Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Non sono sparita, è che una fase della mia vita si sta chiudendo, e la successiva non si è ancora aperta. Sono in pratica in uno di quei momenti in cui tutto smette di essere certezza e si fa movimento, e io son qui e tiro il fiato fino all'ingresso nella prossima fase. Per non affondare, ho bisogno di parlare di continuo, con tutti. Quindi ammorbo amici e parenti, ho una psicologa, e tornerò a scrivere qui con più frequenza di prima. Affliggo anche il poveretto che mi s'è pigliato, propinandogli di tanto in tanto delle versioni più o meno incisive de "Il Discorso" (sì, proprio quel discorso, quello che prima o poi tutte facciamo ai rispettivi uomini). Ne parlo qui, sull'uscita di maggio di Wu Magazine.

Per essere felici si dice basti poco.
E io di motivi di felicità, in questo piovoso inizio inverno, ne avrei più d'uno, ma non starò qui a dirli ché da queste parti si è ritrosette, un po' selvatiche e sempre timorose che dar voce a quel "tanto" tanto atteso, significhi sminuirlo un po'.
Si dirà invece del "poco" e dell'incidentale, ossia della scoperta fatta a questa veneranda età che una borsa dell'acqua calda piazzata sulla sedia a mo' di cuscino sia in grado di strappare qualche sorriso e svoltare il pomeriggio di lavoro.
Per non parlare di stasera, quando la piazzerò sotto il piumone e starò lì a sollazzarmi beata, ché non mi sentivo tanto sana di mente a passarmi il phon con ionizzatore sui piedi intirizziti prima di andare a letto.
Che per essere felici basti poco, secondo me, non è mica tanto vero: si è felici con poco quando tutto il resto fila liscio (bella forza, in effetti), ché se tutto va storto e il cuore dorme all'addiaccio, capirete che ben magra consolazione sia avere le chiappe al caldo.

(e sempre per la serie "le scoperte dell'acqua calda alla soglia dei 30", ho anche capito che i broccoli -nonostante il pessimo odore- sono ottimi, che girare le frittate è semplicissimo, che le castagne in qualsiasi modo le si cucini -purché questo non implichi imbrattare il forno- sono un dono del cielo, che i sentimenti sono complicati, che è ora di darsi al vino novello, che imporsi di dimenticare qualcuno non funziona e che ci sono giorni in cui Milano è più bella di quanto si pensi)

Da qualche parte ho sentito che ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverlo. E io, cari miei, un problema bello grosso ce l'ho, e ho tutte le intenzioni di affrontarlo: trattasi dei miei pantaloni di flanella rosa a quadrettoni grigi.
Io per partito preso non ho mai usato i classici pigiami, e, credetemi, non perché dorma nuda con due gocce di Chanel n.5 dietro le orecchie, no, no, col cacchio, d'inverno dormo intabarrata in dei tutoni osceni raffiguranti cappuccetto rosso acquistati da mio padre con lo scopo preciso di rendermi inappetibile e antierotica persino per il più infoiato dei maschi, mentre d'estate sfoggio una mise ancora più deprimente composta da mutande e magliette lise di squadre di calcio sfigate (no, il Bari non è una squadra sfigata, inutile che lo scriviate nei commenti). Dunque, dicevo, non uso pigiami, e non perché l'essere seducente sia una mia istanza primaria, diciamo pure che me ne frego del tutto: se calcolate che fino a maggio dormo sepolta dal piumone da cui spunta solo un delicato piedino n.39 -per tutti gli uomini che hanno dormito, dormono e dormiranno con me: so che è un gesto carino e pieno d'affetto, ma non provate a ficcarmi il piede sotto il piumone perché lo uso come termostato in modo da regolare la temperatura corporea, e passi la prima volta che vi svegliate per andare in bagno, vedete la zampaccia che spunta, vi intenerite e me la coprite, passi la seconda, che ridacchiate, pensate che io sia una simpatica mattacchiona e me la coprite di nuovo, alla terza divento una bestia e vi ammazzo nel sonno. Se a questo aggiungete che porto dei calzettoni di lana fino al ginocchio che talvolta sono anche bucati, che tendo ad assumere nel letto la classica posizione "a quattro di bastoni" e che russo* -ebbene sì, càpita quando hai tonsillite cronicizzata, deviazione del setto, turbinati ingrossati e sospetti polipi nasali- capirete che non ho bisogno di sottovesti in chiffon nè per sentirmi donna (ne sono tristemente consapevole a prescindere) nè per sedurre un uomo (se ti vogliono, puoi metterti uno scafandro da palombaro, vai bene lo stesso).
Quindi qual è il mio problema con il pigiama? Il mio problema con il pigiama è più o meno quello che hanno i tossici con le droghe. Non lo posso usare troppo spesso perché mi proietta in una dimensione che amo sopra ogni cosa e da cui non vorrei mai uscire, cioè quella della sciattona malaticcia, e dal momento che le sciattone malatticce per definizione non sono produttive, mentre nella vita adulta ti è richiesto di produrre, so che se la mattina mi sveglio avendo il pigiama addosso le possibilità che io mi alzi dal letto e mi metta a lavorare sono pari a quelle che un uomo, dopo aver letto il capoverso precedente, mi inviti a uscire: nulle.
Cerco, quindi, di regolamentare l'uso del pigiama limitandolo ai pochi momenti della mia vita in cui non mi viene richiesto di produrre alcunché nè di rendermi presentabile per nessuno, vale a dire all'incirca una domenica al mese. E quindi in quell'occasione indosso i miei pantaloni di flanella e ciondolo per casa molle come un budino, sorseggio tisane rilassanti, faccio lunghissime colazioni con pane tostato e marmellata di more, provo tutti i tipi di cremine per le mani, mi faccio la ceretta ma solo a una gamba (con gli effetti devastanti che tutte potrete immaginare sulla sincronizzazione della ricrescita) perché poi mi annoio e mi appisolo sul divano con un plaid di pile, mi sveglio, mi faccio un caffè, leggo l'oroscopo di Breszny, maledico Brezsny, metto su Capossela, fisso le pareti. Poi, stanca non so neanche io di cosa, decido che ho bisogno di rilassarmi, quindi mi sdraio di nuovo sul divano e decido tutta contenta di vedere un film in streaming. Quale?
Oggi, domenica 21 Febbraio 2010, la scelta è sciaguratamente ricaduta su Baciami ancora di Muccino, e ancora mi girano per aver sprecato due ore dietro a una simile stronzata.

