sera ho deciso di preparare la cena di benvenuto per la nuova coinquilina. Il menu, della serie "nun semo vegani", consisteva in: tagliatelle alla bolognese, polpette, gateau di patate e soufflè al cioccolato. Tutto vero, non sto cercando di convicervi che sono una donna da sposare, voglio solo rendere nota al mondo la mia abilità nel preparare meravigliose polpette (wonderful meatballs, merveilleuses boulettes, maravillosas albondigas, wunderbares klopses, pur'pett tropp bell - non si sa mai da dove potrebbe leggermi il mio futuro marito). Ad ogni modo, dicevamo.
La nuova coinquilina, che chiameremo L'Afflitta, viene ad aggiungersi allo zoccolo duro di Via Broccaindosso - io e D., la mia amica e sodale (un po' sul modello Berlusconi/Dell'Utri, per intenderci) - e segue, in ordine cronologico, alla Bestia Immonda che con la sua negatività perenne riusciva a fiaccare anche gli spiriti più entusiasti - e alla Vegana Integralista, che pretendeva che in casa non si usassero tampax o assorbenti normali ma straccetti rigorosamente in lino e fibre naturali da lavare con saponi non inquinanti. Perciò, sostituire cotante figure con qualcuno di altrettanto problematico non era un'impresa semplice: per giorni abbiamo aperto la nostra casa a orde barbariche di ragazze carine - troppo carine, meglio di no, sennò passiamo la vita a rosicare - , spiritose - ma che, vuole andare a Zelig? lasciamo perdere, va' -, ordinate - no dai, poi c'ammorba con la storia della precisione -, grintose - ci serve qualcuno di gestibile, questa vuole comandare -, serene - no, poi ci viene l'angoscia se questa sorride sempre. Alla fine abbiamo decretato all'unanimità che la nostra nuova coinquilina sarebbe stata lei. La ventisettenne Afflitta. Ovviamente non avevamo tenuto in considerazione il fatto che una delle caratteristiche principali della sottoscritta è una certa dannosa empatia, che mi porta a percepire e a condividere gli stati d'animo altrui in maniera piuttosto intensa - il che è un bene se vivi con un'allegrona, una male se vivi con l'Afflitta.
L'Afflitta è grigia, depressa, fanatica religiosa - ha un enorme rosario al collo e ieri mi ha detto che il Signore mi ha "male illuminata", perché le mie azioni "non sono volte al bene ma al piacere personale" (e dici niente!) -, piange sempre, non si schioda mai dal suo pc prima delle 4 di notte, sembra interessata solo a ripetere in loop le sue catastrofiche vicende amorose e si aggira silenziosa per la casa con la sua vestaglia da camera rosa. Rararamente ha degli accessi di riso isterico alle mie battute.
Quando ieri le ho chiesto se aveva voglia di cenare con noi per festeggiare il suo arrivo in casa, mi ha risposto con occhio liquido "certo, con gioia". Ora, detta da lei, la parola "gioia"assume nuovi e inquietanti significati che non vorrei mai esplorare, ad ogni modo ha accettato e abbiamo cenato senza particolari intoppi; solo una volta ha fatto cenno alle sue ferite psicologiche ma è stata repentinamente messa a tacere da una polpetta.
Il che ci riporta al punto di partenza, la polpetta, nonché al titolo di questo post. La polpetta è multifunzione: attira gli uomini perché sa di cucina della mamma, se debitamente avvelenata vi libera da cani che abbaiano nel cuore della notte e mette a tacere donne logorroiche. Praticamente è una panacea.
Martha Stewart sarebbe fiera di me.

