Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Della prima metà di quest'afosissima estate, ricorderò sicuramente i ricci scuri e i visi radiosi di due spose bellissime mentre ballano una al buio di un uliveto salentino sulle note della pizzica, e l'altra sotto il sole a picco in un parco della bassa bolognese su quelle della musica klezmer, due sposi ugualmente emozionati, la mia incredulità fanciullesca davanti a due persone che decidono fattivamente di credere al "per sempre", il discorso di nozze fatto da un bellissimo chierichetto del sindaco privato del suo ruolo sacrale di sommo vate (con tanto di giaguaro), una enorme tavolata rotonda con quelle anime belle che oggi sono  la mia famiglia bolognese, ma anche e soprattutto l'oggettiva rottura di palle di chi, in queste situazioni, si sente sempre in dovere di farti la fatidica domanda "e voi due, allora, quand'è che vi sposate?".
Se ne parla qui, sull'uscita di luglio di Wu Magazine.
Come se non bastasse l'afa di questi giorni a farti fumare le orecchie.

Avevo smesso di piangere una manciata di mesi fa, abbastanza ironicamente nel momento in cui una mancanza enorme ha colpito la mia famiglia. I piccoli drammi della mia vita di quasi trentenne son scomparsi davanti a un'assenza brutta e inspiegabile che ha preso e raggelato tutte le lacrime, trasformandole in quel chicco di grandine che, fino ad oggi, mi si è piazzato all'imboccatura dello stomaco.
Io ho perso in un anno uno zio che incideva ninna nanne per la mia nascita, che mi sorrideva con gli occhi insegnandomi i primi accordi alla chitarra, che, solo a vederlo, riappacificava col mondo. Mia madre ha perso in un anno un fratello dai bellissimi occhi verdi, sensibile, acuto, equilibrato, saggio, intimamente morale. Se l'è visto rimpicciolirsi e raggomitolarsi su se stesso fino a scomparire e ritrovare quella pace che in un anno gli è stata sottratta. L'ha accudito paziente, ascoltato in silenzio, tenuto per mano in questo percorso fatto di medici, ospedali, viaggi della speranza (vana), dolori su dolori, non mostrandogli mai un cedimento, sorridendogli sempre e comunque.
Qualche giorno fa, in occasione di un enorme ritrovo familiare a Genova, mentre qualcuno si complimentava con qualcun'altro per i chili persi e il bell'aspetto, un terzo -parliamo di parenti ben al corrente di tutto- si è rivolto davanti a tutti verso mia madre dicendole "tu, invece, ti sei proprio lasciata andare".
Nessuno dei presenti ha detto niente. Mia madre, di solito diretta ai limiti del brusco, si è sentita in dovere di giustificarsi per quest'ultimo anno, anno in cui la femminilità è stato l'ultimo dei suoi problemi.

Io non c'ero, e so solo io quanto mi sarebbe piaciuto essere lì per sputare tutta la rabbia che ho addosso su questo uomo piccolo piccolo che oggi ha fatto piangere mia madre mentre, per telefono, mi raccontava l'episodio, e che le ha fatto rivivere un calvario di trecentosessantacinque giorni.
Però non c'ero, e mia madre non ha bisogno di difese, quindi un po' lo ringrazio perché ha fatto piangere me, sciogliendomi quel chicco di grandine e ricordandomi da chi è che ho imparato ad essere donna, senza trucchi, tacchi e parrucchieri, senza se e senza ma.

