Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Ma voi avete presente gli uomini quando si inventano delle occupazioni domestiche per non rendere troppo palese il fatto che non hanno assolutamente voglia di fare nulla, e spacciano quelle inezie che hanno deciso di fare per compiti di massimo rilievo manco si trattasse di salvare il mondo da una pestilenza, tipo, nel bel mezzo delle pulizie di primavera, "tesoro tu continua pure a ribaltare l'armadio, io intanto vado a buttare la plastica nel bidone sotto casa" e poi il bidone si fa magicamente lontano 20 km e lui se ne torna quando tu hai già finito tutto e sei stramazzata sul letto?
Ecco, questa è solo uno dei tragicomici atteggiamenti maschili che si è provato a stigmatizzare bonariamente, qui, sull'uscita di febbraio di WU Magazine, in una lettera che non è proprio scritta a macchina, ma che comunque prende il titolo da questo piccolo capolavoro.

L'anno scorso per Natale scrissi uno dei post più deprimenti della storia di questo blog: quest'anno sarà che non me la sento di rischiare l'harakiri di massa, sarà che un anno difficile è ormai alle spalle e un paradossale ottimismo mi fa pensare che quest'anno non potrà essere più complicato del precedente, sarà che le circostanze della mia vita sono cambiate a tal punto da farmi sorridere, fatto sta che non farò catastrofici punti della situazione.
E quale punto della situazione potrei mai fare, poi? In questo 2011 ho fatto tutto a caso, andandomene in giro come una matta senza rispettare neanche una regola, neanche il proposito di incrementare ogni anno il numero di post di questo blog, e mi è andata bene: tutto è fluito più o meno velocemente, ora ingorgandosi e mulinellando, ora dipanandosi e prendendo pieghe così inattese da sferrare un calcio poderoso alla mia ambizione di controllare gli eventi.
Non mi stupisce, quindi, che io non abbia niente di assoluto da dire: il senso di questo 2011, per me, si risolve tutto nella catarsi di una scrollata di spalle.
E in una testa appoggiata al cuscino, in un mezzo sorriso barbuto, delle ciglia dalle punte dorate e uno sguardo finalmente sereno che mi guarda da molto, molto vicino.

(lo stesso sguardo che poi la mattina si sveglia e chiama a raccolta tutti i santi del calendario perché non trova mai nulla in casa, come racconto qui , a pagina 12 dell'uscita natalizia di Wu Magazine)

Affrontare un viaggio in macchina con Paperoga, è sempre un’esperienza surreale.  Ricordavo perfettamente l’ultima calata al sud per le ferie estive, di notte, con me svenuta al posto passeggero che mi risvegliavo di tanto in tanto, lo vedevo intento ad ascoltare Radio Radicale, e decidevo istantaneamente di ripiombare in coma pur di non sorbirmi quella noia mortale, quindi non si può di certo dire  che non fossi consapevole di ciò che mi attendeva.
Decidiamo di partire, destinazione Provenza. Un po’ più vicina della nostra Puglia, ciò non toglie che sia comunque il caso di fare una raccomandazione. Porta dei cd, non le tue solite rotture di palle pseudointellettuali!. Lui, tutto uno squittire di gioia, mi sorride e mi dice rassicurante, certo, penso a tutto io. (N.B. Questa è una frase che ultimamente mi dice sin troppo spesso e che sta iniziando a inquietarmi come poche altre cose al mondo).
Arriva il giorno della partenza, la Grande Mente di Paperoga ha veramente pensato a tutto, anche a come incastrare i bagagli (4 lui, 2 io) in macchina con la precisione di un campione mondiale di tetris. Ma, per l’appunto, l’ha solo pensato. Poi s’è seduto sul divano col Mac sulle ginocchia (se un giorno ci sarà un’iconografia di Paperoga, state sicuri che verrà ritratto così) e ha atteso placido l’arrivo di due braccia – le mie – per attuare il suo piano geniale, dandomi delle dritte essenziali del tipo quello incastralo sotto il sedile, quello ruotalo, le tue valigie non ci stanno, impilale, oppure butta il tuo borsone delle scarpe (!). Quindi, soddisfatto delle sue trovate, si mette al posto di guida guardando l’orologio manco fosse Furio, mentre io ormai, trafelata, sudata e esaurita, ho bisogno di una vacanza di due mesi anziché di una settimana per riprendermi dallo stress.
Ciò nonostante, l’idea della vacanza con Paperoga mi piace, e pure tanto, quindi mi asciugo la fronte con un fazzoletto che trovo sul cruscotto (ma no, che fai, sarà pieno di batteri fecali!), mi tolgo le scarpe (e dai, il tappetino è impolverato, ti sei appena fatta la doccia), faccio indietro il sedile (non ti muovere, dietro il tuo sedile abbiamo incastrato il giò style con la spesa, ora lo rompi!), distendo le gambe (stai composta!) e mi accingo a godermi il viaggio con la guida di Paperoga, sempre esasperantemente sotto il limite di velocità.
Comunque è tutto sotto controllo, si chiacchiera serenamente, ogni tanto tento ti staccargli l’orecchio per scherzo, lui ogni cinque minuti si fa prendere da tic nervosi, movimenti a scatto, cigolii inconsulti, strani indizi che farebbero pensare alla Tourette se non lo conoscessi in tutto il suo fulgore di nevrotico conclamato. Siamo ancora prima della frontiera quando decido che è ora di ascoltare un po’ di musica. Ora, va fatta una premessa. Paperoga funziona per monografie. Se gli piace un musicista o uno scrittore o un regista, deve ascoltare/leggere/vedere l’opera omnia del musicista, scrittore, regista. Non esiste il concetto di “disco/libro/preferito”. Non a caso in macchina ha l’intera discografia di Dylan, che, ok, lo amiamo alla follia, ma ha fatto una cinquantina di dischi, e non è il massimo da sentire per ore e ore di fila. Per me è un po’ diverso. Soprattutto in macchina, se non guido, ho bisogno di ascolti più disimpegnati, di fare avanti e indietro tra le tracce fino a beccare la canzone che non sentivo da tanto e che, una  volta beccata, diventa quasi un regalo. Apriti cielo. Paperoga mi passa la discografia dei REM, uno dei miei gruppi preferiti di sempre, annunciandomi solenne che un ascolto filologicamente corretto prevede che si ascoltino tutte le tracce di tutti i dischi che lui ha masterizzato in ordine cronologico. Io rido, poi capisco che è serio, cerco di non pensare al fatto che sto con un maniaco che probabilmente mi seppellirà nel bosco circostante la nostra casetta provenzale – ma mi riprometto comunque di mandare ad amici e familiari le coordinate gps una volta arrivata, perché possano darmi degna sepoltura – e poi, al quarto ascolto di Imitation of life (ovviamente la discografia include anche molti Best of), mentre lui canta a squarciagola ormai da tre ore, impazzisco, tolgo il cd, reprimo l’istinto di spezzarlo coi denti, e ne metto un altro.
“Canzoni italiane”, si chiama. Sarà una compilation, penso dentro di me. Almeno sarà una roba varia.
E invece è la discografia di Battiato. E quindi, sulle note di Caffè della Paix, con un Paperoga in solluchero e una me scoglionata come non mai, arriviamo a Barjols.

