Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Per darvi l'idea di cosa sia stato il nostro ponte del primo novembre, dico solo che per scrivere il presente post, ho dovuto rimandare la stesura di un altro intitolato Il Cottolengo, che seguirà nell'arco delle prossime ore.
Dunque, se c'è una cosa che mi ha insegnato quest'anno di maternità, è a non essere schizzinosa. Lasciamo perdere le pratiche disgustose legate ai figli, intendo proprio a non far la difficile per quello che riguarda me stessa: basta ore davanti allo specchio, fine delle paranoie se non ho i capelli in ordine, se i vestiti non sono ben abbinati amen, insomma non che io sia mai stata una fighetta, ma ammetto che questa cosa dell'essere più sciolti mi piace parecchio e in un certo senso ha dato spazio al mio lato fricchettone e anticonformista messo a tacere da anni di aperitivi in centro e frequentazioni di presentazioni letterarie. Insomma, la maternità ti toglie gli orpelli in più: avete presente Michelangelo quando diceva che per fare una statua da un blocco di marmo gli bastava togliere il soverchio e sotto c'era già la forma nella sua essenza che premeva per essere liberata? Ecco, una specie. Voglio dire, quando sono venuta ad abitare nella estrema periferia sud di Bologna, in un quartiere di anziani e famiglie pieno di parchi e di poco altro, e magari prendevo l'autobus dal centro per venire qui, ero sempre sconvolta da come mutassero le facce sull'autobus man mano che ci allontanavamo dalle porte del centro storico. Ai giovani trendy si sostituivano le madri di ritorno dal lavoro, stanche struccate reali, poi gli extracomunitari con i figli piccoli, poi le signore anziane coi loro carrellini della spesa, e poi scendevano pure loro e rimanevamo solo io e l'autista a chiederci entrambi cosa cavolo ci facessi io lì. Ecco, ora diciamo pure che le signore anziane coi carrellini della spesa sono più trendy di me e il problema di non sentirmi più a mio agio non è più così tanto pressante. E questa tendenza la ritrovo pure nella mia percezione degli apprezzamenti da parte del sesso maschile. Oh, non che capitino tutti i giorni eh, è che nell'ultima settimana sarà che ho perso sei chili grazie a una gastroenterite che avrebbe cappottato un toro, sarà il volto emaciato da eroina romantica, ne ho subìti - e già il fatto che dica subìti la dice lunga - più d'uno. Ecco, il fatto è che nel pre-Agata, questo tipo di apprezzamenti mi avrebbero distrutto l'ego, che ve devo dì, in fatto di uomini c'ho sempre avuto il palato fino, dovreste vedere quant'è bello il mio consorte pure quando ha trentanove di febbre ed è avvinghiato alla tazza del wc in preda alla stessa gastroenterite che ha distrutto pure me. Cioè, insomma, nel pre-Agata lo standard maschile era decisamente più elevato. Adesso questo snobismo verso l'altro sesso non esiste più: i complimenti sono sempre ben accetti e fanno sempre un gran bene all'ego. Dico solo che negli ultimi  giorni ho ricevuto apprezzamenti da: 1. l'infermiere nano del triage che mi ha vista in preda a un attacco d'orticaria l'altro ieri e non ha notato la fede al dito, 2. oggi dal sudamericano cinquantenne viveur con la coda (cioè, vi rendete conto? LA CODA DI CAVALLO) del piano di sotto che è entrato con me  tenendomi aperto il portone perché avevo le buste, mi ha fatto cenno di precederlo su per le scale e mi ha fissato il culo per due piani, e poi poco prima di arrivare a casa sua, ha fatto un bel fischio di apprezzamento. 3. il vecchietto di Up che in strada mi ha vista col passeggino e, dopo essersi complimentato con mia figlia, si è curvato un po', mi ha fissato le tette da dietro gli occhiali e mi ha detto, bè d'altra parte con una mamma così beato tuo marito, e poi ha scatarrato per terra,
Insomma gente, son cose belle che t'aumentano l'autostima. Adesso scusatemi ma vi devo lasciare ché sono pronta a conquistare il reparto geriatrico del Sant'Orsola.

19.4.12

sinistri

Non so se l'avevo detto in passato, comunque circa un anno fa ero in Liguria e ho avuto un piccolo sinistro stradale. Niente di troppo grave: un tipo col macchinone non mi ha vista e mi è passato sul piede, schiacciandomi dio solo sa che cosa e regalandomi danni che permangono tutt'ora, da una caviglia più gonfia dell'altra a una ridotta mobilità e un po' di indolenzimento fino a una presupposta lesione dei legamenti. Ovviamente è partita la solita storia infinita di avvocati, assicurazioni e medici legali, che ora sta finalmente volgendo al termine. Dunque, siccome la gravidanza non bastava a procurarmi esami del sangue, visite mediche, ecografie, ravanamenti vari e una serie pressoché inestinguibile di spese, ci si è messa di mezzo pure la perizia del medico legale di parte, incaricato di relazionare sui danni arrecati alla sottoscritta. La cosa è andata più o meno così: il medico legge i referti di pronto soccorso, radiologo, specialista, ecc. Copiaincolla il tutto in un modulo preformato aggiungendo i miei dati personali. Mi misura la caviglia più gonfia con un metro da sarta e constata che oggettivamente c'è un danno. E poi inizia il bello.
Medico: "per la perizia fanno 250 euro".
Io (non ho ancora ben realizzato cosa sta succedendo): "e la perizia quand'è?"
Medico: "la perizia è questa. Non si immaginava il costo?"
Io (sinceramente sconcertata): "no, mi creda, non potevo proprio immaginarlo".
Medico: "bè, sa, noi sulla fattura ci paghiamo l'iva"
(ma va? te l'ho anche detto, sono una libera professionista anche io,  so che sulle fatture si versa l'iva, è che per una roba durata 5 minuti netti credevo non si spendesse più di 100 euro, ad essere pessimisti).
Io: (ormai ho perso ogni grazia di dio, dignità, sono nel panico più totale e non me ne frega più un cazzo di chi ho davanti, potrebbe esserci un galeotto, mandela, madre teresa di calcutta, potrebbero amputarmi la caviglia, non me ne sbatte niente, voglio solo piangere e imprecare e poi essere stroncata da un embolo) "capisco, il problema è che non ho sufficienti contanti con me, mi lasci chiamare un attimo il mio compagno".
Chiamo Paperoga -che nel frattempo si sta facendo esplodere la vescica- e scandendo ad alta voce davanti al medico gli chiedo "senti, c'hai 100 euro?"
Paperoga: "no, perché?"
Io (allibita e nevrotica): "no perché qua la perizia costa 250 euro e io con me ne ho 150"
(che diamine pensava, che me li volessi fumare insieme al medico legale?)