Come qualcuno di voi già sa, ormai è un anno che ho aperto insieme a mia sorella una casa editrice. Avere una casa editrice oggi in Italia significa avere qualche rotella fuori posto: i libri ok, sì, li vendiamo, ma il distributore ci paga a 180 giorni (ammesso che ci paghi), la tipografia l'abbiamo ma esige d'essere pagata ancor prima che i libri raggiungano il magazzino, presentazioni ne facciamo, ma i soldi per mandare in tour promozionale i nostri autori scarseggiano quindi dobbiamo accontentarci di qualche data e le fiere le facciamo ma stando molto molto attente alle spese. Insomma, avere una casa editrice, più che con questioni letterarie o profondamente intellettuali, ha (almeno per me) a che fare con la gestione al centesimo di soldi (pochi) e delle spedizioni (tante, per fortuna).
Venerdì scorso, in occasione della visita bolognese della mia socia-sorella per la fiera di Modena nel weekend, abbiamo agganciato  agli altri tremila impegni (tutti implicanti enormi spese e sbattimenti) un appuntamento con aspirante autore reo di averci mandato un manoscritto in lettura che c'era garbato parecchio. 
(e ora viene la parte che i bolognesi dovrebbero leggere attentamente).
L'incontro era fissato ad ora aperitivo in uno dei posti a mio parere più belli di Bologna: Colazione da Bianca.
Per chi non lo conoscesse, Colazione da Bianca si trova in via Santo Stefano 1 ed è un incrocio tra  un bistrot parigino, una sala da tè inglese e quant'altro di figo vi possa venire in mente: colori caldi, posate d'argento, tavolini di ferro battuto, porcellane splendide. Insomma, il posto giusto in cui fingere di essere due editrici serie e un po' radical chic.
C'ero già andata a prendere un tè con Paperoga, che però non aveva nemmeno notato quanto fosse figo il posto e s'era gettato di faccia nella sua fetta di torta, ma non l'avevo mai sperimentato per l'aperitivo e come me, nessuno dei miei amici bolognesi, che infatti si chiedevano all'unisono chissà come sarà l'aperitivo da Colazione da Bianca? Ed ecco che interviene la qui presente allocca a rispondere al vostro quesito. Riconosciuto l'autore fuori dal locale (un fico da paura che, essendo mia sorella single, subito immagino in vesti di cognato prima che di autore di punta), entriamo, ci accomodiamo e ordiniamo due cocktail e una birra piccola (birra da Colazione da Bianca, ecco un altro maschio che non capisce il mood del locale). I cocktail sono annacquati ma almeno servono a me e mia sorella a scioglierci dalla contemplazione del bel faccino dello scrittore e a dirgli qualcosa di sensato sul suo manoscritto (cioè, mia sorella gli dice qualcosa di sensato, io lascio che sia lei a condurre la conversazione così poi lui vede quanto è in gamba e se la sposa). Nel frattempo mi avvicino al buffet: argenteria finissima, cristalli ovunque, ciotole degne dei reali inglesi, e le solite quattro tartine in croce però con un aspetto più vezzoso. Torno al tavolo e loro stanno continuando a cianciare di riscritture, editing, altri editori. Io non ne posso più, mi allontano di nuovo e per far fare bella figura a mia sorella -cosa non si fa per una sorella- vado alla cassa e senza che il giovine autore se ne accorga, chiedo di pagare per i tre aperitivi.
Ora, non so da voi quanto sia legittimo pagare tre aperitivi, ma da noi, a Bologna, la media degli aperitivi -se escludiamo quelli per universitari coi braccini corti che vanno attorno ai 5 euro per bevanda più cibo orrendo- è di 7-8 euro. Il che significa che tu con 7-8 euro hai il tuo bel bicchiere di vino/spritz/quello che  cacchio ti pare, e usufruisci di un buffet. Immaginando che Colazione da Bianca fosse un posto di stronzi boho-chic, mi ero detta di star pronta a un aperitivo da 10 euro ciascuno, e vabè, amen, è un incontro di pseudolavoro, ci può stare spendere 30 euro per un autore che stiamo corteggiando (in tutti sensi). E invece, arrivata alla cassa, la tizia mi chiede cinquantuno euro (nel portafogli, per altro, avevo esattamente cinquantuno euro, secondo me quando entri nella porta c'è un apparecchio che ti fa una radiografia). Poi vedendomi impallidire e serrare la mascella, si è corretta e mi ha sparato quarantuno euro, che io ho pagato in silenzio con una lacrima che faceva capolino nell'angolo dell'occhio. Poi ho guardato lo scontrino ed ecco, io in quel momento lì ho avuto un'esperienza di pre-morte e credo di aver capito cosa intendono quelli che dicono che, davanti a un pericolo imminente, capita di rivedere tutta la propria vita.
Io ho rivisto impallidire la faccia di mio padre quando, in vacanza, nei 1990, dovette sborsare cinquantamila lire per quattro gelati, ho capito perché Paperoga conserva uno scontrino da più di sessantamila lire per una cena a Gallipoli di una quindicina d'anni fa e anche perché nessuno dei miei amici bolognesi aveva mai voluto rischiare di andare a fare aperitivo da Colazione da Bianca.
Perché il buffet non è incluso nell'aperitivo e un cocktail costa 10 euro. E se non hai un autore con un bel faccino che speri possa farti rientrare dalle spese, è meglio lasciar perdere.


