Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Ci cadrete anche voi, immagino, nella tentazione di ritenere settembre un nuovo inizio, come (e forse più) di gennaio e di costruirvi una lista di buoni propositi da mettere in atto al rientro nella vita quotidiana dopo la parentesi delle ferie.
L'anno scorso avevo solo un desiderio, che il tempo passasse.
Il tempo è passato, ma io sono esattamente dov'ero un anno fa.
All'incertezza, allo sconforto, alla rabbia di allora, si è però aggiunta quella che potrebbe essere la svista più grande della mia vita. La rinuncia peggiore che io potessi fare: la rinuncia al sentirmi amata, e alla parte vitale, infuocata, emotiva e  fragile che -mio malgrado- posseggo anch'io. E il bello è che forse me ne sono accorta troppo tardi.
Capirete bene che per sopravvivere a questa inarrestabile slavina di eventi, bisogna aver ben saldi in testa dei cazzutissimi Buoni Propositi Per Settembre, e io ce li ho:
dare una svolta alla mia vita,
non negarmi la possibilità di essere felice,
riconoscere e saper cogliere le occasioni che la vita mi porge (sempre copiose, eh).
E vi dico di più, non solo ho dei propositi, so anche come realizzarli in una volta sola: acquistando su Groupon -quando dicevo le occasioni della vita- un pacchetto da millemila sedute per l'epilazione definitiva.
Se non è una svolta questa, signori miei, dopo un'estate passata a combattere contro i miei peli sentendomi una sorta di Don Chisciotte contro i mulini a vento, allora ditemi voi.


Io, una cosa, sottraendo tempo vitale a un lavoro di traduzione mal pagato, precario, perennemente in affanno, e per giunta in scadenza domani, la devo dire.
Circa un anno fa ho aperto una casa editrice con mia sorella, qui non ne parlo spesso perché vorrei che questo fosse uno spazio franco dalle questioni editoriali che, per quanto appassionanti, per me sono nè più nè meno che un lavoro, come per qualcun'altro potrà esserlo il fare l'idraulico o l'insegnante, e in primis perché odio farmi pubblicità (questo è sbagliato, già lo so, ma è così).
Quando l'ho aperta, insieme al pizzico di follia necessaria, avevo la profonda consapevolezza che non c'avrei campato, che sarebbe stato, per un bel po' di anni, un (bellissimo) doppio lavoro in cui investire tutta la passione che avevo per questo settore coinvolgendo persone fidate che so perfettamente condividere la mia stessa passione e il mio stesso entusiasmo. Un anno prima che iniziasse la discussione sulla decrescita  felice nell'editoria, che tanta eco ha avuto negli ultimi giorni su blog e terze pagine, sapevo che avremmo pubblicato pochissimo e che avremmo venduto ancora meno, che di lavoro letterario barra intellettuale ce ne sarebbe stato, ma che ci sarebbero state anche tante fatture, f24, bolle di trasporto, file in posta, scatoloni da spedire. Sapevo bene che sarebbe stata non dura, di più, però mi sembrava una forma di resistenza abbastanza eroica e ne avevamo bisogno, in quel momento. Ero talmente consapevole di quanto poco c'avrei guadagnato (o, in momenti di pessimismo cosmico, di quanto c'avrei rimesso), che ho pensato bene di continuare a lavorare da freelance per altri editori, e di farmi venire il panico ogni volta che, a una scadenza per gli altri editori, si combinavano incombenze legate alla mia casa editrice, ma sono sopravvissuta.
Conoscevo anche perfettamente l'enorme scoglio della distribuzione, ci ho impattato duramente prima di iniziare a pubblicare e vi giuro che, tra chi chiedeva a un editore neonato un giro d'affari da centomila euro (certo, centomila euro son proprio una cifra che un microeditore è in grado di movimentare in un anno) e chi neanche ci ha considerate (comprensibile, visto il numero di editori sul mercato italiano), è stata una vittoria trovare un distributore nazionale specifico per la piccola e media editoria che ci abbia accolte con entusiasmo (sì, ok, lo sconto che pretendeva era pazzesco, ma prendere o lasciare, e noi abbiam preso).
Insomma,  ho considerato tutto. Ho letto tutto, ho studiato, ho preso contatti, mi sono documentata, ho fatto esperienza presso altri, mi sono lanciata quasi convinta di prendere una legnata nei denti.
E invece i libri, per tutta una serie di motivi che non sto qui a dire perché non mi piace cantarmela e suonarmela, sono andati bene, i resoconti bimestrali del distributore sono sempre una bella sorpresa.
Il dato paradossale, però, è che nessuna delle fatture spedite al mio distributore ci è mai stata pagata, le fatture son lì insolute da mesi e mesi, e le innumerevoli telefonate e mail, sono sempre state rimbalzate con scuse imbarazzanti. L'ultima, dopo averli avvertiti che sarebbe arrivata la messa in mora da parte dell'avvocato, è stata che il responsabile dell'amministrazione, proprio mentre ci stava facendo il bonifico, si è sentito male ed è in ospedale.
Allora, io qui devo scagliare il mio j'accuse. Non servirà a niente, ma almeno evito mi venga un'ulcera.
Senza quei soldi noi non andiamo avanti, perché investire ancora denaro, a questo punto, significa solo rischiare di più, non possiamo permettercelo e comunque non avrebbe senso. Potremmo iniziare a non pagare i nostri collaboratori, ma è un'idea che ci fa schifo perché l'abbiamo subita noi per prime da parte di altri, e non abbiamo intenzione di replicare questa stortura tutta italiana - e peculiare dell'editoria - per cui, se ti concedo di lavorare con me, ti faccio quasi un favore e i soldi vengono dopo, ammesso che vengano.
Il lavoro è lavoro, e va pagato, e guai a chi si azzarda a lavorare gratis, ché fa un danno non solo a se stesso, ma a tutti quelli che lavorano in quel settore, e al settore stesso, che piano piano perde qualità e smalto. Che qualità si può, infatti, garantire, a un committente che non paga e ti obbliga a sobbarcarti altri mille lavoretti per sbarcare il lunario?
Io, per prima, ho giurato da tempo che non metterò più giù una riga senza che mi sia pagata. Va bene anche poco e a millemila giorni dalla fatturazione. Essere pagati dignitosamente sarebbe meglio, ma ci vuole anche un pizzico di polso di quale sia la reale situazione dell'editoria italiana. Se paghi, io lavoro, e pure sodo, e sempre così ho fatto, lavorando anche la notte e nei weekend, se necessario.
E come la me freelance, pure la me editrice ha lavorato sodo. E, come me, mia sorella -il restante 50% della casa editice- e così il nostro grafico, il nostro redattore, il nostro ufficio stampa, i nostri traduttori, e, prima di tutto, i nostri autori.
Perché non dobbiamo vedere una soldo e rischiare di far fallire un progetto in cui crediamo?
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(la rettifica del giorno dopo: il distributore ha pagato, non tutte le fatture, ma almeno tutte le più vecchie. quindi da settembre si riprenderà a pieno ritmo a stampare. ciò non toglie che il discorso sopra valga ugualmente ma che almeno, oggi, tiriamo un sospiro di sollievo).