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Dopo una aperta e democratica consultazione, io e Sunofyork abbiamo deciso di passare una settimana in Provenza verso la fine di settembre. Io ho proposto la zona, la Provence Vert, sotto le Gole del Verdon, lei ha scelto la casetta di campagna che ci avrebbe ospitato. (ricordatevi chi ha scelto la casa, quando leggerete il capitolo 3).
L'organizzazione del viaggio ha messo in luce la profonda e opposta filosofia di vita che guida le nostre due esistenze.
Secondo Paperoga un viaggio va organizzato con tutti i sacri crismi, dal controllo livelli della macchina, all'individuazione del benzinaio meno caro, al caricamento delle pile della macchina fotografica all'acquisto di beni di necessità e urgenza, che siano cerotti, torce, candele, pasta, mappe, caffè italiano, moka italiana, dizionario, un rotolo di carta igienica di emergenza, ombrello, kit di emergenza per forature, contenitori termici per acquisto cibo locale, ecc. ecc.
Secondo Sunofyork basta mettere dentro alla rinfusa qualche kilonata di vestiti dentro alla valigia, comprarsi un nuovo costume da bagno e partire allegramente all'avventura.
Per il viaggio avevo anche preparato alcuni cd ad hoc, come l'intera discografia dei REM appena disciolti, un Greatest Hits degli Smiths, oltre alle centinaia di cd sparsi in macchina e recanti il marchio dylaniano.
Ordunque partiamo un sabato mattina, secondo l'orario da me prefissato, altrimenti Sunofyork sarebbe rimasta tranquillamente spaparanzata a guardarsi Real Time. Un viaggio molto gradevole, che percorrendo in direzione nord lasciava l'Emilia per il Pavese, l'Alessandrino e poi passando a distanza di sicurezza sopra Genova rimpiombava sulla Riviera Ligure in direzione Ventimiglia.
In tutto questo, la guida salda sicura senza scosse e votata al risparmio energetico di Paperoga, e come musica i cd preparati mostravano di essere apprezzati dalla pulzella.
Con qualche precisazione dovuta al fatto che Sunofyork ha la pazienza e la costanza di un tarantolato.
Scoperti i Rem, Sunofyork squittiva dalla felicità e subito infornava con violenza il cd nell'apposita fessura. Io le facevo notare col ditino che la discografia andava ascoltata in modo filologicamente corretto, dal primo all'ultimo album senza saltare una canzone. Lei mi spernacchiava e si sceglieva le sue canzoni. Dopo un'oretta di ascolto, Sunofyork scagliava il cd quasi fuori dal finestrino, accompagnando l'inconsulta azione con un "Basta co sti cazzo di REM, meno male che si sono sciolti!". Passavamo agli Smiths, che duravano ancora meno, con Sunofyork che ascoltava le canzoni per tre secondi e poi le cambiava come si masticano e si sputano i chewingum quando perdono l'iniziale sapore zuccherino.
Il viaggio, nonostante le paturnie uterine della giovincella, filato liscio in 5 ore e mezzo, con una sola sosta in un autogrill del pavese preso d'assalto da decine di turisti zombie tedeschi, che mi hanno tenuto il culo incollato alla fila per 20 minuti mentre acquistavano e mangiavano qualsiasi schifezza salata e/o dolce coi visi sporchi di sugo o gelato.
Ma poi il confine, una lunga galleria e poi Mentone. Siamo in Francia. Te ne accorgi perchè la corsia di mezzo dell'autostrada non è più occupata da decine di italici mentecatti, perchè non ci sono più lavori in corso, e perchè gli autogrill ti segnalano prezzi della benzina più bassi di circa 25 centesimi al litro. Si lascia l'Italia, on arrive en France.
E' l'inizio del dramma linguistico per Sunofyork. Ma questo alla prossima puntata.