Una cosa avevo da fare per stasera: una soltanto. Fare una torta per il compleanno di un'anima candida che ha compiuto 32 anni e che ha trascorso una fetta del suo ultimo anno a insegnarmi l'ottimismo e il sorriso, sempre e comunque.
E io infatti la lezione dell'ottimismo un po' l'ho appresa, caro il mio trentaduenne. Mi son detta, e dai Sun, ce la puoi fare anche tu a fare una torta. E non solo una torta, una torta salutista, per venire incontro alle esigenze di tutti i presenti. Così stamattina, di buona lena, ho preso farina senza glutine (per i celiaci), zucchero di canna biologico, yogurt di soia fatto in casa (per gli intolleranti al lattosio), lievito naturale, olio (e non burro) e niente uova (per i vegani).
Il risultato è stata una torta per-fet-ta.
Perfetta come materiale coibentante per i tetti, da quant'era compatta. 
Perfetta come il peggior obbrobrio culinario che si possa immaginare: cruda dentro, bruciata fuori e non lievitata (spessore massimo 1.5 cm). 
A quel punto già sacramentavo contro tutti i santi presenti e no nel nostro calendario, in tutte le lingue conosciute, e sommando alle parole gesti eloquenti come sbattimento della testa su ogni spigolo vivo di casa e tentativi di infilare la testa in forno. 
Poi mi son ricordata che la persona per cui preparavo la torta mi dice sempre di non disperare e di essere ottimista, e sorride con un sorriso che, giuro, ve lo vorrei far vedere perché ti rimette in pace col mondo.
Allora sono andata alla coop e ho comprato un composto senza glutine per torte. Sul retro della confezione c'era scritto che bisognava solo aggiungere 200 g di acqua a 70°C e scuotere per 15 secondi in un recipiente ermetico. Insomma, cari miei, mi son detta, ce la può fare pure questa disadattata qui.
Sorvoliamo sul problema di misurare i 70°C, che ho brillantemente risolto infilando un dito nell'acqua e ustionandomelo, e quello di calcolare 200 g d'acqua chiamando la mamma al telefono e sentendomi dare dell'idiota, ma chi cazzo ce l'ha un recipiente ermetico? Così ho preso uno di quegli enormi barattoli di vetro ikea per spaghetti, ho messo tutto dentro e ho scosso per quindici secondi, intervallando ogni secondo con cose tipo 1 "yes I can", 2 "evvai", 3 "ci siamo quasi", 4 "questa volta è fatta", 5 "ah che male il braccio", 6 "puff pant", 7 "son brava però", 8 "ahi ahi ahi", 9 "sì ma che palle" ecc.ecc. Arrivata a 15 (quando ormai era passato un minuto buono), ho cercato di versare il composto nel tegame ma quello era compatto, non scendeva, così ho infilato tutto il braccio dentro inzaccherandomi il maglione nuovo e con la mano ho raccattato quella roba collosa e  ce l'ho spiaccicata dentro. Raccolto il tutto, ho gioito un attimo, lasciando cadere, nell'impeto, il contenitore di vetro, che si è frantumato sul pavimento in mille pezzi.
Poi l'ho messa nel forno (l'altoforno) al massimo della temperatura in modo da ottenere una deliziosa torta di ghisa, che stasera assaporeremo tutti assieme appassionatamente, sempre ammesso che qualcuno sia in possesso di una sega circolare per tagliare le fette.
E insomma, son molto soddisfatta di aver appreso la lezione dell'ottimismo, caro il mio festeggiato.
E tu riuscirai a mantenere l'ottimismo anche dopo averla assaggiata? Perché qui, secondo me, casca l'asino.