Io, una volta, volevo mollare un tipo. Mi ero preparata tutto un discorso molto ragionevole e molto delicato, in cui spiegavo le (validissime) ragioni per cui non potevamo più stare insieme (era uno stronzo).
Prendo coraggio, lo chiamo. Non risponde.
Mando un sms: "appena puoi chiamami, ti devo dire una cosa".
Lui impanicatissimo mi chiama: "ehi dimmi che c'è, mi hai fatto preoccupare!"
L'inetta che è in me: "ah no niente, volevo dirti che ti amo".
...
Non gliel'avevo mai detto. Quando si dice il tempismo.
Non vi sto a raccontare la voglia di prendere a capate il muro, e i pensieri che ho fatto in quel momento, ma era un monologo a metà strada tra l'avanspettacolo e i cori da tragedia euripidea, una roba del tipo noo cazzo nooo ora mi dovrò sorbire questo tipo ancora per un bel po' altrimenti come posso giustificare il fatto di avergli detto questa cosa, ordinerà un tso (meritatissimo), forse è meglio sopportarlo per tutta la vita, sposarlo, stargli accanto, dargli dei figli che saranno stronzi come lui piuttosto che fare una figura così magra, sì sì è una punizione degna per essere una bugiarda incapace di dire le cose come le pensa! oh no però preferisco comunque un elettroshock a una vita con questo tipo, si fottano le spiegazioni...
E infatti una settimana dopo è finita davvero, non c'è stato alcuno elettroshock ma da allora ho smesso di dire quelle due parole.
Se lo dico, lo dico in altri modi. Tipo, con la santa pazienza e con  i piccoli gesti.
Se ne parla qui, sull'uscita marzolina di Wu Magazine. E voi ce le avete quelle due sillabe nel vostro dizionario amoroso?

h. 1.40 Giornata pesante per tutti in via Broccaindosso.

D.: abbiamo del vino? Il mio ex sta per avere una figlia. Devo dimenticarmi del futuro.
E.: no, ma ammazziamoci di superalcolici. Il mio ex mi cerca ed è convinto che io lo ami ancora. Devo dimenticarmi del passato.
Sun.: passatemi una bottiglia di amaro. Devo dimenticarmi del presente.

Tempo mezz'ora, le riserve d'alcol sono esaurite.