Il 5 ottobre 2011 lo ricorderò come il giorno in cui mi sono svegliata e mi son detta "bene, adesso basta stronzate", e ho acquisito la piena consapevolezza del cambiamento.
L'atto di lasciare via Broccaindosso, e soprattutto una casa così profondamente vissuta e amata, i cui muri raccontano di amicizie tutte femminili, di errori, risate e infinite tresche, di spensierate giornate invernali trascorse con la Pops sul divano in attesa della Pfeiffer di San Stino, o con la Pazzi a leggere (inutilmente) il libro di Alan Carr e bere litrate di caffè, delle mitiche stirature di capelli alla Deb, delle chiacchierate nei weekend con Grace in visita da Milano, è transitato dolcemente da uno strazio senza pari a un evento naturale inscrivibile nel lento e inesorabile procedere degli eventi, assumendo il sapore di un ciclo di vita che si chiude com'è giusto che sia, senza brusche interruzioni.
E quindi scrollo le spalle mentre penso che un altro anno è andato e che alle porte c'è un periodo bello e intenso, fatto di weekend femminili, di una barcolana triestina profondamente desiderata e i cui effetti etilici saranno memorabili, di una Pops deux ex machina che provvidenzialmente piomberà a Bologna dal suo nido d'amore napoletano per  aiutarmi con scatoloni e pezzi di vita emiliana. 
E poi si aprirà un altro pezzo di vita adulta, su cui ci sono stati tanti dubbi e scantonamenti, ma che alla fine è arrivato e qui lo si accoglie col sorriso sulle labbra.

(E con la certezza che senza le amiche che ho, e senza la telefonate-rivelazione e gli incontri casuali sui regionali salentini con la Vale, col cavolo che ce l'avrei fatta.)
(Anche se, cara Pops, il fatto che tu mi abbia quasi uccisa con i tuoi mischioni di droghe e farmaci non l'ho mai dimenticato)

Non sono sparita, è che una fase della mia vita si sta chiudendo, e la successiva non si è ancora aperta. Sono in pratica in uno di quei momenti in cui tutto smette di essere certezza e si fa movimento, e io son qui e tiro il fiato fino all'ingresso nella prossima fase. Per non affondare, ho bisogno di parlare di continuo, con tutti. Quindi ammorbo amici e parenti, ho una psicologa, e tornerò a scrivere qui con più frequenza di prima. Affliggo anche il poveretto che mi s'è pigliato, propinandogli di tanto in tanto delle versioni più o meno incisive de "Il Discorso" (sì, proprio quel discorso, quello che prima o poi tutte facciamo ai rispettivi uomini). Ne parlo qui, sull'uscita di maggio di Wu Magazine.

Questa settimana, cari miei, vi propongo un esperimento antropologico con tutti i crismi, di quelli che lèvate Durkheim, Weber e pure Lévi-Strauss.
Prendiamo una donna e mettiamola con un uomo (il suo) con un senso dell'umorismo anni '80 e una passione per i giochi di parole, in un monolocale (quello di lui) a partire da un giovedì fino a un martedì mattina.
Inseriamo un elemento esterno x che rende uno dei due fisicamente indisposto (questo è un elemento fondamentale per la nostra analisi).
In questo monolocale piazziamo due computer portatili, una connessione wifi e un lcd samsung con sky. Va sottolineato che la donna in questione, a casa propria non possiede un televisore ma che ha sviluppato, grazie all'uomo, una dipendenza da un canale (Real Time) che propone programmi da femmina come Cortesie per gli ospiti, Ma come ti vesti, Wedding Planners (Enzo io ti amo), Cake boss. Per tacere della di lei ossessione per Sex and the City, riproposto ad libitum da Fox. L'uomo, al contrario, ha una monomania per i Simpson.
Riepiloghiamo: un uomo, una donna prona alle dipendenze, astinenza coatta, isolamento, sky a dosi massicce e una serie infinita di mot d'esprit stile Drive in.
Giorno 1: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30mq.
Giorno 2: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky.
Giorno 3: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste.
Giorno 4: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste. (Ma non sarà il caso di lavorare un po' a questo fottuto dizionario di latino e riordinare compulsivamente la casa?)
Giorno 5:  oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste dopo aver lavorato un po' e riordinato compulsivamente la casa. (Ma sarà normale che lui abbia preso a chiamare lei "vecchia stronza" mentre con la mano afferra oggetti contundenti dalle mensole e se li schiatta con violenza sulla fronte?)
Lei invece ha un tic all'occhio, si dondola autisticamente, minaccia  l'uomo di morte se  lui fa battute/tenta di cambiare canale/ balla in maniera imbarazzante/ respira, e nel frattempo continua a canticchiare canzoni stile la bambina dell'Esorcista.
Sarà mica vero uno dei proverbi dell'amato nonno canterino: "uccello in gabbia, non canta per amore ma per rabbia"?
Ad occhio e croce azzardo un Giorno 6:
oh che bello sono io DA SOLA in 30 mq in pigiama a rincoglionirmi solo ed esclusivamente con Real Time, senza dovermi sorbire battutine su quanto sono snob i tipi di Cortesie per gli ospiti o su quanto è volgare Samantha (Dio mio, Samantha va amata, stop) di Sex and the City.