Ma se ne parlerà nel prossimo post. Ora vado a godermi l'ultima ora del mio privatissimo pigiama party.
[segue...]

*Mamma, papà, se mi leggete, state tranquilli. So che non volete che mi alieni nessun individuo di sesso maschile, ma fidatevi, qualche pazzo che sorvolerà su questo piccolo difettuccio prima o poi lo troviamo. Oppure potrei assordarlo con degli spilloni.

h. 1.40 Giornata pesante per tutti in via Broccaindosso.

D.: abbiamo del vino? Il mio ex sta per avere una figlia. Devo dimenticarmi del futuro.
E.: no, ma ammazziamoci di superalcolici. Il mio ex mi cerca ed è convinto che io lo ami ancora. Devo dimenticarmi del passato.
Sun.: passatemi una bottiglia di amaro. Devo dimenticarmi del presente.

Tempo mezz'ora, le riserve d'alcol sono esaurite.

Sun: ho la tachicardia, le labbra addormentate, i polpastrelli insensibili, dolore al petto, sudo freddo e voglio scappare e morirò di certo.
E.: ma no, sei presa male. Tranquilla.
D.: sei imbottita di valeriana, alcol e chissà che altro . Vatti a sdraiare che sembri Marilyn. Ho già fatto la stessa cosa decuplicando le quantità. Non morirai.
Sun (dal letto, già in posizione supina con le mani giunte sul petto): magari ho un colpo di fortuna, chi lo sa.
D. (al capezzale di Sun): Ho detto che non morirai.
E. (premurosa sull'uscio della camera): Ad ogni modo se muori, io ti piastro i capelli e ti trucco. Ti faccio figa.
Sun.: grazie tesoro. Se muoio, nell'armadio ho il tubino Balenciaga e le decolettè nere di vernice. Se riesci, recuperami un girocollo di perle. E niente occhiali, grazie.
D.: eh no! io stavo aspettando che schiattassi per rubarmi il tubino Balenciaga, così non vale!
Sun (alzandosi di scatto dal letto e spingendo D. fuori dalla stanza): col cazzo. Sto benissimo ora. Potete andare, care.

Sabato 12 settembre, via Broccaindosso -da me soprannominata via Sbroccaindosso per la quantità di pazzi che vi abita o anche "la via in cui qualcuno molto arrabbiato potrebbe romperti una brocca indosso" secondo un fine umorista- è chiusa al traffico dalle 9 alle 21 per la festa autogestita, grande momento di socialità del quartiere. Bancarelle di antiquariato, musicisti di strada, rumorose tavolate con gente che pasteggia sotto il portico e venditori di pessimo lambrusco e sangria chimica a un euro al bicchiere. Visi conosciuti a cui finalmente viene dato un nome.

h.9.00: vengo svegliata da una banda di cornamuse. Apro gli scuri, fuori c'è il sole, suonano Auld Lang Syne. E' assolutamente fuori tempo e fuori luogo, non siamo a capodanno nè in Harry ti presento Sally, ma mi commuovo un po' ripensando alle vecchie conoscenze perdute. Un ricordo a DFW, volato via troppo presto, ormai un anno fa. Poi le telefonate in rapida sequenza di tre vecchie conoscenze che perdute non lo saranno mai, e che, seppure fisicamente lontane, sono incredibilmente prossime in tutto il resto, più quella di una nuova, bellissima presenza, mi strappano alla malinconia del sabato bolognese.

h.11: la strada si anima. Il restauratore vende i suoi mobili in strada, spuntano bancarelle di libri dalle pagine ingiallite e l'odore inconfondibile di mani altrui, tessuti a metraggio, collanine di corallo, vasi in porcellana. I bambini approfittano della chiusura al traffico per giocare a pallone nel vicolo e allestire bancarelle di giocattoli usati. Atmosfera di strada, di paesone, di festa del popolo, di ricordi di un tempo in cui anch'io allestivo bancarelle in strada, rubando gerani&perle di mia madre e rivendendole a mille lire (sia i gerani che le perle) al matto del paese per comprarmi un Super Santos. Troppi ricordi, troppa poesia buttata alle spalle. Trattengo le lacrime solo perché non voglio passar per una femminuccia.

h.14: ripasso sotto casa con un'anima bella, ci viene offerto da mangiare e da bere dagli abitanti della strada che intanto son scesi con i loro tavoli, il vino e i cibi cucinati con le loro mani. Due crostini, due chiacchiere con la parrucchiera Anita, una spulciata ai libri vecchi, bello, affascinante, magico, ma anche un po' caotico, decidiamo di salire a fare quattro chiacchiere in tranquillità.

h.16: soggiorno di casa con finestre aperte. Vorremmo parlare, il gruppo di salentini scatenati sotto casa non è d'accordo. E' il momento della pizzica in strada. Decidiamo di cambiar zona. Carina questa festa di via Broccaindosso, fa molto De Andrè, molto Via del Campo, dice l'anima bella.

h.19: rientrando a casa da sola, un mucchio di gente entra al civico 20, dove per anni ha abitato Giosuè Carducci e ha scritto Pianto Antico per il figlioletto Dante. Mi accodo e mi si para davanti agli occhi uno degli interni più belli di Bologna: un cortile rialzato con siepi a delimitare una sorta di labirinto, e il melograno, proprio lui, l'albero a cui tendevi la pargoletta mano/il verde melograno/da' bei vermigli fior. Un reading di poeti bolognesi. Bello, bellissimo, ma c'è qualcosa di strano nel modo in cui leggono, con la bocca impastata e l'alito impestato del lambrusco bevuto in strada. E le poesie, diciamocelo, fanno un po' pena. Vado via.