12.3.10

Baciami ancora

Posted by SunOfYork |

pensa a quando sarai un benpensante pantofolaro del cazzo

Ve la ricordate questa frase? La pronuncia uno dei quattro protagonisti de L'ultimo bacio per convincere Pier Francesco Favino che sta per sposarsi a fare bungee jumping.
Bene. Sono passati 10 anni. Favino è diventato proprio un benpensante pantofolaro del cazzo, l'unica cosa su cui nel film precedente ci avevano beccato, e gli altri sono una galleria di macchiette quaratenni in grado di chiarirti una volta per tutte il significato dell'espressione "persona triste": il
separato indeciso (Accorsi), l'ex galetto che vuole recuperare un rapporto con suo figlio -ma per me, con quei capelli lì, non si merita nulla- (Pasotti), il freakkettone troppo cresciuto (Cocci), il depresso depresso (Santamaria), l'isterica -e vabè, questo le vien bene, concediamoglielo- (Impacciatore) e la povera crista che si ripiglia l'ex marito nonostante tutto (la bellissima Puccini).
Ora, io avevo già trovato particolarmente irritante che qualcuno avesse la presunzione di poter rappresentare un'intera generazione, quella dei trentenni, dipingendoli come incostanti problematici, incapaci di gestire la responsabilità del futuro e di apprezzare le fortune che hanno (e vabbè, ok, magari ce n'è qualcuno così, ma attorno a me vedo solo trentenni che arrancano sotto il peso di un lavoro sfibrante e malpagato e che sognano una stabilità familiare che non si possono permettere. E poi, ammesso pure che ci fosse rimasto un solo trentenne buono al mondo, ma perché di grazia, caro Muccino, lo devi convincere che tanto i suoi coetanei sono tutti inaffidabili e che è normale scoparsi la diciottenne e poi tornare dalla fidanzata perfetta che ti ripiglia? Ma per carità di dio, ma se ero io la Mezzogiorno, ma col cazzo che me lo ripigliavo il fedifrago, se lo poteva tenere stretto quel crocifisso, la Martina Stella, io mi tenevo la figlia e me ne stavo a casa mia col mio lavoro in attesa che arrivasse uno leggermente meno testa di cazzo).
E vabbè, comunque avevano trent'anni, erano giovani, glielo concediamo.
Ma ora ce ne hanno quaranta e sono più infognati di prima. Cioè, roba che se uno vuole illudersi che magari se tiene duro fino ai 35, poi supera un
limes da cui non si può tornare indietro e raggiunge, che ne so, la pace dei sensi, non può. perché c'è Muccino a dire no-no. Questi sono più immaturi di prima, sempre così tanto sopra le righe da risultare inverosimili, una fa la commessa ed abita a Roma in un appartamento stratosferico tutto arredato Kartell, non fanno che sbraitare, baciarsi, piangere, che ti verrebbe da dire a Muccino, oh cocco, ma guarda che la vita non è mica questa! La gente può essere meglio di così! E niente, questi si fanno del male a vicenda, si dicono cose orribili, poi si guardano negli occhi e si baciano. Ma non è un pochino semplicistico?
E parte la canzone di Jovanotti, che è da quando iniziò a fare il romantico lagnoso con Bella che mi fa rimpiangere i tempi cazzeggioni di Gimme five (all right), e che non posso far a meno di immaginare come un enorme gigione che se ne va in giro in bici e che viene visto da tutti come lo scemo del villaggio mentre lui si sente il filosofo zen di turno. E il caso vuole che la canzone incominci proprio con il verso "Un bellissimo spreco di tempo".
Proprio come vedersi questo film.