Bene, bene. Oggi, sabato 20 giugno 2009, complici:

-1 serata in casa a schedare i manoscritti più indecenti che mi siano mai passati sotto mano -roba da amputare le falangette ai loro dannati autori,
-6 ore di spleen da temporale estivo che è qualcosa di epico,
-episodi di In treatment Season 2 sul groppone in numero di 4 per un totale di 120' ca e num.5 - approssimo per difetto, in realtà sarebbero 555 - problematiche irrisolte venute a galla durante la visione del suddetto telefilm, a voler escludere il problema di tutto rilievo di avere un transfert per uno psicologo che sta dentro lo schermo del mio portatile e con cui non posso interloquire (il fatto che di tanto in tanto mi rivolga a lui con espressioni del tipo "Paul, I think I suffer from father issues", non credo sia un buon segno),
-num. 3 bicchieri di Riesling renano ghiacciato tracannato sgranocchiando a letto finocchi crudi e cubetti di grana,
-num. 8 poesie di Pedro Salinas lette con num. 1 lacrima (per occhio) per ciascuna poesia, tranne che per quella che a un certo punto fa "Por detràs de ti te busco" - "Al di là di te ti cerco", per cui ne sono state versate 5 o 6 ad occhio o forse più, non saprei dire con esattezza,
-num.4 esperimenti culinari falliti nel tentativo di reagire allo spleen (1 quiche lorraine, 1 insalata di riso integrale, 1 insalata di verdure grigliate con grano saraceno e tofu -che sa di suola di All Star dopo una lunga camminata sull'asfalto di Agosto- e 1 semifreddo al melone)
-(meno)8 ore di sonno nella nottata precedente e (più) 2 occhiaie che nessun correttore di Chanel, Vichy, Lancome et similia riuscirà a correggere,
- non quantificabili paranoie sull'amore e sulle relazioni sentimentali amaramente discusse in infinite ore di conversazione a distanza con il massimo esperto mondiale di sfighe amorose, l'impareggiabile amico K., sempre pronto con le sue sciagure eroticopastorali ad allietarmi le giornate oscure e financo l'esistenza (se non fosse così disperatamente single, non si sarebbe offerto di portare me a luglio in un viaggio-premio aziendale con meta un posto meraviglioso della Sicilia in puro stile Il Gattopardo e dio solo sa se abbiamo entrambi bisogno di starcene sul bagnasciuga con un cappello di paglia in testa, una copia di Internazionale in una mano e nell'altra qualcosa di forte che ci faccia calare la pressione, stordendoci fino a sera)

complici, dicevamo, questi sciagurati eventi, direi che la sottoscritta si è impegnata al massimo per conferire al concetto di "sfiga" nuovi e raccapriccianti sfumature.
Essere cool (o uncool) è una condizione mentale che giace nel punto di intersezione tra ciò-che-il-mondo-si-aspetta-da-te e ciò-che-tu-ti-aspetti-da-te: quando le due cose coincidono, il gioco è fatto, puoi stappare una bottiglia di vino buono e brindare da solo, sarai sempre e comunque un "figo". Se le rette non si incontrano mai, anzi, addirittura divergono all'infinito, la bottiglia la puoi stappare comunque (e il Riesling che avevo in frigo ha assolto brillantemente a questo scopo), ma sarai sempre e comunque uno "sfigato".

Ora, se anche tu, come me, sei una di quelle persone per le quali le aspettative del mondo esterno non hanno mai svolto un ruolo particolarmente cogente (partire dal presupposto che le deluderai sistematicamente tutte aiuta una cifra a sgravarsi di questo fardello), e per le quali il fatto di essere a casa di sabato sera e intuire la vita che pulsa fuori dalle finestre non è motivo di rammarico, abbatti anche tu il cliché secondo il quale nel weekend bisogna uscire a tutti i costi (e anche a Capodanno/Pasquetta/Ferragosto) e contribusci a crearne uno nuovo e più consono al tuo stile di vita: "it's so uncool, it's cool", ché nella vita è tutta questione di slogan azzeccati.

