Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Questa settimana, cari miei, vi propongo un esperimento antropologico con tutti i crismi, di quelli che lèvate Durkheim, Weber e pure Lévi-Strauss.
Prendiamo una donna e mettiamola con un uomo (il suo) con un senso dell'umorismo anni '80 e una passione per i giochi di parole, in un monolocale (quello di lui) a partire da un giovedì fino a un martedì mattina.
Inseriamo un elemento esterno x che rende uno dei due fisicamente indisposto (questo è un elemento fondamentale per la nostra analisi).
In questo monolocale piazziamo due computer portatili, una connessione wifi e un lcd samsung con sky. Va sottolineato che la donna in questione, a casa propria non possiede un televisore ma che ha sviluppato, grazie all'uomo, una dipendenza da un canale (Real Time) che propone programmi da femmina come Cortesie per gli ospiti, Ma come ti vesti, Wedding Planners (Enzo io ti amo), Cake boss. Per tacere della di lei ossessione per Sex and the City, riproposto ad libitum da Fox. L'uomo, al contrario, ha una monomania per i Simpson.
Riepiloghiamo: un uomo, una donna prona alle dipendenze, astinenza coatta, isolamento, sky a dosi massicce e una serie infinita di mot d'esprit stile Drive in.
Giorno 1: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30mq.
Giorno 2: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky.
Giorno 3: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste.
Giorno 4: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste. (Ma non sarà il caso di lavorare un po' a questo fottuto dizionario di latino e riordinare compulsivamente la casa?)
Giorno 5:  oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste dopo aver lavorato un po' e riordinato compulsivamente la casa. (Ma sarà normale che lui abbia preso a chiamare lei "vecchia stronza" mentre con la mano afferra oggetti contundenti dalle mensole e se li schiatta con violenza sulla fronte?)
Lei invece ha un tic all'occhio, si dondola autisticamente, minaccia  l'uomo di morte se  lui fa battute/tenta di cambiare canale/ balla in maniera imbarazzante/ respira, e nel frattempo continua a canticchiare canzoni stile la bambina dell'Esorcista.
Sarà mica vero uno dei proverbi dell'amato nonno canterino: "uccello in gabbia, non canta per amore ma per rabbia"?
Ad occhio e croce azzardo un Giorno 6:
oh che bello sono io DA SOLA in 30 mq in pigiama a rincoglionirmi solo ed esclusivamente con Real Time, senza dovermi sorbire battutine su quanto sono snob i tipi di Cortesie per gli ospiti o su quanto è volgare Samantha (Dio mio, Samantha va amata, stop) di Sex and the City.

20.9.10

Wu Magazine - Settembre 2010

Posted by SunOfYork |

Il primo appuntamento non si scorda mai.
Nel bene e nel male.
Se ne parla qui, sull'uscita settembrina di Wu Magazine.

12.3.10

Baciami ancora

Posted by SunOfYork |

pensa a quando sarai un benpensante pantofolaro del cazzo

Ve la ricordate questa frase? La pronuncia uno dei quattro protagonisti de L'ultimo bacio per convincere Pier Francesco Favino che sta per sposarsi a fare bungee jumping.
Bene. Sono passati 10 anni. Favino è diventato proprio un benpensante pantofolaro del cazzo, l'unica cosa su cui nel film precedente ci avevano beccato, e gli altri sono una galleria di macchiette quaratenni in grado di chiarirti una volta per tutte il significato dell'espressione "persona triste": il
separato indeciso (Accorsi), l'ex galetto che vuole recuperare un rapporto con suo figlio -ma per me, con quei capelli lì, non si merita nulla- (Pasotti), il freakkettone troppo cresciuto (Cocci), il depresso depresso (Santamaria), l'isterica -e vabè, questo le vien bene, concediamoglielo- (Impacciatore) e la povera crista che si ripiglia l'ex marito nonostante tutto (la bellissima Puccini).
Ora, io avevo già trovato particolarmente irritante che qualcuno avesse la presunzione di poter rappresentare un'intera generazione, quella dei trentenni, dipingendoli come incostanti problematici, incapaci di gestire la responsabilità del futuro e di apprezzare le fortune che hanno (e vabbè, ok, magari ce n'è qualcuno così, ma attorno a me vedo solo trentenni che arrancano sotto il peso di un lavoro sfibrante e malpagato e che sognano una stabilità familiare che non si possono permettere. E poi, ammesso pure che ci fosse rimasto un solo trentenne buono al mondo, ma perché di grazia, caro Muccino, lo devi convincere che tanto i suoi coetanei sono tutti inaffidabili e che è normale scoparsi la diciottenne e poi tornare dalla fidanzata perfetta che ti ripiglia? Ma per carità di dio, ma se ero io la Mezzogiorno, ma col cazzo che me lo ripigliavo il fedifrago, se lo poteva tenere stretto quel crocifisso, la Martina Stella, io mi tenevo la figlia e me ne stavo a casa mia col mio lavoro in attesa che arrivasse uno leggermente meno testa di cazzo).
E vabbè, comunque avevano trent'anni, erano giovani, glielo concediamo.
Ma ora ce ne hanno quaranta e sono più infognati di prima. Cioè, roba che se uno vuole illudersi che magari se tiene duro fino ai 35, poi supera un
limes da cui non si può tornare indietro e raggiunge, che ne so, la pace dei sensi, non può. perché c'è Muccino a dire no-no. Questi sono più immaturi di prima, sempre così tanto sopra le righe da risultare inverosimili, una fa la commessa ed abita a Roma in un appartamento stratosferico tutto arredato Kartell, non fanno che sbraitare, baciarsi, piangere, che ti verrebbe da dire a Muccino, oh cocco, ma guarda che la vita non è mica questa! La gente può essere meglio di così! E niente, questi si fanno del male a vicenda, si dicono cose orribili, poi si guardano negli occhi e si baciano. Ma non è un pochino semplicistico?
E parte la canzone di Jovanotti, che è da quando iniziò a fare il romantico lagnoso con Bella che mi fa rimpiangere i tempi cazzeggioni di Gimme five (all right), e che non posso far a meno di immaginare come un enorme gigione che se ne va in giro in bici e che viene visto da tutti come lo scemo del villaggio mentre lui si sente il filosofo zen di turno. E il caso vuole che la canzone incominci proprio con il verso "Un bellissimo spreco di tempo".
Proprio come vedersi questo film.

Avete presente quando avevo intitolato il post sulle borse, "Il definitivo post aliena maschio?". Mi sbagliavo. I maschi me li alieno adesso (cioè, in realtà sono ventisette anni che non faccio altro, ma ora diamo la mazzata finale).
Scopo di questo post, infatti, oltre a mostrarvi la mia commovente perizia con photoshop, è spiegarvi come dovrebbe essere il calcio secondo me. Ora, a me il calcio non dispiace, anzi, insieme a nuoto, cartoni animati e documentari di National Geographic è una delle poche cose che riescono a tenermi imbambolata sul divano senza che mi impegni in quelle attività compulsive come tamburellare con le dita, mordicchiare cuscini e battere nervosamente il piedino per terra, che molti trovano insopportabili (al contrario l'ascolto dei racconti delle vacanze e dei sogni altrui, dei riassunti di libri e film, la visione di sci e ciclismo amplificano queste nevrosi). E dunque, ciò che manca davvero al calcio perché io possa diventare una fan scatenata -dello sport, non di una squadra in particolare, non mi importa la competizione, ricordatevi che è solo un gioco- è la qualità estetica.
Tralasciamo lo stadio, perché è contro la mia religione recarmi in un posto in cui paghi per entrare e non ti danno da bere uno spritz o un gin tonic, prendiamo il caso in cui tu te ne stai beatamente sul tuo divano sintonizzata sul sito che dà la partita in streaming, con un alcolico in mano, del cibo nell'altra e le gambe allungate su uno sgabello.
Cos'è che non va, ancora? E quali migliorie mi frullano per la testa mentre mi vedete lì a occhi sgranati davanti allo schermo?
- il campo: non sarebbe meraviglioso se al posto del dischetto centrale ci fosse davvero un cuoricino rosso, se le reti fossero color argento sbrillucicante e così anche le linee, e se il campo fosse delimitato anziché da quegli orridi cartelloni pubblicitari da delle siepi di bossi, ligustri o acanti? E magari un ruscelletto con dei ponticelli di legno al posto della pista per l'atletica?
- le divise: ok, probabilmente quel tessuto tecnico dall'aspetto sintetico è quanto di meglio la tecnologia è stata in grado di inventare per far traspirare la pelle dei calciatori, ma di giocare a torso nudo e slip non se ne parla proprio, vero?
- i tempi: ne farei 4 da 20' l'uno (noi donne dobbiamo spesso recarci in bagno perché abbiamo la vescica piccola), inframmezzando il terzo e il quarto tempo con una pausa per il tè da venti minuti in cui i ragazzi fanno merenda con tortine alla carota e kamut e tè bancha servito in porcellane ming.
- gli arbitri: eliminiamoli, oppure vestiamoli con delle divise non catarifrangenti (che ne so, una polo piquet pastello e short sabbia o blu è chiedere troppo?) e sostituiamo l'orrido fischietto-offendi-timpani con un campanellino di Thun amplificato o un organetto a manovella di quelli che sembrano dei carillon che suoni la Vie en rose o quello che vi pare, ma fate qualcosa per questa gente. Hanno un ruolo troppo punitivo: diamo loro un cartellino fuxia per sottolineare azioni particolarmente spettacolari, lasciamo che anche loro facciano la parte dei buoni di tanto in tanto.
- i modi, cazzo, i modi!: a questo proposito, pensavo, non sarebbe bello per tutti sostituire i gesti bruschi, le gomitate, gli sgambetti, i calci negli stinchi, gli sputi, con una ragionevolissima base di danza classica? Cioè, ma voi immaginate che bello se Cassano dovesse correre en dedans, se i gol segnati mentre si eseguiva un port de bras o un arabesque valessero doppio, e triplo quelli segnati mentre ci si dilettava in un fouettè? E se alla fine ci si abbracciasse tutti -vincitori e vinti- in un grande girotondo? E se fosse vietato coprirsi gli attributi con le mani mentre si fa barriera e si lasciasse tirare il rigore a una fidanzata livorosa?