Che poi, io, quando vi parlai dell'Afflitta (qui e qui), mica ci pensavo che avrebbe potuto spiccare il volo e lasciarci con un palmo di naso. E invece sì, il personaggio più letterario di questo blog, la nostra Madama Butterfly, dopo infiniti pianti, scontri, discussioni, patemi e ritorsioni, ha deciso -con enorme sollievo mio e di D., la fortunata coinquilina munita di fidanzato perfetto- di lasciare l'appartamento di via Broccaindosso, e per farlo ha adottato uno stratagemma che per ingegno è paragonabile solo ai tranelli del multiforme Ulisse, il che non solo è sorprendente in sè, ma è tanto più sconvolgente se si considera che un simile gesto è stato partorito da un organismo ectoplasmatico che ha trascorso l'ultimo anno raggomitolato su una sedia con addosso una vestaglia rosa di Hello Kitty.
Ora, per capire la scaltrezza dell'ameba, dovete sapere che, come molte case dei centri storici che per via dei diversi rimaneggiamenti si trovano ad avere delle planimetrie escheriane, anche la nostra casa si snoda attraverso cunicoli stretti e bassi (frequenti i traumi cranici per quanti sono più alti di 1.77), scalette, archi, controsoffitti, cantine che sembrano segrete medievali, finestrelle nascoste e anditi. Ma l'elemento che caratterizza davvero questa casa è il suo essere articolata attorno alla scala del palazzo in quanto derivante dall'unione di due appartamenti. Due appartamenti significa anche due entrate e una di queste entrate, per l'appunto, rappresentava l'accesso privato alla camera dell'Afflitta. Che quindi ha pensato bene di fare il trasloco nottetempo, mentre di qui, in soggiorno, io e la D. ci ammazzavamo dal ridere su battute del tipo "Oh ma ci pensi se l'Afflitta fa il trasloco di notte e ci lascia con un palmo di naso?".
E così ha fatto. Non avendola vista spuntare dalla sua stanza per 72 ore -fino a 48 nulla di strano, avvezza com'era a questo comportamento letargico- impaurite (visti i precedenti) e tenendoci la mano, io e D. siamo andate a bussare alla sua porta ma senza ottenere un cenno di vita. Dunque, considerata la mia natura da cuor di leone, l'istinto è stato quello di dichiarare l'ora del decesso, girare i tacchi, e andarmene per la mia strada. Ma la partenopea D., facendomi violenza, mi ha spintonato contro la porta usandomi come ariete e siamo ruzzolate dentro la stanza dell'Afflitta.
Stanza che si è rivelata così vuota che per un attimo ho temuto di essermi inventata il personaggio dell'Afflitta in un momento di crisi verso il blog ma poi, effettivamente, mi sono resa conto che nemmeno la mia fantasia può tanto.
Telo di plastica sul materasso, armadi svuotati, ogni traccia del passaggio di un essere umano, cancellato. Idem per i quattrocento euro che l'Afflitta ci doveva e che mai più rivedremo.
Pazienza, l'idea dell'Afflitta che alle tre di notte si carica sulle spalle la libreria e scende le scale ripide del palazzo è talmente gratificante che mi vengono le lacrime agli occhi.
(e anche il poterle inviare sms sul genere "Bologna è piccola...tanto piccola...ti troveremo")
(e anche il fatto che ha lasciato il posto a una nuova, splendida coinquilina, la donna di marketing simil uma thurman, che si sveglia la mattina col capello perfetto e che la sera sta con me e D. a fumare e parlar male degli uomini)
(e anche non dover più assistere alle mille e una follie dell'Afflitta)
E poi vuoi vedere che ha capito tutto? Che la fuga, nella vita, chi lo sa, che non sia proprio lei la quinta essenza?

Bene bene, bambini miei, vi avviso che la mamma da lunedì prossimo sarà nervosetta, in quanto si inaugura un periodo di dieta che terminerà non prima del 24 dicembre 2009, quando, in occasione delle feste natalizie, mammina vostra vanificherà quattro mesi di sforzi si concederà una piccola tregua a base di pandoro e cotechino (insieme, inzuppati nel lardo di colonnata e spalmati di nutella), per poi ricominciare con il regime ipocalorico dal 6 gennaio 2010. Ora, tesorini adorati, direte voi: ma sei pazza? l'estate è appena finita, non potevi pensarci prima? Ebbene diletti pargoli, siete così ingenuotti che dubito possiate essere figli miei - ecco cosa risponderei io alla vostra tenera obiezione: non è che io sia in ritardo con la dieta, anzi, sono in anticipo. La dieta che comincerò lunedì è intesa per la prova bikini dell'estate 2o1o, ché siamo previdenti qui, ed è frutto di un complicatissimo calcolo

-5 Kg fino a dicembre, +3 Kg durante le vacanze di natale, +2 Kg nel post epifania grazie alle tremila calze della Befana regalatemi da mia nonna sosia-di-Gianni-Morandi che durano fino a metà febbraio, -3 Kg tra tonsillite marzolina, asma allergica e stress post traumatico dovuto alla lunga permanenza in famiglia, +3 Kg, dovuti all'ottimistico vabè tanto ho perso tre chili, non manderò mica tutto in vacca solo per un altro spritz!