h.19.30: fuori il delirio. Un gruppetto con clavicembalo, viola, violini e fisarmonica dà spettacolo su musiche tzigane. Due minuti di estasi dionisiaca dopodiché mi snervo, la gente mi viene a sbattere contro, voglio rientrare a casa. Davanti al porta si è piazzato un gruppo di freakkettoni con chitarra che cantano le loro lagne sessantottine. Biascico un "e fatemi passare, buoni a nulla" e sbatto il portone.

h.20.30: degli stronzi punkabbestia hanno allestito una vera e propria console da dj sotto le finestre della mia stanza da letto con tanto di casse più alte di me. Ormai tutta la strada è ubriaca e non oppone resistenza, e loro sparano musica a palla. Su Kalashnikov di Bregovic ho un momento di entusiasmo anch'io, ma poi sono stanca, mi stendo sul letto e il rumore mi sta uccidendo. La provvidenziale Serena mi trascina a cena in un posto poco distante ma decisamente silenzioso. Mi convinco che al mio rientro sarà tutto finito.

h.22.30: rientro a casa, illusioni infrante. Dalle musiche balcaniche si è passati alla samba. Gruppi di invasati ancheggianti bloccano le macchine, ormai autorizzate a passare, con degli stronzi trenini che mi auguro deraglino al più presto.

h.23.: sirtaki. La vecchia battona del civico accanto ballando si alza la gonna e non ha le mutande. Non aggiungo altro.

h.23.50: Techno. Sento il parquet che mi vibra sotto i piedi a ogni basso di Around the world e penso che le fondamenta del mio palazzo sono seicentesche e non resisteranno a tutti quegli unz unz. Provo a chiamare mia madre per dirle addio ma dice che non mi sente perché il rumore in sottofondo è troppo forte. Certo che è un bel contrappasso per una che non è mai voluta andare in discoteca, trovarsela praticamente in casa. Odio il mondo intero.

h.0.30 i dannati festaioli danno prova di non conoscere o non essere interessati a il teorema di Brigitte Bardot (quando in una festa si arriva a canzoni tipo Brigitte Bardot Bardot, AEIOU Ipsilon, Ymca, it's fun to stay at the ymca o Brazil lallalalalalalala, è ora di chiudere i battenti perché si sta davvero degenerando).

Si accettano scommesse su cosa farò se non la smettono entro mezz'ora.
Scendo con una spranga di acciaio? Pentolone d'olio bollente dalla finestra in stile medievale? Fucile a pallettoni? Sassaiola? Kalashnikov (non quello di Bregovic?). O peggio. Mi unisco anche io al nemico?

Bene, bene. Oggi, sabato 20 giugno 2009, complici:

-1 serata in casa a schedare i manoscritti più indecenti che mi siano mai passati sotto mano -roba da amputare le falangette ai loro dannati autori,
-6 ore di spleen da temporale estivo che è qualcosa di epico,
-episodi di In treatment Season 2 sul groppone in numero di 4 per un totale di 120' ca e num.5 - approssimo per difetto, in realtà sarebbero 555 - problematiche irrisolte venute a galla durante la visione del suddetto telefilm, a voler escludere il problema di tutto rilievo di avere un transfert per uno psicologo che sta dentro lo schermo del mio portatile e con cui non posso interloquire (il fatto che di tanto in tanto mi rivolga a lui con espressioni del tipo "Paul, I think I suffer from father issues", non credo sia un buon segno),
-num. 3 bicchieri di Riesling renano ghiacciato tracannato sgranocchiando a letto finocchi crudi e cubetti di grana,
-num. 8 poesie di Pedro Salinas lette con num. 1 lacrima (per occhio) per ciascuna poesia, tranne che per quella che a un certo punto fa "Por detràs de ti te busco" - "Al di là di te ti cerco", per cui ne sono state versate 5 o 6 ad occhio o forse più, non saprei dire con esattezza,
-num.4 esperimenti culinari falliti nel tentativo di reagire allo spleen (1 quiche lorraine, 1 insalata di riso integrale, 1 insalata di verdure grigliate con grano saraceno e tofu -che sa di suola di All Star dopo una lunga camminata sull'asfalto di Agosto- e 1 semifreddo al melone)
-(meno)8 ore di sonno nella nottata precedente e (più) 2 occhiaie che nessun correttore di Chanel, Vichy, Lancome et similia riuscirà a correggere,
- non quantificabili paranoie sull'amore e sulle relazioni sentimentali amaramente discusse in infinite ore di conversazione a distanza con il massimo esperto mondiale di sfighe amorose, l'impareggiabile amico K., sempre pronto con le sue sciagure eroticopastorali ad allietarmi le giornate oscure e financo l'esistenza (se non fosse così disperatamente single, non si sarebbe offerto di portare me a luglio in un viaggio-premio aziendale con meta un posto meraviglioso della Sicilia in puro stile Il Gattopardo e dio solo sa se abbiamo entrambi bisogno di starcene sul bagnasciuga con un cappello di paglia in testa, una copia di Internazionale in una mano e nell'altra qualcosa di forte che ci faccia calare la pressione, stordendoci fino a sera)

complici, dicevamo, questi sciagurati eventi, direi che la sottoscritta si è impegnata al massimo per conferire al concetto di "sfiga" nuovi e raccapriccianti sfumature.
Essere cool (o uncool) è una condizione mentale che giace nel punto di intersezione tra ciò-che-il-mondo-si-aspetta-da-te e ciò-che-tu-ti-aspetti-da-te: quando le due cose coincidono, il gioco è fatto, puoi stappare una bottiglia di vino buono e brindare da solo, sarai sempre e comunque un "figo". Se le rette non si incontrano mai, anzi, addirittura divergono all'infinito, la bottiglia la puoi stappare comunque (e il Riesling che avevo in frigo ha assolto brillantemente a questo scopo), ma sarai sempre e comunque uno "sfigato".