Insomma, se li vorranno pure guadagnare tutti quei soldi 'sti giocatori!
(ve lo meritate, dannati rovina-sabati)

Ma voi ce l'avete l'LSD (Lo Spasimante Devoto)?
Non per fare la splendida (no, no, signora mia, per carità, lungi da me), però io ho ne ho uno molto valido da poco meno di un anno. Un anno in cui mi sono capitati sulla noce del capocollo un discreto numero di cambiamenti che hanno richiesto una discreta quantità di rospi ingoiati e un altrettanto discreto lasso di tempo trascorso ad ascoltare canzoni tristi languidamente stravaccata sul divano. E lui era sempre lì sul ring con me, a farmi da sparring partner (o da Uomo-Schermo, come lo definii mesi fa), discreto ma presente, pronto a fornirmi il giusto apporto di carezze all'ego mentre io gli restituivo i colpi che prendevo dall'esterno, ignorando i suoi messaggi, le telefonate, le email, le chiacchierate e quello sguardo, che è davvero una veranda sul suo mondo.
Ecco, lo conobbi che ancora avevo una relazione stabile, vidi subito che si era preso una sbandata, anzi, me lo palesò proprio verbalmente. Poco dopo la relazione stabile finì, e lui lo venne a sapere da terzi (infami). Quando ci rivedemmo le cose andarono più o meno così:
LSD (speranzoso): ho saputo che sei tornata single...
Soy: sì, ma guarda, ch..
LSD (sturm-und-drang mode on): no, Sun, fammi parlare, ti prego, non l'ho mai fatto nella mia vita ma con te sento che devo aprirmi. Io mai nella vita avrei immaginato di incontrare una persona così, con cui trovarmi subito a mio agio, capace di farmi ridere e comprendermi, una persona con cui sento di poter condividere tutto, ma proprio tutto, e che non mi fa temere di guardare avanti nel futuro, una persona che addirittura avrebbe interrotto una storia importante solo per darmi una chance e stare con m...
Soy: e infatti avresti fatto bene a non immaginarti una cosa del genere.
LSD: nooo ma che hai capito?? io mica intendevo...
(segue stridore di artigli sugli specchi e tonfo sonoro)

Bene, non ci sarà alcun finale in cui io e l'LSD ci baciamo su un ring mentre sotto scorrono le note di Sparring Partner di Paolo Conte.
E a questo punto mi odierete tutti, uomini e donne (gli uomini li capisco, le donne no, tanto nessuna lo avrebbe mai preso seriamente in considerazione).
Ma non importa l'odio, il post lo scrivo lo stesso, perché, amiche mie, vi voglio bene e voglio propormi come exemplum in negativo.
Quanti sono pronti a scommettere che l'LSD presto avrà una ragazza meravigliosa, e io un'ulcera perforata?

Tu, miserabile amica materna che mi hai regalato quell'orrida borsa nera e lucida di finta pelle effetto coccodrillo, piena di borchie e ganci e cerniere e taschine manco io fossi una tamarrissima sciampista fidanzata con un appassionato di Harley Davidson.
Tu, donna scriteriata, che hai sentito la necessità di riciclare un regalo che ti avevano fatto negli anni ottanta e propinarlo trent'anni dopo a me, che in quella sorta di medioevo ellenico della moda, che ha visto belle donne ridicolizzarsi con capigliature improponibili, fouseaux fluo, spalline grandi come quelle di giocatori di rugby e accessori osceni, sgambettavo allegra nel girello sputacchiando omogeneizzati a destra e a manca.
Tu, che sei stata il mio spauracchio personale già in quegli anni, quando mia madre ti chiamava perché sapevi fare le punture di penicillina e io correvo come una pazza per casa per non farmi acchiappare perché in realtà lo sapevamo tutti che avevi la delicatezza di un panzer quando facevi le iniezioni, non credi di avermi già inflitto un sufficiente dolore fisico? Perché senti anche il bisogno di straziarmi il cuore con questo regalo di dubbio gusto?
Tu, che appunto mi conosci da sempre, e che quindi sai che me ne frego delle marche, che nell'abbigliamento per me vige sempre e solo il "less is more" e che raramente uso borse che non siano capienti tracolle in cuoio, come t'è saltato in mente di rifilarmi quell'accozzaglia kitsch che, per quanto firmata, faccio fatica anche solo a definire borsa?
Tu, che comunque sei donna e sai quanto per le tue simili possa contare quel meraviglioso accessorio quando hanno bisogno di una copertina di linus e quanto sia spaesante andare in giro con una borsa che non si sente propria; tu che presumibilmente sai che le borse - e gli uomini- minuti ti fanno sembrare più grassa di quello che già sei, facendoti sobbalzare ogni volta che passi davanti a una vetrina, mi spieghi il perché di quella sottospecie di pochette in cui non posso infilare nemmeno un libro smilzo come le Lezioni americane, non parliamo di Guerra e Pace?
Tu, donna di scarsa lungimiranza, sei consapevole del fatto che riciclando quel regalo hai innescato una spirale karmica per cui tra 30 anni mia figlia riceverà da una sua lontana parente /amica di famiglia quello stesso obbrobrio e scriverà un post forse anche più deluso e snob del mio?
Non ti bastava traviare me, pure mia figlia?

P.S. le foto sono puramente esemplificative. Ho semplicemente preso quanto di più brutto fossi in grado di trovare in rete e appiccicato qui sul blog perché sono con Aristotele (proprio linea diretta Aristotele-Sunofyork) nel sostenere la funzione catartica della scrittura, per cui spero che qualcuno veda quegli orrori e non faccia l'errore di comprare borse di quel tipo, una specie di "Cura-Ludovico", terapia dell'aversione di burgessiana (e kubrickiana memoria) solo molto molto più efficace, trattandosi di un pubblico femminile...

Care amiche e amici, come fate voi a capire se una persona vi piace davvero? Scrivete su un pezzo di carta il vostro nome vicino al suo cognome e vedete se l'accoppiata suona bene? Cercate di capire a che livello di trituramento degli attributi può arrivare la vostra donna o siete di quelli più estemporanei, che affidano una scelta così importante alle farfalle nello stomaco?
Ebbene, io ho un metodo infallibile: penso ai figli.
Vale a dire, per capire se con quella persona ci può essere qualcosa di serio, devo:
1. riuscire a visualizzare l'immagine di me, lui, e la nostra famiglia -non meno di due pargoli- senza avere conati di vomito (questo dovrebbe rassicurarmi sul fatto che, almeno nel momento in cui formulo il pensiero, io reputi quella persona degna di trascorrerci l'esistenza);
2. riuscire a visualizzare i miei figli e trovarli di una bellezza disarmante (essendo figli miei) e di una intelligenza acuta (questo grazie all'apporto di lui), perché bisogna sempre migliorare la specie.

Solo superati questi test, per me ha senso continuare la relazione, altrimenti è una perdita di tempo. Ora, non è che io viva una storia solo in prospettiva di quello, nè per me l'uomo è un mero mezzo per riprodurmi sennò ne sceglierei uno a caso (non che sia facile, comunque) e la finirei lì: per quanto vi ami tutti, omìni miei, e vi trovi tutti stupendi, ci vuole quello giusto nel momento giusto, e se mai ci sarà, è bene che sappia da subito che, anche se di sfondo, il pensiero dei figli c'è stato, c'è e ci sarà, e si sostanzia non solo della condizione di mamma inside, ma del fatto che uno dei rapporti più appaganti che io abbia avuto in questi ultimi cinque anni, è quello con una folle cinquenne che porta il mio stesso nome e a cui oggi ho cercato di insegnare qualche frasetta in inglese col solo risultato, peraltro esilarante, di vederla trasformarsi sotto i miei occhi in una specie di Bruce Lee ("I want more" è diventato "I wanton" pron.aiuontòn, "How are you" - auaiù - con tanto di gesto da esperta karateka , dopodiché, ormai confusa anche sulla sua lingua madre, ha iniziato a chiamare il gatto "catto" e a piroettare su se stessa urlando "chan chan" anziché "ciao ciao").

Bene, passato il momento di tenerezza per Sunofyork jr (che pure, insieme al fratello maggiore di cui già parlai tempo fa, hanno dato un senso nuovo alla vita di questa famiglia), posso fare il mio pronunciaménto.

io, Sunofyork sr, nel pieno delle mie facoltà mentali (quelle che restano), in quanto madre in pectore, mi impegno solennemente a non: credere di meritarmi il nobel solo per aver partorito, non ritenere mio figlio/mia figlia di una intelligenza strabiliante rispetto agli altri bambini solo perché sa opporre il pollice all'indice, non rincoglionire la prole con cazzate tipo i teletubbies, non rincoglionirmi io stessa con cazzate tipo i teletubbies, non finire tutti gli omogeneizzati del pupo e i suoi biscotti plasmon, limitare al giusto le paroline puccipucci baubau, non farmi prendere dalla smania di coordinare gli abiti miei, del pargolo e del padre del pargolo, non confondergli le idee cercando di insegnargli la lingua inglese troppo presto, non viziarlo, non rivestire la casa di gommapiuma presa dall'ansia per gli spigoli vivi, non dimenticarmi di fare la ceretta solo perché ormai ho ottenuto quello che volevo, non accoppare la fidanzata/il fidanzato quando, quindicenne, la/lo porterà a casa.
Mi impegno invece a: raccontare storie finché non si addormenta, avere pazienza e abnegazione, dargli un senso della famiglia, ripararlo dai pericoli senza soffocarlo, portarlo a Rovaniemi alla città di Babbo Natale, fargli credere all'incanto delle fiabe più a lungo possibile.

No, in caso ve lo chiediate, non sono incinta e sì, mi rendo conto che con questo post erotico quanto una testata nei sacri gingilli, mi sto alienando ogni chance di trovare un uomo e di conseguenza avere dei figli, però quest'è, male che vada mi trasferisco in Spagna.

