Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Esistono cinque parole più dolci e significative, pur nella loro palese falsità? Cinque parole più potenti, nella loro piccola poesia quotidiana, e insieme altrettanto struggenti, nel loro tentativo di negare il vero?
Stai tranquilla, io sto bene, vuol dire mille cose. Mille cose di quella semplicità un po' bambina che sa di casa, pane caldo, latte, mani strette, mamma, stelle alla finestra, di quelle cose buone che assimili nel profondo senza nemmeno accorgertene, e che non sono solo buone ma anche belle, cose tipo "ci tengo a te e sono disposto a mentire per non scombussolarti troppo" e che la dicono lunga su quanto una persona possa essersi abituata, nell'arco di una vita, a non dare troppo ascolto a certe fragilità e a mettersi da parte per pensare ad altro. Perché, per l'appunto, Stai tranquilla, io sto bene, vuol dire mille cose. Mille cose più una, per chi sa ascoltare, e cioè: non stare tranquilla, non sto bene.
Stai tranquilla, io sto bene, è una frase che mi sono sentita dire spesso in passato e che continuo a sentirmi dire ancora ora da chi cerca di mettermi un ombrello sulla testa, sapendomi refrattaria ai ripari. Ed è una frase a cui non crederò mai, nemmeno dovessero ripeterla come un mantra fino a ipnotizzarmi, ma che allo stesso tempo mi farà sempre sorridere, per quel tacito affetto che si porta dietro, per quella sottesa carezza sulla testa.
Stai tranquilla, io sto bene (Je vais bien, ne t'en fais pas), è anche il titolo di un romanzo di Olivier Adam che mi è capitato tra le mani qualche tempo fa. E anche in quel caso, la storia era la stessa: lo strazio intimo e sempre delicato di un padre che decide di imbastire una bugia nella speranza di difendere sua figlia Claire dall'aggressione della realtà - che in questo caso prende le forme brutali e incomprensibili della scomparsa di un figlio per lui, e di un fratello per lei. E per farlo, sceglie di compiere il più classico degli atti d'amore: mentire per proteggere. Affrontare di tanto in tanto spostamenti su e giù per la Francia col solo scopo di appiccicare questa manciata di parole su cartoline ogni volta diverse, così da convincere Claire a star tranquilla, ché tanto lui, suo fratello, sta bene, sta solo affrontando un lungo viaggio.
Che poi è forse quello che noi tutti ci auguriamo, quando perdiamo qualcuno. Che continuino a percorrere un sentiero. Che, anche se a noi invisibile, quell'intarsio minimale di passi possa avere una sua grammatica, un suo senso. E che stiano bene dove sono. Ma bene davvero, non solo per tranquillizzarci, ché ci diano loro la forza di occuparci di chi resta.

Io l'arte contemporanea non la capisco e non la amo. Non la amo perché non la capisco e non mi ci applico a capirla perché non la amo.
Ho, nei confronti dell'arte contemporanea, quell'atteggiamento di cazzonaggine acuta che non si capisce bene se sia una forma estrema di snobismo e rigetto dell'arte in pieno stile marinettiano, un doveroso atto di umiltà, una sorta di "alzo le mani" davanti all'ignoto o semplicemente cazzonaggine acuta (propendo per quest'ultima).
Il fatto è che io, l'arte contemporanea, credo di averla studiata abbastanza da intuirne la complessità dei temi e l'enorme varietà delle declinazioni ma non da comprenderne la complessità dei temi e l'enorme varietà delle declinazioni. Non abbastanza perché il punto interrogativo sul mio viso, davanti a certe opere, si distenda nel momento della piena comprensione anziché trasformarsi in un risolino di scherno o una battuta stupida. Non abbastanza perché io mi permetta di parlarne senza sentirmi, per questo, ridicola.
Insomma, diciamolo. Sono una capra. Ma, più capra di me, e meno consapevole di esserlo, doveva essere gran parte della fauna che popolava ieri la mostra dedicata a Edward Hopper al Palazzo Reale di Milano. La crème de la crème della borghesia milanese, infatti, era tutta riunita lì dopo pranzo e doveva proprio sentirsi in dovere di validare (casomai qualcuno avesse avuto dubbi) la teoria dylaniana dell' inside the museums, infinity goes up on trial prodigandosi in roboanti interpretazioni pseudointellettuali gradevoli quanto un cazzotto in un occhio, il tutto mentre il Perfido Manager e io, regrediti agli anni beati dell'infanzia comune, ci esibivamo nel teatrino intitolato "Scemo&più scema" con osservazioni del tipo belle tette però la moglie di Hopper (lui), cazzo che voglia di fumare e comprarmi un paio di scarpe nuove (io) ehi però questo so disegnarlo anch'io! (falso, caro il mio Perfido Manager, tu per definizione non sei in grado nemmeno di disegnare un omino stilizzato), o addirittura non male questo trivani, peccato sia un po' carente quanto a infissi, chissà quanto veniva al mq e ma che era, un immobiliarista?(vista la ricorrenza, nei quadri di Hopper, delle celeberrime casette imbiancate).
Salvo poi, dopo ore di demenzialità immotivata, commuoverci davanti a questo newyorkese Degas-incontra-De Chirico, davanti alla luce tagliente a svelare interni borghesi, alla triste tragicità après l'amour, alla scelta programmatica di un realismo rarefatto per narrare lo strazio tutto in tono minore delle scene di silenzio e incomunicabilità coniugale.
E correre, con la testa, ad altri interni borghesi e altre scelte narrative non meno impietose. A silenzi, assenze e omissioni altrettanto significative, quelle carveriane, impossibili da non accostare all'universo di Hopper. Dove solitudine domestica e silenzio regnano sovrani, e il sole lumeggia spietato le miserie del quotidiano.

