Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Della prima metà di quest'afosissima estate, ricorderò sicuramente i ricci scuri e i visi radiosi di due spose bellissime mentre ballano una al buio di un uliveto salentino sulle note della pizzica, e l'altra sotto il sole a picco in un parco della bassa bolognese su quelle della musica klezmer, due sposi ugualmente emozionati, la mia incredulità fanciullesca davanti a due persone che decidono fattivamente di credere al "per sempre", il discorso di nozze fatto da un bellissimo chierichetto del sindaco privato del suo ruolo sacrale di sommo vate (con tanto di giaguaro), una enorme tavolata rotonda con quelle anime belle che oggi sono  la mia famiglia bolognese, ma anche e soprattutto l'oggettiva rottura di palle di chi, in queste situazioni, si sente sempre in dovere di farti la fatidica domanda "e voi due, allora, quand'è che vi sposate?".
Se ne parla qui, sull'uscita di luglio di Wu Magazine.
Come se non bastasse l'afa di questi giorni a farti fumare le orecchie.

Son tornata a Bari per le vacanze di Pasqua. Tornare a Bari per le vacanze, oltre a bere in media sei caffè al giorno, farmi ingozzare di cibo con un imbuto da mia nonna, coccolarmi il nonno, aggiornare i miei sulla mia vita in estenuanti sessioni di autoanalisi, tornare a dormire in un letto singolo, significa soprattutto spupazzarmi i miei minuscoli cugini da mattina a sera. 
Di quell'intellettuale engagé di mio cugino Werther, avevo già parlato tempo fa. Non avevo invece parlato delle terribile Sunofyork jr. 
Sunofyork jr è un inno al Ritalin: fa tutte le cose che un bambino non dovrebbe mai fare, e per di più le fa tutte insieme, urlando a squarciagola, e ridendo per il gusto della trasgressione. Basti pensare che ieri, durante la processione del Venerdì Santo del mio quartiere, alla comparsa della statua della Madonna Addolorata, ha iniziato a correre tra i chierichetti urlando come un'invasata "Ho visto la Madonna".
Insomma, io la amo follemente, mi fa tanto ridere, ma dopo un paio d'ore con lei mi rendo conto che tutti quei caffè forse non li avrei dovuti bere tanto c'è già lei a farmi esaurire.
E allora oggi, complice il bel tempo, l'ho portata alla pineta. Lì sono riuscita a vedere tutti i pro di andare in giro con una bimba. Infatti, mentre lei nell'ordine: 1. sradicava un pino, 2. scavava una buca profonda un metro e ci buttava dentro un bambino più piccolo per poi ricoprirlo di terra (se non fosse stata fermata in tempo), 3. cercava di sedurre il gelataio con frasi tipo "mò c'sì bell" per scroccare un cremino gratis, 4. tentava di smantellare il chioschetto del suddetto gelataio quando lui si è rifiutato di regalarle l'ennesimo pacchetto di Fonzies, 5. spaccava a calci le giostrine, insomma mentre questo genio del male faceva tutte queste cose, per giunta strillando come un'aquila, io ero lì circondata dai vitelloni del mio paese che, non ricordandosi di me perché manco ormai da anni da Bari e incuriositi da un viso nuovo, si prodigavano in una serie di maschie gentilezze: una massa di uomini tra i trenta e i quaranta mi offriva il caffè, pagava i gelati a Sunofyork jr discettando nostalgico su quanto tempo è passato da quando esistevano solo il Cucciolone e il Fiordifragola e non il GummyUp o l'X-Pop, mi parcheggiava la macchina meglio di come l'avevo lasciata (di traverso sulle strisce, sono pur sempre a Bari), si complimentava con me per il fatto di avere una figlia di sei anni pur essendo così giovane, mi chiedeva dove fosse mio marito ("Marito? Non c'è nessun marito", ho detto sconsolata - che poi è la verità, ho solo omesso di dire che quella selvaggia non è figlia mia e aggiunto che mi chiama Sunofyork e non "mamma" perché andiamo molto fiere del nostro nome, poi loro hanno fatto le loro deduzioni) e innoridiva davanti a un uomo che abbandona una donna giovane e bella e per giunta con una figlia.
E io lì, chiacchieravo con tutti, avevo un sorriso per ognuno di loro, e mi sono divertita un casino.
Poi però, quando Sunofyork jr ha iniziato a fare delle palle di terriccio grandi quanto la mia testa e a lanciarle contro i passanti, ho dovuto schiaffarla in macchina e salutarli tutti.
Sono andata via sorridendo, coi capelli biondi svolazzanti e facendo spegnere settecento volte la macchina davanti a loro (perché cacchio il tipo che ha parcheggiato per me ha ingranato la terza?), e ho i miei buoni motivi per ritenere di essere diventata il loro sogno erotico.
(Sì, ok, sempre di dei nullafacenti ultratrentenni che vivono con le loro madri, però meglio di niente)