Il bello di essere attorno ai 30 è che il range anagrafico degli uomini ipoteticamente papabili per una relazione si dilata enormemente. Non si è ancora così adulte da non poter frequentare un 20enne senza ingenerare imbarazzanti fraintendimenti (cosa prende da bere suo figlio, signora?) nè così giovani da dover considerare un ultracinquantenne come un padre e quindi fuori dal prorpio target, ma allo stesso tempo si mantiene quell'allure lolitesca che tanto aggrada gli uomini di mezza età. Quindi, si diceva: 20-55. Inebriante solo a pensarci. Volete che uno decente non riusciate a trovarlo all'interno di più di un trentennio?
Eppure. Come sapete, tutti gli uomini sono un po' catorci dentro: macchine imperfette, malfunzionanti, talvolta deludenti e comunque mai rispondenti alle nostre aspettative. Solo che ogni decade maschile ha peculiarità e cause diverse che giustificano l'essere catorcio dei suoi membri. Prendiamo ora la decade tra i 50 e i 60 - la mezza età spinta, quella che rischia talvolta di sembrare patetica - e vediamo una situazione tipo esemplificata dalla figura di mio padre, il signor S., che in crisi di mezza età c'era già prima che io nascessi, ma tant'è, è l'unico ultracinquantenne che per ora frequento. (So che molte di voi mie coetanee penseranno che il mio limite superiore è un po' troppo flessibile, leggermente spostato verso la gerontofilia, però vi assicuro che per alcuni versi, per noi donne infelici e infelicitanti la mezza età è la nuova frontiera).
Dunque, cos'è che rende catorci i 50enni? Vite già abbondantemente scritte e spesso andate alla deriva, i figli ormai cresciuti che non hanno più bisogno di loro, la sensazione che niente di buono possa più venire, il bisogno di attaccarsi all'ultimo barlume di giovinezza, insomma, ce n'è per tutti i gusti. Ma veniamo al signor S.

Se mi chiedessero di definire mio padre, non avrei dubbi: timido ai limiti dell'autismo, di un perfezionismo sconfinante nello spaccamaroni, dotato di una sensibilità da puerpera e tanto fedele alla sua azienda (Trenitalia, ah ah) da prendere sul personale le critiche agli oggettivi disservizi delle Ferrovie dello Stato.
Insomma, non il tipo uomo da cui ti aspetteresti dei colpi di testa.
Venerdì pomeriggio, fuori il diluvio. Io e il grafico tentiamo di arginare l'allagamento dell'ufficio inserendo sotto la porta-finestra i libri peggiori della casa editrice. Squilla il telefono, mio padre dal suo ufficio. Rispondo (in barese per non far capire al grafico).

Sun: Pà ma c vuè mò (padre, cosa ti spinge a chiamarmi a quest'ora inusitata)?
Padre di Sun (festante): Cara, adorata, diletta figliola, ho un annuncio importante da farti e ti pregherei di utilizzare l'idioma italico per l'occasione, visto che è per quello che io e tua madre abbiamo speso migliaia di euro nella tua formazione.
Sun: mèn dì, che teng c fà mic com a tte che stè a giocà co' u' ciuff ciuff (ordunque, parla, ché il dovere mi chiama, a differenza di qualcun'altro che sta sulla sua sedia Stokke a ridere delle disgrazie dei pendolari)
P.di Sun: ti capisco, sangue del mio sangue, devi tradurre fumetti che andranno presto a impilarsi nei cessi degli italiani favorendone la defecazione. Voglio che tu sappia che sono tanto, tanto fiero di te e dell'ottimo lavoro che fai, so che cambierai la cultura italiana, anzi no, internazionale, ma che dico, mond...
Sun: vid c t muv, pà (ti sollecito ancora una volta a parlare, padre)
P.di Sun: mi sono comprato una Kawasaki. Meravigliosa, cromata, potentissima.
Sun (cattiva): ah quindi nemmeno tu vuoi viaggiare più con Trenitalia, eh?
P.di Sun (ignorando deliberatamente): porterò tua madre al mare, ci faremo tutta la costa dal Salento al Gargano, e poi di lì giù verso la Calabria. Sarà come tornare ventenni.
Sun: Tranqui', non sì tu, iè la mezz età (ti giustifico, caro padre, solo perché non sei tu a parlare ma la tua crisi di mezza età).
P.di Sun: vedremo.
Clic.

Le ultime notizie danno il signor S. intento a lucidare senza sosta la sua Kawasaki modello "Rimorchio" prima di utilizzarla, con un rombo che scuoterà l'intero quartiere dalle fondamenta, per fare il remake di Easy rider sul tragitto di 500 metri da casa al Conad, tragitto dopo il quale tornerà a casa stravolto e convinto di vendere la Kawasaki, uscendo a quel punto da questa infantile crisi di mezza età ed addentrandosi finalmente nella senescenza.
E lì il mio span anagrafico non arriva. E il vostro è più elastico?
(se la risposta è sì, buon per voi, basta che lasciate stare mio padre - è quel tipo barbuto che guida una grossa moto con gli occhi sgranati per il terrore)

*ovvero dalla penna di paperoga, un inquietante squarcio sui pensieri di ogni uomo medio

Arriva il momento, prima o poi, di cambiare casa. Ed è in questo preciso momento e nella successiva ricerca che ne seguirà che, oltre ogni ragionevole dubbio, si manifesta potente la diversità antropologica che, profonda come una voragine, separa ancora l'universo maschile da quello femminile.

Per la donna, cambiare magione assume i connotati di una straordinaria opportunità di affermazione della propria personalità. Per l'uomo è il più delle volte un cazzo in culo (scusate l'eufemismo) il cui fastidio è paragonabile solo ad una ventina di giorni consecutivi in preda ad un acuto prolasso emorroidale esterno (scusate il nuovo eufemismo).
La donna, in realtà, cercherebbe casa in continuazione. Anche quando sta bene in quella in cui vive, una parte del suo cervello bacato sempre in fermento è in cerca di una sistemazione nuova, di intonsi stimoli visivi, di inedite sfide architetturali. A meno che non compri una casa. In quel caso passerà il resto della sua vita a spendere una percentuale non indifferente del PIL familiare, se non nazionale, per arricchirla modificarla ristrutturarla costantemente, in una sorta di cantiere sempre aperto e mai pienamente soddisfacente.

Ciò perchè in ogni donna c'è un'arredatrice di interni mancata, figlia di una mania di possesso e controllo che fa si che ogni ambiente potenzialmente abitabile debba essere ridisegnato dalla sua mente creatrice e tramutato in realtà dalle mani del suo uomo e dalla sua successiva ernia al disco da sforzo.

Ed è così che, quando si approssima il cambio di casa, la donna comincia a vagare per la città, saltellando e fischiettando come di fiore in fiore guardando duecentocinquanta case, facendo amicizia con l'agente immobiliare, instaurando rapporti amicali con proprietari di casa, in realtà però cassando quasi tutte le abitazioni per i difetti più microscopici, del tipo non mi sono piaciute le piastrelle della cucina, il posto è troppo fuori mano (leggi è addirittura a 200 metri dal corso principale) il soggiorno è più largo e meno lungo, o è più lungo e meno largo, o è lungo ed io lo volevo largo, o è largo ed io lo volevo lungo.

La donna prepara estenuanti tour de force, fatti di appuntamenti incrociati con 5-6 persone al giorno, soppesa e misura pro e contro, organizza tornei mentali ad eliminazione diretta tra appartamenti, e in tutto questo si cura ben poco di un aspetto che per gli uomini è invece un tantinello più essenziale: l'entità del canone di affitto. Vuoi mettere la bellezza dello scorcio di Duomo che si vede dalla finestra? O il vivere in un quartiere vivo e pieno di negozi? O il bagno che è proprio quello che volevo? Che ci frega a noi se costa 300 euro (si, TRECENTO) in più o in meno?

L'uomo no. L'uomo affronta questa via crucis sapendo che anzitutto dovrà confrontarsi con due delle creature più infernali che siano state vomitate su queste triste e nuda terra: l'agente immobiliare e il padrone di casa.

L'agente immobiliare è una specie di serpentello, smilzo e sgusciante quanto una biscia d'acqua, che è lì apposta per inchiappettarti. Spudorato trafficone, simpatico mentitore, con una faccia di bronzo da premio nobel, o da presidente del consiglio, appena adocchia qualcuno che ha fretta di prendere casa, si insinua mellifluo cercando di sbolognarti fior di baracche e/o stamberghe in centro storico a prezzi da villino bifamiliare in zona residenziale. Se bazzichi abbastanza spesso con questi tizi, sei quasi incline a rivalutare la dignità e la moralità del tuo lavoro di leguleio. Una volta agganciato all'amo il cefalo, essendo fedeli cani da guardia dei proprietari che gli affidano la locazione di case su case, in sede di stipulazione di contratto di affitto nelle loro sedi ti ritrovi davanti a pezzi di carta con condizioni capestro da loro spacciate come clausole standard con una tale paraculaggine che ti verrebbe da abbracciarli, prima di infilarli quel foglio di carta su per il culo. Alla fine, dopo la presa per il medesimo e la tentata rapina, devi pure pagargli una o due mensilità, così, per il servizio reso senza nemmeno rimborsarti il costo della vaselina.

Ma per fortuna ci sono i proprietari di casa che non si rivolgono all'agenzia. Quelli che non voglio mediatori, che i miei affari me li sbrigo da me, che non si regalano soldi a questi parassiti che si arricchiscono con percentuali da usura. E già, uomini tutti di un pezzo, gente che vuole guardare in faccia il futuro affittuario. Gente vera, insomma.

Sì, gente che ti fa venire nostalgia dell'agente immobiliare.

I proprietari di casa che non si rivolgono all'agenzia sono i peggiori di tutti. Ti ritrovi di fronte delle sottospecie di Mazzarò di verghiana memoria, gente che ha passato la vita ad investire ogni singolo centesimo nel mattone, rinunciando a vacanze, automobili costose, ad ogni sorta di divertimento o evasione, per accumulare un cospicuo numero di appartamenti di proprietà da affittare in giro per la città e campare di rendita. La loro "roba" è fatta di metri quadri su metri quadri, accumulati con crapuloneria e gestiti con le braccine corte di uno Scrooge moderno. Non vanno dagli agenti immobiliari non perchè non ne condividano il gusto per il silenzioso "agguato o il raggiro penalmente non punibile ma moralmente sì", ma solo perchè non concepiscono di dover dare una fetta del loro guadagno a gente che non si è minimamente sudata il proprio patrimonio immobiliare.