“Ever tried. Ever failed. No matter. Try Again. Fail again. Fail better.” (S.B.)

Immaginate di essere da sempre dei lettori compulsivi e di volervi lanciare nel progetto kamikaze di aprire una casa editrice. Immaginate di emergere ogni tanto dal gorgo della burocrazia per vagliare le possibilità di pubblicazione all'interno di un panorama letterario sterminato e non sempre validissimo.
Immaginate di avere in mente uno scrittore piuttosto famoso a cui vorreste affidare una prefazione (no non è Samuel Beckett, ancora non sono da elettroshock ma ci stiamo quasi) e che siano settimane che ve lo state lavorando via mail per avere un appuntamento e bypassare il suo aggressivissimo agente.
Immaginate tutto questo, poi immaginate di salire su un treno scalcagnato e trovarvelo proprio di fronte.

Ecco, immaginato ciò, godetevi pure la magistrale interpretazione di Sunofyork ne I dialoghi dell'assurdo (feat. Trenitalia)

Sun (1.entusiasta come una bambina): ciao X, sono Sun, ci siamo scritti l'ultima mail ieri pomeriggio, non posso crederci, che fortunata coincidenza! Lasciami dire che i tuoi libri mi fanno impazzire e che è una gioia poterti stringere la mano di persona!
Scrittore (2.imbarazzato): ciao Sun, piacere di conoscerti.
Sun (3.parlantina-a-motore inserita e sempre più entusiasta): allora X, visto che abbiamo un bel po' di tempo per parlare (4.sospiro di gioia da parte dello Scrittore), ti spiego un po'il mio progetto...bè dunque, vedi, bla bla bla, ma siccome so che tu bla bla bla e non vorrei bla bla bla pertanto bla bla bla, e quindi pensavo che magari ti potrei affidare solo una prefazione al nostro secondo libro, che sono sicura ti piacerà un sacco, perché è brillante e fresco e bla bla bla e non posso pensare a nessuno più adatto di te a scrivere una nota introduttiva...

Passa nel frattempo il controllore, che si avvicina a me e allo Scrittore famoso per chiedere il biglietto, lo Scrittore risponde giustamente con un ferreo "abbonamento" senza esibire il titolo di viaggio, al che il controllore storce un po' il naso suscitando le ire della sottoscritta che inizia la filippica del ma sai chi è lui? è uno SCRIT-TO-RE FA-MO-SO, e Trenitalia dovrebbe essere O-NO-RA-TA di trasportare cotanta penna in giro per l'Emilia e non dubitare della sua buona fede - a questo punto lo Scrittore esibisce l'abbonamento- ecco, visto, ma cosa crede che siamo tutti una manica di incivili che bla bla bla. Il controllore esce di scena.
(5.lo Scrittore è stranamente taciturno ma dal sorriso si vede che è compiaciuto del suo futuro editore per la strenua difesa operata nei suoi confronti contro gretto controllore)


Sun (6.fiume in piena): pensa, si potrebbe fare una presentazione itinerante in una carrozza e bla bla e mio padre bla bla bla e poi bla bla e ancora bla bla e bla, ma non voglio stordirti di parole (7.nooo) ma penso che uno che ha scritto "Spatatrac" e "Supercalifragili" meriti azioni di marketing forti e innovative...
Scrittore (8. si schernisce intimidito): ma no, dai, ora non dire così...
Sun (9.commossa dall'understatement dello Scrittore): su, ora non essere modesto, tu sei pubblicato da bla bla bla e anche bla bla, e per me sarebbe un onore avere qualcosa di tuo, anche solo una prefazione bla bla
Lo Scrittore Illuminato (10. sorridendo benevolo davanti a tanto entusiasmo): certo, però solo una prefazione, sai, ho già tanto da scrivere...oh, ma ecco la mia fermata.

E' anche la mia, scendo, gli stringo la mano, mi dirigo saltellando dove mi dovevo dirigere e lì comunico l'impresa. Passano le ore, arriva la sera, si dorme. Durante la notte mi metto a pensare all'accaduto. La mattina consulto Google Images come se fosse l'oracolo di Delfi.

Sostituite i numeretti 1-3-6-7-9 con "boccalona"
e i numeretti 2-4-5-8-10 con "paraculo"
e tirate voi le somme.