Comunque. Viene fuori che sotto c'è un bancomat. "Torno subito, mi scusi". Mi affretto giù per le scale, pestando i piedi come un'indemoniata, livida in volto e sacramentando come uno scaricatore di porto (l'immagine standard della donna incinta, insomma): non risparmio nessuno, i santi, l'avvocato, quello che mi ha schiacciato i legamenti. Non sono manco più una donna, a quel punto, ma un coacervo di rabbia inespressa, quando, alla girata delle scale, incrocio un condomino del palazzo dove il medico legale ha il suo esosissimo studio. Mi ricompongo, gli sorrido e gli dico "buonasera", ma è inutile: mi ha sentito gastemare da tre piani e si paralizza terrorizzato, guardandomi come si guarda qualcuno affetto da sindrome bipolare. Lo supero incurante, esco dal palazzo, vorrei schiaffeggiare Paperoga se non fosse che vedo che anche lui è terrorizzato e mi freno, vado al bancomat e prelevo i fottuti 100 euro che mi mancavano. Premetto che altri 150 ne avevo prelevati prima di andare dal medico, e avevo avuto dal bancomat 5 banconote da 20 euro e 5 da 10. La faccio breve: il bancomat mi dà altre 10 banconote da 10 euro. Non so se ridere o piangere, quindi appallottolo ben bene i soldi e li schiaffo a forza nel portafogli come la nevrotica che sono, ritorno dal medico, provo a contarli ma il nervoso per quelle 250 piccole ingiustizie da un euro subite, mi fa tremare le mani, quindi glieli allungo sulla scrivania: è un malloppone enorme di banconote manco fossi un benzinaio, ma me ne fotto.
"Dottoressa, se li conti lei che è meglio".
Lei conta, son giusti.

Torno giù come una furia e trovo un Paperoga sempre più preoccupato per la mia salute mentale. In macchina non riesco a non pensare che con quei soldi, altroché sdraietta per the baby ci compravamo. Gli compravamo un seggiolone stokke coi controcazzi, e invece cazzi e basta.
Poi penso che comunque è un lavoro anche quello del medico che mi ha visitata, è il suo lavoro e io devo rispettarlo, e magari non è che ogni giorno in 5 minuti si fotta 250 euro. Magari siamo simili, due liberi professionisti che devono versare l'iva e fare fattura per il loro onesto lavoro. Mi aggrappo a questo pensiero, ho bisogno di crederci.
Prendo in mano la fattura. E' la numero 120. Mi faccio due conti, io sono più o meno alla 15 da inizio 2012, e non è che le mie abbiano un importo esorbitante. No, direi proprio che non siamo simili.
Ma a quel punto ormai sia io che Paperoga siamo in preda a una risata isterica al pensiero di me che lancio i soldi appallottolati sulla scrivania del medico e poi fuggo, e la risata dura più o meno da Reggio a Bologna, e passa tutto.
(e soprattutto l'assicurazione rimborsa anche la fattura del medico legale, sennò col cacchio che passava tutto).

Apri gli occhi in una mansarda assolata alle 7.20, resti qualche minuto a goderti il cotone fresco delle lenzuola e il silenzio che entra dalle grandi finestre spalancate. Ti crogioli ancora qualche minuto al pensiero dell'ennesima giornata di mare cristallino e chiacchiere amichevoli sotto il sole a picco.
Poi finalmente ti alzi. Ti sciacqui la faccia con l'acqua fresca, ti sollevi i capelli, ti rassetti la lunga camicia da notte bianca e, scalza e in punta di piedi come quando da bambina rubavi qualche biscotto dalla dispensa, vai in cucina. Ti versi un bicchiere di spremuta d'arancia nella cucina vuota, poi pensi che sarebbe bello sorseggiarlo sul balcone.
E così è. Dalla grande portafinestra si intravede qualche sprazzo di verde e il mare scintillare in lontanza. Col sorriso sulle labbra e il bicchiere in mano ti avvicini alla ringhiera, sentendoti l'eroina romantica di chissà quale famoso telefilm, che ha vinto le sue nevrosi e finalmente, dopo tanti drammi e fatiche, guarda al futuro radioso che ha davanti a sè nel patio della sua casa agli Hamptons. 
Sì, è proprio l'alba di un nuovo giorno. L'inizio di un'altra vita, un momento di rivoluzione in cui tutto refluisce, e io lo vivo in un sospiro, arrotolandomi su un dito una ciocca di capelli sfuggita e godendomi una meravigliosa spremuta e la barbarica baldanza delle enormi piante di basilico accanto a me.
Ma soprattutto ricacciando, per quanto mi è possibile, la spiacevole sensazione di freddo umido sotto il piede sinistro, che ho posato come un'idiota sul vomito del gatto.

Ci cadrete anche voi, immagino, nella tentazione di ritenere settembre un nuovo inizio, come (e forse più) di gennaio e di costruirvi una lista di buoni propositi da mettere in atto al rientro nella vita quotidiana dopo la parentesi delle ferie.
L'anno scorso avevo solo un desiderio, che il tempo passasse.
Il tempo è passato, ma io sono esattamente dov'ero un anno fa.
All'incertezza, allo sconforto, alla rabbia di allora, si è però aggiunta quella che potrebbe essere la svista più grande della mia vita. La rinuncia peggiore che io potessi fare: la rinuncia al sentirmi amata, e alla parte vitale, infuocata, emotiva e  fragile che -mio malgrado- posseggo anch'io. E il bello è che forse me ne sono accorta troppo tardi.
Capirete bene che per sopravvivere a questa inarrestabile slavina di eventi, bisogna aver ben saldi in testa dei cazzutissimi Buoni Propositi Per Settembre, e io ce li ho:
dare una svolta alla mia vita,
non negarmi la possibilità di essere felice,
riconoscere e saper cogliere le occasioni che la vita mi porge (sempre copiose, eh).
E vi dico di più, non solo ho dei propositi, so anche come realizzarli in una volta sola: acquistando su Groupon -quando dicevo le occasioni della vita- un pacchetto da millemila sedute per l'epilazione definitiva.
Se non è una svolta questa, signori miei, dopo un'estate passata a combattere contro i miei peli sentendomi una sorta di Don Chisciotte contro i mulini a vento, allora ditemi voi.


mail da sunofyork al papà di sunofyork nel giorno della sua cena di pensionamento contentente discorso esplicitamente richiesto dal genitore impacciato con le parole:

"Vi chiedo solo qualche istante per dirvi che è un sincero piacere avervi qui a festeggiare quello che per me è un traguardo importante nella mia vita professionale e personale.
Sono stati anni di lavoro intenso e talvolta faticoso, ma anche profondamente soddisfacente: buona parte delle gioie ricevute nell'arco della mia carriera, sono dovute alle persone con cui mi sono trovato a lavorare.
Sto parlando di tutti voi, che ricorderò sempre con affetto perché negli anni siete stati molto più che semplici colleghi, siete stati uomini e donne con cui ho condiviso la mia vita, proprio come dentro allo scompartimento di uno di quei treni che abbiam fatto circolare, con la differenza che ora è venuto per me il momento di scendere.
Vi ringrazio per quello che avete rappresentato in questi anni, vi auguro di proseguire al meglio la vostra vita professionale e personale così come l'ho vissuta io, e ricordate che il papà di sunofyork scende dal treno ma non è mica arrivato al capolinea!
Un brindisi e un arrivederci a tutti voi
  
(mi raccomando papà non ti commuovere!)
Sunofyork "

E va bene, papà, ti commuoverai lo stesso. E pure a me, a distanza di 600 km, a pensarti lì in piedi davanti a 50 persone che leggi da un foglietto mentre tenti di seguire i consigli che ti ho dato per sostenere la voce, viene una po' da piangere.
Pensa che ci son volute due teste per scrivere questo breve discorso, la mia, e quella di uno scrittore vero, l'unico che potesse aggiungere a queste parole il tocco di grazia che avevo immaginato per te.
Ah, e poi se ti vien da piangere, pensa alla liquidazione.