Sun: ho la tachicardia, le labbra addormentate, i polpastrelli insensibili, dolore al petto, sudo freddo e voglio scappare e morirò di certo.
E.: ma no, sei presa male. Tranquilla.
D.: sei imbottita di valeriana, alcol e chissà che altro . Vatti a sdraiare che sembri Marilyn. Ho già fatto la stessa cosa decuplicando le quantità. Non morirai.
Sun (dal letto, già in posizione supina con le mani giunte sul petto): magari ho un colpo di fortuna, chi lo sa.
D. (al capezzale di Sun): Ho detto che non morirai.
E. (premurosa sull'uscio della camera): Ad ogni modo se muori, io ti piastro i capelli e ti trucco. Ti faccio figa.
Sun.: grazie tesoro. Se muoio, nell'armadio ho il tubino Balenciaga e le decolettè nere di vernice. Se riesci, recuperami un girocollo di perle. E niente occhiali, grazie.
D.: eh no! io stavo aspettando che schiattassi per rubarmi il tubino Balenciaga, così non vale!
Sun (alzandosi di scatto dal letto e spingendo D. fuori dalla stanza): col cazzo. Sto benissimo ora. Potete andare, care.

Esistono cinque parole più dolci e significative, pur nella loro palese falsità? Cinque parole più potenti, nella loro piccola poesia quotidiana, e insieme altrettanto struggenti, nel loro tentativo di negare il vero?
Stai tranquilla, io sto bene, vuol dire mille cose. Mille cose di quella semplicità un po' bambina che sa di casa, pane caldo, latte, mani strette, mamma, stelle alla finestra, di quelle cose buone che assimili nel profondo senza nemmeno accorgertene, e che non sono solo buone ma anche belle, cose tipo "ci tengo a te e sono disposto a mentire per non scombussolarti troppo" e che la dicono lunga su quanto una persona possa essersi abituata, nell'arco di una vita, a non dare troppo ascolto a certe fragilità e a mettersi da parte per pensare ad altro. Perché, per l'appunto, Stai tranquilla, io sto bene, vuol dire mille cose. Mille cose più una, per chi sa ascoltare, e cioè: non stare tranquilla, non sto bene.
Stai tranquilla, io sto bene, è una frase che mi sono sentita dire spesso in passato e che continuo a sentirmi dire ancora ora da chi cerca di mettermi un ombrello sulla testa, sapendomi refrattaria ai ripari. Ed è una frase a cui non crederò mai, nemmeno dovessero ripeterla come un mantra fino a ipnotizzarmi, ma che allo stesso tempo mi farà sempre sorridere, per quel tacito affetto che si porta dietro, per quella sottesa carezza sulla testa.
Stai tranquilla, io sto bene (Je vais bien, ne t'en fais pas), è anche il titolo di un romanzo di Olivier Adam che mi è capitato tra le mani qualche tempo fa. E anche in quel caso, la storia era la stessa: lo strazio intimo e sempre delicato di un padre che decide di imbastire una bugia nella speranza di difendere sua figlia Claire dall'aggressione della realtà - che in questo caso prende le forme brutali e incomprensibili della scomparsa di un figlio per lui, e di un fratello per lei. E per farlo, sceglie di compiere il più classico degli atti d'amore: mentire per proteggere. Affrontare di tanto in tanto spostamenti su e giù per la Francia col solo scopo di appiccicare questa manciata di parole su cartoline ogni volta diverse, così da convincere Claire a star tranquilla, ché tanto lui, suo fratello, sta bene, sta solo affrontando un lungo viaggio.
Che poi è forse quello che noi tutti ci auguriamo, quando perdiamo qualcuno. Che continuino a percorrere un sentiero. Che, anche se a noi invisibile, quell'intarsio minimale di passi possa avere una sua grammatica, un suo senso. E che stiano bene dove sono. Ma bene davvero, non solo per tranquillizzarci, ché ci diano loro la forza di occuparci di chi resta.