E così il Nobel per la letteratura è andato a Herta Muller, scrittrice tedesca di origini romene, che ha sbaragliato la concorrenza di grandi nomi come (l'immancabile) Amos Oz, Vargas Llosa e Philip Roth. L'avevo conosciuta un annetto fa grazie al suo romanzo, Il paese delle prugne verdi, storia di quattro giovani intellettuali dissidenti nella Romania di Ceausescu, edito da Keller -un piccolo e attento editore trentino che pubblica pochi titoli all'anno, ma quelli che pubblica, sono veramente belli e curati in ogni aspetto- e che mi aveva colpito per la sua poesia straziante dentro un clima di oppressione e miseria collettiva.
Lo dico per vari motivi, innanzitutto perché aprire una piccola casa editrice è anche il mio sogno (e vuoi vedere che il 2010 non lo veda realizzarsi, eh, cara la mia socia?), e avere in catalogo un vincitore del Nobel i cui diritti ho pagato due lire è più di un semplice sogno, diciamo che per me è l'equivalente di un sogno erotico che vede me protagonista assoluta insieme a due adoranti e incredibilmente lascivi Javier Bardem e Filippo Timi. In secondo luogo perché così ho l'occasione di raccontarvi un problema simpaticissimo che mi affligge da un po' di tempo. Bene, che in Italia ci siano più scrittori che lettori ormai è un luogo comune più o meno comparabile con perle quali non ci sono più le mezze stagioni e si stava meglio quando si stava peggio. Il che però significa che, per essere diventati luoghi comuni, un fondo di verità ce l'avranno anche loro, no? Direi proprio di sì, visto la quantità di gente che ricorre ad editori a pagamento che chiedono cifre assurde e non si preoccupano nè di promuovere nè di distribuire il libro e a siti di self publishing (uno piuttosto noto reca come sottotitolo l'inquietante "Se l'hai scritto, va stampato". Ma anche no! direi io) pur di ottenere un briciolo di quel lustro che dovrebbe conferire l'aver scritto qualcosa. Ecco, io non so voi, ma per me le parole hanno sempre avuto un peso enorme sin da quando scrivevo i temi delle elementari, un peso che si fa tanto più titanico quanto più leggo libri come quello di Herta Muller, o di altri grandi scrittori. Il confronto con loro mi dà la giusta percezione di cosa meriti di essere pubblicato e letto e cosa no: ed è per questo che io, come molti altri di voi, ho un blog che mi basta e avanza, e nessuna velleità da scrittore "vero". E invece non per tutti è così.
Il bello, quando lavori nell'editoria, è che tutti quelli che sanno di che ti occupi (quindi sanno anche che conti meno di zero ma fanno finta di non saperlo) tentano di rifilarti le loro cose (per un parere, una revisione, un'idea, una spintarella verso la pubblicazione), perché tutti hanno scritto qualcosa nella loro vita e tutti sono fermamente intenzionati a ottenere i loro cinque minuti di gloria. Con le dovute eccezioni positive, per la maggioranza, ciò che passa per le mie mani sono opere di zie che nel '68 componevano poesie lisergiche, amici wannabe scrittori, amanti del fantasy -perdonatemi, ma per me il fantasy è una piaga sociale-, conoscenti con l'estro letterario di una cozza nuda, parenti che scrivono memoriali sui loro imbarazzanti trascorsi sessuali, l'apologia del cane buonanima del dirimpettaio, il postino che mi lascia nella cassetta della posta un manoscritto fantasiosamente intitolato "Il postino suona sempre tre volte" (infatti, già dopo la prima hai scassato la minchia) e per finire Lui, il mio medico curante bolognese.
Ecco, il mio medico è un quarantenne single che ha l'ambulatorio tre portoni più avanti del mio e l'aspetto dimesso e vagamente kafkiano (solo l'aspetto, purtroppo).
L'altro giorno ci sono andata per farmi fare l'impegnativa per un'escissione dei nei -tre o quattro, li togliamo in comitiva, visto che fortuna vuole che sia particolarmente predisposta a questo flagello di dio- e insomma, una chiacchiera tira l'altra, ma di dove sei di dove non sei, ma quanti anni hai, ma cosa fai cosa non fai.
Sun: "Lavoro nell'editoria, principalmente traduco"
Dottore: "Ma davvero, e vuoi fare questo per tutta la vita?"
Sun: "Sì, ma vorrei aprirmi una casa editrice mia"
Dottore: "Ma che bello! Che coincidenza! Chiamami pure Marco!"
Sun, in preda a smottamento inguinale: "Perché coincidenza, dott. Marco?"
Doc, tirando fuori da un cassetto un enorme plico polveroso di fogli ingialliti con su una scrittura minutissima e fitta fitta: "Ho giusto qui una prosa poetica dedicata alla mia defunta madre, lo troverai di lettura un po' ostica, ma confido nella raffinatezza dei tuoi gusti e nella tua benevolenza".
E io che dovevo fare? Gli ho detto che ero già sommersa di fogli per casa ma quello mi ha chiesto la mail, dicendomi che doveva avere anche un pdf, e io non ho potuto non dargliela.
In tutto ciò, preso com'era a parlarmi della sua opera straordinaria, ha sbagliato a compilare l'impegnativa.
E vabbè, mi consolerò pensando che magari potrebbe essere un futuro Nobel della letteratura e trovarsi nel mio catalogo.
Avanti, coraggio, quanti di voi hanno un manoscritto nel cassetto e pensano di potermi far diventare un ricco editore?