Quindi, i proprietari, la loro gozzoviglia e il loro gusto per il risparmio agghiacciante e il ricatto sotto-pelle, se li deve sorbire il futuro inquilino. E questo l'uomo lo sa benissimo, mentre la donna è ancora impegnata a sognare di notte il caminetto che ha visto in quel soggiorno, o le travi a vista della camera da letto.

Non solo l'incontro-scontro con i proprietari di casa avviene sugli aspetti economici dell'affitto (avete presente quando Zio Paperone contratta con qualcuno per due ore per limare 5 centesimi sul prezzo?). Il proprietario di casa va oltre, lui è uno d'altri tempi, pretende di vagliare i futuri inquilini non solo sotto l'aspetto della liquidità economica, ma anche sotto l'aspetto morale, del buon costume e persino del prestigio sociale. Ed ecco fioccare le richieste di "referenziati e residenti" come condizione imprescindibile per la sola visione dell'appartamento, il che tradotto significa nè più nè meno che "non voglio negri tra le balle". E poi domande tendenziose sulla tua vita privata, tipo se sei uno che fa feste fino a notte tarda, se ascolta la musica ad alto volume, e poi la domanda delle domande, che qui in Emilia assume un significato ancor più cruciale: che lavoro fai. Non è una questione solo economica, credetemi. Io faccio il simil-avvocato e guadagno meno di un operaio e molto meno di uno spogliarellista, e credo anche a giusta ragione, visto il culo triplo che si fa l'operaio (e sopratutto lo spogliarellista). Però se a domanda rispondo: faccio l'avvocato, il Mazzarò emiliano di turno si scioglie tutto, mi mette le braccia attorno al collo e mi guarda come un figlio. Un figlio che gli pagherà un affitto spropositato senza sconti di sorta, però un figlio.

La prossima volta che mi chiederanno che lavoro faccio, gli risponderò con un giro di parole del tipo faccio in modo che spacciatori e papponi non vadano in prigione, inoltre aiuto negri e musulmani a rimanere in Italia facendogli annullare l'espulsione. Non so se mi abbraccerà con lo stesso affetto.

E mentre l'uomo ancora affronta agenti immobiliari schivando le loro abili trappole, e si sottrae al fuoco di fila del proprietario che vuole conoscere l'intero suo albero genealogico per assicurarsi che non sia albanese, la donna è ancora là, a immaginarsi il soggiorno dei sogni, ad individuare la tonalità giusta per ridipingere la stanza da letto, a spulciare il catalogo ikea in cerca della libreria che più si confà all'ambiente e alla luce calda della lampada alogena che illuminerà il salotto.

E mentre l'uomo sbuffa sudando come un maiale trasportando scatoloni su scatoloni tra una casa e l'altra, affrontando ultimi piani e zone interdette al traffico, la donna è lì, a posizionare il tutto con maestria e senza che un filo di trucco le scappi dal viso. Contenta, di porre a fuoco il suo marchio sulla casa infine scelta, mentre l'uomo ancora arranca sulle scale, con una vertebra incrinata ed un principio di infarto, facendo attenzione a non rompere l'enorme accidenti di specchio nuovo di pacca, pesante e fragilissimo, come gli zebedei che nel frattempo egli si sarà fatto.

Vi è mai capitato, durante la pausa pranzo, di incrociare quei gruppi di uomini in grisaglia, di età indefinita tra i 30 e i 45, che escono da banche, studi e uffici del centro in gruppetti di 2-3 per andare a mangiare? Impeccabili, nei loro completi di taglio sartoriale, calze in filo di scozia e cravatte regimental. Come fanno? - dico io. Mai un rivolo di sudore che scorre sulle tempie, mai un bottone slacciato, ti immagineresti di vedere le loro camicie pastello ridotte a una sacra sindone nel momento in cui si tolgono la giacca e invece niente, nemmeno un'ascella pezzata, che pare abbiano installato un pinguino de longhi sotto i vestiti.
Ecco, quegli uomini lì, non sono il mio tipo e sono assolutamente fuori dalla mia portata, ma non posso comunque fare a meno di guardarli e immaginarli nei loro uffici inondati di luce, con grandi scrivanie in acciaio e vetro su cui sono appoggiati candidi mac. Oppure nell'atto di prendere un volo per Londra e andare a un incontro da J.P.Morgan. O di organizzare una partita di tennis tra colleghi nel finesettimana. O di sposare una ragazza slanciata e dotata di charme innato in un casale della val d'orcia. O di fare dei figli biondi che corrono tra le spighe di grano con i fiori nei capelli. O di organizzare un cenone di capodanno con parenti e amici in cui le posate sono d'argento e i bicchieri di cristallo baccarat. O di andare in giro per fiere dell'artigianato con la mano sulla spalla della loro donna, per assecondare il bisogno impellente di un tavolo in tek. O di avere un esarimento da superlavoro, scoparsi la segretaria secondo il più becero dei cliché, andare in crisi di mezz'età a 35 anni, separarsi dalla moglie dotata di charme innato a 36, perdere tutti i propri averi in un divorzio drammatico a 38 e fare dello scotch il proprio migliore amico a 40.
E a quel punto, nelle mie fantasie perverse, subentrerei io, la salvatrice degli uomini-catorcio.

(to be continued...)

Mesi fa, quando mi trovai a parlare del ruolo chiave dei suspiciously specific denials nelle relazioni sentimentali, non potevo immaginare che ben presto sarebbe toccata a me la mia bella fetta di dissimulazione. Come dire, se con la simulazione me la sono sempre cavata egregiamente, con la dissimulazione fino ad ora non avevo mai avuto niente a che fare.
Se mi interessa qualcuno intraprendo una logorante guerra di posizione, lo lavoro ai fianchi, gentile ma risoluta come un tir, mai invadente ma ferma nei miei propositi, e alla fine me lo prendo per sfinimento. A che pro farmi fare tutto questa fatica se lo sappiamo entrambi che alla fine capitolerà, è una domanda ad oggi rimasta irrisolta - sarà parte di qualche gioco bislacco del tipo "tit for tat" (aka gioco della ritorsione equivalente) del tipo: tu imperverserai nella mia vita come una novella Attila per qualche anno, almeno concedimi di tenerti sulle spine per una settimana. E vabbè, c'ha pure ragione il poraccio.
Fatto sta che, in vita mia, non ho mai avuto un vero rifiuto, e non lo dico perché sia una gran donna (in quel caso forse sarebbero gli uomini a tentare di sedurmi, non viceversa): semplicemente fino a poco tempo fa lo stalking non era reato. Inoltre con gli anni si impara a conoscere i propri punti di forza -ripetersi ogni giorno il mantra "beato chi me pija" aiuta molto- ma soprattutto le debolezze del proprio target e ad aprirsi una breccia attraverso di esse (i primi a cadere sono gli uomini di mezza età, care mie, i più difficili i trentenni, ma avremo modo di parlarne prossimamente).
Comunque, torniamo a bomba: mettiamo il caso che, per la prima volta, vi troviate a perdere la testa per qualcuno che sai benissimo non potrai avere per un bel pezzo. Pazienza, non perdete la testa. Essere troppo assidue nel tentativo di sedurlo potrebbe risultare asfissiante (ve lo fate scappare), tirarsela troppo e allontanarsi potrebbe fargli credere che non siate davvero interessate (ve lo fate scappare-bis). Siate dunque assertive nel palesargli il vostro interesse e poi, come fece Dante, trovatevi un Uomo-Schermo (o più uomini-schermo).
L'Uomo-Schermo assolve a una tripla di funzioni che spiegheremo, per semplificarci la vita, attraverso il ricorso alla teoria dei giochi, le relazioni internazionali e le economie di scala.
- effetto del dumping: se ti svendi con l'uomo schermo, non rischi di perdere la dignità con il Prescelto - ossia, eterodirigi tutti gli errori che commetteresti con la tua Beatrice, pregiudicando la vostra relazione;
- effetto del cartello Opec del 1975: i tuoi spasimanti fanno cartello e le tue quotazioni schizzano in alto (insieme alla tua autostima) - ossia la teoria secondo cui, più gente ti sta dietro, più sarai appetibile agli occhi degli altri. Attenzione però a non marciarci troppo o si rischia di passare per l'allegrona di turno;
- effetto del gioco a somma zero: il Prescelto si nega, tu, frustrata, diventi una bestia e sfoghi le tue frustrazioni usando l'Uomo-Schermo (U.S.) come pungeeball. Con questo inneschi una spirale karmica binaria: la assoluta devozione nei tuoi confronti dell'U.S.- che ti risarcisce in parte della sofferenza causata dal Prescelto - e il desiderio da parte del tuo U.S. di trovarsi una D.S. (Donna-Schermo) da bistrattare come tu hai fatto con lui.
Il tutto potenzialmente può reiterarsi all'infinito, fino al momento in cui un U.S. trattato male da una donna, scopre chi è il Prescelto e lo aspetta sotto casa con una mazza chiodata, facendo la quadratura del cerchio.
Ecco perché gli uomini non dovrebbero mai tirarsela, ne va della loro salute.