che, come potrete facilmente constatare, mi porterà a giugno prossimo, con mio sommo disappunto, ad essere esattamente indentica ad ora solo molto molto più esaurita di così, ma almeno mi eviterà di mettere su peso. E quindi. La dieta che seguirò si basa su un moderatissimo decalogo:

1. i carboidrati e la frittura sono il Male;
2. carne, pesce e verdure sono il Bene assoluto e fanno sentire subito più leggeri te e il tuo portafogli;
3. bere due litri d'acqua (ricordarsi: acqua, non vodka liscia) al giorno è indispensabile;
4. la dieta è dolore, diffidare da chi promette soluzioni miracolose e immediate;
5. non dimenticare l'attività fisica. Spostare il cartone della pizza dalle ginocchia, alzarsi dal divano e andare a prendersi una birra in frigo non è uno sport (sennò sarei campionessa olimpica), così come andare a correre non significa andare ai Giardini Margherita, seguire per 100 metri il figo di turno che si allena, poi stravaccarsi su una panchina in preda a un enfisema e fumarsi due Camel di seguito con l'amichetta;
6. quelli che dicono che bisogna mangiare poco di tutto vanno abbattuti a suon di carote crude in testa perché non sanno cosa vuol dire avere un metabolismo letargico insieme a quelli (amico K. parlo con te) che si disperano perché non riescono ad ingrassare;
7. anche se su Cosmopolitan dicono che col sesso si bruciano un bel po' di calorie, e anche se hai un uomo particolarmente resistente, non c'è notte di passione che tenga se ceni ogni sera a base di salama da sugo e gnocco fritto. E poi, se c'hai uno straccio d'uomo, ed è pure resistente, ma che te frega di metterti a dieta, ormai l'allocco l'hai impalmato;
8. usa tutte le energie mentali di cui disponi per convincerti che la crema di riso muller (per chi sa di che parlo: ma quanti uomini ci vogliono per farne un vasetto?) è un sublime dessert;
9. in caso non ci sia alcuna perdita di peso, vai pure nei camerini di H&M ed illuditi del contrario;
10. la cioccolata non fa ingrassare un paio di palle.

E con questo è tutto. Se qualcuno con poco fiato e molta forza d'animo da settembre si dovesse trovare a Bologna e avesse voglia di andare a correre tre volte alla settimana, non ha che da dirmelo. Una Camel non si nega a nessuno.

Bene, bene. Oggi, sabato 20 giugno 2009, complici:

-1 serata in casa a schedare i manoscritti più indecenti che mi siano mai passati sotto mano -roba da amputare le falangette ai loro dannati autori,
-6 ore di spleen da temporale estivo che è qualcosa di epico,
-episodi di In treatment Season 2 sul groppone in numero di 4 per un totale di 120' ca e num.5 - approssimo per difetto, in realtà sarebbero 555 - problematiche irrisolte venute a galla durante la visione del suddetto telefilm, a voler escludere il problema di tutto rilievo di avere un transfert per uno psicologo che sta dentro lo schermo del mio portatile e con cui non posso interloquire (il fatto che di tanto in tanto mi rivolga a lui con espressioni del tipo "Paul, I think I suffer from father issues", non credo sia un buon segno),
-num. 3 bicchieri di Riesling renano ghiacciato tracannato sgranocchiando a letto finocchi crudi e cubetti di grana,
-num. 8 poesie di Pedro Salinas lette con num. 1 lacrima (per occhio) per ciascuna poesia, tranne che per quella che a un certo punto fa "Por detràs de ti te busco" - "Al di là di te ti cerco", per cui ne sono state versate 5 o 6 ad occhio o forse più, non saprei dire con esattezza,
-num.4 esperimenti culinari falliti nel tentativo di reagire allo spleen (1 quiche lorraine, 1 insalata di riso integrale, 1 insalata di verdure grigliate con grano saraceno e tofu -che sa di suola di All Star dopo una lunga camminata sull'asfalto di Agosto- e 1 semifreddo al melone)
-(meno)8 ore di sonno nella nottata precedente e (più) 2 occhiaie che nessun correttore di Chanel, Vichy, Lancome et similia riuscirà a correggere,
- non quantificabili paranoie sull'amore e sulle relazioni sentimentali amaramente discusse in infinite ore di conversazione a distanza con il massimo esperto mondiale di sfighe amorose, l'impareggiabile amico K., sempre pronto con le sue sciagure eroticopastorali ad allietarmi le giornate oscure e financo l'esistenza (se non fosse così disperatamente single, non si sarebbe offerto di portare me a luglio in un viaggio-premio aziendale con meta un posto meraviglioso della Sicilia in puro stile Il Gattopardo e dio solo sa se abbiamo entrambi bisogno di starcene sul bagnasciuga con un cappello di paglia in testa, una copia di Internazionale in una mano e nell'altra qualcosa di forte che ci faccia calare la pressione, stordendoci fino a sera)