Lo sapete, non faccio mai recensioni letterarie. Se un libro non lo amo, perché parlarne, se invece lo amo, chi sono io per parlarne.
Oggi però è diverso. Oggi sono qui a scrivervi non tanto di un libro (Albinati&Timi, Tutt'al più muoio, Fandango libri), che pure ho amato al punto di scegliere di rimanere sul bagnasciuga a ridere da sola, nascondere le lacrime dietro enormi occhiali da sole e beccarmi un'ustione alla clavicola piuttosto che staccare gli occhi dalla pagina e cercarmi un posto all'ombra, quanto a raccontarvi del mio innamoramento repentino, viscerale e totalizzante per Filippo Timi, attore teatrale e cinematografico di raro talento e intensità, scrittore sensibile, o forse molto più semplicemente uomo dotato di un'anima bella e dirompente, in grado di saltar fuori dalle righe stampate come dalla macchina da presa e prendere a cazzotti nei denti te e la tua spocchia intellettualoide per tutte le volte che hai blaterato che il cinema, il teatro e la letteratura italiana sono in totale decandenza, che siamo una realtà culturale massificata e di provincia (lo siamo, ma con le dovute eccezioni) e che niente di buono può venir fuori da questa landa piagata da puritanesimo di facciata e scarsa umanità.
Avete presente quando si ha qualcosa sotto gli occhi ma non la si vede per nulla al mondo? Quando si condivide lo stesso identico spazio -fisico o mentale- con qualcuno ma non ci si riesce a trovare e a prendersi le mani? Bene, per me con Filippo Timi è avvenuto così. Il solito, adorato K. mi ha regalato più di un anno fa questa autobiografia romanzata per il mio compleanno. Non l'ho nemmeno aperta, inconsciamente tenendola da parte e coccolandola in attesa di un momento più adatto. Poi, l'opinione entusiasta di un'amica, i commenti della rete, l'amico Cremino che mi illumina il collegamento -Timi, per l'appunto- tra il romanzo e due gran bei film italiani, Come dio comanda di Salvatores e Vincere di Marco Bellocchio, l'arrivo di un periodo un po' così, perché è mia ferma convinzione che è solo nei periodi un po' così, quando carne e nervi sono più esposti agli agenti atmosferici, che si possa apprezzare a pieno la poesia lieve e l'ironia dolente di una narrazione di questo tipo. E insomma, finalmente mi decido ad aprire il libro, lo divoro nei pochi giorni salentini, rido con Filo delle piccole sciagure della provincia e mi commuovo con lui per quella umanità irreperibile altrove, per gli stessi amori giovanili portati avanti per tutta la vita. E mi decido a parlarne con voi, in un qualcosa che non vuole essere per nulla al mondo una recensione ma solo un suggerimento per chi come me si fosse perso questa perla (di libro e di uomo), e una condivisione di entusiasmo per chi invece già lo conoscesse, e per farlo, fa appello a tutto il buono della rete: curiosità, efficacia del passaparola, comunanza di interessi, vicinanza virtuale e non, capacità di contagio, puro e semplice buon senso.
Poi, il fatto che invierò stasera stessa il link di questo mio post a Filippo Timi e gli farò palese la mia intenzione di sposarlo e fare dei figli con lui, è secondario. Però capitemi (e tu, Filippo, capiscimi): il ragazzo pare sensibile, recita da dio e scrive altrettanto bene - per una che vuole fare l'editore, ciò basta e avanza a far comparire il simbolo $ al posto delle pupille in stile Paperon de Paperoni - è bono come il pane e c'ha pure la barba, il che titilla amabilmente il mio complesso di Elettra.
Insomma, Filippo, siamo una coppia perfetta.
Ci pensi tu a mandare le partecipazioni?

Mesi fa, quando mi trovai a parlare del ruolo chiave dei suspiciously specific denials nelle relazioni sentimentali, non potevo immaginare che ben presto sarebbe toccata a me la mia bella fetta di dissimulazione. Come dire, se con la simulazione me la sono sempre cavata egregiamente, con la dissimulazione fino ad ora non avevo mai avuto niente a che fare.
Se mi interessa qualcuno intraprendo una logorante guerra di posizione, lo lavoro ai fianchi, gentile ma risoluta come un tir, mai invadente ma ferma nei miei propositi, e alla fine me lo prendo per sfinimento. A che pro farmi fare tutto questa fatica se lo sappiamo entrambi che alla fine capitolerà, è una domanda ad oggi rimasta irrisolta - sarà parte di qualche gioco bislacco del tipo "tit for tat" (aka gioco della ritorsione equivalente) del tipo: tu imperverserai nella mia vita come una novella Attila per qualche anno, almeno concedimi di tenerti sulle spine per una settimana. E vabbè, c'ha pure ragione il poraccio.
Fatto sta che, in vita mia, non ho mai avuto un vero rifiuto, e non lo dico perché sia una gran donna (in quel caso forse sarebbero gli uomini a tentare di sedurmi, non viceversa): semplicemente fino a poco tempo fa lo stalking non era reato. Inoltre con gli anni si impara a conoscere i propri punti di forza -ripetersi ogni giorno il mantra "beato chi me pija" aiuta molto- ma soprattutto le debolezze del proprio target e ad aprirsi una breccia attraverso di esse (i primi a cadere sono gli uomini di mezza età, care mie, i più difficili i trentenni, ma avremo modo di parlarne prossimamente).
Comunque, torniamo a bomba: mettiamo il caso che, per la prima volta, vi troviate a perdere la testa per qualcuno che sai benissimo non potrai avere per un bel pezzo. Pazienza, non perdete la testa. Essere troppo assidue nel tentativo di sedurlo potrebbe risultare asfissiante (ve lo fate scappare), tirarsela troppo e allontanarsi potrebbe fargli credere che non siate davvero interessate (ve lo fate scappare-bis). Siate dunque assertive nel palesargli il vostro interesse e poi, come fece Dante, trovatevi un Uomo-Schermo (o più uomini-schermo).
L'Uomo-Schermo assolve a una tripla di funzioni che spiegheremo, per semplificarci la vita, attraverso il ricorso alla teoria dei giochi, le relazioni internazionali e le economie di scala.
- effetto del dumping: se ti svendi con l'uomo schermo, non rischi di perdere la dignità con il Prescelto - ossia, eterodirigi tutti gli errori che commetteresti con la tua Beatrice, pregiudicando la vostra relazione;
- effetto del cartello Opec del 1975: i tuoi spasimanti fanno cartello e le tue quotazioni schizzano in alto (insieme alla tua autostima) - ossia la teoria secondo cui, più gente ti sta dietro, più sarai appetibile agli occhi degli altri. Attenzione però a non marciarci troppo o si rischia di passare per l'allegrona di turno;
- effetto del gioco a somma zero: il Prescelto si nega, tu, frustrata, diventi una bestia e sfoghi le tue frustrazioni usando l'Uomo-Schermo (U.S.) come pungeeball. Con questo inneschi una spirale karmica binaria: la assoluta devozione nei tuoi confronti dell'U.S.- che ti risarcisce in parte della sofferenza causata dal Prescelto - e il desiderio da parte del tuo U.S. di trovarsi una D.S. (Donna-Schermo) da bistrattare come tu hai fatto con lui.
Il tutto potenzialmente può reiterarsi all'infinito, fino al momento in cui un U.S. trattato male da una donna, scopre chi è il Prescelto e lo aspetta sotto casa con una mazza chiodata, facendo la quadratura del cerchio.
Ecco perché gli uomini non dovrebbero mai tirarsela, ne va della loro salute.