Via Broccaindosso è una di quelle strade che, col loro misto di degrado (90%) e poesia (10%), ti impongono di rivedere il tuo concetto di decenza, mettendoti in contatto con un'umanità che definirei eufemisticamente come variopinta e boccaccesca (leggi, gente lercia e di malaffare). Più che una strada, via Broccaindosso è una canzone di Guccini: ci trovi la mentalità da osteria e balera fusa con quella del kebab e degli internet point pakistani - sempre vuoti, perché bisogna ostentare la loro natura di coperture per chissà quali traffici -, i gatti sui tetti rossi, l'orgoglio per i portici, entità metafisiche che ognuno cura e gestisce da sè come un'edicola sacra, e che d'inverno offrono lo spettacolo sempre appagante delle sciurette in ballerine che planano come delle novelle Kostner andandosi a sfracellare sul marmo ghiacciato, come per l'appunto è solita fare la nostra cara Carolina. Questa è la strada in cui Carducci ha scritto Pianto Antico, nelle cui osterie Guccini, Dalla e Bersani vengono a mangiare, in cui Andrea Pazienza vagava negli anni della contestazione giovanile, e a me piace immaginarlo parlare a Pier Vittorio Tondelli e Freak Antoni di un'idea che gli è venuta per un personaggio, un cattivo di nome Zanardi, uno con un senso di vuoto e inutilità che a un certo punto decide di far del male alla gente per divertirsi. La strada in cui incontro un giorno sì e uno pure Patrizio Roversi (che culo), e ancora più spesso maledico i padroni dei cani, che mi hanno rovinato decine di paia di scarpe. E' il posto in cui devi andare se vuoi una bicicletta usata: per 15 euro te la rubano sotto gli occhi, salvo poi rubartela di nuovo il giorno dopo per non contribuire alla stagnazione dell'economia. Via Broccaindosso, fino a qualche tempo fa, non aveva nemmeno i lampioni, perché nessuno voleva vedere ciò che vi si svolgeva di sera; poi ce li hanno messi, ed è stato tutto un brulicare come fanno le formiche quando si disperdono: sono rimasti solo il marchettaro mio dirimpettaio, la vecchia battona sfatta che abita accanto al mio portone in una stanza con saracinesca che fa tanto amsterdam, che vaga per la strada in ciabatte e cucina pesce ad ogni ora per i suoi gatti, e la donna che abita al piano sopra, un noto puttanone scatenato, che oggi mentre parlava al cellulare nel vano scala, ho sentito dire candidamente "eh no, mi spiace, le parti intime non le lecco. ci eravamo accordati solo per i piedi. piedi e scarpe". Francamente lì per lì non ho visto la poesia in tutto questo.

A dire il vero nemmeno ora.
E adesso? Non ancora. E ora? No.
Forse dopo una botte di Lambrusco e una dose endovena di tagliatelle.

P.S. pochi minuti fa un uomo vestito con lingerie da donna (bustino nero con nastri di raso fuxia) si è affacciato dalla finestra di fronte. Ho pensato a Princesa di De Andrè, e ho ripristinato il giusto equilibrio poesia/degrado, che ieri con quella frase il putanùn aveva allegramente mandato all'aria.

17.5.08

0 matrimoni e un funerale (il mio)

Posted by SunOfYork |

"marry me!"
Never saw him again
www.smithmag.net/sixwords

Sì sì va bene ve lo consento, mammolette appassite che non siete altro, i bambini biondini in foto sono carini piccini tenerini con tanti cuoricini sulle i .
Io però non mi voglio sposare.
Nelle mie fantasie di bambina (quelle di due anni fa, per intenderci), mi immaginavo sempre seduta dietro una scrivania di cristallo a risolvere faccende di rilevanza mondiale (tipo chattare con i fighi di meetic o scrivere questo blog). Al massimo del mio romanticismo, mi sono vista sempre nello stesso luogo, però, ehm, sulla scrivania, impegnata, doppio ehm, in altro tipo di attività. Dalla qual cosa ho dedotto che evidentemente ho poca fantasia sugli scenari, e che non so cosa farci se sono una donna low cost, esatto, sono come Ryanair, no thrills, ma sono funzionale, e chi mi ama mi segua: insieme può darsi che andremo lontano (a Canicattì), se il motore non ci molla. Forse.
Insomma, nella mia palla magica non ho mai visto niente che includesse confetti, pizzi, bomboniere, veli, una giarrettiera blu, il colore bianco e una lunga passeggiate lungo una navata centrale di una chiesa al braccio del mi babbo.