Sul nuovo numero di Wu Magazine si parla dell'uomo traditore.
Ma è solo perché io son donna e per solidarietà di genere non parlo delle donne che tradiscono, perché invece l'argomento, si sa, è orizzontale a sessi, età, orientamenti sessuali.
Io ho tradito e son stata tradita.
Non è stato bello, in nessuno dei casi.
Tanto vale riderci su

(chi volesse esprimere la sua esperienza qui sotto, prego, si faccia avanti senza remore, siam qui per questo!)

E va bene, io finalmente ho capito una cosa. Resistere. Bisogna che io tenga duro fino al 30 novembre, che vinca questa gara di resistenza con me stessa, ché è così tragicomico quante scadenze lavorative, consegne improrogabili, ricorrenze, appuntamenti con la storia familiare, aerei, telefonate cruciali, mani da stringere e accordi da prendere, moduli da inviare via fax o portare brevi manu, preventivi da richiedere, testi da mandare in stampa, mail cruciali, risposte da fornire, il caso abbia deciso di affastellare in una sola data, peraltro così vicina, ché quasi quasi mi vien da sperare che per me le vacanze di Natale quest'anno inizino il 30 novembre, o il mio universo, così come lo conosco, imploderà.
Son stanca già di prima mattina, e la sera non ne parliamo, son stanca anche di dire che son stanca alla Debs che è anche lei tanto stanca, e quindi parliamo del nostro sogno comune: poterci permettere un massaggiatore che, incluso nel prezzo, ci rimbocchi le coperte e ci sussurri nell'orecchio "andrà tutto bene, sei stata brava" mentre scivoliamo nel sonno.
Insomma, volevo dire una cosa: questo è un periodo così pieno e faticoso che da queste parti si è dovuto operare dei tagli importanti su frizzi e lazzi e anche la sola idea di dovermi depilare per darmi un minimo sindacale di decenza potenzialmente mi devasta.
Che si fa in questi casi: si opta per il buio totale, ci si tiene ben stretti i vestiti e si propone di passare il weekend davanti ai meravigliosi programmi di Real Time (qualora non ci siano partite, accordato), si fa appello alla propria dialettica per convincere l'uomo che l'amore significa prendere il pacchetto completo (peli inclusi), si tirano fuori posizioni da femminista incallita, si vince la stanchezza e ci si impegna nell'eterna lotta con la depilazione, si fa finta di niente e nel momento in cui lui nota qualcosa si dice "oops un peletto" sbattendo le ciglia o si ubriaca l'uomo a mazzate di superalcolico?

Ieri sera, spaparanzata sulla Poang, parlavo al telefono con l'amico K. Tra lamentele (sue), ansie (mie) risate scomposte e dubbi amletici (di entrambi), ho chiuso il telefono alleggerita.
Il perché, col mio solito acume, l'ho capito solo stamattina e ha dato una risposta a quella strana sensazione che serpeggiava da mesi: sebbene a distanza, l'amico K. e io stiamo facendo due percorsi paralleli - per la prima volta vogliamo provare a dare una sistemata alla nostra vita, tipo quando si fanno le pulizie di primavera e si ordinano gli scaffali per colore, e si butta via il vecchio o l'usurato.
Non che dare una sistemata alla propria vita sia di per sé un evento epocale su cui scrivere chissà che post, (molto di più lo sarebbero le pulizie di primavera), ma è come se entrambi avessimo avuto nel medesimo periodo la percezione che sia giunto il momento di fare le cose per bene -ché ormai non è più tempo di sputtanarsi l'esistenza- e che anzi sia necessario dare una risposta a interrogativi del tutto pragmatici e quotidiani come voglio che il mio futuro sia in questa città o voglio far qualcosa per spostarmi? riesco ancora ad essere coerente con ciò che sono o sono sceso a orribili compromessi? troverò il tempo di ultimare il cambio di stagione? è questo il lavoro che voglio fare per il resto della mia vita? sentimentalmente avrò fatto le scelte giuste o meglio porre rimedio prima di (inserisci attività a scelta che ti lega tanto a una persona)? sto numerando per bene le fatture e ho conti in sospeso?

Ovvio che tutta questa serie di interrogativi è come una coperta troppo corta che ti lascia perennemente i piedi scoperti e intirizziti mentre fai per coprirti l'orecchio. Non fai a tempo a sistemare un aspetto della tua vita che subito un altro implode.
Ovvio anche che, messi sotto pressione da tutti questi quesiti e dall'idea dell'età che incombe, c'è un'altissima possibilità che io e l'amico K. si operi metodicamente tutte le scelte sbagliate.
Come capita a volte, al mare, quando tra una bracciata e l'altra ti metti a riflettere sulla respirazione, ti confondi, annaspi e tiri su una boccata d'acqua salata che ti fa tossire. Eppure nuotare, sai nuotare, e le scelte le hai sempre fatte senza accorgertene.
Amico K., tiriamo la monetina?


Ma sono l'unica che ogni santa volta che riempie i campi email e password per effettuare un qualche login, e poi spunta la casella Ricordati di me, in testa canta Ricordati di me (questa sera che non hai da fare) e poi si mette a ridere da sola?

Sono solo le 9.54 e mi è capitato già un paio di volte sul sito del dizionario Garzanti.

Ovviamente l'increscioso episodio è seguito sempre dalla stessa doppietta: brivido lungo la schiena per l'untuosa viscidezza di Venditti e la constatazione di quanto sia diventata nerd.
Insomma, ci son voluti ventotto anni, ma ce l'ho fatta.
Festeggerò con una partita a Bubble.