(da leggersi velocissimamente e con tono esaltato)

Bene bene bene bene, carillimi tutti! Una felice domenica e un sereno rientro alle vostre sfavillanti vite da questo spaccaballe di ponte del primo maggio. Per voi quest' oggi un post simpatico come quella furbona di mia sorella minore che si è portata via le mie chiavi di casa impedendomi di lasciare questo loculo financo per andare a comprare una stecca di Malboro dal tabaccaio di sotto e rifornire il frigo ormai ridotto a correlativo oggettivo del mio sbrilluccicante vuoto interiore. Per voi un post leggiadro e pieno di joie de vivre, scritto di getto dopo un pranzo domenicale in solitaria a base di tortilla alle verdure, insalata pomodori e basilico, e qualche bicchiere (di troppo) di Gewurtztraminer. Un post lieve, arioso e a finestre spalancate, che non c'è più confine tra dentro queste mura e la strada fuori, con le tende che svolazzano, allietato dalle rondini, dalle note stonate del dirimpettaio pianista che ripropone i grandi successi di Bruno Martino e dai baci con risucchio delle coppiette -vi odio dal profondo del cuore- che passeggiano sotto quelle enormi casse di risonanza che sono i portici bolognesi. Un post scoppiettante come la sinfonia del mio fucile a pallettoni con cui, appostata dietro la finestra del soggiorno a mo' di cecchino, metto in fuga le leggiadre coppiette, perché non si dica che non contribuisco anch'io a questo tardivo ésprit primaverile. Un post colorato come i tetti rossi di questo vicolo, come i muri color ocra, arancio e mattone, come gli scuri verde-bottiglia che chissà quali sguardi celano, e come il cielo azzurro sopra tutte queste cose ignote, come le mie magliette bianche che per magia, dopo un lavaggio azzardato, sono diventate tutte rosa cipria. Per voi un post al profumo di lavanda, tenero e pieno di poesia, almeno quanto quella offertami dal playboy maghrebino che, vista la mia capa gialla spuntare dalla finestra, mi ha urlato a gran voce di succhiarglielo ma che dev'essersi subito ricreduto alla vista del mio sguardo torvo e della dentatura aguzza, pena il vedersi trasformare il suo affare in un inservibile Ćevapčići. Un post per dirvi che ho abbandonato l'ascolto dei CCCP e che aspetto suggerimenti musicali (e non solo, ché non poniamo limiti alla provvidenza qui) su qualcosa che mi cambi la vita. Un post romantico e ormonale, a metà strada tra zitellaggine acuta e sentimenti che sorgono, tra mille incognite e una sola certezza, tra la pesantezza invernale ancora sul groppone e le vesti sempre più succinte, tra la consapevolezza dell'urgenza di una ceretta e l'indolenza da primo raggio di sole, tra l'esaltazione dannunziana e lo sconforto montaliano, il desiderio e il timore per una stagione che viene, ché forse è proprio su questo crinale, buon dio, che troverò una mia cifra.

(e a sorpresa, per i più pigri, la versione mp3 di questo blog, magistralmente interpretata da una capa gloriosa e facilmente ascoltabile e/o scaricabile qui, perché non si dica che gli ex non servono a niente)

24.4.09

Ossidoriduzione

Posted by SunOfYork |

Così quando hai rubato la legge dei profeti per me,
tradire è stato un dono,
il bacio che non cerca più perdono [C.B.]