complici, dicevamo, questi sciagurati eventi, direi che la sottoscritta si è impegnata al massimo per conferire al concetto di "sfiga" nuovi e raccapriccianti sfumature.
Essere cool (o uncool) è una condizione mentale che giace nel punto di intersezione tra ciò-che-il-mondo-si-aspetta-da-te e ciò-che-tu-ti-aspetti-da-te: quando le due cose coincidono, il gioco è fatto, puoi stappare una bottiglia di vino buono e brindare da solo, sarai sempre e comunque un "figo". Se le rette non si incontrano mai, anzi, addirittura divergono all'infinito, la bottiglia la puoi stappare comunque (e il Riesling che avevo in frigo ha assolto brillantemente a questo scopo), ma sarai sempre e comunque uno "sfigato".

Ora, se anche tu, come me, sei una di quelle persone per le quali le aspettative del mondo esterno non hanno mai svolto un ruolo particolarmente cogente (partire dal presupposto che le deluderai sistematicamente tutte aiuta una cifra a sgravarsi di questo fardello), e per le quali il fatto di essere a casa di sabato sera e intuire la vita che pulsa fuori dalle finestre non è motivo di rammarico, abbatti anche tu il cliché secondo il quale nel weekend bisogna uscire a tutti i costi (e anche a Capodanno/Pasquetta/Ferragosto) e contribusci a crearne uno nuovo e più consono al tuo stile di vita: "it's so uncool, it's cool", ché nella vita è tutta questione di slogan azzeccati.