Quello del traduttore, credetemi, è un lavoro duro. Un lavoro in cui si guadagna male, si lavora spesso di notte per non sforare una consegna, che ti impone di imparare a gestire le urgenze e accettare un frustrante compromesso tra un ideale teorico di perfezione e ciò che effettivamente si ha il tempo di produrre, e non di meno di continuare sempre a tendere verso quell'ideale. Un lavoro che la sera ti lascia sfibrato e incapace di proferire una frase di senso compiuto nella tua lingua madre, che ti concede, come unica contropartita, una sfida contro te stesso negandoti qualsiasi riconoscimento esterno.
Perché quello del traduttore è un lavoro solitario, adatto a chi non ha bizze da prima donna e anzi rifugge le luci della ribalta.
Sei tu e il libro, e nessuno con cui confrontarsi.
Ora, so che per qualche tipo antisociale, l'idea di fare un mestiere che implichi il non avere alcun contatto umano possa sembrare attraente, ciò non toglie che il lavoro del freelance abbatta totalmente la barriera tra il lavoro e il non-lavoro, trasformandoti l'esistenza in un continuum solitario di traduzioni miste a momenti di svago (i miei implicano andare a cercare su Google cose del tipo "ernia lombare", ché ci tengo proprio a sembrare una specie di Quasimodo che passa la vita dietro uno schermo). Capitano giorni in cui anche il minimo di decenza imposto dal dover uscire e andare in ufficio (quelle attività tipo togliersi il pigiama, pettinarsi, lavarsi il viso), per un freelance, sembri un di più insostenibile, e quindi si passi direttamente dal lettone alla scrivania e da lì di nuovo col portatile sul divano e poi sul letto tra migliaia di fogli e briciole sparse a infilarsi tra i tasti.
E insomma, in mezzo a tutta questa precarietà, in mezzo a tutte queste sfide interiori, gli unici referenti che riesci a trovare hanno l'impalpabilità del modello irraggiungibile, quelli a cui guardi quando ti assale il dubbio del perché tu abbia scelto di fare questo, della tua vita.
E quindi pensi all'Adriana Motti e ai dubbi su come tradurre The catcher in the rye, a come non tradire le intenzioni di chi con grande trepidazione affida le sue parole a te, alla Pivano di Addio alle armi di Hemingway e compagnia bella. Respiri, e ti senti davvero rivestito di un ruolo sacrale, quello di ponte tra l'arte e il mondo. Ecco, ora sei ispirato, puoi tradurre al meglio delle tue potenzialità. E infatti traduci.

Lui: sei pronta, bella? Si fa sesso animale.
Lei: no, non possiamo! Testa di Maiale potrebbe arrivare da un momento all'altro!
Lui: c'è un solo maiale in questa stanza. Coraggio bimba, il paparino ha qui una bella salsiccia per te.

Ma secondo voi, ripensando all'estetica crociana e alla teoria delle traduzioni "brutta ma fedeli" e "belle ma infedeli", la mia dove si pone?

Qualcuno di voi avrà letto del mio amore totalizzante per Filippo Timi in questo post di qualche tempo fa dedicato a lui e al suo romanzo, quindi saprete che a seguito di quel post gli scrissi una mail in cui gli dicevo più o meno così "ho scritto di te sul mio blog, ma in realtà del libro me ne frego, era solo il pretesto per infilare una proposta di matrimonio. Non c'è bisogno che tu faccia niente, penso a tutto io (d'altra parte sono abituata all'inettitudine di voi uomini)", mail alla quale _stranamente_ non ho mai ricevuto risposta. Ebbene, tesori miei, domani Filippo Timi verrà a Bologna per conoscermi dopo un incontro in una splendida libreria del centro. Quindi, ragazzi cari, avanti con i consigli.
1. abbigliamento/accessori/trucco/parrucco. Suggeritemi qualcosa che sia sobrio, casual ma sexy, giusto ma non ammiccante, semplice ma non bacchettone, classico senza tempo ma non vecchio, e che gridi al mondo (la menzogna) che sono figa e intellettuale q.b. ma che la mia sensualità scaturisce da anima e cervello e non da ore e ore davanti allo specchio. Se questo vuol dire indossare un boa di struzzo iridescente, lo accetto.
2. Tavor. Qui la scelta è semplice: Sì o no.
3. proposta di lavoro allettantissima: come faccio a fargli passare il concetto che sto per aprire una casa editrice e che vorrei pubblicare qualcosa di suo, e che lui dovrebbe lasciar perdere le case editrici grandi e facoltose per pubblicare con me, che gli darei 50 euro di anticipo sui diritti?
4. atteggiamento:
- la butto in casciara come il mio istinto malato mi porterebbe a fare - il che vuol dire che al momento delle domande, mi alzo, mi impossesso con la forza del microfono, e gli dico che gli avevo scritto ma dato che non mi ha risposto, ho interpretato il suo silenzio come un assenso e che le pubblicazioni sono affisse in municipio, poi mi alzo e gli porgo un anello dei puffi trovato nell'uovo kinder?
- faccio la gatta morta - vale a dire, aspetto che finisca l'incontro, stampo il vecchio post, ci faccio una barchetta, vado lì con l'aria innocente di Bambi e le ciglia che fanno flap flap, nel frattempo nel risvolto interno della barchetta, con la perizia di un tipografo esperto di origami ci scrivo il mio numero di telefono e indirizzo di posta elettronica con un font grassetto corpo 40mila color fuxia catarifrangente, poi mi avvicino, gli faccio i miei complimenti, e gli regalo la barchetta dicendo che è una recensione del suo libro (pff).

Ogni suggerimento sarà ben accetto.