Va bene, va bene, lo so. Da quando ho aperto questo blog non ho fatto altro che ribadire quanto sono atea e anticlericale e compagnia bella. Però, c'è un però - il Bari , dopo otto anni, è tornato in Serie A.
Ora, lasciamo ai maschi il chiacchiericcio su Antonio Conte -l'immagine qui a fianco dovrebbe dirla lunga su cosa penso di lui- formazioni, fuorigioco (inutile che proviate a spiegarmelo, lo so benissimo cos'è: è una regola che non capirò mai), Barreto, difesa. Parole vuote.
Il calcio è una questione di fede. O ce l'hai o non ce l'hai. Tu, donna, se non ce l'hai, non cadere nella tentazione di fingere di averla per acchiappare un tifoso sfegatato: dovrai fingere su molte altre cose nel vostro rapporto e -credimi- su alcune dovrai davvero applicarti; può essere pure un dio greco sceso in terra per te -non lo sarà di certo, è un fatto statistico: prova a guardarti attorno in Curva Nord e poi fammi sapere- ma comunque non ne varebbe la pena; il subdolo se ne accorgerebbe -è l'unica cosa su cui i maschi sono perspicaci- dal quel ticchettio nervoso del tuo piede già al 3' del primo tempo ma farebbe finta di niente, si girerebbe con un sorriso sornione verso di te e ti direbbe "tutto bene, amore? ti diverti?" e a te toccherebbe annuire, seppur con la morte nel cuore, e sorbirti tutte le partite della sua squadra, della nazionale e di chissà che altro, solo per una piccola, innocente bugia.
Nel mio caso, il calcio è solo uno dei modi in cui si esterna la mia dipendenza dalle emozioni totalizzanti. Il che, in soldoni, significa che periodicamente ho delle repentine accensioni per gli argomenti più disparati, accensioni che di solito si verbalizzano secondo la formula "X è/sono la mia vita", laddove X, negli ultimi mesi, è stato cronologicamente: l'artigianato (in occasione della fiera di Milano di dicembre, l'artigianato fu la mia vita), le serie TV con riferimenti psicanalitici (Tell me you love, In treatment, i Soprano sono la mia vita - passione ancora in auge), i La Crus (i La Crus sono e saranno la mia vita) l' Everton (traducendo il romanzo di colui che presto sarà universalmente riconosciuto come il Nick Hornby anglobarese, solo molto più cool - yes, Paul, I'm flattering - sono arrivata ad affiggere lo stemmino con le torri e la corona d'alloro vicino al mio letto) e in fine la Bari (pare si dica al femminile, non so perché), dopo che le cose sono iniziate ad andare bene e tutte le persone attorno a me sono state colte da questa smania collettiva e altamente contagiosa che alla fine mi ha condotta a usare come pigiama la maglietta di Kutuzov, sognare di fare cose irripetibili a Matarrese, farmi indottrinare sui forum del Bari con gente che a un certo punto si è rivelata minorenne e infine ad andare a seguire Piacenza-Bari in mezzo agli Ultras. Ora, probabilmente, ai più sarà impossibile comprendere come ci si possa appassionare a un argomento da 0 a 100 nel giro di un istante - vi dirò, è la stessa perplessità che dovette venire a Lawrence Olivier sul set del Maratoneta, vedendo che Dustin Hoffman si faceva due ore di corsa prima del ciak, e che il caro Lawrence espresse con la domanda assai ingenua "can't you just play?". La risposta, ovviamente, è no: certe emozioni bisogna viverle di pancia, punto e basta.
Quindi prendo questo regionale Bologna-Piacenza, accerchiata da una manica inneggiante di ultras baresi (frequenti le acclamazioni alle madri e ai parenti dei leccesi), raggiungo i miei due migliori amici - the lovely couple - calati da Milano per l'occasione in compagnia di un terzo individuo a me già tristemente noto (in realtà c'era anche la fidanzata, ma era talmente scialba che non la conto) che chiameremo, non senza un filo di malignità, Er Pistola - l'unico uomo che va in curva allo stadio vestito come se dovesse recarsi su un panfilo a Portofino: mocassini, polo blu con colletto alzato, bermuda, maglioncino annodato sulle spalle e rolex - e che ci ammorberà per tutta la durata della partita con la sua dabbenaggine, le sue ciance sulla dolce esistenza da viveur che conduce, le sue massime filosofiche generosamente elargite con un grottesco accento milanese (uè raga, ma secondo voi, io che guadagno sticazzimila euro al mese, che faccio, torno in Puglia e mi accontento di fare il direttore di banca? eh no carini!) e ci schiantiamo sulle gradinate in attesa che inizi. Ben presto, io e la mia amica ci accorgiamo di esserci piazzate proprio sotto una gigantesca bandiera con su la scritta "Diamola", che ci seguirà in tutti i nostri spostamenti e a cui sentiamo di aderire in toto. Attorno a noi sono tutti già ubriachi di Caffè Borghetti e/o fumati: il testosterone nell'aria rende me e la Vale vagamente elettriche. La curva ci sembra un paradiso.
Poi però sentiamo che quella partita non è più determinante perché il giorno prima il Livorno ha perso, e questo ha portato automaticamente in serie A la squadra per cui ho avuto una repentina passione. Da quel momento dichiaro chiusa l'era del Bari, per cui si inizia a discettare dell'opportunità di comprarsi uno smalto corallo, uno melanzana e uno bordeaux, di ricevimenti nuziali kitsch, di quanto sarebbe bello se servissero dei mojito ghiacciati, di ricette macrobiotiche e prova bikini. Almeno fino a quando, a fine partita, dopo tremila coreografie della curva, due gol da parte di entrambe le squadre, 2-3 grammi di hashish fumati passivamente, lo spettacolo della squadra del Bari che fa una specie di trenino, i giocatori si avvicinano alla curva e iniziano a spogliarsi e rimangono in mutande.
Il che chiude la stagione del calcio ma inaugura una nuova, feconda stagione: quella dei calciatori.
Ora non mi resta che trasformarmi in velina. Tutto è possibile con il Metodo Stanislavskij.

E poi, un bel giorno, succede. Dopo quasi dieci anni in cui a più riprese ti sei chiesta come sarebbe stato - l'ultima volta che era successo, eri china su un dizionario di greco a tradurre Demostene e non ti eri fermata a rifletterci su - quando ormai avevi già pronto il titolo del tuo primo bestseller, Never been single, e la scusa da rifilare all'editore per giustificare la scelta della lingua inglese nel titolo ("fa più chick-lit e l'Italia ha proprio bisogno di una Kinsella nazionalpopolare"), bè, proprio allora che avevi pronti i tuoi siparietti per le presentazioni alla Feltrinelli ("com'è non essere mai stata single? Fantastico, la mia doppia vita da serial killer va a gonfie vele ah ah"), giusto allora, ti ritrovi single. Ed è strano, strano perché non è affatto strano. Strano, perché i primi problemi che ti poni, sono quelli secondari, mica robe ontologiche del tipo come farò a sapere che esisto davvero se non ho qualcuno da scalciare la notte a darmene la riprova? qualcuno si accorgerà della mia morte o rimarrò sola anche in quel momento? come farò se mi troverò a fronteggiare un repentino desiderio di maternità senza uno straccio di uomo? con chi condividerò le piccole/grandi gioie/ansie (ok, va bene, le piccole gioie/grandi ansie) della vita?. No. Il primo quesito che ti poni, è di natura estetica, vale a dire: come farò a non ricadere nel cliché della single disperata? Ora, credo converremo tutti sul fatto che, quello di apparire un cliché, è un rischio del tutto collaterale quando 1.non sei più una teenager, 2.sei infelicemente infelicitante, 3. fatichi a tenere a freno la lingua, 4. non hai niente di concreto tra le mani, 5. ti senti addosso il peso di un matrimonio arrivato alle nozze di platino. E' un problema collaterale perché sei già un cliché: sei la zitella doc, l'archetipo della scapolona d'oro, una Carrie Bradshaw prima di Mr Big, con meno soldi e più chili. Consapevole di questo tuo invidiabilissimo status, cerchi di non peggiorare le cose, schivando quanto puoi i luoghi comuni man mano che ti si presentano. Mangiare il mais in piedi vicino al lavello direttamente dalla scatoletta fa troppo nevrotica stile woody allen; prepararti la cena e apparecchiare con cura per te sola fa troppo film francese; uscire, andare alla libreria coop e mangiare lì qualcosa leggendo Bagatelle per un massacro fa troppo radical-chic; andare in stazione e prendere un panino putrido dai distributori automatici e poi mangiartelo sulla banchina del binario fa troppo Noi i ragazzi dello zoo di Berlino; andare da McDonald e ordinare un'insalata al commesso brufoloso fa semplicemente tristezza. Capisci quindi che per qualche giorno puoi evitare di mangiare, pur di non diventare un cliché.
Ti tocca evitare un sacco di cose, se vuoi risparmiarti la via crucis di ogni rottura, gli errori quasi di prassi che seguono una separazione, ossia mitizzare il passato e demonizzare il futuro.
Presa la decisione - non importa per volere di chi - bisogna sistematicamente evitare di indorare i ricordi. Se siete di quei masochisti che non resistono alla tentazione di andare a sbirciare le foto dell'ultima vacanza o a rileggersi gli sms, fatelo pure, masticate quelle sensazioni dolorose, brasatevi pure nelle vostre lacrime. Ma quando avrete finito di sbrodolarvi, per favore, ricordate a voi stessi di quegli episodi spiacevoli che hanno avvelenato la vacanza, o quante delusioni avete vissuto a fronte di un messaggio carino. Smettetela di pensare alla storia finita come a un idillio bucolico che il caso ha voluto troncare. Non lasciate che il gesto di mettere da parte uno spazzolino da denti inneschi le cascate del Niagara. E' solo uno spazzolino. E in ogni caso, non fatevi sorprendere privi di Kleenex.
D'altro canto, non mitizzate il passato ma non demonizzate nemmeno il futuro, che - sono certissima - riserverà strabilianti sorprese (le storie di rimbalzo hanno una loro dignità, per quelle due orette che durano). Non ritornate sui vostri passi. Soprattutto, evitate i parrucchieri: quelle creature infide sanno cavalcare l'onda delle emozioni delle loro clienti. In un batter d'occhio vi troverete con una cresta stile Ultimo dei Mohicani e nessuna chance di un rebound.
Se una decisione è stata presa, probabilmente ci sono dei motivi, anche se al momento non li ricordate. Probabilmente motivi inerenti a una insoddisfazione, di uno, dell'altro, di entrambi. Un volere qualcosa di più, forse volere la luna, illudersi di poterla avere.
Ecco, quella non illudetevi di poterla avere. Però tenete presente che alla fine l'acqua su Marte l'hanno trovata.
E sì, prima che lo diciate voi, l'immagine è una figata.

A G.B., il mio modello di donna.