Il guaio è che io sono una persona profondamente empirica: non esiste verità scientifico-filosofica trasmessami nel tempo che io non abbia passato al vaglio critico con l'ostinazione di un mulo. Ho motivo di credere di non aver superato, in quasi trent'anni, la fase dei perché: se tutti si comportassero come me, le conoscenze umane si sarebbero fermate alla preistoria, perché ogni individuo avrebbe dovuto provare sulla sua pelle la verità delle acquisizioni fatte dai suoi predecessori.
Come qualcuno forse ricorderà, a novembre avevo causato un'esplosione nel forno per il solo gusto di smentire mio nonno che anni prima mi aveva ingiunto di incidere le castagne prima di cucinarle senza spiegarmi il perché.
Ieri, con mia sorella, entrambe in visita in Puglia, eravamo di ritorno da un giro di shopping selvaggio. Era tardi, avevamo poca benzina, e volevamo far un favore a nostra madre non lasciandole la macchina a secco come nostro solito. Il problema è che non avevamo alcuna intenzione di fare benzina al self service -eravamo troppo stanche per lo shopping per schiodare il culo dai sedili e poi non sappiamo farlo- quindi abbiamo trovato una Shell con un tizio abusivo e abbiamo lasciato  che ci facesse 10 euro (tirchie) di diesel, pur avendo il dubbio che la macchina di nostra madre non andasse a diesel ma a senza piombo.
Il risultato è che la macchina non è più partita: per un arco di tempo sufficientemente lungo da far quasi albeggiare, io e mia sorella ci siam guardate con la faccia di chi non ha la più pallida idea di cosa fosse successo, poi, con un fulmineo scambio di battute in cui abbiamo dato sfoggio di tutta la nostra abilità sillogistica ("non è la stessa cosa come pensavano noi?", "ma va! anche il diesel è senza piombo sennò si chiamerebbe con piombo!", "ma sì dai, che vuoi che sia: gasolio, benzina, gas, elio, è tutto uguale", "minchia salteremo per aria?", "sì gasolio più benzina notoriamente creano la nitroglicerina"), ci siamo rese conto del perché i benzinai facciano sempre quella domanda sul tipo di carburante 
Dopo questa fondamentale acquisizione che ci ha elevate al livello di novelle Ford, quasi compiaciute per l'applicazione a una simile banalità del modello empirico galileano, abbiamo dovuto subire la duplice umiliazione di una telefonata a nostra madre che ci ha ricordato, insieme a tutti i santi e le madonne del calendario, quanto siamo inette, e dello sguardo di pena riservatoci da nostro padre arrivato a soccorrerci col suo meccanico di fiducia abbondantemente dopo ora di cena. 
Ci siamo consolate, sulla via di casa, ricordandoci che il problema è che siamo due intellettuali, e che è il destino di tutti i geni quello di essere incompresi.