E così il Nobel per la letteratura è andato a Herta Muller, scrittrice tedesca di origini romene, che ha sbaragliato la concorrenza di grandi nomi come (l'immancabile) Amos Oz, Vargas Llosa e Philip Roth. L'avevo conosciuta un annetto fa grazie al suo romanzo, Il paese delle prugne verdi, storia di quattro giovani intellettuali dissidenti nella Romania di Ceausescu, edito da Keller -un piccolo e attento editore trentino che pubblica pochi titoli all'anno, ma quelli che pubblica, sono veramente belli e curati in ogni aspetto- e che mi aveva colpito per la sua poesia straziante dentro un clima di oppressione e miseria collettiva.
Lo dico per vari motivi, innanzitutto perché aprire una piccola casa editrice è anche il mio sogno (e vuoi vedere che il 2010 non lo veda realizzarsi, eh, cara la mia socia?), e avere in catalogo un vincitore del Nobel i cui diritti ho pagato due lire è più di un semplice sogno, diciamo che per me è l'equivalente di un sogno erotico che vede me protagonista assoluta insieme a due adoranti e incredibilmente lascivi Javier Bardem e Filippo Timi. In secondo luogo perché così ho l'occasione di raccontarvi un problema simpaticissimo che mi affligge da un po' di tempo. Bene, che in Italia ci siano più scrittori che lettori ormai è un luogo comune più o meno comparabile con perle quali non ci sono più le mezze stagioni e si stava meglio quando si stava peggio. Il che però significa che, per essere diventati luoghi comuni, un fondo di verità ce l'avranno anche loro, no? Direi proprio di sì, visto la quantità di gente che ricorre ad editori a pagamento che chiedono cifre assurde e non si preoccupano nè di promuovere nè di distribuire il libro e a siti di self publishing (uno piuttosto noto reca come sottotitolo l'inquietante "Se l'hai scritto, va stampato". Ma anche no! direi io) pur di ottenere un briciolo di quel lustro che dovrebbe conferire l'aver scritto qualcosa. Ecco, io non so voi, ma per me le parole hanno sempre avuto un peso enorme sin da quando scrivevo i temi delle elementari, un peso che si fa tanto più titanico quanto più leggo libri come quello di Herta Muller, o di altri grandi scrittori. Il confronto con loro mi dà la giusta percezione di cosa meriti di essere pubblicato e letto e cosa no: ed è per questo che io, come molti altri di voi, ho un blog che mi basta e avanza, e nessuna velleità da scrittore "vero". E invece non per tutti è così.
Il bello, quando lavori nell'editoria, è che tutti quelli che sanno di che ti occupi (quindi sanno anche che conti meno di zero ma fanno finta di non saperlo) tentano di rifilarti le loro cose (per un parere, una revisione, un'idea, una spintarella verso la pubblicazione), perché tutti hanno scritto qualcosa nella loro vita e tutti sono fermamente intenzionati a ottenere i loro cinque minuti di gloria. Con le dovute eccezioni positive, per la maggioranza, ciò che passa per le mie mani sono opere di zie che nel '68 componevano poesie lisergiche, amici wannabe scrittori, amanti del fantasy -perdonatemi, ma per me il fantasy è una piaga sociale-, conoscenti con l'estro letterario di una cozza nuda, parenti che scrivono memoriali sui loro imbarazzanti trascorsi sessuali, l'apologia del cane buonanima del dirimpettaio, il postino che mi lascia nella cassetta della posta un manoscritto fantasiosamente intitolato "Il postino suona sempre tre volte" (infatti, già dopo la prima hai scassato la minchia) e per finire Lui, il mio medico curante bolognese.
Ecco, il mio medico è un quarantenne single che ha l'ambulatorio tre portoni più avanti del mio e l'aspetto dimesso e vagamente kafkiano (solo l'aspetto, purtroppo).
L'altro giorno ci sono andata per farmi fare l'impegnativa per un'escissione dei nei -tre o quattro, li togliamo in comitiva, visto che fortuna vuole che sia particolarmente predisposta a questo flagello di dio- e insomma, una chiacchiera tira l'altra, ma di dove sei di dove non sei, ma quanti anni hai, ma cosa fai cosa non fai.
Sun: "Lavoro nell'editoria, principalmente traduco"
Dottore: "Ma davvero, e vuoi fare questo per tutta la vita?"
Sun: "Sì, ma vorrei aprirmi una casa editrice mia"
Dottore: "Ma che bello! Che coincidenza! Chiamami pure Marco!"
Sun, in preda a smottamento inguinale: "Perché coincidenza, dott. Marco?"
Doc, tirando fuori da un cassetto un enorme plico polveroso di fogli ingialliti con su una scrittura minutissima e fitta fitta: "Ho giusto qui una prosa poetica dedicata alla mia defunta madre, lo troverai di lettura un po' ostica, ma confido nella raffinatezza dei tuoi gusti e nella tua benevolenza".
E io che dovevo fare? Gli ho detto che ero già sommersa di fogli per casa ma quello mi ha chiesto la mail, dicendomi che doveva avere anche un pdf, e io non ho potuto non dargliela.
In tutto ciò, preso com'era a parlarmi della sua opera straordinaria, ha sbagliato a compilare l'impegnativa.
E vabbè, mi consolerò pensando che magari potrebbe essere un futuro Nobel della letteratura e trovarsi nel mio catalogo.
Avanti, coraggio, quanti di voi hanno un manoscritto nel cassetto e pensano di potermi far diventare un ricco editore?