Perché dico questo. Sono tornata per un simpatico weekend a casa dei miei, ossia quella che un tempo fu la casa dei miei e ora è la casa dei miei, dei miei nonni, dei miei zii, dei miei cugini, e di tutto quell'universo roboante e folle che è questa famiglia, che un bel giorno ha deciso di abbandonare le proprie case e fondare una comune sessantottina, dandomi materiale sufficiente per almeno 3-4 romanzi dello spessore dei Buddenbrook (e mai libro fu più azzeccato) e anni e anni di felice dipendenza da Xanax. Ovviamente appena arrivata, mi è venuta una febbre da cavallo - dopo 3 influenze dal 1° gennaio 2008, una bronchite asmatica e vari altri guai, mi serviva proprio per affrontare meglio la prova costume. Ora una bella intossicazione alimentare e siamo a posto.
Comunque in pieno delirio da febbre, ho espresso il desiderio di ritornare, in un futuro non imminente, a vivere a Bari, e di andare a convivere in una casa di famiglia.
Mio padre, entusiasta, ha iniziato a progettare il lavoro di restauro delle volte della casa, illustrandomi quali siano i legni migliori per il parquet e le modalità di posa - perché secondo lui me lo poserò io con le mie mani - e arrivando ad andare in pellegrinaggio all'ikea per aggiornarsi sulle nuove tendenze in fatto di case piccole e intricate come cubi di Rubik: devo ammettere che a parte il fatto che per un po' ho avuto il tremendo sospetto che lo stessero facendo per il timore che, tornata a bari, volessi riprendere possesso della mia camera in una casa che ora come ora è sovraffollata, tutto è filato liscio.
Senonché il cortocircuito è stato innescato proprio dalla enorme popolosità di questa casa. Mentre io spiravo nel mio letto e già mi apprestavo a regalarvi una nuova sindone, l'idea della convivenza dev'essere serpeggiata tra i vari piani, a mo' di gioco del telefono senza fili, distorcendosi di bocca in bocca. Il che ha portato oggi al mio capezzale una giovane zia urlante "auguri auguri ho saputo CHE TI SPOSI". Immaginatevi la mia faccia, un altro po' e svenivo dalla sorpresa. Comunque, nonostante la febbre incessante e le tonsille purulente, ho deciso di fare la mia rettifica, pertanto ho richiamato tutta la famiglia in modo che ogni singolo componente uscisse dal proprio appartamento nella tromba delle scale, mi sono sporta dal pianerottolo della mansarda dove attualmente sono confinata, e in tutto il mio splendore -pigiama a righe, ciabatte, cleenex e capelli sconvolti inclusi- ho esordito con tono fermo da Palazzo Venezia:
"carissimi, io non ho intenzione di sposarmi".
coro dei parenti: "ooooooooh"
"ve ne sarà dato annuncio a tempo debito, per ora si è trattato solo di un tragico malinteso".
Poi: "in realtà vorrei convivere".
Nessuno sente l'ultima frase. La mia longeva nonna, detta anche Highlander, 300 piani più sotto: "ecc, u sapev, am'a fa u scandal ind o' paes a tutt cost" [ecco, lo sapevo, doveva a tutti i costi creare scandalo nel paese].

Anni e anni di millantata sordità.
Avessi parlato prima di convivenza, ci saremmo risparmiati i soldi dell'Amplifon.

Follia. Follia con retrogusto di sensi di colpa e contorno di non detto.
Nella mia vita i momenti di maggiore alienazione si sono sempre svolti in macchina con la mia famiglia.
Pensate a quattro individui adulti e vaccinati, con il proprio bagaglio personale di piccole frustrazioni e rancori taciuti, chiusi in una Y10 scassata. Se poi la Y10 in questione si trova nel traffico della tangenziale di bari congestionata per la pioggia, il potenziale distruttivo è all' incirca quello sviluppatosi a Nagasaki.
Ce ne andiamo bel belli verso l'Ikea in cerca di un po' di sana obnubilazione, ignari della reazione a catena che si sta per innescare. Lo schema è sempre lo stesso: padre che inveisce contro il motorino che lo costringe a inchiodare, madre in recrimination mode che inveisce contro il padre che guida in modo nervoso dandole la nausea, ma non sa se è la sua guida o se è lui, figlia numero 1 che inveisce contro la madre che non fa altro che criticare il di lei padre e le ha trasmesso un senso della relazione di coppia precario anzichenò, figlia numero 2 che inveisce contro la figlia numero 1 perché non si deve immischiare degli affari dei genitori e perché è una stronza saccente. Nelle retrovie già ci si azzuffa. Madre che parte col suo anatema preferito: se non mi fossi sposata, adesso avrei tre grossi problemi in meno. Sarei una donna felice e riuscita. Maledetto il giorno.E punta il dito al cielo stile Fra' Cristoforo.
Poi il silenzio, la solita mazzata dietro la nuca. La Y10 che non è più una macchina ma una cassaforte di nevrosi su quattro ruote. Figlia numero 1 che inizia a canticchiare una nota canzone.
All' improvviso tutti cantano, nessuna tragedia all'orizzonte.