Oltre che alla vita, sono allergica anche al polline di mimosa: è facile indovinare che l'8 marzo non sia esattamente il mio giorno preferito dell'anno. Anzi, la festa della donna è una di quelle ricorrenze capaci di farmi sbiellare come - e forse di più - di San Valentino, Halloween e la festa del Papà messe insieme. Dico "forse di più," perché tra le tante immagini evocate da queste festività, quelle collegate con l'8 marzo sono così kitsch da mettermi addosso una tristezza che la metà basterebbe a farmi scolare l'intera confezione di Roipnol: cinquantenni in menopausa che tra i gridolini isterici infilano banconote da cinque euro nei perizomi di ragazzotti di provincia sudaticci e con addosso uno scadente dopobarba al muschio bianco, gruppetti di amiche single che si mettono giù da paura e vanno in discoteca per fare le libertine e scoparsi il primo tamarro che trovano a tiro - tanto saranno troppo sbronze per notarlo e poi si sa, l'alcool è come la notte nera in cui tutte le vacche sono nere, quindi la mattina dopo con quella capacità tutta femminile di raccontarsela, si diranno che alla fine lui non era male, non è durato molto perchè era troppo eccitato da lei, non perché voleva soltanto concludere prima che lei si accorgesse dell'errore che stava facendo - quarantenni nevrotiche che dopo il lavoro passano nel localino sotto l'ufficio con le colleghe e come sciacalli da buffet si appostano vicino al bancone tracannando un negroni dopo l'altro sopra la pasticca di Tavor d'ordinanza. Mariti che per l'occasione portano colazione e rosa a letto alla moglie come se fosse malata - cara, oggi stai a letto, penso a tutto io, tu pensa solo a riposarti - e mentre lei sorseggia il caffè sotto il piumone, smessaggiano con l'amante più giovane. Insomma, mi vengono in mente quelle robe così, a metà tra l'Apocalittico, l'Asfittico e l'Agghiacciante, tre "A "che vi fanno perfettamente capire quale sia lo zeitgeist da queste parti.
E vabbè, poi so anche che c'è il rovescio della medaglia, che l'8 marzo è una ricorrenza importante, che dovrebbe far riflettere sul fatto che non dappertutto i diritti delle donne sono riconosciuti, che ricorda episodi tragici del lavoro femminile, come quello della Triangle Company, un'industria tessile di New York in cui morirono più di 100 donne per via di un incendio (cosa che in uno straordinario sincretismo un mio amico una volta associò a Mary Quant e alla minigonna: non c'erano più quelle che lavoravano in quell'industria, ergo meno stoffe, ergo minigonna). Che dovrebbe avere lo scopo di tutto rispetto di palesare al mondo quanto sia bello ma anche incredibilmente faticoso essere una donna, soprattutto se vuoi essere una donna tosta, come G.B., la donna che, con la sua pelle di pesca, le dita nervose e il perenne odore di Allure di Chanel misto all'aroma di tabacco e caffè, insegnandomi a marcare l'ictus sul monologo di Didone, mi insegnò anche che l'essere donna non è fatto di tette, culo e capelli fluenti. Che la femminilità non è questione di "più", ma di "meno": meno trucco, meno ammiccamenti, meno chiacchiere vuote, decisamente meno artifici. Che puoi avere i capelli a carciofo o completamente bianchi, essere in sindrome premestruale acuta o avere le caldane da menopausa, portare una prima rinsecchita o una florida quinta che sfida la legge di gravità, avere un brufolo che spunta improvviso proprio il giorno dell'appuntamento con quel figo che ti fa sbavare da mesi/l'alito non proprio profumato di rosa di prima mattina/qualche peletto impertinente perché magari non hai avuto il tempo di passare a farti una ceretta ma sei ci credi, sei comunque una donna.
Poi farlo credere agli altri è tutto un altro paio di maniche.

Post in contemporanea con Mentrecritica:
http://www.mentecritica.net/just-like-a-woman/leggere/oltre-le-righe/sunofyork/12666/

Certe mattine mi sveglio con la convinzione che se Freud avesse visto me, durante le sue sedute, anziché Anna O., probabilmente l'attuale terapia psicanalitica sarebbe differente, e prevederebbe, per prassi, elettroshock preventivi e blindatissime gabbie al posto di comodi divanetti.
Credetemi quando dico che da anni una delle mie più vivide fantasie sessuali è quella di picchiare un nudissimo e biondissimo Massimo Ciavarro fino a fargli chiedere pietà tra le lacrime. Ora, qualcuno mi dirà, poco male, sei una sadica, trovati uno che ci gode a farsi picchiare e scatènati. E invece no. Le dinamiche sadomaso, su di me, non hanno mai avuto nessun appeal nella vita reale, di questo credo me ne saranno grati i miei milleduecento ex. Non mi ci vedo proprio nei panni della dominatrice, già stento a dominare voi blogger quando vi accanite a commentare, figuriamoci vestirmi in latex, mettermi scarpe con le zeppe (e qui, non per un fatto di complesso per l'altezza, sia ben chiaro) e imbracciare un frustino, dopo veramente mi portate da Moira Orfei e vi fate pagare un biglietto per guardarmi. E poi, cacchio, la vita è difficile per tutti, mi accontento di appostarmi vicino alle casse della Coop Adriatica e mettere gli sgambetti alle vecchiette, per sentirmi appagata.
Difatti, quando si passa al lato erotico, non picchio mai nessuno (scusate, lo ribadisco per non rovinarmi la piazza). Resta il fatto che un briciolo di sadismo immaginario, non verso il povero Ciavarro, ma verso la categoria degli uomini biondi, è per me sempre stato, incredibilmente e inspiegabilmente, un potentissimo turn on. Poi, l'altro giorno, la proustiana intermittenza del cuore.
Avevo non più di 10 anni. Era quasi estate, e la stanza era incredibilmente luminosa. Si affacciavano a quell'epoca le prime fantasie erotiche (leggi: le madri delle mie amiche non volevano farle giocare con me perché quelle cretinette raccontavano che quando venivano a casa mia, si inscenavano dei giochetti tra Barbie e Ken completamente nudi che facevano strani versi). Ancora a quell'età, passavo i pomeriggi interi a studiacchiare e fare giochini perversi sotto il tavolo della cucina. Contemporanemante, mia madre dava ripetizioni di economia aziendale a ragazzi delle scuole superiori.
Giovanna e Luca. Entrambi biondissimi, entrambi poco più che sedicenni, entrambi con un quoziente intellettivo che, sommato, non avrebbe raggiunto la metà di quello degli uomini che poi ho preso a frequentare (non a dieci anni, poco dopo). E' vero, avevo dieci anni, però amavo lui e il suo faccino simil-Ciavarro. In modo strampalato - questo non è cambiato col tempo -, fantasioso - come prima -, assolutamente totalizzante - idem cum patate. Il sogno ricorrente di quei tempi era di fargli il bagno: in pratica avevo già degli istinti sessuali, ma con una sorta di cicciobello inerme (ora che ci penso bene, ad oggi neanche questo è cambiato). Puntualmente il sogno si interrompeva quando lui si sporgeva dalla vasca piena di schiuma per baciarmi, il che mi fa pensare che forse già da piccola sapevo che spesso il bello è da ricercare nell'irreale, e che è un miracolo quando un contatto con una persona reale riesce a farti tremare per l'emozione.
Comunque, sto divagando. Fatto sta che noi - io, Barbie e Ken - si era tutti e tre sotto il tavolo, con me che guardavo e loro due impegnati in una mercy fuck (lui aveva scoperto di essere in fin di vita per aver mangiato caramelle da uno sconosciuto, questo per dirvi quanto mi abbiano traumatizzata da piccola con 'sta storia), quando lui si toglie la scarpa e la infila tra le gambe di lei, che aveva una minigonna imbarazzante. Il tutto per 4-5 minuti, mentre mia madre parlava loro di patrimonio e utili. Ora, capirete bene che la sottoscritta, Barbie e Ken, sono rimasti piuttosto colpiti da questo fatto, e dal sentir poco dopo lui chiedere a lei ti è piaciuto? Col senno di poi, mi viene da ridere a pensare a questo illuso sedicenne che pensava di poter soddisfare una donna in quattro/cinque minuti - sì, lo so che per molti di voi è la media, però sappiate che non è abbastanza - e per di più con un piede, però sul momento sentii il mio cuore di decenne andarmi in pezzi. E da qui nacque nacque il mio odio per l'economia aziendale e per gli uomini biondi, con cui infatti non ho mai avuto niente a che fare. Ci vorrebbe un'altra vita.

E voi? Fantasie strambe? Leccare i piedi a Violante Placido, un threesome con la vostra fidanzata/il vostro fidanzato e sua madre/suo padre? Dormite abbracciati anche voi al vostro pc quando vi sentite soli e insoddisfatti?