Innanzitutto mettiamo in chiaro due cose:
- , lo so che non siamo ancora a San Valentino, ma sono già un paio di settimane che lo sento incombere e al solo pensiero mi vengono le caldane della menopausa;
- no, non dirò che l'amore si dimostra giorno per giorno (santiddio che palle) e che San Valentino è una festa stupida e commerciale. Lo è. Ma a molti uomini serve una festa stupida e commerciale per ricordarsi di fare un gesto romantico e in più fa girare l'economia quindi l'appellativo di "santo" quel Valentino lì se l'è meritato più di Padre Pio, anzi, per quanto mi riguarda, avrebbero dovuto farlo papa. In più che noia questi che vengono a dire, dai, San Valentino è una stronzata qui, San Valentino è una stronzata lì: siete tutti maschi, lo sappiamo. O, se siete femmine, siete di quelle fortunate che hanno uomini che le venerano in altre situazioni dell'anno.
Il che fa di voi una ristetta minoranza, quindi per me non esistete, visto che esisto solo io.
Consideriamo quindi questa ricorrenza come un promemoria maschile salva-crisi: coniugale -leggi:evitare smaronamenti- e finanziaria -se non ci fosse San V. avremmo già fatto la fine dell'Argentina, direbbe un fine economista di mia conoscenza - .
Ora non so dirvi bene perché ma in testa la mia argomentazione pro-san Valentino mi suonava un po' più romantica di così.
Allora che fare? Visto che è il giorno in cui da contratto l'uomo ci venererà, si lascia a lui la scelta. "Fai tu, tesoro". Tre parole. Tre parole e vi siete scritte la storia dell'incubo di San Valentino. A parte il fatto che l'uomo, davanti al "fai tu", prova una kierkegardiana vertigine della libertà, ma pensate veramente che vi potrebbe mai andar bene una sua scelta su come passare un'intera giornata? Non vi va bene la punta di blu dei suoi boxer, figuriamoci la sua idea di romanticismo che si spande nell'arco di 24 ore. Meglio dunque indirizzarlo lievemente (leggi: dargli una rosa di 3 opportunità e segnalargli il punto in cui inserire i dati della carta di credito). Anche gli allocchi sanno che, per una donna, un gesto carino è solo una base di partenza per successive contrattazioni: in soldoni, se nel primo anno di fidanzamento per San Valentino ve la siete cavata con un ramoscello di mimosa, per il secondo dovete badare a fare ramoscello+1 fino ad arrivare a ramoscello+n secondo la serie matematica di Grecia Colmenarez, anche detta la serie del dove-cazzo-andremo-a-finire (te-lo-dico-io-ad-anello-con-diamante-mutuo-casa-bambino-rompicoglioni-sai-che-novità).
Ora, se volete proprio fare (anche qui leggi: far sì che lui faccia) le cose in grande, potete scegliere principalmente tra queste opzioni:
- città d'arte italiana/europea: Venezia/ Parigi. Lui, ingenuo, proporrà: "perché non Amsterdam?". Perché no. A San Valentino si va a Parigi o a Venezia, al massimo Praga. Il fattone ad Amsterdam lo fai con quei burini dei tuoi amici, non con me. "Ma Van Gogh, Rembrandt". No e poi no. Non fate gli iconoclasti, le tradizioni serviranno pure a qualcosa.
- montagna: anche qui probabilmente lui potrebbe uscirsene con cose tipo "andiamo a comprare la tenuta da sci" oppure "ma dai, se non vuoi sciare almeno possiamo prendere uno slittino". No, no e mille volte no. La neve la voglio vedere solo dalla finestra della nostra baita iper-riscaldata e dotata di coreografico champagne con fragole in camera, coreografica jacuzzi, ancor più coreografico tappeto davanti a coreograficissimo camino su cui tu mi tromberai coreograficamente quando sarò bella che sbronza.
- le beautyfarm. Le beautyfarm pare che vadano parecchio di moda perché siamo tutti così stressati in questo pazzo, pazzo mondo; non c'è tempo per fermarsi a pensare, a pranzo soltano un panino e adesso non ci vedo più dalla fame. Bon, in pratica tu digiti su google "san valentino" ed è tutto un fiorire di siti tipo "tispenniamo.org" o "romanticismfordummies dot com" e "chicazztel'hafattofareafidanzarti.net" in cui ti offrono convenientissimi lastminute da 800euro a persona per una notte con -udite udite- addirittura la colazione inclusa, più trattamenti vari -massaggi, scrub per il viso, sauna ecc...- che garantiscono di rimetterti a nuovo soddisfatti o rimborsati (è ovvio, non hanno ancora visto me, sennò mai si sarebbero azzardati a fare una promessa del genere. A me per rimettermi a nuovo bisognerebbe fondermi e reimpastarmi ma dubito abbiano quel tipo di forni lì).
Comunque, questa di certo è l'opzione più auspicabile per tutte le donne di mia conoscenza.
Se però siete delle persone molto tristi, vada per la solita cena di San Valentino: ostriche, caviale, champagne, aragosta, frutto della passione, cioccolato al peperoncino, diamante nel dessert, attacco di colite. Un classico senza tempo.
Solo che grazie a me, che sono troppo avanti, e all'ausilio di questo preziosissimo post, potrete ingegnarvi per fare alle vostre donne una sorpresa, che ne so, domani, anziché aspettare San Valentino. Dite loro che non vi andava di esprimere il vostro amore in maniera così convenzionale e manierata. E che non potevate aspettare per portarle fuori a cena. E che le amate tanto. E non date mai il link al mio blog o dovrò distruggerlo e non potrò più aiutarvi.