I "no" che aiutano a crescere non sono quelli di cui voglio parlare oggi. Oggi voglio parlare dei "no" che di tanto in tanto gli uomini rifilano alle donne, quindi di quei no che più che te, tutt' al più aiutano la tua rabbia a crescere.
Fino ad oggi, nella mia vita, ho preso solo due no espliciti - ci sono poi anche i no impliciti: avete presente quando un uomo sa che dareste un rene per passare anche solo una settimana della vostra vita con lui e fa finta di niente? - bè, in quel caso o non sa che farsene di un rene (e sbaglia, di reni non ce n'è mai abbastanza) oppure semplicemente non è interessato. Comunque dicevo, il primo "no" l'ho preso da adolescente. Lui era un pallanuotista dalle spalle larghe - oggi ha ancora le spalle larghe ma è diventato un grigissimo workaholic, cosa che non saresti diventato, caro mio, se ti fossi messo con me (scusate credo di non aver ancora smaltito del tutto il livore) - ed era innamorato della mia migliore amica. Era innamorato della mia migliore amica però appena poteva baciava me, questo lo ricordo bene perché in una di queste sessioni mi fece sanguinare un labbro. Una volta si era a una festa, una di quelle feste di fine anno scolastico, quando l'aria è ormai tiepida e ci si saluta in vista delle vacanze. Quel tipo di feste in cui si beve, si balla e ci si struscia. Ora, notoriamente io dalla vita in giù sono un tronco d'acero - se ne è presto reso conto il mio istruttore di nuoto quando abbiamo iniziato a fare vasche a delfino - il che non so se mi rende più inadatta al ballo o allo struscio, fatto sta che in quell'occasione me la giocai bene: piazzai una canzone lenta in modo che lui non si rendesse conto di ballare con una salma, poi gli passai vicino e aspettai che mi invitasse. E infatti mi invitò a ballare. Mi guardava negli occhi e sorrideva. Sorrideva e mi pestava gli alluci, e io ero felice. Poi mi baciò. Una gioia così l'ho provata solo allora e la prima volta che sono riuscita a montare a neve una chiara d'uovo. Ancora contusa, gli dissi "G., così non si può andare avanti a baciarci. Lo sai che mi piaci, potremmo provare a stare insieme?". E lui: "no, meglio di no. Facciamo così, se nel giro di quest'estate non riesco a mettermi con V., mi metto con te". Insomma, se oggi ho bisogno di un blog per riversare l'astio verso il genere maschile, sapete con chi prendervela.
Comunque. Passano gli anni, intanto continuo a odiare gli uomini per colpa di questo essere disgustoso ma incautamente inizio a dimenticare l'umiliazione subita, per cui decido di lanciarmi (senza paracadute). Ma stavolta è diverso, stavolta un fidanzato ce l'ho e voglio dimostrargli che magari non sarò Charlize Theron ma so essere seduttiva anche io. Decido quindi di prendere l'iniziativa perché sono una donna, anzi che dico una femmina, no anzi una Superfemmina, e con questo mantra ben ficcato in testa, biancheria intima da 100 euro di pizzo&inutilità e autoreggenti in seta che pian piano mi stanno arrivando alle caviglie a mo' di gambaletto antistupro della nonna (dio solo sa perché li chiamino autoreggenti se poi puntualmente non si autoreggono e devi passare la serata a trovare angoletti oscuri in cui tirarteli su), mi avvicino al mio lui e gli paleso le mie intenzioni. Lui, tutto preso dai progetti per la giornata, rifiuta candidamente con un "ma dai, sei vestita, e poi dobbiamo andare a fare shopping". Risultato: altri 10 anni di odio per gli uomini + un bonus di odio sempiterno verso me stessa per aver trasformato un uomo in un personal shopper. Nasce così Sunofyork

C'è poi un'altra categoria di rifiuti, quelli che gli uomini usano per mollare le donne. Ora, gli uomini non amano mollare le proprie fidanzate perché non sanno gestire i sensi di colpa - normalmente preferiscono comportarsi in modo tale da essere mollati. Ci sono però i casi in cui la donna è talmente tarda (oppure talmente assuefatta a un comportamento deludente da parte del proprio uomo) da non capire l'antifona. In questo caso l'uomo molla, e lo fa con le scuse più assurde. Al primo posto troneggia la scusa con la S maiuscola, quella che ogni uomo almeno una volta nella vita ha detto e ogni donna almeno una volta nella vita si è sentita dire.