Innanzitutto mettiamo in chiaro due cose:
- , lo so che non siamo ancora a San Valentino, ma sono già un paio di settimane che lo sento incombere e al solo pensiero mi vengono le caldane della menopausa;
- no, non dirò che l'amore si dimostra giorno per giorno (santiddio che palle) e che San Valentino è una festa stupida e commerciale. Lo è. Ma a molti uomini serve una festa stupida e commerciale per ricordarsi di fare un gesto romantico e in più fa girare l'economia quindi l'appellativo di "santo" quel Valentino lì se l'è meritato più di Padre Pio, anzi, per quanto mi riguarda, avrebbero dovuto farlo papa. In più che noia questi che vengono a dire, dai, San Valentino è una stronzata qui, San Valentino è una stronzata lì: siete tutti maschi, lo sappiamo. O, se siete femmine, siete di quelle fortunate che hanno uomini che le venerano in altre situazioni dell'anno.
Il che fa di voi una ristetta minoranza, quindi per me non esistete, visto che esisto solo io.
Consideriamo quindi questa ricorrenza come un promemoria maschile salva-crisi: coniugale -leggi:evitare smaronamenti- e finanziaria -se non ci fosse San V. avremmo già fatto la fine dell'Argentina, direbbe un fine economista di mia conoscenza - .
Ora non so dirvi bene perché ma in testa la mia argomentazione pro-san Valentino mi suonava un po' più romantica di così.
Allora che fare? Visto che è il giorno in cui da contratto l'uomo ci venererà, si lascia a lui la scelta. "Fai tu, tesoro". Tre parole. Tre parole e vi siete scritte la storia dell'incubo di San Valentino. A parte il fatto che l'uomo, davanti al "fai tu", prova una kierkegardiana vertigine della libertà, ma pensate veramente che vi potrebbe mai andar bene una sua scelta su come passare un'intera giornata? Non vi va bene la punta di blu dei suoi boxer, figuriamoci la sua idea di romanticismo che si spande nell'arco di 24 ore. Meglio dunque indirizzarlo lievemente (leggi: dargli una rosa di 3 opportunità e segnalargli il punto in cui inserire i dati della carta di credito). Anche gli allocchi sanno che, per una donna, un gesto carino è solo una base di partenza per successive contrattazioni: in soldoni, se nel primo anno di fidanzamento per San Valentino ve la siete cavata con un ramoscello di mimosa, per il secondo dovete badare a fare ramoscello+1 fino ad arrivare a ramoscello+n secondo la serie matematica di Grecia Colmenarez, anche detta la serie del dove-cazzo-andremo-a-finire (te-lo-dico-io-ad-anello-con-diamante-mutuo-casa-bambino-rompicoglioni-sai-che-novità).
Ora, se volete proprio fare (anche qui leggi: far sì che lui faccia) le cose in grande, potete scegliere principalmente tra queste opzioni:
- città d'arte italiana/europea: Venezia/ Parigi. Lui, ingenuo, proporrà: "perché non Amsterdam?". Perché no. A San Valentino si va a Parigi o a Venezia, al massimo Praga. Il fattone ad Amsterdam lo fai con quei burini dei tuoi amici, non con me. "Ma Van Gogh, Rembrandt". No e poi no. Non fate gli iconoclasti, le tradizioni serviranno pure a qualcosa.
- montagna: anche qui probabilmente lui potrebbe uscirsene con cose tipo "andiamo a comprare la tenuta da sci" oppure "ma dai, se non vuoi sciare almeno possiamo prendere uno slittino". No, no e mille volte no. La neve la voglio vedere solo dalla finestra della nostra baita iper-riscaldata e dotata di coreografico champagne con fragole in camera, coreografica jacuzzi, ancor più coreografico tappeto davanti a coreograficissimo camino su cui tu mi tromberai coreograficamente quando sarò bella che sbronza.
- le beautyfarm. Le beautyfarm pare che vadano parecchio di moda perché siamo tutti così stressati in questo pazzo, pazzo mondo; non c'è tempo per fermarsi a pensare, a pranzo soltano un panino e adesso non ci vedo più dalla fame. Bon, in pratica tu digiti su google "san valentino" ed è tutto un fiorire di siti tipo "tispenniamo.org" o "romanticismfordummies dot com" e "chicazztel'hafattofareafidanzarti.net" in cui ti offrono convenientissimi lastminute da 800euro a persona per una notte con -udite udite- addirittura la colazione inclusa, più trattamenti vari -massaggi, scrub per il viso, sauna ecc...- che garantiscono di rimetterti a nuovo soddisfatti o rimborsati (è ovvio, non hanno ancora visto me, sennò mai si sarebbero azzardati a fare una promessa del genere. A me per rimettermi a nuovo bisognerebbe fondermi e reimpastarmi ma dubito abbiano quel tipo di forni lì).
Comunque, questa di certo è l'opzione più auspicabile per tutte le donne di mia conoscenza.
Se però siete delle persone molto tristi, vada per la solita cena di San Valentino: ostriche, caviale, champagne, aragosta, frutto della passione, cioccolato al peperoncino, diamante nel dessert, attacco di colite. Un classico senza tempo.
Solo che grazie a me, che sono troppo avanti, e all'ausilio di questo preziosissimo post, potrete ingegnarvi per fare alle vostre donne una sorpresa, che ne so, domani, anziché aspettare San Valentino. Dite loro che non vi andava di esprimere il vostro amore in maniera così convenzionale e manierata. E che non potevate aspettare per portarle fuori a cena. E che le amate tanto. E non date mai il link al mio blog o dovrò distruggerlo e non potrò più aiutarvi.

I "no" che aiutano a crescere non sono quelli di cui voglio parlare oggi. Oggi voglio parlare dei "no" che di tanto in tanto gli uomini rifilano alle donne, quindi di quei no che più che te, tutt' al più aiutano la tua rabbia a crescere.
Fino ad oggi, nella mia vita, ho preso solo due no espliciti - ci sono poi anche i no impliciti: avete presente quando un uomo sa che dareste un rene per passare anche solo una settimana della vostra vita con lui e fa finta di niente? - bè, in quel caso o non sa che farsene di un rene (e sbaglia, di reni non ce n'è mai abbastanza) oppure semplicemente non è interessato. Comunque dicevo, il primo "no" l'ho preso da adolescente. Lui era un pallanuotista dalle spalle larghe - oggi ha ancora le spalle larghe ma è diventato un grigissimo workaholic, cosa che non saresti diventato, caro mio, se ti fossi messo con me (scusate credo di non aver ancora smaltito del tutto il livore) - ed era innamorato della mia migliore amica. Era innamorato della mia migliore amica però appena poteva baciava me, questo lo ricordo bene perché in una di queste sessioni mi fece sanguinare un labbro. Una volta si era a una festa, una di quelle feste di fine anno scolastico, quando l'aria è ormai tiepida e ci si saluta in vista delle vacanze. Quel tipo di feste in cui si beve, si balla e ci si struscia. Ora, notoriamente io dalla vita in giù sono un tronco d'acero - se ne è presto reso conto il mio istruttore di nuoto quando abbiamo iniziato a fare vasche a delfino - il che non so se mi rende più inadatta al ballo o allo struscio, fatto sta che in quell'occasione me la giocai bene: piazzai una canzone lenta in modo che lui non si rendesse conto di ballare con una salma, poi gli passai vicino e aspettai che mi invitasse. E infatti mi invitò a ballare. Mi guardava negli occhi e sorrideva. Sorrideva e mi pestava gli alluci, e io ero felice. Poi mi baciò. Una gioia così l'ho provata solo allora e la prima volta che sono riuscita a montare a neve una chiara d'uovo. Ancora contusa, gli dissi "G., così non si può andare avanti a baciarci. Lo sai che mi piaci, potremmo provare a stare insieme?". E lui: "no, meglio di no. Facciamo così, se nel giro di quest'estate non riesco a mettermi con V., mi metto con te". Insomma, se oggi ho bisogno di un blog per riversare l'astio verso il genere maschile, sapete con chi prendervela.
Comunque. Passano gli anni, intanto continuo a odiare gli uomini per colpa di questo essere disgustoso ma incautamente inizio a dimenticare l'umiliazione subita, per cui decido di lanciarmi (senza paracadute). Ma stavolta è diverso, stavolta un fidanzato ce l'ho e voglio dimostrargli che magari non sarò Charlize Theron ma so essere seduttiva anche io. Decido quindi di prendere l'iniziativa perché sono una donna, anzi che dico una femmina, no anzi una Superfemmina, e con questo mantra ben ficcato in testa, biancheria intima da 100 euro di pizzo&inutilità e autoreggenti in seta che pian piano mi stanno arrivando alle caviglie a mo' di gambaletto antistupro della nonna (dio solo sa perché li chiamino autoreggenti se poi puntualmente non si autoreggono e devi passare la serata a trovare angoletti oscuri in cui tirarteli su), mi avvicino al mio lui e gli paleso le mie intenzioni. Lui, tutto preso dai progetti per la giornata, rifiuta candidamente con un "ma dai, sei vestita, e poi dobbiamo andare a fare shopping". Risultato: altri 10 anni di odio per gli uomini + un bonus di odio sempiterno verso me stessa per aver trasformato un uomo in un personal shopper. Nasce così Sunofyork

C'è poi un'altra categoria di rifiuti, quelli che gli uomini usano per mollare le donne. Ora, gli uomini non amano mollare le proprie fidanzate perché non sanno gestire i sensi di colpa - normalmente preferiscono comportarsi in modo tale da essere mollati. Ci sono però i casi in cui la donna è talmente tarda (oppure talmente assuefatta a un comportamento deludente da parte del proprio uomo) da non capire l'antifona. In questo caso l'uomo molla, e lo fa con le scuse più assurde. Al primo posto troneggia la scusa con la S maiuscola, quella che ogni uomo almeno una volta nella vita ha detto e ogni donna almeno una volta nella vita si è sentita dire.

1) ti meriti di meglio (di solito proferita con occhio liquido). E chi te l'ha detto che a me non va bene uno stronzo qualsiasi? Sennò non mi ci mettevo proprio con te.
2) ho bisogno di tempo per pensare ma non posso chiederti di aspettarmi (aka "non sei tu, sono io") - questa è la balla dell'uomo in crisi esistenziale, quella dell'uomo che millanta gravissimi problemi familiari/lavorativi/di salute/emotivi e a mio avviso la peggiore perché gioca sul lato sensibile e materno delle donne che infatti di solito ci cascano a pieno, arrivando ad aspettare l'amato fino alla menopausa mentre lui intanto ha già messo su famiglia.
3) ti amo troppo e finirei per non badare più alla mia vita, anche detta la stronzata dell'uomo romantico. Ovviamente vi ama troppo, ma ama troppo di più un'altra.
4) siamo troppo diversi/siamo troppo uguali. Il primo è un bene, il secondo un male gravissimo.
5) sei una persona troppo complicata e lasciandoti, vorrei che tu riflettessi sui tuoi problemi con gli uomini. Grazie mille, pagarmi anche lo psicanalista per i prossimi 20 anni, no?

Questa è la mia top five, sono certa che saprete arricchirla con miliardi di scuse più o meno patetiche.
Normalmente cerco di superare rifiuti e rotture evocando l'immagine dell'uomo in questione sul finire della vita, solo davanti al caminetto, con un plaid sulle gambe. E allora ripenserà alla sottoscritta e mi vedrà come la compagna ideale con cui trascorrere la senilità. Di solito funziona, finché non lo incontri a braccetto con la nuova fiamma, quella con cui si sta trascorrendo la giovinezza nell'attesa di rimpiangerti da vecchio.