(ah ah ah, mi derido da sola, ma giuro che quando ho scritto che avrei chiuso questo blog, ci credevo sul serio. Almeno per i primi 15 minuti. Poi il tempo passa, il tempo passa, il tempo passa, e pure velocemente e questa ve la devo proprio raccontare)

Bene, visto che a sminuire tutto son brava, diciamo che sto passando un periodo un po' difficile. Tra picchi di euforia e baratri emozionali, ho deciso di fare le cose che normalmente mi fanno star bene: prendermi cura di me stessa (farmi una doccia, ché non si è mica fighette qui) e sistemare la casa, ché quando il disordine interiore regna sovrano, quella di dare una parvenza d'ordine a ciò che mi circonda diventa un imperativo assoluto.
Ecco come sono andate le cose nel solo pomeriggio di ieri e nei 2 mq del microscopico bagno di casa mia.
Prima però un piccolo prologo - chi mi conosce, sa che qualche problemino coi bagni ce l'ho, a partire da quando -a causa di una fatale ingenuità del legittimo proprietario di casa, che in un impeto ecologista decise di raccogliere gli oli esausti derivanti da una frittura di panzerotti in un flacone di detersivo per i pavimenti, e ovviamente, di riporre tale flacone tra gli altri detersivi- decisi di aiutare il poveretto, immerso nell'affanoso compito delle pulizie, lavandogli alla perfezione il pavimento del bagno con quella miscela untuosa (cosa che probabilmente verrà rimproverata alla sottoscritta per i secoli a venire) e pensando anche "ah però, che strano odore ha questo nuovo detersivo". Quanto al mio bagno, chi legge questo blog forse ricorda che abito in un palazzo nel centro storico e sa anche che casa mia, per quanto deliziosa e naif, è messa male per tutto quello che riguarda l'impianto idraulico, cosa che si ripercuote in tutta la sua nefasta problematicità soprattutto nel bagno. Un bagno minuscolo in cui, fino a qualche tempo fa, (poi ho risolto brillantemente col domopak) dovevi scappare alla velocità della luce se tiravi l'acqua dello sciacquone, perché dalla cassetta in alto pioveva a catinelle, in cui sono successi episodi degni del miglior genere splatter, in cui si rompe ogni giorno qualcosa, in cui lo specchio è piazzato così in basso che se voglio truccarmi devo mettermi in ginocchio ecc.
Comunque. Ora funzionava (più o meno) tutto. Son lì che spignatto come una dannata in attesa che si palesi per cena l'amico Fascinoso Scrittore, per poi andare a sentire Dalla e De Gregori in serata, ed ecco che parte la serie di sfighe.
Faccio per scolare il riso (l'insalata di riso preparavo, manco un piatto da grande chef) ma mi dimentico dell'utilità delle presine nel sollevare le pentole. Afferro quindi i manici a mani nude, ustionandomele entrambe di brutto ma fortunatamente senza rovesciarmi tutto addosso, il riso però si riversa interamente nel lavandino. Sempre a mani nude e ormai ridotte a plastilina, tolgo il riso a manate per non intasare lo scarico e lo getto nel bidone dell'umido, dopodiché, incazzata nera per la stupidaggine commessa, prendo a calci il suddetto bidone, che -guarda un po'- si ribalta in cucina. Siamo già al delirio. Raccolgo alla meglio e mi impongo di calmarmi.
Prendo i miei fighissimi shampoo, balsamo e maschera per capelli di Provost (scusate, faccio pubblicità, ma mi hanno cambiato la vita, e solo una donna sa che soddisfazione sia trovare i prodotti per capelli che fanno proprio al caso tuo), mi strappo i vestiti e, nuda, mi dirigo come una furia verso il bagno. Nel farlo, passo davanti alle finestre del soggiorno, con somma gioia del mio vecchio dirimpettaio, ma vabè.
Arrivo in doccia, apro l'acqua, tiepidina, perfetta. Mi ci fiondo. Tempo tre secondi la fottutissima acqua per qualche fottutissimo motivo è gelida e non accenna a scaldarsi. Grondante, e dando voce alle peggiori bestemmie baresi che mi vengono in mente, vado a controllare la caldaia (in cucina). Mi accorgo di aver spostato la leva con una manata, nella rabbia. La risollevo e sto già crepando di freddo. Corro di nuovo in doccia. L'acqua finalmente è perfetta, passano 5, 10 minuti, metto balsamo, maschera, mi insapono trecento volte, faccio uno scrub. Poi noto un particolare inquietante. Ho i piedi immersi nell'acqua, che sta strabordando. Lo scarico è andato e il bagno è completamente allagato. Esco dalla doccia per rimediare, scivolo ma riesco a non cadere reggendomi al cerchio del water. Risultato: divelto anche quello, oltre al mio equilibrio psichico. Vi giuro, forse qualcuno molto crudele riderebbe all'immagine di me, ancora insaponata, che ramazzo il bagno con guanti e stivali da pioggia, io semplicemente sono scoppiata a piangere. Poi mi son fatta forza, ho asciugato il pavimento ripetendomi il mantra "peggio di così, che cosa può succedere". Forte di questa convinzione (e del pavimento lucidato a specchio), decido di capire il motivo di tale ingorgo.
Una piccola precisazione: ci sono solo due cose al mondo che mi fanno veramente schifo - la pasta cotta, quando rimane a lungo nel lavello e diventa bianchiccia e molle, e i capelli negli scarichi. Ovviamente, nel caso della doccia, era improbabile che l'otturazione fosse dovuta a dei fusilli (almeno spero), quindi giro la testa dall'altra parte e con in mano praticamente un intero rotolo di cartigienica, faccio per rimuovere i capelli. Poi, fatalmente, mi volto a guardare se li ho tolti tutti Insomma, la faccio breve, vomito, e non centro nemmeno il water, vomito sul pavimento appena tirato a lucido. A quel punto, in quella situazione lì, non puoi far altro che ridere.
E infatti rido, rido, rido fino allo sfinimento.
Poi mi alzo, rilavo tutto, e decido di riaprire questo blog, ché se son sopravvissuta a un pomeriggio così, sopravvivo a tutto. E niente, c'è chi si risolleva grazie a tramonti mozzafiato, a canzoni dal testo profondo, ad improvvise accensioni poetiche che riempiono tutto di senso.
Io ho avuto un'epifania nel cesso di casa mia.
(che fa pure rima)

P.S. Grazie, a tutti. Inutile aggiungere altro.

La vita o è davvero ironica o davvero crudele.
Io di solito propendo per la prima opzione, per il gusto scenico di una scrollata di spalle seguita a ruota da un sorriso, per quanto amaro. Per la risata da avanspettacolo figlia dell'osservazione dell'assurdo e dell'incomprensibile.
Poi ci sono i giorni che fai fatica a prenderla con ironia.
Tipo quando è ferragosto, piove e non ti vien facile sorridere, e i cespugli di mirto, le dune, il cappello di paglia, il sole a picco, gli arcade fire a far da colonna sonora ai chilometri macinati tra saline e uliveti in compagnia di persone speciali, l'acqua cobalto e certi sguardi cristallini dei giorni precedenti non bastano a non farti sentire piccola e nera.
E così si conclude il messaggio positivo di ferragosto 2010.