Ora, se anche tu, come me, sei una di quelle persone per le quali le aspettative del mondo esterno non hanno mai svolto un ruolo particolarmente cogente (partire dal presupposto che le deluderai sistematicamente tutte aiuta una cifra a sgravarsi di questo fardello), e per le quali il fatto di essere a casa di sabato sera e intuire la vita che pulsa fuori dalle finestre non è motivo di rammarico, abbatti anche tu il cliché secondo il quale nel weekend bisogna uscire a tutti i costi (e anche a Capodanno/Pasquetta/Ferragosto) e contribusci a crearne uno nuovo e più consono al tuo stile di vita: "it's so uncool, it's cool", ché nella vita è tutta questione di slogan azzeccati.

Che si sappia, non è che da parte mia non ci sia consapevolezza dell'immensa importanza rivestita dal mio luminoso blog nelle vostre piccole esistenze. Tardavo ad aggiornare il blog perché, galvanizzata dalla recensione di Into the wild, stavo attendendo di andare al cinema a vedere i 4 minuti di sodomia di Caos Calmo - lasciatemi passare la franchezza, ma qui ormai si prende la pillola giusto come professione di fede quindi anche le chiappe nude di Nanni Moretti fan brodo. Ma su quest'ultima affermazione, per carità di dio, soprassediamo.Vabbè.
En attendant Nannì, ho iniziato a pensare -che strano- agli uomini e ai rapporti donna vs uomo. E qui, per la prima volta in anteprima mondiale, vo' a esporvi la mia infondatissima teoria ancora calda calda di forno, cui ho dato il nome "Sun è una mezza calzetta nei rapporti sentimentali".
Sicuramente qualcuno dirà che durante l'adolescenza ho giocato troppo a lungo a The Sims anzichè socializzare con i miei simili. Opinabile. I Sims per l'appunto SONO i miei simili, e poi, diamine, chi non ha mai gioito per il primo bacio dei Sims teenager o provato a far morire l'odiato Sim mandandolo a nuotare in piscina e poi togliendogli la scaletta? Fatto sta che personalmente ho sempre avuto questa idea un po' nerd delle relazioni come quadri di un videogame, o come gli stadi evolutivi dei Pokemon. In poche parole, più storie hai, più how tos apprendi (1.how to pararti il culo quando fai una stronzata, 2. how to sopportare la suocera, 3. how to cedere un po' dei propri spazi ad un altra persona 4. how to disappear completely and never be found) e di conseguenza più diventi ganzo e ti evolvi.
Ora io, ad esempio, sono ancora al quadro 1:"Ne devi mangiare di pane tosto". Infatti sebbene sia ormai espertissima nell' how to numero 4 (ci sono persone con cui sono uscita che pensano io sia prematuramente scomparsa, ed è proprio a loro che rivolgo da queste righe i miei più cari saluti), sono piuttosto scarsa nell'how to numero 2 e decisamente reticente ad accettare l'how to 3.
Prima del primo livello, ovviamente, come per i Sims, ci sono i vari tutorial (i primi flirt senza senso, anche a loro mando tanti abbracci), anche loro vagamente fallimentari.
Per un fatto di somiglianza fisica, guardando Omar Bin Laden in tv, mi è venuto in mente uno dei miei primi, diciamo così, "tutorial". Era molto innamorato di me: compose per me una canzone intitolata "Fumerò i tuoi capelli". Una volta davanti a un bidone gli chiesi se era felice di stare con me, e lui con gli occhi lucidi mi disse che era felice come se avesse incontrato il rais. Doveva avermi proprio scambiata per una testa di cazzo per pensare che non comprendessi la sua vuota ironia. Gli tirai una formidabile sberla.
Mentre si applicava il Gentalin sulla guancia, tra le lacrime di dolore mi confessò che si riferiva a Rais, cantate del suo gruppo preferito, gli Almamegretta.
Dopo qualche tempo mi lasciò per una con un nome strano. Morto un papa se ne fa un altro.
L'altro giorno sul Corriere si parlava di un tale inglese che si è difeso davanti al giudice dicendo "non l'ho uccisa, ho solo fatto sesso col suo cadavere". Gente strana gli inglesi, come faranno senza il bidet.
Comunque volevo solo dire a quel tutorial lì, che chissà quante volte l'avrà pensato pure lui di me.
Solo che io non ero morta. Era lui che era scarso.

Ovviamente avrò una penalty per la vendicatività.
Pazienza, il livello uno mi piace veramente tanto.