Avete presente quando noi donne cerchiamo di spremere i nostri uomini affinché facciano/dicano/organizzino qualcosa di romantico per noi? Quella sensazione di lotta persa in partenza, di cercare di cavar sangue da una rapa?
Bene, per me c'è qualcosa di peggio di quel tipo di frustrazione. Anzi, ci sono ben due cose: una è la faccia da babbeo del tipo nella foto qui accanto ma che ho voluto comunque pubblicare perché sono una squallidona in subbuglio ormonale, la seconda è quella frase che nessuna donna vorrebbe mai sentirsi dire e che invece gli uomini dicono credendo di farci un favore, e cioè stasera cucino io (sottotitolo: stasera in cucina si scatena l'Apocalisse).
Ora, non so a voi, ma a me l'immagine di un maschio italiano - lo specifico, sennò bariblogs, con cui ne parlavo poco fa, mi si incazza - in cucina fa tremare le vene e i polsi: passato il momento di tenerezza e divertimento iniziale, motivato dal fatto di vedere un essere totalmente spiazzato alla vista di un mestolo, ci si rende inevitabilmente conto che se un rinoceronte si fosse proposto di cucinare la cena, probabilmente avrebbe causato meno danni in cucina.
I problemi fondamentali dell'uomo tra i fornelli sono due. Il primo è quasi un assioma: nonostante si sia arrischiato a fare il macho dicendo cose del tipo tu, donna, rilassati pure sul divano con un bicchiere di vino e un buon libro, penso a tutto io, ogni cinque secondi urlerà dalla cucina domande irritanti come "ma è normale che il soffritto di cipolla diventi nero?", "dov'è l'ovatta? sto sgocciolando sangue ovunque, è normale?" (è normalissimo, tesoro mio, se ti sei reciso la carotide), "ma perché non organizzi più razionalmente le stoviglie?" (appena varcano la soglia della cucina, diventano tutti dei Gianfranco Vissani, chissà com'è), "ma dov'è una schiumarola?". La sua estraneità al mondo culinario, infatti, è tale da impedirgli di trovare alcunché, nemmeno ciò che ha sotto agli occhi. Questo non significa, ragazze care, che dovete cedere alla tentazione di alzarvi e andare in cucina per palesargli la sua inettitudine, lasciate che si cuocia da solo in questa consapevolezza: se doveste cedere, non esiterebbe a schiavizzarvi con la scusa che lui sovrintende e coordina i lavori e voi eseguite (come dargli torto, essendo un grande chef è giusto che lui ci metta la creatività e l'estro artistico e voi sgobbiate).
Il secondo problema, anche questo peculiare del maschio, è che per cucinare anche il piatto più semplice del mondo, non so come, non so perché, riesce sempre a sporcare tremila padelle e aggeggi vari. La mia sensazione è che persino l'atto culinario basilare, ad esempio un piatto di pennette al pomodoro, coinvolga nella testa maschile tutta una serie di passaggi intermedi superflui il cui numero è direttamente proporzionale a quello delle stoviglie sporcate. Egli - suona strano, ma questo pronome esiste ancora - infatti, prenderà la salsa, l'aprirà con fare atletico, con immutato fare atletico sgocciolerà sul pavimento versandola in una ciotola più consona, poi si renderà conto che quella ciotola non va bene perché nel versarla nella pentola potrebbe cadere sui fornelli allora la versa in un contenitore col beccuccio, nel frattempo altra salsa cade per terra e tu inizi a pensare che si tratterà di una ricetta nuova, pennette al pomodoro senza pomodoro, poi piglia la bottiglia d'olio e lo travasa nell'oliera, prende un tagliere delle dimensioni dell'Alaska e un coltello da macellaio appositamente per sminuzzare un unico, minuscolo, povero piccolo spicchio di cipolla, fa soffriggere l'olio in padella, ci butta dentro la cipolla che si carbonizza, ripete l'operazione dentro a un altra padella, poi alla fine ci butta quello sputo di salsa che è sopravvissuta a tutti i travasi, un po' d'acqua e tre chili di sale e scopre le meraviglie della fisica attraverso il magico fenomeno dell'ebollizione dell'acqua a 100°C. Capito questo, crede di poter aprire un ristorante e di far sì che rientri nella classifica del Gambero Rosso.
Tu intanto hai chiamato di nascosto la tua pizzeria preferita ma non gli dici niente.
La pizza arriverà nel momento esatto in cui lui, con le lacrime agli occhi, sputerà nel fazzoletto la pennetta al pomodoro, dicendo che non ha appetito.
Dopo la pizza avrà anche il coraggio di dirti visto che ho cucinato e sono stanco, i piatti li lavi tu?

P.S. regalino per Amaracchia e tutte le lettrici donne. Assolutamente sconsigliato agli uomini.

Devo essere sincera: dopo essermi ubriacata da sola per festeggiare i trentatrè commenti del post precedente (a proposito, grazie al n.31,32,33 per aver fatto il solletico alla mia nevrosi sulle cifre tonde), per un attimo ho pensato di chiudere trionfalmente baracca e burattini con un post di cui già avevo in mente il nome - So long, and thanks for all the fish: nella mia idea, aprendo il mio blog sarebbe dovuta partire la musichetta della Guida galattica, e l'utente si sarebbe dovuto trovare di fronte a un post brillante e al tempo stesso malinconico che gli avrebbe strappato un paio di lacrime all'idea che quelle sarebbero state le ultime perle del SunOfYork-pensiero. Mi ci è voluto davvero poco ad abbandonare l'impresa a causa della mia incapacità di mettere musichette come sfondo e a realizzare, di conseguenza, che questo blog non chiuderà mai.
Dunque stasera ho deciso di illuminarvi sui vari modi in cui le donne seducono gli uomini. Sostanzialmente la mia idea è che riuscire o meno ad acaparrarsi un uomo dipenda dal caso, idea dovuta al fatto che ci sono in ballo troppe variabili in gioco perché io mi sbatta a dare una spiegazione razionale del fenomeno. Diremo allora che queste variabili hanno natura e importanza diversa nella riuscita dell'acchiappo: si va da fattori collaterali quali il tipo di bevanda o droga assunta prima dell'incontro ad altri più centrali come la disponibilità di entrambi gli attori, il perfetto match chimico, il periodo dell'ovulazione femminile, e soprattutto quello che chiamerò il tasso di orizzontabilità. Diamo la definizione e poi spieghiamo:

IL TASSO DI ORIZZONTABILITA' DI UN INDIVIDUO X PUO' VARIARE DA 1 A 5
COROLLARIO (thanks Krapp, solo tu puoi essere così nerd): IL TASSO DI ORIZZONTABILITA'
E' INVERSAMENTE PROPORZIONALE AL COEFFICIENTE DI ORIZZONTABILIZZABILITA'.