Una volta ero a casa di un tipo che all'epoca mi piaceva abbastanza: mi ero fatta la doccia, la ceretta, la manicure, sistemata i capelli, messa un vestito fintamente semplice che in realtà mi era costato un capitale, scolata una boccetta intera di rescue remedy, ed ero giunta sorridente e un po' narcotizzata a casa sua. Lui aveva fatto il suo: aveva apparecchiato (+1 punto), cucinato da dio (+10 punti) e stappato una bottiglia di vino (+100 punti) -a suo dire- pregiatissimo -a mio dire- assolutamente inferiore a qualsiasi vino rosso meridionale. Figo era figo oltre misura (+1000 punti) e per giunta dotato di eloquio piacevole. Alla fine della cena, mi chiese se avessi voglia di vedere un film, e là già, cari miei, la sottoscritta prese a fare 2+2 (film, buio, vicinanza sul divano) e a gongolare, immaginate la scena quando mi propose di vedere un film horror: una roba che gli occhi iniziarono a rotearmi tipo slot machine per poi fermarsi quando entrambi erano due cuoricini rosso fuoco. Nella mia testa, quella tra film horror (il film, per l'appunto era "Non aprite quella porta"), una giovane fanciulla in fiore terrorizzata, che sul divano sussurra con un filo di voce dammi la mano ti prego ho paura, l'istinto di protezione del maschio italiano, la discreta quantità di alcol, e una copula infuocata e di lunga durata, era un'equazione certa.
Quello, invece, voleva proprio vedersi il film, era regredito all'età infantile e mi terrorizzava facendo "bu" negli attimi di silenzio, strizzandomi il braccio nei momenti clou e non faceva che accrescere il mio terrore con frasi ipnotiche tipo "non immagini ora che succede", "mamma mia guarda che bello, quanto sangue", faceva tutto, insomma, fuorché tentare un approccio. Ma insomma, il punto è un altro: lui non ci provava, e io mi misi a pensare al mio atteggiamento di fronte alle mie paure partendo dall'assunto che i ragazzi del film, tutto sommato si meritano ciò che capita loro. Perché, dico io, se uno vi dice "non aprite quella porta", ma perché diavolo dovete aprirla per forza? Ma che siamo matti? Se vi si dà un consiglio, magari un motivo c'è, forse non immaginate quali orrori si nascondano lì dietro, però capite che qualcosa di strano ci dev'essere, sennò cosa pensate che sia, una battuta "Non aprite quella porta"? Che dietro ci sia un clown col fiore che spruzza l'acqua? No, perché se lo pensate, allora siete dei deficienti e chi se ne frega se vi appendono a un gancio. Se invece lo fate per sprezzo del pericolo, allora siete deficienti uguale e vale quanto detto prima.
Io, ad esempio, sono una persona estremamente paurosa e pessimista. Non trovo gli orecchini di perla? Li ha rubati un ladro che proprio nel momento in cui li cerco nel portagioie è alle mie spalle pronto ad accopparmi con un cric. Mi gira la testa? E' un ictus ed è questione di istanti prima che tutto diventi nero. Vengono ad avvertirci che c'è una lieve fuga di gas nel palazzo e che dobbiamo scendere in strada? La salvezza è impossibile: nel vicolo si aprirà una faglia di sant'andreas, le fragili fondamenta seicentesche di casa si accartocceranno su se stesse e inghiottiranno tutti noi illusi che pensavamo di rifugiarci in strada. Sto dormendo e sento degli scricchiolii? Sicuramente è un serial killer che calpesta il parquet del soggiorno e tra qualche attimo varcherà con un coltellaccio da macellaio la soglia della mia stanza.
A tutto ciò come reagisco? Non reagisco. Non faccio assolutamente niente. Cioè, la teoria è più o meno questa: c'è una fuga di gas? se non c'è possibilità di salvezza (nella mia testa la salvezza è una possibilità inesistente), preferisco farmi brillare con la mia casa, che non abbandonerei per nulla al mondo come il capitano di una nave. Sei un ladro, vuoi i miei orecchini di perle o il mio portatile? E chi sono io per intralciarti? Mi allontano dal portagioie senza guardarmi indietro e mi chiudo in camera così puoi far per bene razzia, non ti guardo nemmeno in faccia così i carabinieri non mi possono chiedere di fare un identikit e tu sei tranquillo, e magari mi risparmi anche la parte della colluttazione in cui va a finire che mi ammazzi.
Sei un serial killer, sei venuto qui per spedirmi dritta al creatore? Va bene, fa' come vuoi, però non rompermi le palle, io dal letto non mi alzo, figuriamoci se apro la porta giusto per fare la gag della fanciulla che vede in faccia la morte e lancia un urlo stridulo che squarcia la notte. E poi faccio un piacere anche a te, caro il mio serial killer, ché magari se mi vedi in piedi di notte col mascara colato fino al mento e i capelli dritti in testa, ti spaventi pure e poi la notte dopo dormi male, quindi meglio se non faccio niente.
Per qualcuno è pura e semplice pigrizia, per me è astuzia.
E infatti, tutti i serial killer e i ladri d'appartamento che negli anni sono entrati in casa mia, (la teoria che il legno scricchioli da solo di notte non mi ha mai convinta) non mi hanno mai nemmeno sfiorata, un po' perché non mi hanno vista, mimetizzata com'ero sotto il piumone, un po' perché hanno evidentemente riconosciuto e apprezzato la mia cortesia nel non aprire quella porta per non intralciare il loro lavoro.

Poi, finito il flusso di pensieri, era finito anche il film. E allora l'ho tentato io l'approccio, ché non si è mica pigre da queste parti.
Per fortuna lui non era particolarmente pauroso.

Bob Brezsny, brutto stronzo di un astrologo crudele che hai fatto penare noi del Cancro per un intero semestre con oroscopi che oscillavano in maniera shopenaueriana tra il dolore e la noia, oggi ti dico: che Dio ti benedica! Stamattina, in una pausa tra la traduzione di un testo privo di alcuno spessore culturale (come dice sempre mio padre, è rincuorante sapere che, pur nella assoluta diversità, tutti i libri che traduco siano accomunati da qualcosa, da un labile eppur onnipresente fil rouge, dato per l'appunto dalla totale assenza di spessore culturale) e la ricerca compulsiva di immagini che ritraessero Louis Garrel nudo, ho letto religiosamente l'0roscopo di Internazionale di questa settimana, sia quello del mio segno, sia quello dei segni delle persone da cui dipende la piega che prenderà questa mia esistenza (efferatissima serial killer o serena quasi-trentenne dalle fulgide aspirazioni), e finalmente pare che tutto ritorni all'uno.
Chi c'ha messo un po' a capire delle cose, le capirà, chi aveva fretta che qualcuno capisse delle cose, imparerà a godersi il tragitto senza guardare sempre la fottuta meta, quelli del segno dell'amico K., di mio padre e del mio adorato commercialista Rollone, inizieranno a godersi la vita, la Debs, il fascinoso scrittore e la mia amata sorella minore smetteranno finalmente di fare i timidi e metteranno in risalto le loro qualità, i miei occhi di cancerina testimonieranno un'esplosione di grazia, probabilmente quella di chi sboccerà davanti ai miei occhi e mi lascerà a bocca aperta.
E qui, a proposito di cose che sbocciano davanti ai miei occhi, è partita tutta un serie di collegamenti razionali solo nel mondo di piccole follie quotidiane della sottoscritta, ma che mi hanno portata a concludere che Brezsny deve avere ragione perché tutt'a un tratto apro Youtube e tra i video consigliati c'è Un'altra vita di Paolo Conte, da cui la citazione del titolo di questo post, il poeta della nostra casa editrice è saltato fuori con una splendida poesia che parla di una piantina, e soprattutto, contravvenenedo alla legge non scritta che mi vuole la Charles Manson delle piantine, il basilico che avevo seminato poche settimane fa, sta venendo su bene, e, visto il mio pollice nero, non può che trattarsi di un'epifania, di un simbolico correlativo oggettivo di qualcosa che mi deve far sperare per il futuro, di un segno, proprio il segno che cercavo e non trovavo e poi ho smesso di cercare ed eccolo lì.
Pertanto io lo riempio ogni giorno di cure e piccole attenzioni come fosse un'edicola sacra di Barivecchia, e lui mi ricambia sprigionando dal davanzale un profumo di cose genuine miste a felicità, infatti, come vedete, la coccinella sorride mentre di solito si vuole suicidare.
E insomma, mentre si scopre che è bello credere in qualcosa, è l'otto luglio e tutto va bene.