Ieri sera sono andata al cinema a vedere Into the wild. Storia vera.
Trama: un giovane indiscutibilmente orizzontabile e altrettanto indiscutibilmente ritardato - l'uomo ideale, insomma - brucia tutti i suoi soldi e si ritrova scaraventato in un documentario di National Geographic lungo due anni (più o meno quanto dura il film), periodo durante il quale imparerà a cavarsela in qualsiasi-attività-anche-la-più-dura tranne che:
1. affumicare la carne di un alce, operazione in cui risulterà essere veramente una mezza sega;
2.trombarsi una ragazza bella e consenziente che lo accoglie già mezza nuda su un letto, opportunità che si canna nel giro di due battute preferendo andare a farsi gli addominali dell'asceta in modo da essere pronto per l'Alaska (il suo chiodo fisso) piuttosto che godere delle gioie del corpo, cosa che francamente mi lascia non poco perplessa perché se è vero che il corpo è espressione massima della natura, che la sua bellezza è abbacinante e l'istinto sessuale è cosa buona e giusta, e bla bla bla, allora perché non trombi la bonazza ora? poi mi dici come fai dopo, quando vai in Alaska e ci trovi solo gli alci? Comunque contento tu, contenti tutti.
Alla fine muore guardando il cielo e pensando "azz quant'è bell", anche se sul finale del film ci sono pareri discordanti.
Per l'esattezza -secondo lui- muore libero e felice avendo -sempre secondo lui- dimostrato che si può vivere in condizioni di povertà estrema e che anzi è proprio sottraendosi alla corruzione della nostra società malata che si può imparare a godere delle gioie della natura, mentre secondo me muore solo e per di più ibernato e denutrito ( e qui mi chiedo io perché per qualche strano motivo, mentre non ha problemi a squartare gli alci, non gli viene mai in mente di pescare due salmoni?) avendo dimostrato che alla fine dei conti non se la cavava così egregiamente into the wild.
Analizziamo. Per i primi minuti la sala è tutto un "uhhhhh", "oooooooh", "aaah", di fronte ai maestosi paesaggi innevati dell'Alaska, ai fiumi ghiacciati, all'alce (poraccio) e alle splendide musiche di Eddie Vedder (sia lodato iddio -e sempre sia lodato- per aver creato quell'uomo esattamente con quelle corde vocali, perché è veeramente la prova che i miracoli talvolta accadono). Dopo i primi minuti si avverte distintamente che qualcuno in sala inizia a pensare che manca qualcosa, e questo qualcosa sono i dialoghi. Ignoranti. Non sapete godere della bellezza della natura, ve ne pentirete.
E infatti non si ha il tempo di rimpiangere i dialoghi perché ben presto questo novello Thoreau inizia a parlare. Nella fattispecie, parla anche con una mela, decantandone la dolcezza e l'amabilità. Poi parla con chiunque, pure da solo. Parla, parla, parla, dice quant'è bella la natura, la gioia che può dare il contatto diretto con essa, racconta la necessità di prendere le distanze da una società che a partire dal suo nucleo base - la famiglia - è marcia. Lui parla e tu inizi a pensare che a tuo figlio non darai mai in mano libri di Thoreau e London. Parla, e tu rimpiangi il silenzio dei boschi e la voce di Eddie Vedder: desideri solo che la smetta di filosofeggiare e che ti faccia sentire il suono dell'acqua che scorre nelle rapide del Colorado, il suo sciabordare contro il canyon, l'ululare del vento durante una tempesta di neve, il crepitare del grano maturo, e possibilmente il suono di sassi che si sgretolano sotto i suoi piedi e l'eco del suo "nooooo" giù per la scarpata.
Insomma, le parti parlate sembrano voler innescare un processo di immedesimazione dello spettatore con le folli ragioni del protagonista e per fare ciò si ispirano al principio secondo cui il fine giustifica i mezzi. Devo ammettere che talvolta riescono nel loro intento, essendo talmente soporifere che pur di non sentirle preferiresti diventare un eremita, ma non solo! tutto il film sembra volerti far patire le stesse condizioni estreme che Christopher McCandless dovette sperimentare nel suo vagabondaggio: il freddo - in sala credo abbassino i riscaldamenti per quello -, la paura di non farcela (a finire il film, nel mio caso) e la voglia di superare i propri limiti, la fatica, la fame.
Il film è talmente lungo che a metà già avevo i crampi. Purtroppo nel cinema non è passato nemmeno un alce. Che luogo inospitale, altro che l'Alaska.

Questo 2008 si è aperto per me con un vorticoso giramento di palle e per il mio vicino con la defenestrazione di un vecchio wc allo scoccare della mezzanotte

Ecco l'Oroscopo di Paolo Fox cosa dice del mio segno per quest'anno.
Cancro: è meglio se fai testamento. Pover'a tte.

Da generazioni la mia famiglia si fonda su un rigoroso razionalismo gobettiano. Nonni agnostici, genitori atei, zii anticlericali convinti, nipoti scomunicati. Ciò ovviamente non ci impedisce di scimmiottare le tradizioni cattoliche non appena ci si presenta l'occasione, per svariati motivi: il 90% della famiglia (dati alla mano) ritiene che il cenone faccia "famiglia vera", l'8% pensa che sia bene salvaguardare le tradizioni, anche le più paradossali, il 2% (l'alcolizzata di mia nonna e io) perché è l'unica situazione in cui si beve il Brunello di Montalcino anziché lo scarsissimo Tavernello.
Nella fattispecie, nei confronti del natale ci approcciamo con la stessa curiosità mista a stupore con cui Bronislaw Malinowski probabilmente si avvicinò alle tradizioni degli abitanti delle Trobriand, con un atteggiamento, insomma, di osservazione partecipante. Come dire: già che ci siamo, gozzovigliamo. Abbiamo il presepe ma il bambinello è nato settimane fa; facciamo il cenone, ma mangiamo sushi; a mezzanotte cantiamo "Tu scendi dalle stelle" ma ne improvvisiamo il testo perché siamo troppo ubriachi per ricordarcelo; mio nonno, prima di iniziare la cena, recita una preghiera ispirata alla tecnica del flusso di coscienza (o all'alcolismo più spinto, una dei due), in cui lui, superuomo nietszchiano, inizia col benedirci tutti e quasi sempre finisce con un'invettiva contro Berlusconi. Ordunque dicevamo. La preghiera.
Prima della preghiera, la zia rincoglionita novantenne si alza a sedere (cosa che ci stupisce enormemente, visto che sta sulla sedia a rotelle per tutto il resto dell'anno) e dice : "prima della preghiera voglio dire una cosa". Poi si volta verso di me e mi guarda.
Silenzio.
Silenzio.
Il silenzio inizia a diventare talmente lungo che sulla nuca mi spuntano muschi e licheni. Tanto meglio, saprò dov'è il nord quando cercherò di fuggire verso il polo, e qualcosa mi dice che questo avverrà presto, troppo presto.
"Allora, SunOfYork, questo fidanzato quando te lo sposi?"
Se fossi un'altra, le farei venire un ictus rispondendole "il 24 maggio 2019", tanto tirerà le cuoia prima (credo, anche se la longevità delle donne della mia famiglia è proverbiale).
Ma non sono un'altra e non me la sento di rischiare la figuraccia - il 2019 in effetti è piuttosto vicino - inoltre conosco a memoria le regole del gioco, per cui replico: "ma perché sempre a me? chiedetelo a lei!" e indico mia cugina di quattro anni.
La vecchia rinco punta l'indice verso il cielo e scaglia il suo anatema: "sicuramente si sbrigherà prima di te". Dopodiché ritorna a sbavare sulla sedia a rotelle.
In tutto questo cirque du soleil, mio padre (dando delle gomitate nelle costole a mia madre): "ma chi è quella?".
"come chi è quella, è nostra figlia".
Mio padre: "ah, quella che sta a bologna?" - "Sì" - "Dovrebbe smettere di leggere Gertrude Stein". Ovviamente mio padre non legge il mio blog, e non sa che non sono lesbica.
Se dovesse passare da queste parti, provo a metterlo per iscritto.
Sono etero, solo non ho (ancora) un marito.
Come dire, quaesivi sed non inveni, illum vocavi et non respondit mihi, solo in un'ottica vagamente differente.
Appurata la mia identità sessuale, l'onore della famigghia salvo è.