P.S. Il tronista di Maria De Filippi, Giuseppe, ha appena detto "ti amo" e regalato un solitario delle dimensioni di casa mia alla sarda Serena. Lo voglio vedere tra qualche annetto in una Y10.

Da generazioni la mia famiglia si fonda su un rigoroso razionalismo gobettiano. Nonni agnostici, genitori atei, zii anticlericali convinti, nipoti scomunicati. Ciò ovviamente non ci impedisce di scimmiottare le tradizioni cattoliche non appena ci si presenta l'occasione, per svariati motivi: il 90% della famiglia (dati alla mano) ritiene che il cenone faccia "famiglia vera", l'8% pensa che sia bene salvaguardare le tradizioni, anche le più paradossali, il 2% (l'alcolizzata di mia nonna e io) perché è l'unica situazione in cui si beve il Brunello di Montalcino anziché lo scarsissimo Tavernello.
Nella fattispecie, nei confronti del natale ci approcciamo con la stessa curiosità mista a stupore con cui Bronislaw Malinowski probabilmente si avvicinò alle tradizioni degli abitanti delle Trobriand, con un atteggiamento, insomma, di osservazione partecipante. Come dire: già che ci siamo, gozzovigliamo. Abbiamo il presepe ma il bambinello è nato settimane fa; facciamo il cenone, ma mangiamo sushi; a mezzanotte cantiamo "Tu scendi dalle stelle" ma ne improvvisiamo il testo perché siamo troppo ubriachi per ricordarcelo; mio nonno, prima di iniziare la cena, recita una preghiera ispirata alla tecnica del flusso di coscienza (o all'alcolismo più spinto, una dei due), in cui lui, superuomo nietszchiano, inizia col benedirci tutti e quasi sempre finisce con un'invettiva contro Berlusconi. Ordunque dicevamo. La preghiera.
Prima della preghiera, la zia rincoglionita novantenne si alza a sedere (cosa che ci stupisce enormemente, visto che sta sulla sedia a rotelle per tutto il resto dell'anno) e dice : "prima della preghiera voglio dire una cosa". Poi si volta verso di me e mi guarda.
Silenzio.
Silenzio.
Il silenzio inizia a diventare talmente lungo che sulla nuca mi spuntano muschi e licheni. Tanto meglio, saprò dov'è il nord quando cercherò di fuggire verso il polo, e qualcosa mi dice che questo avverrà presto, troppo presto.
"Allora, SunOfYork, questo fidanzato quando te lo sposi?"
Se fossi un'altra, le farei venire un ictus rispondendole "il 24 maggio 2019", tanto tirerà le cuoia prima (credo, anche se la longevità delle donne della mia famiglia è proverbiale).
Ma non sono un'altra e non me la sento di rischiare la figuraccia - il 2019 in effetti è piuttosto vicino - inoltre conosco a memoria le regole del gioco, per cui replico: "ma perché sempre a me? chiedetelo a lei!" e indico mia cugina di quattro anni.
La vecchia rinco punta l'indice verso il cielo e scaglia il suo anatema: "sicuramente si sbrigherà prima di te". Dopodiché ritorna a sbavare sulla sedia a rotelle.
In tutto questo cirque du soleil, mio padre (dando delle gomitate nelle costole a mia madre): "ma chi è quella?".
"come chi è quella, è nostra figlia".
Mio padre: "ah, quella che sta a bologna?" - "Sì" - "Dovrebbe smettere di leggere Gertrude Stein". Ovviamente mio padre non legge il mio blog, e non sa che non sono lesbica.
Se dovesse passare da queste parti, provo a metterlo per iscritto.
Sono etero, solo non ho (ancora) un marito.
Come dire, quaesivi sed non inveni, illum vocavi et non respondit mihi, solo in un'ottica vagamente differente.
Appurata la mia identità sessuale, l'onore della famigghia salvo è.