In un'ipotetica quanto improbabile top five dei comportamenti deviati che non smetterò mai di avere nelle mie relazioni sentimentali (impazienza di avere tutto subito - idealizzazione dell'altro e grandi slanci - primi cedimenti davanti alla realtà delle cose - disillusione e grandi dietrofront), la pole position spetta senza alcun dubbio allo spostamento del mio baricentro personale verso l'esterno: tutto il necessario risiede nell'altro, nei suoi bisogni e desideri. Ora, la conseguenza di questo bislacco francescanesimo è che, tempo pochi mesi, dopo aver inondato l'altra persona delle mie passioni letterarie musicali e cinematografiche, ed essermene fatta inondare a mia volta, insomma, completato questo processo di ossidoriduzione, si ha un momento di stallo intellettuale. Ovvero, il male assoluto.
Si dà però il caso che, vista la temporanea zitellaggine che mi affligge in queste ore, io abbia ripreso a coltivare i miei innumerevoli ed eclettici interessi (interviste rare a Cristina D'Avena e Mirko dei Bee Hive in desabillé, film di Fantozzi, impagliatura di animali rari, ascolto ripetuto e molesto delle canzoni di Orietta Berti). Me ne andavo quindi bel bella in quel di Roma Nord con i miei due mentori musicali - lo storico amico K. (l'anima indie contemplativa) e la new entry amico F. (l'anima punk berlinese) - in una serata piovosa e stranamente elettrica. Si diceva, questa allegra combriccola composta da noi tre, sparuta minoranza sgangherata e trozkista vagante attraverso vie infestate da scritte inneggianti a Forza Nuova, si dirigeva alla volta di un concerto che si sarebbe tenuto in un appartamento il cui indirizzo ci era stato comunicato via sms 24 ore prima, perché pare che da un po' vada tantissimo - tra la gente yeah - chiamare gli artisti a tenere dei concerti segreti in case private. Numero massimo degli ospiti, quaranta, per garantire anche al più indie di fare il tutto esaurito.
Arrivavamo infine alla meta: un appartamento gremito, fumoso, privo di mobili e pieno di locandine di film inutilmente pretenziosi. Tappeti per terra e lumini per creare atmosfera. Vino rosso a profusione. Popolazione alternativa media senza infamia e senza lode - totalizzate 0 kefieh e 0 magliette di Che Guevara - con delle punte di eccentricità in alcuni dandy della buon ora e un esemplare di femmina estramemente androgina alta attorno ai due metri che scatena inaspettatamente le fantasie più perverse dei miei due accompagnatori (nonché la mia benevolenza). L'amico K. inizia a tacchinare una giovincella col suo fare ardito da esperto viveur di concerti indie, io e l'amico F. rimaniamo a sbevazzare e a fantasticare di un post cattivissimo a quattro mani (sorry Phil, didn't mean to hurt your feelings) in cui prendiamo per il culo tutto e tutti, soprattutto la performance acustica che andremo a sentire.
E infatti andiamo a sentirla. Ci sediamo a terra tutti vicinissimi, uno attaccato all'altro, l'intolleranza per il contatto ravvicinato con tutti questi gggiovani è alle stelle: l'amico F. dopo un minuto ha le ginocchia incriccate e lamenta i primi problemi di sciatica, il mio osso sacro formicola in modo inquietante.
Poi Cesare Basile inizia a cantare, in acustico. Solo chitarra, armonica a bocca e la sua voce. Canta, chiaramente a disagio per la situazione bislacca, e ci racconta il suo egocentrismo, il suo panico, la donna che ama e il percorso tortuoso che è il loro amore. Si schiarisce la voce, racconta le sue storie, riprende a cantare e tu ti chiedi il perché di questo tuo desiderio di sminuire sempre tutto, questo talento innato per distruggere le cose belle. Forse è un caso. Ma ti chiedi anche perché uno così deve cantare in una stanza, quando meriterebbe di riempire un teatro. E anche lì la risposta sta più nel caso che nel talento, perché di certo qui quello non manca, anzi, è proprio tangibile, anche se io non sono nessuno per dirlo.

(insomma, esperienza positiva, soprattutto se K. finalmente riesce a trovarsi la fidanzata)

E a questo avrei messo anche il podcast di una qualsiasi canzone di Cesare Basile, (sono tutte stupende) ma indovinate? Lì è una questione di talento (informatico, che a me manca) e non di caso.

(ed eccolo alla fine)

Oltre alla passione compulsiva per i telefilm, uno dei modi più brillanti in cui si esprime tutta la mia maniacalità è nella continua elaborazione di Top Five: fondamento e sostanza stessa della cosmologia sunofyorkica, la personal Top Five si nutre delle nevrosi e piccole ossessioni della sua ideatrice, riflettendo l'eroico quanto vano tentativo della stessa di arginare l'entropia e conferire al proprio cosmo un assetto paratattico e simmetrico. Va da sè che la creatività nell'inventare nuove Top Five raggiunga il suo spannung in momenti di grande sconquasso psichico, quando ogni categoria dello scibile umano è passibile di essere sintetizzata e scomposta in una top five.
Prendiamo una situazione-tipo: mi sveglio. La caffettiera è stata svuotata dal perfido padre --> Top Five delle sacrosante vendette (1.distruggere il gazebo* appena costruito sul terrazzo, 2. dirgli con aria di sufficienza che la sua auto -acquistata durante la crisi di mezza età- è "carina", 3. iniziare una lunga conversazione mentre gioca al solitario davanti al pc, 4. creargli sensi di colpa perché non porta mai mia madre in giro, 5. finirgli il caffè la mattina seguente).
Altra situazione tipo: la nonna Highlander rompe le palle --> Top Five dei modi più intelligenti per liberarmene (1. assoldare un sicario veramente in gamba, 2. avvelenamento farmacologico 3. dirle che Aldo Moro era uno str***o, 4. pagare un rapitore perché la porti in Aspromonte, 5. overdose di zuccheri -è diabetica-/privazione di zuccheri -morirebbe di crepacuore).
Ovviamente non tutte le Top Five sono così tetre. Molte sono piene di gioia e speranza (Top Five dei Viaggi che vorrei fare), altre di certezze luminose (Top Five dei lavori che NON farò da grande - tutti, infatti sarò disoccupata), molte sono delle cretinate, quasi tutte hanno punti di intersezione (Top Five dei motivi di scazzo e Top Five dei fidanzati), tutte sono soggette a mutazioni costanti. Solo alcune sono dei classici: esse prendono il nome di Top Five Ever e occupano i vertici della gerarchia delle Top Five - in particolare, tra di loro figurano quella dei libri, quella dei dischi, e quella delle canzoni più belle. Ammetto che ci sia un certo alone di ineffabilità attorno ad esse - una certa reticenza può essere spiegata con il terrore della sottoscritta di cambiare idea in un secondo momento, con conseguente scombinamento del cosmo (orrore orrore). Enuncerò quindi la sola top five letteraria, che mi pare la più stabile di tutte.
Top Five EVER dei cinque romanzi più belli mai letti:

1. La versione di Barney di Mordecai Richler
2. Io sono Charlotte Simmons di Tom Wolfe
3. L'opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers
4. Il lamento di Portnoy di Philip Roth
5. I versi satanici di Salman Rushdie

Ecco, già mi sento in colpa verso Sedaris, Borges, Coe, Hornby, Lethem, e miliardi di altri. Spero comprendano il bisogno di ordine, anche tra libri.
E a proposito di libri. C'è una cosa che tutti quanti oggi siete chiamati a fare.
Vi siete mai accorti di quanto è strano il modo in cui le librerie di tutta Italia dispongono i loro volumi? Uno di noi, uno dei più spocchiosi a dire il vero, visto che non si degna mai di commentare, ha proposto un'iniziativa divertente: fotografate gli accoppiamenti più assurdi che trovate in libreria, e poi inviateli a lui, all'indirizzo randomante@gmail.com.
L'iniziativa si chiama La Strana Coppia. E chissà se randomante di strane coppie ne sa qualcosa.
Ad ogni modo non si sa che si vince, se si vince qualcosa, e nemmeno cosa se ne farà delle vostre foto (niente di buono credo).
Una prospettiva entusiasmante, dunque. Partecipate numerosi!

(un esempio di foto tratta dal contest di randomante: Guarire le infezioni da Candida di Valerio Pignatta e Perché dobbiamo fare più figli di Piero Angela - personalmente avrei preferito qualcosa del tipo "Perché dobbiamo prendere più spesso la candida" - "Per guarire dai figli", ma queste sono opinioni personali)

*il gazebo, o meglio il Gazebo, è la struttura lignea costruita nell'ultimo mese dalle mani paterne sul terrazzo della mia stanza, con la quale il genitore - da sempre sostenitore dell'effetto ringiovanente del fai da tè - ha un rapporto di amore totalizzante.

Stamattina, mentre in stato semicomatoso rotolavo da un capo all'altro del letto, mi sono messa a pensare alla situazione dell'editoria italiana. E quindi:
Intervistatrice: com'è l'editoria italiana, Sunofyork?
SOY: hai presente il Diavolo veste Prada? Uffici luminosi, vetrate infinite, parquet ovunque pure nei bagni? Hai presente donne con le Manolo Blahniks d'ordinanza ai piedi che lavorano su dei Mac immacolati?
I: Sì
SOY: bene, non c'entra un cazzo.
I:e allora?
SOY: hai presente la Repubblica delle Lettere rinascimentale? quei legami impalpabili e pur saldissimi tra intellettuali di ogni razza e credo?
I: inizi seriamente a darmi sui nervi.

Ebbene, la gilde degli editori italiani è una sorta di lillipuziana repubblica delle lettere, diciamo piuttosto una sorta di paesello delle lettere, con tutti i disservizi e le invidie che nascono nei paeselli di provincia: c'è la zitella acida (l'editor), la battona che va con tutti (l'agente letterario), il filosofo naif (l'editore) e lo scemo del villaggio (lo scrittore).
Gli scrittori possono essere di vari tipi: 1. l'esordiente molto emo, 2. il sapientone che non vale un cazzo (ma i due aspetti possono formare un unicum letale) e 3. quello veramente bravo (esistono e stiamo lavorando per farli accoppiare tra loro): bisogna avere occhio per riuscire a distinguere sin da subito tra le varie categorie.
Ora prendiamo la situazione standard: in una casa editrice entra un tale visibilmente agitato, rosso in volto, coi capelli scompigliati, che perde fogli da tutte le parti e che - potete scommetterci - sicuramente nell'iPod ha una compilation di successi degli Shins. Bene, a questo punto potete iniziare a sfregare le mani sotto la scrivania perché, cari miei, avete davanti ai vostri occhi una mammoletta emo contro cui sfogare tutte le vostre frustrazioni.
Ragazzo emo: salve, sono qui perchè il mio sogno è pubblicare un libro!
SOY (suonando una trombetta): ma noooooo? ma daaaai, veramente????ma come mai?in Italia vengono pubblicati solo 50mila libri l'anno, 140 libri al giorno di cui 120 non vedranno mai una libreria, come ti viene in mente un'idea così geniale?
Ragazzo emo: vorrei proporvi questo manoscritto, si chiama "Il campo di papaveri"...parla...di un campo...di papaveri...mi piacerebbe che al libro fosse allegato...non so...è un'idea...un papavero per ogni donna che lo comprerà...
SOY: ah, e agli uomini non ci pensi?
Emo: oh già...che sbadato...pensavo a qualcosa come...
SOY: UN RASOIO DA BARBA?
Emo: uhuhu dai su...non prendermi in giro...pensavo a qualcosa di più particolare...non so, DEI GEMELLI DA POLSO...mi ci ha fatto pensare un amico molto creativo.
SOY: immagino sia la stessa mente geniale che ha inventato i ciondoli da cellulare e i preservativi alla ciliegia.