Una cosa avevo da fare per stasera: una soltanto. Fare una torta per il compleanno di un'anima candida che ha compiuto 32 anni e che ha trascorso una fetta del suo ultimo anno a insegnarmi l'ottimismo e il sorriso, sempre e comunque.
E io infatti la lezione dell'ottimismo un po' l'ho appresa, caro il mio trentaduenne. Mi son detta, e dai Sun, ce la puoi fare anche tu a fare una torta. E non solo una torta, una torta salutista, per venire incontro alle esigenze di tutti i presenti. Così stamattina, di buona lena, ho preso farina senza glutine (per i celiaci), zucchero di canna biologico, yogurt di soia fatto in casa (per gli intolleranti al lattosio), lievito naturale, olio (e non burro) e niente uova (per i vegani).
Il risultato è stata una torta per-fet-ta.
Perfetta come materiale coibentante per i tetti, da quant'era compatta. 
Perfetta come il peggior obbrobrio culinario che si possa immaginare: cruda dentro, bruciata fuori e non lievitata (spessore massimo 1.5 cm). 
A quel punto già sacramentavo contro tutti i santi presenti e no nel nostro calendario, in tutte le lingue conosciute, e sommando alle parole gesti eloquenti come sbattimento della testa su ogni spigolo vivo di casa e tentativi di infilare la testa in forno. 
Poi mi son ricordata che la persona per cui preparavo la torta mi dice sempre di non disperare e di essere ottimista, e sorride con un sorriso che, giuro, ve lo vorrei far vedere perché ti rimette in pace col mondo.
Allora sono andata alla coop e ho comprato un composto senza glutine per torte. Sul retro della confezione c'era scritto che bisognava solo aggiungere 200 g di acqua a 70°C e scuotere per 15 secondi in un recipiente ermetico. Insomma, cari miei, mi son detta, ce la può fare pure questa disadattata qui.
Sorvoliamo sul problema di misurare i 70°C, che ho brillantemente risolto infilando un dito nell'acqua e ustionandomelo, e quello di calcolare 200 g d'acqua chiamando la mamma al telefono e sentendomi dare dell'idiota, ma chi cazzo ce l'ha un recipiente ermetico? Così ho preso uno di quegli enormi barattoli di vetro ikea per spaghetti, ho messo tutto dentro e ho scosso per quindici secondi, intervallando ogni secondo con cose tipo 1 "yes I can", 2 "evvai", 3 "ci siamo quasi", 4 "questa volta è fatta", 5 "ah che male il braccio", 6 "puff pant", 7 "son brava però", 8 "ahi ahi ahi", 9 "sì ma che palle" ecc.ecc. Arrivata a 15 (quando ormai era passato un minuto buono), ho cercato di versare il composto nel tegame ma quello era compatto, non scendeva, così ho infilato tutto il braccio dentro inzaccherandomi il maglione nuovo e con la mano ho raccattato quella roba collosa e  ce l'ho spiaccicata dentro. Raccolto il tutto, ho gioito un attimo, lasciando cadere, nell'impeto, il contenitore di vetro, che si è frantumato sul pavimento in mille pezzi.
Poi l'ho messa nel forno (l'altoforno) al massimo della temperatura in modo da ottenere una deliziosa torta di ghisa, che stasera assaporeremo tutti assieme appassionatamente, sempre ammesso che qualcuno sia in possesso di una sega circolare per tagliare le fette.
E insomma, son molto soddisfatta di aver appreso la lezione dell'ottimismo, caro il mio festeggiato.
E tu riuscirai a mantenere l'ottimismo anche dopo averla assaggiata? Perché qui, secondo me, casca l'asino.

Caro William,
ci sono tanti motivi per cui io sono la tua donna ideale. Visto che, per quanto sensibile, sei pur sempre un maschio, te li spiego io così ti dai una scetata figlio mio, ché qua la menopausa incombe.
Ho pressoché il tuo stesso colore di capelli e occhi e ci somigliamo come solo le coppie che stanno insieme da una vita intera riescono a somigliarsi, perciò non sarà troppo un problema se i tuoi geni verranno annientati dai miei (perché così sarà, vista la natura dominante di certi geni della mia linea materna). Questo significa che i tuoi parenti davanti alla culla potranno anche escalamare estasiati "è tutto/a suo padre!", tanto chi se ne accorge della differenza, e comunque chi se ne frega di quello che dice tua nonna, che tanto lo sappiam tutti che va giù pesa col gin. Quanto alla mia famiglia, mio padre mi ha detto che non gli dispiacerebbe avere te come genero, anche se secondo lui mi merito di più, ma si accontenta. E la mia mamma sostiene che il mio nome, affiancato a Mountbatten-Winsor, faccia la sua porca figura sul campanello di casa e sui fazzoletti di fiandra. In più hai un fratello più giovane, e io ho una sorella più giovane. Ti viene niente in mente?
Poi sono alta e non dovresti chinarti troppo per baciarmi, cosa che con l'età e i primi acciacchi, non so, metti che il materasso sia troppo morbido o si sia rotta una molla, e ti faccia male la schiena, potrebbe iniziare a pesarti.
Sempre per la questione della genetica, i capelli mi diventeranno bianchi tardissimo e non dovremo spendere in parrucchieri e tinture, vesto in maniera discreta ma efficace e so stare in società, quando parlo inglese ho un accento che fa simpatia ma non commetto errori, so stare in società, non sono per niente ripetitiva, e ho un bell'eloquio: se serve, so parlare per ore della magnificenza del teatro elisabettiano o delle linee ereditarie dei Windsor. Inoltre potrei allietare le nostre uscite in pubblico con delle folkloristiche esternazioni come "moooo' e c iè stu tr'mon" oppure "auand stu scem" (davanti al duca di York), che romperebbero la staticità dei ricevimenti con i nobili, e ci renderebbero più vicini al popolo (quello barese, perché nel frattempo ci saremo spostati da Buckingham Palace al Castello Svevo).
A entrambi piace tanto il mare, quindi non avremmo il problema delle vacanze: potremmo andare in Polinesia francese, a Saint Barth, a Formentera, o ancora meglio a Pane e Pomodoro o a Torre Quetta, sfidando l'amianto.
E qui vieniamo al motivo principale per cui ritengo di essere la tua donna ideale: sono barese, quindi appartengo a una razza superiore in grado di pulire le cozze, di fare i panzerotti e cucinare bene la parmigiana di melanzane, le polpette, le orecchiette con le cime di rapa e il polpo in tutti i modi, quindi finalmente potrei farti capire che quella roba che mangiate voi dalle vostre parti, non è cibo, ma un triste surrogato, proprio come le donne inglesi non sono che un triste surrogato di quelle italiane.
Cioè, se non basta questo, io mi chiedo che diavolo posso inventarmi per convincere questo benedetto ragazzo.
Lui, o chiunque altro.