Man:"I'm having spam, spam, spam, spam, spam, spam, baked beans, spam, spam, and spam!"
Cafe Worker:"Baked beans are off!"
Man: "Can I have spam instead?"

Sissignore, che mi si creda o meno, oggi è un buon giorno. Il mio sonno non è stato funestato dall'amplesso furioso e quotidiano dei russi del piano di sopra (ma sarà normale spaccare i piatti durante il sesso?), ho preparato il thè senza ustionarmi e ho fatto colazione in silenzio davanti al pc - attività che amo sopra ogni cosa - ricevendo solo email estremamente gradite e nemmeno una di spam. Non sono incazzata, cosa strana per una che si incazza anche solo per non aver vinto i soldi del lotto sebbene non abbia mai giocato al lotto, a Bologna non c'è un filo di nebbia, sui tetti rossi che vedo dalla mia finestra ci sono tre gatti e il sole è blu*, tra dieci minuti esatti uscirò per andare a prendere l'eurostar che mi porterà a casa per natale e lì rivedrò la persona con cui vado più d'accordo al mondo da 4 anni a questa parte, ossia la mia omonima cugina Sun of York jr. Che guarda caso ha 4 anni.
Sono pronta a scommettere che anche il treno sarà puntuale.

Azz, adesso mi sa che l'ho sparata grossa.
*ovviamente ero sotto l'effetto dell'LSD
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Breve aggiornamento delle h.19.00.
Sono arrivata con un'ora di ritardo. A Bologna un'orda barbarica si è fatta largo negli scompartimenti minacciando il capotreno con dei forconi all'urlo aux armes citoyennes. Il riscaldamento era rotto e a un certo punto verso Ancona sono spuntati i pinguini che non è che si stanno estinguendo, semplicemente stanno migrando verso zone più fredde dell'alaska, cioè le vetture di trenitalia. Per riscaldarci abbiamo dovuto riprodurre la scena della natività. Io - ovviamente - ho fatto la vergine maria.
Nani malefici e urlanti si sono impossessati dei corridoi con macchinine telecomandate e mostri di ogni genere, qualcuno aveva persino portato conigli e altri animali per rendere il viaggio più divertente. Il momento di spannung lo abbiamo avuto quando il coniglio è scappato dalla gabbietta, infilandosi sotto le crinoline inamidate di una vecchia milanese con la puzza sotto il naso. Pensando a quel povero coniglio, ho sogghignato diabolica.
In tutto ciò, l'ectoplasma seduto di fronte a me, mi ha lanciato occhiate languide per tutto il tempo, confermando la tesi secondo cui il mio target sono i camionisti, i seminaristi e i nerd. Ecco un mirabile escerto tratto dalla conversazione tra me e questo fulgido esponente della seconda categoria.

Nerd: ciao, sono Daniele, sei molto affascinante.
SoY (leggendo un libro con l'ipod nelle orecchie): ...
Nerd: sono rimasto incantato vedendo con quanta passione leggi. Sei anche una scrittrice?
SoY (grugnendo): no.
Nerd: "Ognuno sta solo" (il titolo del libro che leggevo) è un verso...eh...di Ungaretti?
SoY: QUA-SI-MO-DO.
Nerd (mortificato): ah, ma allora lo vedi che sei un'esperta di letteratura, che cosa fai nella vita? dai che ti ho sentita parlare prima al cellulare...
SoY: redattrice. casa. editrice. stop. basta. muori.
Nerd: uuuuuh aaaaaah ma braaaaaaaaava. TI VA DI ANALIZZARE CON ME DEI PASSI DELLA BIBBIA?
SoY: no grazie, sono l'anticristo.

Appena i camionisti scioperano, giuro che mi piazzo al casello della Salerno-Reggio Calabria e spopolo.