Nessuno si azzardi a dire niente sul fatto che ho sul tavolo su cui lavoro, accanto alle pagine da tradurre, tre bottiglie di vino e una tazza da latte, o me ne fotto di Brezsny e gli lacero la giugulare a morsi.


Sun: sto cercando dei lavoretti per arrotondare, tipo, ora sto valutando uno in cui si richiede una donna che abbia voglia di calpestare la faccia a uno, cioè, il mio sogno...
Amico K.: non ti è bastato calpestare la mia dignità per sei anni?
Sun: quale dignità, scusa?
Amico K.: giuro che ce l'avevo
Sun: in sei anni non l'ho notata, soccia che sbadata
Amico K.: eri troppo impegnata a sbavare dietro a XX.
Sun: dai, quante storie per una cottarella... smettila o mi vien voglia di farci un post e ho da lavorare.
Amico K.: "cottarella" durata sei anni. e comunque non dire cavolate, dirmi cattiverie non è un lavoro.
Sun: ah no? ma se ho aperto la partita IVA a posta!
Amico K.: quindi ora sulla tua carta di identità alla voce "professione" hanno finalmente scritto "demoralizzatrice"?

Ma che disastro io mi maledico, ho scelto te -un ex- per amico.

Il problema, a volte, è che vuoi una cosa, e la vuoi fortissimamente, con tutta la disperazione di un adolescente e insieme l'ottusità di un adulto che non sa quando fermarsi. E allora ti ostini come se non avere quella cosa lì ti sottragga senso all'esistenza. E ci pensi, e pensi a come sarà bello quando l'avrai nella tua vita, e il solo pensiero di come sarà ti fa affrontare a testa alta gli sforzi necessari per averla e la frustrazione del non poterla avere hic et nunc, lo stesso hic et nunc che non stai vivendo perché inebriato da quella prospettiva di futuro che ti sei costruito in testa.
Io volevo una gonna a ruota.
Anzi, io non volevo una gonna a ruota - io volevo l'archetipo di gonna a ruota. Ne avevo parlato più o meno con tutti, sapevo esattamente come sarebbe dovuta essere: fondo nero, con dei fiori stilizzati solo su un lato, in basso, sui toni del cipria e del pesco, qualcosa insomma che sapesse di cineserie e primavera.
L'avevo mai vista questa gonna? No, avevo fatto tutto nella mia testa, come nella migliore tradizione femminile - e allora? E allora sapevo che c'era e l'avrei trovata. L'avrei indossata con delle ballerine nere e una magliettina nera con scollo a barca. La mia convinzione sul fatto che l'avrei trovata e mi sarebbe stata a pennello era incrollabile e coesa come un monolite nella tempesta, o anche come una donna kamikaze che cerca senza sosta una gonna a ruota nera con dei fiori di pesco. L'avevo cercata per un po', e stavo quasi iniziando a credere che forse avrei dovuto ridimensionare le mie aspettative, ché una cosa così bella non poteva esistere davvero.
Non la faccio troppo lunga: dopo un po' di tempo l'ho trovata e mi stava a pennello. Quindi l'ho comprata.
Ho aspettato l'occasione per indossarla e l'ho indossata.
Sono uscita di casa camminando leggera, con le gambe nude e la brezza che giocava leggera con gli orli. Sono arrivata alla fermata dell'autobus.
Lì per un attimo ho pensato che ero felice di avere quella gonna.
Poi si è alzato un refolo infernale, e mi son trovata con la gonna che mi copriva la faccia come quando gli ombrelli si girano al contrario per il vento.
E allora mi son detta che forse avrei dovuto apprezzare di più il mio adorato paio di jeans, ché rimanere col sedere scoperto non piace a nessuno. La gonna non so se la metterò ancora, ma la delusione è stata grande.

Ah cari miei, se questo blog potesse parlare, direbbe che la sua proprietaria capisce giusto in queste ore, attraverso un'accuratissima parafrasi esperita direttamente sulla sua pellaccia dura, il significato profondo delle parole di T.S.Eliot, quando diceva che Aprile è il mese più crudele.
Bene, dunque, prendete tutte le nozioni di critica letteraria che vi hanno insegnato al liceo, prendete la teoria eliottiana del correlativo oggettivo, prendete gli apparati concettuali e le sovrastrutture che gli anni universitari e i vostri studi personali vi hanno inculcato, e buttateli via: quello che intendeva TiEs era: Aprile è un mese di merda.
Ora. Io ho sempre sostenuto che solo i depressi patologici non amino la primavera, che invece per me è la stagione più bella di tutte, perché l'aria profuma di lillà, i tetti rossi di bologna sono più rossi, il cielo è striato di bianco e un refolo impertinente ti sfiora leggero, mentre ti solleva la gonna lasciando scoperti i polpacci perfettamente depilati.
Poi, sono tornata indietro nel tempo, ho riguardato i miei post di aprile degli ultimi 3 anni. E c'ho trovato, à rebours, post molto emblematici del mio status:
-2009: Gli addetti alla fabbricazione del buon umore sono in cassa integrazione;
-2008: Momento di disperato ottimismo n.1
-2007: C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo
E insomma, ho tratto le mie conclusioni: o mi includo nell'insieme degli esseri umani patologicamente depressi che odiano la primavera, o mi includo nell'insieme degli esseri umani che a volte si sbagliano e dicono cazzate.
A spanne, opterei per la seconda: Aprile è un mese di merda, punto e basta, poi mi direte voi come siete messi a speranze primaverili, perché al momento la mia speranza è una sola: uscirne viva.
Ho intuito che qualcosa stava andando storto quando, nelle conversazioni con le mie amiche, (una in particolare, e lei sa chi è), la proposta di andare in una spa in Slovenia per un weekend alle terme tra sole donne, è diventata più di un semplice leit motiv: un vero e proprio intercalare la cui ricorrenza è direttamente proporzionale alle nostre piccole sciagure, a cui aggrappiamo le nostre speranze di sopravvivenza (ma anche di arrivare all'estate in forma dignitosa, che poi è uguale) e che arriva come una sorta di deus ex machina a darci sollievo da ogni nostro dramma.
Perché di drammi, grandi e piccoli, in questi giorni, ne vivo in quantità sufficiente a farmeli bastare per tutto l'anno.
Ma, c'è un ma: tra disillusione verso la mia forza, crisi lavorative, equlibri perduti, lontananze mal accette, rabbia che ti verrebbe davvero voglia di dare capate nel muro, ansie familiari e spossatezza generale, mi avanza tutto il resto, ed è tanto.
E sono le persone che nell'ultimo anno, senza che io me ne accorgessi, sono entrate nella mia vita e hanno fatto la differenza, e sono oggi la mia fede e la mia salvezza. Non vi nomino tutti perché siete tanti, alcuni sono arrivati da pochissimo anche se sembra una vita, e vi so schivi.
Ma è grazie a voi, se quest'anno, Pasqua ha il senso di un inizio nuovo anche per me.