Camminare la domenica sera sotto i portici di via Broccaindosso può regalare inattese e meravigliose sorprese, come ad esempio non essere stuprata.
Ho scelto deliberatamente e in pieno delle mie facoltà di vivere in una zona degradata del centro storico. Motivo? Qui attorno, fino a poco tempo fa, viveva uno dei due uomini che ho sempre ritenuto irraggiungibili, ossia Samuele Bersani (l'altro è Paul A. Jarvis, ma no, cara la mia matricola dell'ateneo barese che hai digitato furtivamente il suo nome su google, questo è solo uno specchietto per allodole, non troverai informazioni riservate sul glaucopide Paul, per quello dovrai faticare molto di più, parola di una che ci ha impiegato degli anni - il bel britannico non ha nè un account msn, nè uno skype e nemmeno un myspace, hisspace, herspace, ourspace, visto paul, sono brava, ho imparato i pronomi possessivi!).
Comunque. Mi ha detto una spia del KGB che Samuele ha sloggiato da via Begatto per comprar casa a Trastevere: il degrado, da quando ero giunta io nel vicinato, si era fatto insostebibile. Pazienza, quel giorno in feltrinelli lo avevo intuito che non mi voleva, sospetto di cui poi avevo avuto conferma qualche mese dopo, quando, passeggiando in pigiama e ubriaca sotto il suo portico, lo incrociai e urlai "Samuele Grignani, sposami!", al che lui rispose con uno sguardo triste di cui non ho mai capito il perché. Insomma, non mi ha voluto.
Il luminoso corso di Paul Jarvis ha incrociato la mia esistenza diversi anni fa, quando, pudica ventenne (sì, è vero, ho proprio detto "pudica"), mi iscrissi insieme ad altre 30 femmine allupate e qualche gay ai suoi corsi di inglese advanced level. 3 anni a fingere di non sapere una cippa pur di essere bocciati sebbene parlassimo ormai meglio di Camilla Parker Bowles, e lui niente! Per farla breve, nemmeno lui mi ha voluto, a lui la mala pasqua.
Comunque non essere notata non è la cosa peggiore che possa succedere a una donna. Ci sono molte cose più spiacevoli: essere notata (pure troppo) durante un PAP Test, ad esempio. Che poi il test in sè potrebbe anche piacere a qualcuna, il problema è che mettere le gambe dietro alle orecchie non è proprio facile e se non sei una campionessa olimpica di PAP Test, dallo studio del ginecoloco esci poco poco con un'anca lussata e con l'agghiacciante impressione che nessun uomo potrà mai conoscerti come lui. Altra esperienza estremamente sgradevole.
Ma mai quanto parlare con gli operatori dei callcenter dei gestori telefonici, ore e ore a constatare l'incomunicabilità tra esseri umani, tutto per farsi attivare le chiamate gratuite verso un numero prescelto. Più sadici di loro secondo me sono solo gli addetti al recupero crediti e gli impiegati delle biglietterie trenitalia, che sembrano godere di treni che si smarriscono nelle nebbie padane, ritardi, cancellazioni.
Che poi, tutte queste cose spiacevoli le fanno gli accoppiati. Il PAP Test lo fa chi fa sesso, i minuti verso un numero prescelto, idem, il pendolarismo del weekend, vabbè, che ve lo dico a fare.
Tiriamo le somme e buon natale.



Ci sono volte che la notte mi sveglio e mi chiedo dove sono, se sono a casa, o se ci sarò mai.
Oggi si è compiuto l’ennesimo trasloco. Un trasloco da una casa ostile che non sarebbe mai potuta essere la mia a una casa amica che non è e - non solo per un fatto di possibilità economiche - non sarà mai mia, e che è stata a sua volta preceduta da una casa che sentivo appartenermi ancora meno, pur essendo il posto in cui sono nata. Pur appartenendo quelle mura alla mia famiglia da tanti anni da averne assorbito nevrosi, buoni propositi, dialoghi, processi alle intenzioni. Pur avendo giocato a nascondino in quelle stanze ed essendomi svegliata lì per più di vent’ anni con l’odore del caffè.
Nemmeno mia è la casa in cui da qualche mese mi sveglio di tanto in tanto, nei weekend, e vengo svegliata dal ciabattare ostinato della signora del piano di sopra o – quando mi va bene – da una carezza sulla testa, che effettivamente riscatta tutte le ore di viaggio fatte per arrivare fin lì.
Non mi appartiene la città in cui vivo che non so bene di chi sia ma di certo non è mia, anche se devo ammettere che oggi, schiacciata a mo’ di sardina nel calduccio del 25, fuori pioggia battente e gelo in anticipo, ho sentito distintamente quanto si stia bene nella stanza degli ospiti se si è desiderati, e alla fine questa città mi ha accolta, me e altre migliaia prima di me, sempre a braccia aperte. Ho sentito quanto questa natura di ospite si sia fatta largo in me fino a definirmi, in un modo o nell’altro, e la cosa mi ha spinto a sfidare l’acquazzone per trovare la connessione più vicina e scrivere questo blog.
Sono ospite pure nelle amicizie, a cui mi avvicino in punta di piedi per evitare scomode ingerenze e a cui quasi mai sento di appartenere totalmente, così come persino nell’ideologia, a cui mai riuscirò ad aderire a pieno, cosicché mai mi si potrà dire di me “fu organica al Partito”.
Non sento come totalmente mio nemmeno il lavoro: sono la lavoratrice a cottimo, quella che fa il lavoro sporco e di solito si prende le briciole e solo se capita, en passant, qualche piccola soddisfazione, tanto che pensavo di scrivere un libro e intitolarlo Le mie provvigioni, solo che i libri dovrei farli pubblicare, non pubblicarli, per guadagnare. Logica che guarda caso non mi appartiene.
E di tutto questo, di tutto questo senso di non appartenenza, di esilio mentale, di spaesamento misto a meraviglia, precarietà che ormai è per me bandiera sbrindellata al vento, io ho fatto cifra caratteristica, terreno che frana sotto i piedi e manifesto personale, croce e delizia.