1) ti meriti di meglio (di solito proferita con occhio liquido). E chi te l'ha detto che a me non va bene uno stronzo qualsiasi? Sennò non mi ci mettevo proprio con te.
2) ho bisogno di tempo per pensare ma non posso chiederti di aspettarmi (aka "non sei tu, sono io") - questa è la balla dell'uomo in crisi esistenziale, quella dell'uomo che millanta gravissimi problemi familiari/lavorativi/di salute/emotivi e a mio avviso la peggiore perché gioca sul lato sensibile e materno delle donne che infatti di solito ci cascano a pieno, arrivando ad aspettare l'amato fino alla menopausa mentre lui intanto ha già messo su famiglia.
3) ti amo troppo e finirei per non badare più alla mia vita, anche detta la stronzata dell'uomo romantico. Ovviamente vi ama troppo, ma ama troppo di più un'altra.
4) siamo troppo diversi/siamo troppo uguali. Il primo è un bene, il secondo un male gravissimo.
5) sei una persona troppo complicata e lasciandoti, vorrei che tu riflettessi sui tuoi problemi con gli uomini. Grazie mille, pagarmi anche lo psicanalista per i prossimi 20 anni, no?

Questa è la mia top five, sono certa che saprete arricchirla con miliardi di scuse più o meno patetiche.
Normalmente cerco di superare rifiuti e rotture evocando l'immagine dell'uomo in questione sul finire della vita, solo davanti al caminetto, con un plaid sulle gambe. E allora ripenserà alla sottoscritta e mi vedrà come la compagna ideale con cui trascorrere la senilità. Di solito funziona, finché non lo incontri a braccetto con la nuova fiamma, quella con cui si sta trascorrendo la giovinezza nell'attesa di rimpiangerti da vecchio.

12.9.08

nomen (quasi) omen*

Posted by SunOfYork |

Oggi discuteremo dell'importanza di saper attribuire il giusto nome ai propri figli.
Ovviamente, come molte altre donne sulla faccia della terra, già in prima elementare - appena appreso come impugnare una penna - avevo stilato la
top five dei nomi che avrei dato ai miei figli e alle mie figlie: Emanuele, Matteo, Stefano, Daniele e Davide per i maschi, Sofia, Lidia, Rebecca, Irene e Micol per le femmine (ci sarebbe anche Alma, ma non è un nome ebraico, quindi sarà la ribelle in cerca di grane); insomma più che una famiglia, un tentativo di rimpolpare con le mie sole forze la popolazione di Israele. In fondo sono sempre stata un'atea con un forte afflato biblico: ad esempio la faccenda del "conoscersi in senso biblico", bè quella mi è sempre garbata molto. E quindi, ormai adolescente, riempivo le pagine dei diari con i nomi dei miei figli mentre mentalmente ripassavo tutti i metodi anticoncezionali disponibili sul mercato per non rischiare di trovarmi a celebrare il bar mitzvah di uno dei miei figli ancor prima di celebrare il mio (per quelli che si stanno facendo il calcolo degli anni, no, chiaramente è impossibile, era solo per rendere l'idea).
Comunque, quello che importa è che io i miei nomi ce li ho sempre avuti, ne conosco i significati e li ho anche pubblicati sul blog in modo che tutti quelli che mi stanno vicino sappiano che quelli sono i
miei nomi e non li usino a loro volta per la loro prole.
A quanto pare, però, non tutti ci pensano bene prima di appioppare un nome ai propri figli. Ricordo che mia nonna mi parlò una volta di una sua compagna di classe muta di nome Marrone Rosa, credo la figlia di Lorenza Bùm (bùm era il rumore che faceva quando stramazzava a terra sbronza), l'ubriacona del paese, che tirava fuori due pastelli ogni volta che le veniva chiesto il nome.
Poi oggi sento che una delle concorrenti di Miss Italia 2008 si chiama Benedetta Mazza. Ora, non che non mi trovi d'accordo con le benedizioni di questo tipo, senza la benedetta mazza infatti non potrei mai mettere al mondo i miei pargoli, dar loro quei meravigliosi nomi e festeggiare insieme innumerevoli hannukah, certo è che chiamare così una figlia significa spianarle una via larga e lastricata di sbeffeggiamenti, umiliazioni e molto altro. E quindi io propongo, nonostante tra le tante cose brutte che ho fatto nella mia vita non figuri guardare Miss Italia, di risollevare le sorti di Benedetta Mazza, guardiamo tutti Miss Italia e votiamola! Dimostriamole che il nomen non sempre è un omen. Come? Come dite? Non ve ne frega una benedetta mazza? (Questa è pessima, lo so, ma era mio dovere dirla).
Comunque poteva andarle peggio, poteva chiamarsi Beneamata Minchia, allora sarebbe stata dura scherzarci sopra.
E voi, che nomi pensate di dare ai vostri figli? E non vi azzardate a fare il giochetto di Ulisse e Polifemo, e dire che volete chiamarlo Nessuno.