Al mondo, ci sono almeno due Massimo Vitali. Uno è un fotografo famoso con la fissa per le spiagge, l'altro è amico mio. Al mondo, però, di Massimo Vitali in grado di fare frittate che sembrano frisbee, di obbligarti a salire in moto, di sorridere contagioso, di entusiasmarsi per Fausto Leali, di minacciare uno striptease prima di cena e di scrivere libri come L'amore non si dice, ce n'è solo uno ed è il secondo, e questa blogger qui, oggi, è un po' commossa all'idea di essere stata presente alla gestazione di questo libro.
L'amore non si dice, in uscita oggi per Fernandel, con prefazione di Alessandro Bergonzoni e postfazione di Grazia Verasani, è una raccolta di lettere d'amore che non parlano d'amore, perché Teresa, la donna a cui sono indirizzate, stufa di tanta melassa e dotata di un cuore di pietra, ha chiesto al mittente di parlarle di tutto, fuorché d'amore.
E quindi il povero Edoardo si ingegna come può, mette su un epistolario in absentia, accetta il silenzio di lei, e le scrive di ricette, di alberi, del lavoro, di Dio e persino di Elvis, pur di non dirle quelle due parole. Che però fanno capolino tra quelle carte da decifrare senza mai essere dichiarate, ora giocose e opalescenti come bolle di sapone, ora decisamente più malinconiche, quando il profilo dell'amata diventa labile e la mancanza si fa sentire.
Ma Edoardo non è uno che si scoraggia facilmente: come un Werther sgangherato, continua a scrivere le sue lettere una dopo l'altra, e a te non resta che biasimare Teresa per la sua scarsa lungimiranza e la sua incapacità di corrispondere sentimenti tanto delicati, mentre nel frattempo quelle parole che rimbalzano leggere contro un muro arrivano dritte dritte a sollevarti gli angoli del sorriso.
Un libro non dissimile dal suo autore, buffo e strampalato ma con una vena di sensibilità profonda, capace di regalarti una leggerezza sghemba che racconta di volumetti di Calvino, Queneau, Vian e Rodari recuperati in punta di piedi dalle mensole alte, di canzoni di Capossela e Conte e Dalla ascoltate sul divano, e che consiglierei a tutte le donne che non credono più al romanticismo maschile, ma anche a tutti gli uomini che non sanno trovare le parole giuste per conquistare una donna.
Basterà una di queste lettere a garantirvi il successo con la vostra lei.
(A patto che la vostra lei non sia Teresa.)

Allora, io ho capito una cosa: a un certo punto, nella vita adulta, è inutile che io neghi che nella mia persona c'è -perché c'è- un tasso variabile di pazzia e che questa variabile resti al di sotto dei livelli di guardia nella maggior parte dell'arco del mese, e che invece tenda a creare degli asintoti 1. nei giorni di sindrome premestruale o 2. nei momenti di maggiore stress psicoaffettivolavorativo (il che, a pensarci bene, nega quanto detto prima, essendo i momenti di maggiore stress psicoaffettivolavorativo una costante per almeno 25 giorni al mese - come può essere una costante un concetto non assoluto come "maggiore di"? Quello che è costante, è la certezza che ogni giorno sarà peggiore del primo, quanto a stress, non il tasso stesso di stress, cari gigioni miei), raggiungendo soglie ben oltre il catastrofico quanto i punti uno e due avvengono nello stesso istante.
Ora, l'unico modo per disinnescarmi, in quei momenti lì, è: o procurarmi molto dolore fisico (come ho fatto nello scorso weekend al concerto de Il teatro degli orrori con l'amico K. e la Divara -in questo senso 10 euro molto ben spesi- e gettandomi con quest'ultima in zona rossa tra omoni ubriachi che pogavano tutti sudati, assestandoti gomitate nelle costole, spintoni e quant'altro - quindi, cara Divara, ti ringrazio per aver condiviso con me quel momento catartico) oppure farmi piangere. Il bello è che l'unica che riesce a farmi piangere disperatamente (sì, ok, amico K., una volta ci sei riuscito anche tu mentre eravamo al ristorante cinese e mi hai detto che dopo le ultime relazioni, mi ero svalutata come donna, ma non conta, perché non avevi la consapevolezza dell'orrore di ciò che stavi dicendo) sono io stessa.
E quindi vi dico senza vergogna (sento già le sirene della neuro, non fa niente): ma lo fate anche voi il giochino di pensare a qualcosa che vi faccia piangere e addormentarvi per sfinimento col cuscino bagnato, la sera, quando siete a letto? E a cosa pensate?
Io ve lo racconto anche se so che c'è qualcuno che mi deriderà. Negli ultimi mesi ho un ricordo che mi strazia, soprattutto perché mentre sono sotto al piumone, al buio, caldo, lo associo a questa canzone, ed è questo ricordo:
Dicembre 2009 - visita natalizia all'Ikea con i miei cugini. Lui 6 anni, acuto, riflessivo (ascoltando il Claire de lune di Debussy, un paio d'anni fa, esclamò malinconico "ma perché le cose tristi sono anche le più belle?", togliendo ogni dubbio sull'appartenenza a un certo ramo depresso-contemplativo della mia famiglia), allo stesso tempo ironico, solitario, responsabile (pure troppo), lei 4, esplosiva, socievole, iperattiva, rumorosa, distratta (pure troppo). Lei corre allo Smaland, lui non ci vorrebbe andare ma non lo dice perché si vergogna della propria timidezza, quindi per un po' gironzola circospetto prima di entrare, poi un ultimo sguardo, ed entra. Alto e lungo come un fuso, con la pelle bianca, i capelli e gli occhi nerissimi. Sua sorella, biondina con la guance rubizze di Heidi, sta già prendendo a calci gli altri bambini e si esibisce in sgangheratissimi carpiati nelle palline di gommapiuma.
Ed è allora che lui si avvicina con gli occhi giganteschi e liquidi alla vetrata che divide la zona bambini dall'esterno. Per gioco, qualche giorno prima, gli abbiamo insegnato l'alfabeto muto e gli è piaciuto tantissimo, allora gli dico a gesti: torniamo tra mezz'ora, non piangere.
E lui da dentro ricaccia indietro le lacrime, e con le sue mani da pianista, velocissimo, ci dice: non ti preoccupare, non le faccio mettere la testa sotto le palline di gommapiuma.