Poveri noi. Quando una donna incontra un uomo o viceversa immediatamente gli assegna un punteggio da 1 a 5, ossia il tasso di orizzontabilità (quanto me lo voglio portare a letto).
Detta in soldoni, quanto più l'individuo è desiderabile/orizzontabile, tanto più sarà dura sedurlo/orizzontabilizzarlo, perché l'individuo in questione se la tirerà a dismisura -qui dovrei introdurre il concetto di asintoto, ma lasciamo stare, tanto lo so che siete tutti scienziati e a questo punto state con la bava alla bocca-, come facilmente desumibile dal grafico dell'iperbole giustapposto.

Ora, come fanno le donne a sedurre un uomo? Quali strategie usano? Come si pongono? Quali uomini costituiscono il loro target? Io ne ho individuati alcuni tipi, vedete voi se vi ci ritrovate.
1. La risoluta: se uno le piace, glielo dice chiaramente con la delicatezza di un panzerkampfwagen. Tipo: lui sta ancora ordinando da bere e lei già paga il conto; si stizzisce se davanti a tanta risolutezza lui sembra vacillare, vedendo nella di lui esitazione una irrimediabile perdita di tempo. Di solito le capitano uomini irrisoluti e incapaci di fare il primo passo, a dimostrazione della potenza del contrappasso dantesco. Il problema di questa tipologia di donna è che una tale facilità nell'esporsi, la porta a una sovraesposizione anche in momenti inopportuni (del tipo che si lancia involontariamente in imprese disperate)
2. La fatalona: è tutta sguardi e smancerie, biancheria intima che spunta dalla scollatura o dal pantalone a vita bassa e boccuccia a cuore. Il problema è che in tutte queste mossette, non si rende puntualmente conto che ha messo gli occhi su un omosessuale, il quale, a sua volta, sta facendo gli occhi dolci al barista
3. La filosofa: è quella che quando punta un tipo, lo sommerge di chiacchiere filosofico-artistico-letterarie. Di solito sono quelle ragazze che si fanno le foto ai piedi o alle loro calze a righe, le pubblicano su flickr, e si sentono delle artiste, o quelle che arredano la casa seguendo il feng shui (maledette rompicoglioni). Ovviamente anche il tipo più intellettuale, dopo un po' muore: si tiene la filosofa come amica, e si tromba un'altra.
4. L'amicona: eeeeh, questa è una categoria molto diffusa tra le donne di tutte le età: inizia col puntare un uomo coinvolgendolo in attività quali cinema/mostre/partite di badmington (?)/passeggiate in bici, dandogli l'illusione di essere sua amica. Poi però lui le confida le sue pene d'amore per un'altra, e lei diventa lesbica.
5. La subdola: padroneggia tutte queste tecniche alla perfezione, sa essere amichevole se necessario (addirittura arriverebbe a guardare una partita di calcio con il suo target), nel momento giusto sa improvvisare uno strip tease (d'inverno usa il tasso di ibernazione di mani e piedi per capire quando interrompere lo show), può parlare per ore di film e libri, e farsi chiedere in moglie quando lo desidera. Resta da capire in cosa si evolve una subdola dopo le nozze.
Io ad occhio e croce direi nella donna perfetta.

Ci sono volte che la notte mi sveglio e mi chiedo dove sono, se sono a casa, o se ci sarò mai.
Oggi si è compiuto l’ennesimo trasloco. Un trasloco da una casa ostile che non sarebbe mai potuta essere la mia a una casa amica che non è e - non solo per un fatto di possibilità economiche - non sarà mai mia, e che è stata a sua volta preceduta da una casa che sentivo appartenermi ancora meno, pur essendo il posto in cui sono nata. Pur appartenendo quelle mura alla mia famiglia da tanti anni da averne assorbito nevrosi, buoni propositi, dialoghi, processi alle intenzioni. Pur avendo giocato a nascondino in quelle stanze ed essendomi svegliata lì per più di vent’ anni con l’odore del caffè.
Nemmeno mia è la casa in cui da qualche mese mi sveglio di tanto in tanto, nei weekend, e vengo svegliata dal ciabattare ostinato della signora del piano di sopra o – quando mi va bene – da una carezza sulla testa, che effettivamente riscatta tutte le ore di viaggio fatte per arrivare fin lì.
Non mi appartiene la città in cui vivo che non so bene di chi sia ma di certo non è mia, anche se devo ammettere che oggi, schiacciata a mo’ di sardina nel calduccio del 25, fuori pioggia battente e gelo in anticipo, ho sentito distintamente quanto si stia bene nella stanza degli ospiti se si è desiderati, e alla fine questa città mi ha accolta, me e altre migliaia prima di me, sempre a braccia aperte. Ho sentito quanto questa natura di ospite si sia fatta largo in me fino a definirmi, in un modo o nell’altro, e la cosa mi ha spinto a sfidare l’acquazzone per trovare la connessione più vicina e scrivere questo blog.
Sono ospite pure nelle amicizie, a cui mi avvicino in punta di piedi per evitare scomode ingerenze e a cui quasi mai sento di appartenere totalmente, così come persino nell’ideologia, a cui mai riuscirò ad aderire a pieno, cosicché mai mi si potrà dire di me “fu organica al Partito”.
Non sento come totalmente mio nemmeno il lavoro: sono la lavoratrice a cottimo, quella che fa il lavoro sporco e di solito si prende le briciole e solo se capita, en passant, qualche piccola soddisfazione, tanto che pensavo di scrivere un libro e intitolarlo Le mie provvigioni, solo che i libri dovrei farli pubblicare, non pubblicarli, per guadagnare. Logica che guarda caso non mi appartiene.
E di tutto questo, di tutto questo senso di non appartenenza, di esilio mentale, di spaesamento misto a meraviglia, precarietà che ormai è per me bandiera sbrindellata al vento, io ho fatto cifra caratteristica, terreno che frana sotto i piedi e manifesto personale, croce e delizia.