Cari tutti, l'argomento che affronteremo oggi è quanto mai delicato in quanto solleva tutta una serie di annose questioni mai risolte come perchè il maschio ama rotolarsi nel suo stesso sudiciume?quanto è utopistico pensare che un giorno smetterà di gettare la biancheria sporca per terra e di lasciare i cassetti aperti? Com'è possibile diminuire in modo massiccio il quantitativo di entropia dell'universo? Dovrò studiare la termodinamica?, e soprattutto l'angoscioso interrogativo: perchè proprio a me?
La vexata quaestio si dipana attorno a due poli : la di lei capacità di abnegazione e la di lui inettitudine di rendere la propria dimora qualcosa di meglio di un lurido letamaio. Lo so che è difficile per voi, ma vi prego di fare uno sforzo mentale e di seguirmi: questi due poli - direttamente proporzionali nella fase dei cippicippibaubau, ossia il primo anno della relazione - diventano di botto inversamente proporzionali allo scattare del 12° mese, per cui dalla fase in cui voi (noi) fate finta di non badare al casino disumano celandovi dietro a idee balorde del tipo ma lui è un intellettuale, non può badare a queste cose, deve vivere nel suo disordine creativo per poter scrivere/dipingere/comporre, capite che sono tutte cazzate e vi state solo illudendo che lui sia un artista quando invece è un maiale nato cresciuto e pasciuto che vi sta portando via la vita. Inforcate allora una scopa gigante, vi mettete in assetto da jihad e bonificate le valli di comacchio che per l'occasione si sono trasferite nella vostra stamberga, maledicendo la di lui tenera nutrice (ricordarsi sempre di dare la colpa alle suocere, mi raccomando, o non siete vere donne) per non avergli insegnato a stare al mondo a suon di schicchere dietro le orecchie, rendendo il sangue del suo sangue un vitellone ultratrentenne che passa la giornata sbriciolando le pringles per terra mentre voi vi consolate pensando sadicamente a quando avrete un figlio maschio tale e quale al vostro amato e vostra nuora vi maledirà tra una ramazzata e l'altra, ma non saranno più fatti vostri, eh no!, perchè ormai glielo avete sbolognato quel bellimbusto del vostro figlioletto e chi s'è visto s'è visto.
Detto questo, per quanto riguarda la domanda perchè proprio a me?, consolatevi. Giunta nella stanza in foto udii proferire la frase "ho messo in ordine per te" con una tale dolcezza che quasi quasi non feci caso a nulla, ma ho comunque voluto immortalare il momento a imperitura memoria e per inviare al CICAP* una testimonianza della presenze sovrannaturali in questo luogo. Perchè non può essere stato un essere umano.

*Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale


Oggi, venerdì 17 , ho chiamato i pompieri.
Si era di rientro da un' allegra uscita mattutina, io e altri tre fortunati ospiti della mia dacia tra cui uno dei maggiori estimatori del mio blog - giusto per significarvi di quali intellettuali ami circondarmi - , quando, appropinquatici al portone, ci rendemmo conto di aver preso il mazzo sbagliato di chiavi.
Senza tirarla per le lunghe, siccome in pratica, abito in un palazzo che pare Alcatraz, per entrare occorre superare svariate barriere. Riusciamo a superare brillantemente la prima citofonando a casaccio a tutto il palazzo, la seconda chiamando la badante polacca della vegliarda del terzo piano, la terza grazie a l'unica chiave funzionante del mazzo. Resta la porta blindatissima per entrare in casa.
Chiamiamo tutti i numeri gratuiti che conosciamo, passando per il Telefono Viola contro gli abusi psichiatrici e la Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli), ci accorgiamo che i pompieri sono al 115. Semba fatta ma. Ci chiedono 150 euro perchè non abbiamo nè un anziano paraplegico in casa, nè un'emergenza tipo gas aperto e manco un animale da salvare, no no, niente di tutto ciò, siamo solo delle gran teste di cazzo e quindi dobbiamo pagare. Al che facciamo presente che al costo di 150 euro, non solo prendiamo atto del fatto di essere delle somme teste di cazzo ma impariamo pure a raggiungere il balcone al secondo piano volando, chè siamo tutti studenti (bugia) squattrinati (vero) e di pagare non se ne parla proprio. Impietositi dalla sceneggiata napoletana messa in atto da uno dei quattro per far sì che -testuali parole- lo identifichino con Totò e provino un moto di simpatia, decidono di venirci in aiuto, proponendo come pagamento quello che sarà il mio primogenito, cosa che io ovviamente accetto subito con urla di giubilo.
Ora, uno studio che mi sto inventando in questo momento a suffragio di non so manco io cosa, dice che se in una giornata qualcosa mi va molto storto, qualcos'altro mi deve andare molto bene per evitare che gli zebedei, girando all'impazzata, si surriscaldino eccessivamente, provocando l'ulteriore scioglimento delle calotte polari e altre robe così, ché poi moriamo tutti annegati e sembra the day after tomorrow.
Insomma, i pompieri arrivano, sono giovani, sudati e veramente boni come il pane. Provano la soluzione che più mette in mostra la loro potenza, cioè aprire la porta con i loro bicipiti scolpiti, le loro mani possenti, il loro sguardo ehm profondo, il loro torace su cui voluttuoso scivola un rivolo di sudore, e poi vabbè, perchè hanno studiato tutti filosofia e sanno che spesso la soluzione più semplice è quella valida, ad ogni modo non riescono ad aprire la porta. Quindi con i loro bicipiti scolpiti, le loro mani possenti, il loro sguardo ehm profondo, il loro torace su cui voluttuoso scivola un rivolo di sudore, pigliano 'na scala e dal terrazzo dell'appartamento accanto in cui abita una zitella che non finirà mai di ringraziarci per averle fatto entrare in casa siffatti adoni, si inerpicano agilmente fino al balcone dov'è stesa la mia biancheria intima. La finestra è aperta, perchè in effetti anche se noi non potevamo entrare, volevamo lasciare ai ladri la possibilità di farlo al posto nostro, tutto fila liscio come l'olio, il pompiere riesce ad entrare in casa senza problemi, gli regalo un paio di mutandine e vanno via sul loro furgone rosso fuoco senza chiedere nient'altro. Eroi.

No cari, non è il sibolo delle Brigate Rosse.

Volevo solo mostrarvi la complessa triangolazione messa a punto nella notte di ieri per ventilare la casa arroventata dai 46°C: ai vertici, come potete immaginare, i 5 ventilatori.

L'individuo A in basso a sinistra sono io che ne abbraccio voluttuosamente uno.
L'individuo C è la nonna ottantenne esperta di trigonometria che si è piazzata all'incrocio dei venti.
L'individuo B si è messo un po' in disparte sperando che la potenza delle pale del ventilatore formi una tromba d'aria tale da risucchiare la garrula madre.

(Tutto questo per non contribuire al global warming con i condizionatori)

2.4.07

3 mq bastano

Posted by SunOfYork |

Le case enormi sono terribilmente impersonali.

Di solito quando le case sono troppo grandi perdono la qualità di "casa" e acquistano quella di "aeroporto", lasciando una spiacevole impressione di precarietà: le porte si aprono e si chiudono, le persone si incrociano nei corridoi, delle parole non resta che qualche vaga ego nei vanoscala.
Io voglio un posto raccolto, in modo che per comunicare i miei pensieri sia sufficiente sussurrarli e non dover sempre stare lì a urlarli in faccia a qualcuno; in modo che le emozioni rimbalzino come palline da tennis tra le quattro pareti e non vadano disperse.
Mi piacerebbe poi avere sempre tutto sottomano -libri, film, cd, giochi, cuscini, coperte, telefono, cibo, fogli e penne- così di volta in volta posso trasformare il mio spazio vitale in letto, ludoteca, cinema, biblioteca, ristorante.
Alla mia capacità di essere felice non si addicono gli spazi sterminati; nel tempo è diventata qualcosa di estremamente più concentrato e coriaceo per preservarsi da attacchi esterni: concorderai con me che una casa sull'albero a questo punto è proprio l'ideale per evitare seccature esterne.
La mia casa la voglio piccola, così che si riscaldi prima e che il solo gesto di far spazio per qualcun'altro basti a dire tutto, e le parole diventino convenevoli inutili.
Vado all'Ikea e vedo se ce l'hanno, sennò pure una cuccia va bene. Così risparmio sul condono.

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