*è il titolo di una meravigliosa raccolta di racconti che spero un giorno trovi un editore

Sì, aboliamoli. La fregatura della lingua italiana sta proprio nella sovrabbondanza di ridondanze e orpelli vari. Nella fattispecie, i puntini di sospensione, oltre a scatenarmi repentini attacchi di orticaria, servono alla nostra lingua più o meno quanto quei leziosi cuoricini che le adolescenti dei miei tempi erano solite apporre sulle "i" (grazie al cielo le tastiere di pc e cellulari ancora non offrono questa opzione, e dubito che le quindicenni di oggi scrivano ancora a penna): sono superflui, rendono la comprensione complicata, offendono il mio senso estetico abbruttendo la lingua.
Non che la mia personalissima e assolutamente folle crociata prenda le mosse da questioni meramente estetiche. I puntini di sospensione mi fanno orrore: sono la contropartita scritta di quei brutti suoni che si emettono quando si è insicuri di ciò che si sta dicendo. Sono ancora più orrendi quando da tre diventano trentatrè perché nella testa vuota di chi li impiega vige sempre e in ogni caso la regola del melius abundare quam deficere mentre personalmente sono più una seguace dell'idea di eliminare il soverchio. Sono orrendi in ogni situazione, questo è certo, ma ben di più lo è la filosofia che vi soggiace, ossia la filosofia dell'indefinito.
Dunque, io odio l'indefinito, qualsiasi cosa esso non definisca. Se un concetto è interessante, allora per favore, esploriamolo in tutte le sue sfaccettature: le capacità generative della lingua sono potenzialmente infinite, questo mica lo dico io. Se invece il concetto non è degno di nota, perché alludervi? Tanto lo capiamo comunque che stai alludendo a una banalità con quei puntini, mica aggiungendoci quello che nella tua testa bacata è un je ne sais pas quois di mistero, un quid di enfasi, la sostanza delle cose cambia.
Ma veniamo al perché io abbia preso tanto a cuore questa questione.
In questi giorni, già irritata dal morbo terribile che mi ha afflitta, un enorme motivo di scoramento è andato a completare la mia mitica top five della paranoia esistenziale: Il Più Grande Errore della Mia Vita - ossia un folle con cui ancora minorenne, in un attacco feroce di lolitismo, intrattenni una liaison, e che trattai come una pezza da piedi nonostante avesse più del doppio dei miei anni - ha trovato "per caso" (il corrispettivo nell'era informatica del "mi trovavo a passare da queste parti") il mio indirizzo email su un sito e dopo quasi una decade di dignitoso silenzio ha deciso di scrivermi una mail. Poi siccome non gli ho risposto, ha pensato bene di scrivermene un'altra e un'altra ancora.
Tralasciando i contenuti, che pure meriterebbero di essere riportati qui a monito imperituro, ciò che mi ha sconvolta è l'abuso di puntini di sospensione fatto da questo pover'uomo ormai di mezza età. Il che mi ha portato a compiere un'esegesi dei puntini di sospensione, e una classificazione in tre punti delle persone che ne fanno uso. Potrete notare come freudianamente, tutte le mie riflessioni vadano sempre a finire al sesso. Che ci posso fare? Fa caldo, sono al confino da due settimane, non vedo l'Uomo da ancora di più, e sono in ovulazione. Quindi esemplifichiamo.

Caso n.1: il tempo passa...ma...tu... per me...sei un ricordo...indelebile...
Sottotesto: abbiam trombato bene un tempo. Vuoi ancora?
Utenza media: stupratori in pectore, illusi privi di una vita sentimentale, uomini in crisi di mezza età, inetti con un cattivo rapporto con il passato.

Caso n.2: ciao bella...la serata è stata una fikata pazzesca...mankavi solo tu...kose pazze vicino al falò...ti kiamo + trd..............(argh sto male solo a digitarli, ndr)
Sottotesto: ho trombato a sufficienza, però ora vorrei trombare anche con te.
Utenza media: adolescenti esaltati in crisi ormonale, ragazze deviate dalla lettura di Cioè, future veline, futuri calciatori.

Caso n.3: io...non lo so...cosa mi succede...niente ha senso...sono solo/a...una solitudine...che non ha...confini...
Sottotesto: nessuno mi tromba e sono tanto infelice
Utenza media: nerd sociopatici, sfigati con l'apparecchio, adolescenti brufolose e occhialute, gente brutta (gesù, mi faccio schifo da sola a dire ste cose, fossi un altro giuro che non leggerei il mio blog).

Avanti, chi di voi appartiene all'utenza media?
Coraggio, non siate timidi.

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