Avete presente quando vi svegliate la mattina, aprite a fatica gli occhi, le tempie vi pulsano, tentate di mettere a fuoco un punto fermo e realizzate che quello non è il vostro letto, non è il vostro appartamento e che quell'individuo nudo e ronfante con un rivolo di bava alla bocca non è il vostro uomo (non ne avete uno, o almeno così si spera)?
Tranquille, è perfettamente normale. A questo punto immagino che la tentazione sia alle stelle ma voi resistete, non cercate di infiocchettare una one-night stand con espressioni zuccherose del tipo "colpo di fulmine", "amore a prima vista" e quant'altro: se c'è una cosa di cui sono abbastanza certa è che è piuttosto raro che le storie di una notte si trasformino in amore. Non so voi ma io sono una di quelle che sostengono che le relazioni sentimentali richiedano un faticosissimo sforzo di conoscenza iniziale. Ora, le one-night stands di per sè, non richiedono nessuna fatica -a parte quella fisica, ma si spera il gioco valga la candela- e pertanto non vanno elevate al rango di relazioni sentimentali. Classifichiamo allora i rapporti uomo-donna in base ai requisiti richiesti:
- intesa mentale: amore platonico/amicizia
- intesa mentale+intesa fisica: relazione sentimentale
- intesa fisica: one-night stand (o - raramente - fase iniziale di una storia d'amore).
Ma quali sono i fattori che fanno scattare l'intesa fisica? Quali sono i dettagli maschili che colpiscono una donna? Prendiamo questa situazione: siete al bancone di un bar molto hip. Freudianamente chiedete uno "scrotum on the rocks" - il barista vi guarda un attimo perplesso prima di capire che volete uno scotch con ghiaccio, intanto la vosta richiesta viene udita anche da un tipo seduto qualche sgabello più avanti, che si avvicina con passo felpato. Se la donna in questione fossi io, ecco le cose che mi colpirebbero.
1. sorriso/labbra: se una persona ha un sorriso franco e aperto e una bella risata, allora ha qualche chance (non per niente, vuol dire che sta ridendo alle mie battute e questo solletica un bel po' l'ego di chiunque);
2. odore: non mi piacciono gli uomini troppo profumati - fanno troppo bordello algerino - ma nemmeno sono una fan dell'omm adda puzzà: niente è meglio di sentire su un uomo l'odore di sapone. Sarà un'eredità della mia educazione presso le suore (Suor Ortolana ci bacchettava le mani se avevamo le unghie sporche), ma l'odore di pulito è indispensabile.
3. sguardo/ occhi: odio quelli che credono di lanciare occhiate assassine improvvisandosi Casanova dei poveri. Decisamente meglio uno sguardo onesto, possibilmente ironico e divertito, e che si tenga al di sopra del decolletè.
Dunque, quando dico che queste sono le cose che mi colpiscono a livello fisico in un uomo, intendo davvero che inizialmente mi colpiscono solo queste. E infatti per le donne solitamente sono i dettagli a fare la differenza. Se una donna incontra un uomo che ha i requisiti da lei richiesti, molto probabilmente non metterà a fuoco subito tutti gli orribili difetti del soggetto in questione. Questo è il motivo per cui -finita l'euforia data dallo sniffare odore di saponetta - rischia di trovarsi nella situazione iniziale: una palla di pelo e ciccia, sì con delle belle labbra, ma che dopo la nottata ha smesso di profumare di pulito e ha acquistato uno sguardo da triglia lessa.
L'uomo, al contrario, ha una visione olistica della sua preda. Guarda tutto nel complesso, soffermandosi certamente sui dettagli noti (lato A, lato B, area del quadrato lxl, coseno e tangente) ma mantenendo una visione di insieme. Sarà perché noi donne sappiamo accontentarci, sarà per una congenita forma di abnegazione, sarà forse perché, per un fatto anatomico, per un uomo un paio di dettagli positivi all'interno di un aspetto fisico non propriamente gradevole, non garantiscono il buon esito della one night stand, ma questa è decisamente una delle cose in cui gli uomini si comportano in modo meno avventato di noi donne. Per fortuna ci si può sempre rivestire in silenzio e tagliare la corda, contando sul fatto che di solito, dopo una serata di bagordi, hanno il sonno piuttosto pesante.

P.S.la foto è ancora una volta un regalino per amaracchia

5.1.09

tie the knot

Posted by SunOfYork |

(sottotitolo: lo so che mi avevate chiesto di parlarvi dei due di picche maschili, ma mi sembrava fantascienza pura e comunque per i post su commissione c'è sempre tempo)


Sono giorni di saldi e saldi significa lotte all'ultimo sangue, gomitate, spintoni, scene di isteria collettiva, reid tutti femminili del centro, tour de force nei centri commerciali ma anche nuove suggestioni per un doveroso post post-natalizio (per chi si preoccupasse sto bene, ho smaltito la sbornia, ho superato le indigestioni di cibo e parenti e sono sopravvissuta a un incontro con dei blogger pugliesi). Quindi dicevamo. Saldi. Ora, dov'è che in primis si buttano le donne? I negozi di scarpe. Una legge matematica dice che le scarpe acquistate a saldo non verranno mai usate per camminare. Sono puntelli psicologici, nevrosi irrisolte, desideri di femminilità, ma non sono scarpe in cui infilare i piedi. Il fatto è che l'abbassamento dei prezzi all'occhio femminile rende la scarpa più improbabile un oggetto di cui non può fare a meno. E questo è un fatto (se lo dico, mi sembra quasi credibile).
Poi. Dov'è che si buttano le donne in secundis? A fare regali ai propri uomini. E quindi, cravatte. La cravatta è un oggetto altamente erotico -provate a stringerla al collo del vostro uomo finché egli non acquista quel colore ciano magenta che spopolerà sulle passerelle della prossima collezione autunno-inverno, l'effetto è garantito- in più fornisce modi sempre nuovi per intrattenersi (un'equipe di scienziati di cambridge ha dimostrato attraverso complessi modelli matematici che una cravatta può essere annodata in 85 modi diversi, uno dei quali ideato dal pittore surrealista Balthus a forma di serpente che ingoia un pianoforte a coda - ok, l'ultima è una cagata, vedete di non strangolarvi).
Da sempre (da ora) sostengo che la forma sia riflesso della sostanza,e che pertanto l'abito possa fare il monaco, perché parla della persona che lo indossa, raccontandone a grandi linee la storia. Perciò, bando alle esitazioni, a ogni donna (a ogni paio di scarpe) la sua cravatta (il suo uomo) e via col valzer.

Eleganti a tutti i costi. Lei: tra i trenta e quaranta, professionista stimata da tutti, perfetta in ogni circostanza, coacevo di psicosi, no figli, no alcool, no fumo, sesso? no dai, che mi si scompigliano i capelli. Le scarpe dicono: rigorosamente anorgasmica.
Lui: top manager, vacanze in barca coi mocassini per non rovinare il ponte, domenica mattina golf, sì sesso (segretaria), no figli, sì alcool (a fiumi). La classica cravatta regimental dice: bomba a orologeria.

Alienati mentali. Ci sono quelli che si trovano sulla base di interessi comuni, quelli che si incontrano per via di conoscenze comuni e pure quelli che si accoppiano sulla base di patologie comuni. La coppia in questione vuole a tutti costi risultare gggiovane, estroversa, divertente, simpa. In realtà sono due pigne in culo per tutti e infatti gli amici non li invitano mai alle loro feste. Il verdetto della scarpa a cuore e della cravatta di topolino è: coppia patetica e inopportuna con gravi problemi psichiatrici (mi sembra di vederli. Lui, il tipico piacione che fa battute a raffica facendo calare il gelo tra gli amici e lei che ridacchia soddisfatta mentre le amiche alzano gli occhi al cielo ).

I parvenu. Lei: "ma com'è che se chiamano le scarpe che de quella tipa de sexendsity, quelle che se mette sempre cherri bredsciò? Le Manolo Blahnixxx?Chissà, se me le metto pò esse che riesco a sembrare più fèscion". Lui: "sono gay e le manolo me le vorrei mettere io, ma piuttosto che ammetterlo sopporto questa burina per tutta la vita".


I vecchi dentro. Badate bene, questo tipo di coppia non ha età, possono anche essere 20enni ma restano ugualmente vecchi dentro (sono quelli che quando si sta in comitiva hanno sempre sonno, sono stanchi, non apprezzano le battute a sfondo sessuale e preferiscono ordinare la pizza da casa anziché uscire - perché prendere freddo? - a fare una passeggiata). Nella fattispecie, le scarpe di lei dicono "Sono vecchia ma magari in prospettiva, se mi metto delle scarpe ispirate alla Versailles del Re Sole, sembro più giovane". La cravatta di lui: "sono vecchio, impotente e calvo. Meglio vivere con rigore la mia crisi di mezza età (poi domani mi compro una coupè e mi trovo un'amante giovane ma per stasera meglio non pensarci)".

Gli squallidi. Lei: "Sono vuota dentro però sono giovane e gnocca, magari se indosso delle scarpe stravaganti qualcuno penserà che ho carattere". Lui -lo stesso della coppia precedente, però la sera successiva con l'amante giovane- "sarà solo per una sera, solo per una sera, lo giuro, vale la pena ridicolizzarmi con una cravatta simile per un po' di trasgressione. E poi è carne giovane e mia moglie è in menopausa, non sto facendo niente di male".

Il terzetto. La scarpa di vernice combinata la cravatta nera vogliono dire una sola cosa: stasera osiamo un threesome. E infatti i due trovano una guest star, anche lei in scarpa di vernice (ma con tacco rosso a forma di fulmine, a scanso di equivoci, perché sarà lei a dominare la serata) e se la spassano allegramente. E' un tipo di coppia difficilmente individuabile perché, quando privati della loro appendice (ricordate, la scarpa aperta sul davanti a scoprire le dita significa lascivia) sembrano una coppia ordinaria. Lei decolettè nero, lui classica black tie. MA. La vernice.

Wannabe trasgressivi. Il contrario di quelli di sopra. Ostentano trasgressione laddove gli altri la celavano. Tentano un terzetto ma con loro nessuno ci sta. Lui allora si mette un costume da batman e cerca di risvegliare gli istinti della moglie volando dall'armadio al letto. Risultato: frattura scomposta del femore sinistro. Lei, casalinga cinquantenne abbigliata come Deeta Von Teese, chiama l'autoambulanza tutta tremante. Quelli del 113 avranno qualcosa da raccontare ai loro nipoti.

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