Non esiste altra casa se non quella che riconosco quando di notte tiro un calcio e ti trovo lì.

Nello studio dei nostri prodotti perseguiamo tre obiettivi: qualità, funzionalità e design. Sull'ultimo non garantiamo.LEX è progettato per assicurare la massima efficienza, delicatezza e facilità nella sua eliminazione dalla vostra vita. Il suo sistema di eliminazione è -nel 99% dei casi - radicale, e lascia la vostra vita enormemente migliorata. Persino gli ex più ostinati vengono rimossi in modo delicato ma fermo. Generalmente la rimozione li rende più deboli e impauriti - se si ripropongono, lo fanno in modo subdolo, sottocutaneo.

Attenzione
  • Mantenere l'ex asciutto e pulito (non chiedetemi perchè);
  • Per ragioni di sicurezza, l'apparecchio deve essere tenuto a distanza da album di fotografie, ricordi e chincaglieria acquistata durante i vostri weekend romantici;
  • Quando l'apparecchio è acceso e vi parla, evitate che i suoni emessi vengano a contatto con le vostre orecchie, richiamando alla vostra memoria che madornale errore sia stato averlo acquistato anni prima.
Informazioni generali sull'eliminazione del LEX
Tutti i metodi di eliminazione radicale possono talvolta causare nell'ex l'insorgere piagnistei, scenate e minacce di morte, a seconda delle sue condizioni psicologiche. Si tratta di una normale reazione che dovrebbe scomparire velocemente, ma che potrebbe essere più evidente nel caso di ex particolarmente rompiballe o di vostri ripensamenti.
Una volta venute a contatto con Lex, la vostra pelle potrebbe risultare irritata. Se dopo 36 ore la sensazione di fastidio non sarà ancora scomparsa, vi consigliamo di consultare un medico.
In generale, la sensazione di fastidio e l'irritazione della pelle, tendono a diminuire considerevolmente insieme alla percentuale di alcool in circolo nel vostro sangue in seguito alla festa organizzata per celebrare la vostra liberazione.

Consigli utili
L'eliminazione è più facile dopo che avete esasperato quello che presto sarà il vostro ex. Procedete come segue:
  1. scenate di gelosia
  2. repentino desiderio di andare all'ikea
  3. veto al calcio (partite della nazionale incluse)
Se non funziona, tirate fuori l'argomento con la "f". No, intendevo "figli".
E' possibile che gli ex più ottusi non capiscano l'antifona: in questo caso provate a sfregare i loro attributi con delle spugne abrasive effetto malta grezza. Funziona, è garantito, in caso contrario avrete dato una sferzata ad un rapporto ormai logoro.

Come usare l'ex.
Per favore, non usatelo. Ci avete messo tanto a liberarvene, ora non lo vorrete di nuovo tra i piedi. E poi, povero caro, lasciatelo scorazzare allo stato brado nei verdi pascoli degli ex.

Garanzia
Forniamo una garanzia valevole per il prodotto della durata di 6 mesi dalla data di acquisto. Nel periodo di garanzia, non ci saranno guasti o comunque non ve ne accorgerete perchè troppo presi a limonare.
Dopo i 6 mesi, sconterete tutto quanto. La garanzia non copre: danni derivati dall'uso improprio del prodotto (tipo se lo prendete a calci), la normale usura conseguente al funzionamento dello stesso, le tare genetiche.
Per accedere al servizio durante il periodo di garanzia è necessario far pervenire il prodotto integro che, insieme allo scontrino, verrà appioppato a un'altra fortunata.
Ricordate, deve tornare indietro integro.
Fragile item. Handle with care.


Cari tutti, l'argomento che affronteremo oggi è quanto mai delicato in quanto solleva tutta una serie di annose questioni mai risolte come perchè il maschio ama rotolarsi nel suo stesso sudiciume?quanto è utopistico pensare che un giorno smetterà di gettare la biancheria sporca per terra e di lasciare i cassetti aperti? Com'è possibile diminuire in modo massiccio il quantitativo di entropia dell'universo? Dovrò studiare la termodinamica?, e soprattutto l'angoscioso interrogativo: perchè proprio a me?
La vexata quaestio si dipana attorno a due poli : la di lei capacità di abnegazione e la di lui inettitudine di rendere la propria dimora qualcosa di meglio di un lurido letamaio. Lo so che è difficile per voi, ma vi prego di fare uno sforzo mentale e di seguirmi: questi due poli - direttamente proporzionali nella fase dei cippicippibaubau, ossia il primo anno della relazione - diventano di botto inversamente proporzionali allo scattare del 12° mese, per cui dalla fase in cui voi (noi) fate finta di non badare al casino disumano celandovi dietro a idee balorde del tipo ma lui è un intellettuale, non può badare a queste cose, deve vivere nel suo disordine creativo per poter scrivere/dipingere/comporre, capite che sono tutte cazzate e vi state solo illudendo che lui sia un artista quando invece è un maiale nato cresciuto e pasciuto che vi sta portando via la vita. Inforcate allora una scopa gigante, vi mettete in assetto da jihad e bonificate le valli di comacchio che per l'occasione si sono trasferite nella vostra stamberga, maledicendo la di lui tenera nutrice (ricordarsi sempre di dare la colpa alle suocere, mi raccomando, o non siete vere donne) per non avergli insegnato a stare al mondo a suon di schicchere dietro le orecchie, rendendo il sangue del suo sangue un vitellone ultratrentenne che passa la giornata sbriciolando le pringles per terra mentre voi vi consolate pensando sadicamente a quando avrete un figlio maschio tale e quale al vostro amato e vostra nuora vi maledirà tra una ramazzata e l'altra, ma non saranno più fatti vostri, eh no!, perchè ormai glielo avete sbolognato quel bellimbusto del vostro figlioletto e chi s'è visto s'è visto.
Detto questo, per quanto riguarda la domanda perchè proprio a me?, consolatevi. Giunta nella stanza in foto udii proferire la frase "ho messo in ordine per te" con una tale dolcezza che quasi quasi non feci caso a nulla, ma ho comunque voluto immortalare il momento a imperitura memoria e per inviare al CICAP* una testimonianza della presenze sovrannaturali in questo luogo. Perchè non può essere stato un essere umano.

*Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale


Oggi ricomincia House.
Ho l'influenza e sto morendo. Il mio organismo deve essere senza dubbio una macchina perfetta e dotata di volontà propria, perchè alle 23.59 del 31 agosto ha messo una bella croce nera sulla parola estate e ha detto adios amigos alle difese immunitarie, scatenando in me una influenza biblica di quelle che c'ho messo un'ora e un quarto per spiegare al telefono al dottore tutti i sintomi che ho, e il poraccio non ha potuto far altro che comunicarmi che sono spacciata, cosa che d'altro canto già sapevo da me, e anzi, se constatava in anticipo il decesso, ci cavavamo pure quest'altro dente. Avevo anche pensato di aver contratto l'aviaria, se non fosse che mia nonna in un eccesso di zelo, annegò i suoi pennuti nel lavandino del bagno a tempo debito. Certo il mio gatto potrebbe averla presa e poi passata a me durante i preliminari, anche se non è più lo stesso di una volta, e sempre più di frequente capita che li voglia del tutto saltare.
Io non so cosa sia questa Cosa che mi affligge ma è certo che non sarò mai una di quelle eroine tutte compunte dei romanzi di fine ottocento, sempre pallide ed emaciate per la tisi, che di punto in bianco si mettono una gelida manina sulla fronte e svengono con un sospiro. Io rantolo. E rantolando mi dimeno nel letto. E dimenandomi tossisco come uno scaricatore di porto, e tossendo sputacchio tutto i giro, pure sul monitor adesso, avete capito l'antifona: mi sono trasformata in un prodotto della Cosa, in una palla di muco e pelo che a stento ce la fa a rotolarsi nel vicks vaporub e a rimanere a galla tra i klinex, ormai irrimediabilmente actigrip-dipendente, giallastra anzichè pallida, con in testa dei rasta spontanei e - sarei pronta a scommetterci - con un alito decisamente pestilenziale. Un cesso. Con le pustole. E le zecche. E, ok, la taglio qui sennò non trombo più da qui all'eternità, chè gli uomini son deboli di stomaco, loro.
La Cosa ha un potere di contagio talmente soprendente che nonostante io sia stata confinata in mansarda senza i miei amati medicinali e senza manco un cranio da rosicchiare, e la porta sia stata murata con tutti i crismi, oggi ho sentito provenire dal piano di sotto una serie di starnuti in contrappunto e ho ghignato. Pensate che or ora mi è giunta notizia che anche il Papa sarebbe stato contagiato dalla mia malattia e avrebbe un terribile mal di gola che rende ancor più piacevole la sua già soave parlata.
Forse ho una malattia autoimmune. Secondo Cameron di certo si tratterebbe di lupus. Secondo il dottor House sarei solo una tossicodipendente in cerca di altro actigrip, e come tale avrei la sua solidarietà.
Tra pochi giorni esce un libro sull'etica del Dottor House, ad opera del collettivo filosofico Blitris.
Non so manco di che parla, ma l'etica di House sento di condividerla profondamente. E ora datemi il mio actigrip che me lo devo fumare.


Sarò sintetica: una breve nota per ricordare che alla fine siamo solo un branco di nerd sociopatici che cercano di riscattarsi da un'adolescenza brufolosa fatta di rifiuti e umiliazioni, che i commenti sono marchette con il solo scopo di ricevere visite di ritorno, che anche tra i bloggers esistono corporazioni e gerarchie come in ogni altro settore e che anche qui chi sta ai vertici delle classifiche non sempre - sì, mi va di usare un eufemismo - è il più meritevole, ma chi ha saputo gestire meglio le proprie PR. Che è molto comodo stare dietro a uno schermo e fare gli assi della blogosfera, che saper scrivere è tutto un altro paio di maniche, che scrivere un post su come si scrive un post è una faccenda da spocchiosetti e che quelli che si sentono blogstar (argh) e lo negano mi stanno sinceramente sulle balle.
Ho fatto la scoperta dell'acqua calda, direte voi, dello stesso argomento ne avevano parlato blog più autorevoli. Me ne frego. Cristo santo, alla fine sono solo dei blog.
Non prendiamoci troppo sul serio.

Angela + SunOfYork

Angela sente l'urgenza di rivelare su un blog la sua interiorità, i suoi sentimenti, le sue frustrazioni. Corre al PC, scrive tre righe, poi pensa "Tutte cazzate". Alza i tacchi e si allontana.

30 secondi e torna l'ispirazione: qualcosa brucia sotto la cenere. Deve assolutamente tirar fuori questo qualcosa prima che esploda. Si siede, altre tre righe, poi ancora SunOfYork "Maddai, su, ma che ti piglia con ste menate tardoadolescenziali, chi vuoi che ti prenda sul serio chè ormai ti conoscono tutti da queste parti".

Il tuo problema, vecchia mia, è che manco tu stessa ti prendi sul serio. Oggi hai pensato "quanto mi piacerebbe avere un figlio", poi sei esplosa in una risata inquietante e hai conficcato una matita nell'occhio del cicciobello con cui ancora oggi alla tua età continui a dormire.

No cari, non è il sibolo delle Brigate Rosse.

Volevo solo mostrarvi la complessa triangolazione messa a punto nella notte di ieri per ventilare la casa arroventata dai 46°C: ai vertici, come potete immaginare, i 5 ventilatori.

L'individuo A in basso a sinistra sono io che ne abbraccio voluttuosamente uno.
L'individuo C è la nonna ottantenne esperta di trigonometria che si è piazzata all'incrocio dei venti.
L'individuo B si è messo un po' in disparte sperando che la potenza delle pale del ventilatore formi una tromba d'aria tale da risucchiare la garrula madre.

(Tutto questo per non contribuire al global warming con i condizionatori)

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