Va bene, va bene, lo so. Da quando ho aperto questo blog non ho fatto altro che ribadire quanto sono atea e anticlericale e compagnia bella. Però, c'è un però - il Bari , dopo otto anni, è tornato in Serie A.
Ora, lasciamo ai maschi il chiacchiericcio su Antonio Conte -l'immagine qui a fianco dovrebbe dirla lunga su cosa penso di lui- formazioni, fuorigioco (inutile che proviate a spiegarmelo, lo so benissimo cos'è: è una regola che non capirò mai), Barreto, difesa. Parole vuote.
Il calcio è una questione di fede. O ce l'hai o non ce l'hai. Tu, donna, se non ce l'hai, non cadere nella tentazione di fingere di averla per acchiappare un tifoso sfegatato: dovrai fingere su molte altre cose nel vostro rapporto e -credimi- su alcune dovrai davvero applicarti; può essere pure un dio greco sceso in terra per te -non lo sarà di certo, è un fatto statistico: prova a guardarti attorno in Curva Nord e poi fammi sapere- ma comunque non ne varebbe la pena; il subdolo se ne accorgerebbe -è l'unica cosa su cui i maschi sono perspicaci- dal quel ticchettio nervoso del tuo piede già al 3' del primo tempo ma farebbe finta di niente, si girerebbe con un sorriso sornione verso di te e ti direbbe "tutto bene, amore? ti diverti?" e a te toccherebbe annuire, seppur con la morte nel cuore, e sorbirti tutte le partite della sua squadra, della nazionale e di chissà che altro, solo per una piccola, innocente bugia.
Nel mio caso, il calcio è solo uno dei modi in cui si esterna la mia dipendenza dalle emozioni totalizzanti. Il che, in soldoni, significa che periodicamente ho delle repentine accensioni per gli argomenti più disparati, accensioni che di solito si verbalizzano secondo la formula "X è/sono la mia vita", laddove X, negli ultimi mesi, è stato cronologicamente: l'artigianato (in occasione della fiera di Milano di dicembre, l'artigianato fu la mia vita), le serie TV con riferimenti psicanalitici (Tell me you love, In treatment, i Soprano sono la mia vita - passione ancora in auge), i La Crus (i La Crus sono e saranno la mia vita) l' Everton (traducendo il romanzo di colui che presto sarà universalmente riconosciuto come il Nick Hornby anglobarese, solo molto più cool - yes, Paul, I'm flattering - sono arrivata ad affiggere lo stemmino con le torri e la corona d'alloro vicino al mio letto) e in fine la Bari (pare si dica al femminile, non so perché), dopo che le cose sono iniziate ad andare bene e tutte le persone attorno a me sono state colte da questa smania collettiva e altamente contagiosa che alla fine mi ha condotta a usare come pigiama la maglietta di Kutuzov, sognare di fare cose irripetibili a Matarrese, farmi indottrinare sui forum del Bari con gente che a un certo punto si è rivelata minorenne e infine ad andare a seguire Piacenza-Bari in mezzo agli Ultras. Ora, probabilmente, ai più sarà impossibile comprendere come ci si possa appassionare a un argomento da 0 a 100 nel giro di un istante - vi dirò, è la stessa perplessità che dovette venire a Lawrence Olivier sul set del Maratoneta, vedendo che Dustin Hoffman si faceva due ore di corsa prima del ciak, e che il caro Lawrence espresse con la domanda assai ingenua "can't you just play?". La risposta, ovviamente, è no: certe emozioni bisogna viverle di pancia, punto e basta.
Quindi prendo questo regionale Bologna-Piacenza, accerchiata da una manica inneggiante di ultras baresi (frequenti le acclamazioni alle madri e ai parenti dei leccesi), raggiungo i miei due migliori amici - the lovely couple - calati da Milano per l'occasione in compagnia di un terzo individuo a me già tristemente noto (in realtà c'era anche la fidanzata, ma era talmente scialba che non la conto) che chiameremo, non senza un filo di malignità, Er Pistola - l'unico uomo che va in curva allo stadio vestito come se dovesse recarsi su un panfilo a Portofino: mocassini, polo blu con colletto alzato, bermuda, maglioncino annodato sulle spalle e rolex - e che ci ammorberà per tutta la durata della partita con la sua dabbenaggine, le sue ciance sulla dolce esistenza da viveur che conduce, le sue massime filosofiche generosamente elargite con un grottesco accento milanese (uè raga, ma secondo voi, io che guadagno sticazzimila euro al mese, che faccio, torno in Puglia e mi accontento di fare il direttore di banca? eh no carini!) e ci schiantiamo sulle gradinate in attesa che inizi. Ben presto, io e la mia amica ci accorgiamo di esserci piazzate proprio sotto una gigantesca bandiera con su la scritta "Diamola", che ci seguirà in tutti i nostri spostamenti e a cui sentiamo di aderire in toto. Attorno a noi sono tutti già ubriachi di Caffè Borghetti e/o fumati: il testosterone nell'aria rende me e la Vale vagamente elettriche. La curva ci sembra un paradiso.
Poi però sentiamo che quella partita non è più determinante perché il giorno prima il Livorno ha perso, e questo ha portato automaticamente in serie A la squadra per cui ho avuto una repentina passione. Da quel momento dichiaro chiusa l'era del Bari, per cui si inizia a discettare dell'opportunità di comprarsi uno smalto corallo, uno melanzana e uno bordeaux, di ricevimenti nuziali kitsch, di quanto sarebbe bello se servissero dei mojito ghiacciati, di ricette macrobiotiche e prova bikini. Almeno fino a quando, a fine partita, dopo tremila coreografie della curva, due gol da parte di entrambe le squadre, 2-3 grammi di hashish fumati passivamente, lo spettacolo della squadra del Bari che fa una specie di trenino, i giocatori si avvicinano alla curva e iniziano a spogliarsi e rimangono in mutande.
Il che chiude la stagione del calcio ma inaugura una nuova, feconda stagione: quella dei calciatori.
Ora non mi resta che trasformarmi in velina. Tutto è possibile con il Metodo Stanislavskij.

Subscribe