Scusate, annego.
Io non lo so mica se ce la farò, senza psicofarmaci, a mandare i miei figli all'asilo.

Da qualche parte ho sentito che ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverlo. E io, cari miei, un problema bello grosso ce l'ho, e ho tutte le intenzioni di affrontarlo: trattasi dei miei pantaloni di flanella rosa a quadrettoni grigi.
Io per partito preso non ho mai usato i classici pigiami, e, credetemi, non perché dorma nuda con due gocce di Chanel n.5 dietro le orecchie, no, no, col cacchio, d'inverno dormo intabarrata in dei tutoni osceni raffiguranti cappuccetto rosso acquistati da mio padre con lo scopo preciso di rendermi inappetibile e antierotica persino per il più infoiato dei maschi, mentre d'estate sfoggio una mise ancora più deprimente composta da mutande e magliette lise di squadre di calcio sfigate (no, il Bari non è una squadra sfigata, inutile che lo scriviate nei commenti). Dunque, dicevo, non uso pigiami, e non perché l'essere seducente sia una mia istanza primaria, diciamo pure che me ne frego del tutto: se calcolate che fino a maggio dormo sepolta dal piumone da cui spunta solo un delicato piedino n.39 -per tutti gli uomini che hanno dormito, dormono e dormiranno con me: so che è un gesto carino e pieno d'affetto, ma non provate a ficcarmi il piede sotto il piumone perché lo uso come termostato in modo da regolare la temperatura corporea, e passi la prima volta che vi svegliate per andare in bagno, vedete la zampaccia che spunta, vi intenerite e me la coprite, passi la seconda, che ridacchiate, pensate che io sia una simpatica mattacchiona e me la coprite di nuovo, alla terza divento una bestia e vi ammazzo nel sonno. Se a questo aggiungete che porto dei calzettoni di lana fino al ginocchio che talvolta sono anche bucati, che tendo ad assumere nel letto la classica posizione "a quattro di bastoni" e che russo* -ebbene sì, càpita quando hai tonsillite cronicizzata, deviazione del setto, turbinati ingrossati e sospetti polipi nasali- capirete che non ho bisogno di sottovesti in chiffon nè per sentirmi donna (ne sono tristemente consapevole a prescindere) nè per sedurre un uomo (se ti vogliono, puoi metterti uno scafandro da palombaro, vai bene lo stesso).
Quindi qual è il mio problema con il pigiama? Il mio problema con il pigiama è più o meno quello che hanno i tossici con le droghe. Non lo posso usare troppo spesso perché mi proietta in una dimensione che amo sopra ogni cosa e da cui non vorrei mai uscire, cioè quella della sciattona malaticcia, e dal momento che le sciattone malatticce per definizione non sono produttive, mentre nella vita adulta ti è richiesto di produrre, so che se la mattina mi sveglio avendo il pigiama addosso le possibilità che io mi alzi dal letto e mi metta a lavorare sono pari a quelle che un uomo, dopo aver letto il capoverso precedente, mi inviti a uscire: nulle.
Cerco, quindi, di regolamentare l'uso del pigiama limitandolo ai pochi momenti della mia vita in cui non mi viene richiesto di produrre alcunché nè di rendermi presentabile per nessuno, vale a dire all'incirca una domenica al mese. E quindi in quell'occasione indosso i miei pantaloni di flanella e ciondolo per casa molle come un budino, sorseggio tisane rilassanti, faccio lunghissime colazioni con pane tostato e marmellata di more, provo tutti i tipi di cremine per le mani, mi faccio la ceretta ma solo a una gamba (con gli effetti devastanti che tutte potrete immaginare sulla sincronizzazione della ricrescita) perché poi mi annoio e mi appisolo sul divano con un plaid di pile, mi sveglio, mi faccio un caffè, leggo l'oroscopo di Breszny, maledico Brezsny, metto su Capossela, fisso le pareti. Poi, stanca non so neanche io di cosa, decido che ho bisogno di rilassarmi, quindi mi sdraio di nuovo sul divano e decido tutta contenta di vedere un film in streaming. Quale?
Oggi, domenica 21 Febbraio 2010, la scelta è sciaguratamente ricaduta su Baciami ancora di Muccino, e ancora mi girano per aver sprecato due ore dietro a una simile stronzata.

Ma se ne parlerà nel prossimo post. Ora vado a godermi l'ultima ora del mio privatissimo pigiama party.
[segue...]

*Mamma, papà, se mi leggete, state tranquilli. So che non volete che mi alieni nessun individuo di sesso maschile, ma fidatevi, qualche pazzo che sorvolerà su questo piccolo difettuccio prima o poi lo troviamo. Oppure potrei assordarlo con degli spilloni.

h. 1.40 Giornata pesante per tutti in via Broccaindosso.

D.: abbiamo del vino? Il mio ex sta per avere una figlia. Devo dimenticarmi del futuro.
E.: no, ma ammazziamoci di superalcolici. Il mio ex mi cerca ed è convinto che io lo ami ancora. Devo dimenticarmi del passato.
Sun.: passatemi una bottiglia di amaro. Devo dimenticarmi del presente.

Tempo mezz'ora, le riserve d'alcol sono esaurite.

Sun: ho la tachicardia, le labbra addormentate, i polpastrelli insensibili, dolore al petto, sudo freddo e voglio scappare e morirò di certo.
E.: ma no, sei presa male. Tranquilla.
D.: sei imbottita di valeriana, alcol e chissà che altro . Vatti a sdraiare che sembri Marilyn. Ho già fatto la stessa cosa decuplicando le quantità. Non morirai.
Sun (dal letto, già in posizione supina con le mani giunte sul petto): magari ho un colpo di fortuna, chi lo sa.
D. (al capezzale di Sun): Ho detto che non morirai.
E. (premurosa sull'uscio della camera): Ad ogni modo se muori, io ti piastro i capelli e ti trucco. Ti faccio figa.
Sun.: grazie tesoro. Se muoio, nell'armadio ho il tubino Balenciaga e le decolettè nere di vernice. Se riesci, recuperami un girocollo di perle. E niente occhiali, grazie.
D.: eh no! io stavo aspettando che schiattassi per rubarmi il tubino Balenciaga, così non vale!
Sun (alzandosi di scatto dal letto e spingendo D. fuori dalla stanza): col cazzo. Sto benissimo ora. Potete andare, care.

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