Non esiste altra casa se non quella che riconosco quando di notte tiro un calcio e ti trovo lì.

"Amore, tu sei alto, non posso scalarti - ma, si fosse in due, chissà che noi -

alternandoci - al Chimborazo, alla fine, non si arrivi a starti accanto"
(Emily Dickinson)

Giusto per rassicurarvi, Barbie e Ken ancora stanno insieme e se la spassano alla grande. La mattina si alzano alle undici, guardano molta tv trash borbottando contro il palinsesto estivo, si godono la città deserta, il tutto non spostandosi mai dal letto che infatti nel giro di 10 giorni è diventato il loro habitat naturale: ristorante, cinema, posto di lavoro, biblioteca, lunapark e - solo occasionalmente - giaciglio.
Certo, a Barbie ancora le si scombussolano le sinapsi quando, entrando in camera, vede calzini sparsi sul pavimento, sacchetti di patatine vuoti ovunque, il letto sfatto e Ken, stravaccato sopra, che si gratta la pancia pelosa, e non parliamo del tubetto di dentifricio strizzato a metà, per cortesia.
Barbie fa i piatti e medita vendetta, tremenda vendetta. Poi pensa che c'ha un'età e vuole procreare, allora va da Ken e gli mostra le tette. Solo occasionalmente lui si risveglia dal suo perenne torpore.

*"tutto procede in perfetto disordine" è il titolo di un romanzo di Gianluca Antonacci edito per Palomar

I am thinking it's a sign that the freckles in our eyes are mirror images and when we kiss they're perfectly aligned


(The Postal Service, Such Great Heights)
Per uno che ha fatto della futilità la chiave di volta della propria esistenza, dev'essere stato ben strano pensare che forse, alla fine, svegliarsi a 80 anni con Barbierugosa al proprio fianco non deve fare proprio schifo.
Non conta se leggi Proust e ti atteggi a persona profonda o se sei un pupazzo di plastica. Ogni tanto casualmente certi tuoi spigoli si incastrano con quelli di qualcuno con cui sei perfettamente allineato e mica te lo vuoi far scappare, che le botte di culo non sono poi così frequenti.
Certo quanto a botte di culo, qualche perplessità forse la suscita il fatto che sia Barbie a star dietro a Ken e non viceversa, ma che volete che sia.
(more to come)

Anche tu sei un uomo, ma non solo un uomo,un giardino:ti fanno compagnia le lunghe amachei caldi tropicali, le Azzorre. Ma tutto in te è magnifica Grecia, non hai la perspicacia di Ulisse non hai la malizia degli uomini, ma sei silenzioso e caldocome la matrice di un giunco.

(Alda Merini, Anche tu sei un uomo)

Barbie conobbe Ken in palestra, dove si recava ormai ogni giorno da un mese per sfogarsi: la sua pulsione sessuale era grande e Chiappy iniziava a dare i primi segni di cedimento.
Lui era lì che grugniva sollevando i pesi, lei ansimava sul tapis roulant. Fu amore a prima vista.
Sorseggiando una bevanda multivitaminica, scoprirono di avere molte passioni in comune, in primis le bevande multivitaminiche.
Condividiamo molto di più di quello che le altre coppie normalmente condividono - disse appena uscita dalla palestra all'amica Skipper - e poi è SUPERFICO!! E' bello, biondo, ricco e intelligente. Lo sento Skippy, è quello giusto.
A Skippy ce viene n'ulcera che pare il traforo del Frejus. L'indomani, vincendo la sua proverbiale pigrizia, si iscriverà in palestra.
(more to come)

"From forth the fatal loins of these two foes A pair of star-crossed lovers take their life; Whose misadventured, piteous overthrows do, with their death, bury their parents' strife."

(W.Shakespeare, Romeo and Juliet)
Barbie è sotto i 30 anni, ha un buon lavoro (trovatole dal padre), una villetta (compratale dal padre) con prato inglese (curatole dal padre) e un cane, Chiappy (regalatole dal padre). Nessun trauma di cui abbia memoria, una vita senza grossi drammi, fatta eccezione per quando le spuntò un brufolo enorme prima del ballo delle debuttanti, nessun conflitto psicologico grave. Certe volte sogna di trucidare la madre con un machete e sposare il padre, ma vabbè, è tutto sotto controllo, sono cose che capitano alle figlie primogenite, no? non è così? vi prego ditemi di sì.
Tutto va super bene - disse quel lunedì alla sua amica Skipper, mentre sorseggiava un cocktail alla fragola - certo, mi ci vorrebbe proprio un uomo, Chiappy non mi soddisfa più come una volta, e poi è troppo rude e a letto non mi dice mai niente di carino.

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