A questo punto il ragazzo emo scappa via piangendo, voi leggete il manoscritto, mettiamo il caso assurdo che decidiate di pubblicarlo (impossibile ma procediamo). APPENA glielo comunicate, da ragazzo emo si trasforma in un natural born dada.
Arriva in casa editrice sbraitando contro le modifiche, e definendo il vostro lavoro di editing HITLERIANO.
Used-to-be ragazzo emo: ma poi, cos'hai contro la "i" ogni volta che scrivo conoscienza?
SOY: (sempre suonando la trombetta): un grembiulino a quadretti bianchi e blu! E anche due orecchie d'asino, presto! Allora, caro somaro, ripetiamo insieme: SCIENZA E COSCIENZA vogliono la "i". Conoscenza, no.
Used-to-be ragazzo emo ora diventato natural born dada: sarà come dici tu ma io stavo scardinando le regole grammaticali, comunque non mi sembra il caso di cancellarmi anche tutti i punti di sospensione e le virgole - poi piagnucolando - perché, perché vuoi snaturare la mia (udite udite!) OPERA!!! Io scrivo perché ho un'urgenza di raccontare la mia complessa vita interiore, non è un gioco per me!

Lasciamo un attimo in sospeso ora il nostro used to be ragazzo emo, ossia il nostro new born dada con qualche tocco dandy alla wilde e atteggiamenti lagnosi alla Mme Bovary.
Lasciamolo morire in pace.

Ma che è sto abuso della punteggiatura?
Concediamo ai ventenni - tanto non farei mai pubblicare romanzi di gente sotto i 30 - e alla loro grave tara dell'autobiografismo l'uso spopositato dei puntini di sospensione (sapete, fanno molto "sso' tormentato lassateme perde") , che pure devono essere rigorosamente 3 e non 4 o 5 e chi più ne ha più ne metta, ma che è 'sta storia delle virgole?
Una volta Danny DeVito mi ha detto che persino studiosi di fama internazionale come Canfora hanno problemi a piazzare le virgole.
Ma allora, signori miei, io mi chiedo perché gente incapace di cavarsela persino con la punteggiatura - figurarsi con il resto - abbia questa smania di successo. E' possibile che non si capisca che il "talento" è anche e soprattutto beruf weberiano*, e che come tale non debba essere sommerso da tonnellate di carta che verrà destinata al macero?
Mi chiedo io: è così in pubblicare un libro? Non so.
Quello che so per certo è che comprare libri è out.
E' così tanto out che quasi quasi ci scrivo su un libro per spiegare quanto.


*teoria del duro lavoro ("Etica protestante e spirito del capitalismo", Max Weber)

Tra le teorie critiche sui Malavoglia di Verga una delle più affascinanti è quella sull' ideale dell'ostrica, espressione con cui si suole esprimere l'attaccamento del popolo al luogo delle proprie origini, alla propria casa: chiunque deroghi da questo principio, come il giovane 'Ntoni, perde la propria identità, corrompendosi irrimediabilmente, perchè il mondo - il pesce vorace - non risparmia nessuno.
Non c'è nulla di romantico in ciò, Verga non indugia in sentimentalismi, negando a protagonisti e lettori la tazza del consolo: corollario dell'ideale dell'ostrica è una sostanziale fissità dello status sociale. Se nasci povero disgraziato, è inutile che cerchi fortuna altrove. Meglio che ti accontenti di quello che hai, del ruvido affetto della tua famiglia e delle due lire che riesci a guadagnare a fine mese, tanto ogni tentativo di migliorare la tua condizione sociale è destinato a fallire. Ovviamente queste cose il caro vecchio Verga le diceva a cuor leggero: non era mica il suo destino ad essere legato al trasporto di un carico di lupini su di una bagneruola destinata al naufragio.
Ora, io sono ben lontana dall'affermare che "volere è potere"/"quisque faber suae fortunae"- diciamo pure che il determinismo ha fatto il suo corso e che ritengo fermamente che il raggiungimento di un qualsivoglia obiettivo sia sempre subordinato al realizzarsi di un enorme numero di variabili la maggior parte delle quali legate più al caso che all'effettivo impegno di ciascuno. Diciamo anche che ammetto anche io che vi sia qualcosa al di sopra della mia comprensione a determinare la mia sorte - e d'altra parte quella che Verga chiama Provvidenza io la chiamo botta di culo, quella che lui chiama naufragio della P., io la chiamo sfiga nera; alla fine è solo una questione di nomi.
Certo però che la casa, la famiglia, i lupini, il duro lavoro. Che vita di merda: che la chiami sfiga o Provvidenza il succo non cambia.
Stat rosa pristina nomen. Nomina pura tenemus.

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