One by one, they were all becoming shades
J.Joyce

Cari, è il 23 dicembre, ho 27 anni e ho molta paura.
Paura non del domani, ma di domani. Paura non che, per l'abituale giro in centro del 24 in cui si ritrovano ogni anno persone che non vedi da secoli, i miei capelli possano non essere setosi e la mia pelle vellutata come sarebbe opportuno in queste situazioni. Non che possa non trovare l'abito adatto a urlare al mondo che sono una gnocca con la testa, come prima più di prima. Paura non di non riuscire a trovare le parole per raccontarmi a volti sempre uguali la mia vita dell'ultimo anno.
La mia paura più grande, relativa al 24 dicembre e in particolare al cenone della Vigilia, è mia nonna, che prima ci stordisce con quintalate di pesce e ettolitri di pessimo vino (quello buono lo tiene sotto chiave per le serate in solitaria), poi, quando tranne lei -vista la sua tenuta all'alcol non me ne stupisco- tutti gli altri barcollano, ti infila La Domanda, che suona più o meno così: "mè, e stu cazz d zzit allor 'u tin o no? megghj c t'u trov mò, che sì tost comm nu cazz d'cavall" (giunonica nipote, dimmi dunque, esiste un uomo sulla terra che abbia l'onore di averti come fidanzata? perché sarebbe il caso che te ne trovassi uno al più presto, prima che le tue carni, ora sode, si sfaldino sotto il peso degli anni), seguita a ruota da domande sulla situazione lavorativa/economica/medica, insomma, tutte quelle cose su cui durante l'anno sei colpevolmente carente ti vengono sbattute in faccia nel giro di 5 minuti, tra gli spaghetti alle vongole e un pezzo di baccalà fritto.
Unico modo per dare un taglio allo strazio, è far degenerare la discussione dal piano medico al quello dei decessi. Chiedere a mia nonna di aggiornarti sulle dipartite di conoscenti lontani, vicini di casa e compaesani le regala, oltre che l'occasione di dimostrare la sua incredibile memoria per i soprannomi irripetibili e per i legami di parentela, il sottile piacere di ribadire la sua natura di highlander, quando, attorno a lei, tutti gli altri cadono come birilli.

(tranquilli, a fine mese la smetto di scrivere come una dannata, è che ho deciso che questo blog deve avere una crescita lenta ma costante pertanto per il 2009 devo arrivare a 42 post in un anno, uno in più del 2008 e due in più del 2007)

Bene, amici, volevo dirvi che sto ovulando.
Sono una donna e sto ovulando, e cerco di tamponare la frustrazione di vedere l'ennesimo preziosissimo ovulo sprecato, trasformandomi nell'Angelo del focolare, faccenda che si esplica principalmente in tre modi:
-organizzazione pseudorazionale dei beni (maglioni suddivisi per nuance attenendomi rigorosamente ai colori pantone, libri suddivisi per formato, genere, simpatia dell'editore e abbinamento cromatico delle costine, biancheria intima in tre cassetti - da nonna/da battaglia/da gran serata);
-acquisto da buona allocca di articoli a prezzi maggiorati dai mercatini natalizi (prodotti di gastronomia valtellinese, miele biologico, vini emiliani, salsine in minuscoli vasetti colorati e stronzatine così);
-preparazione di ricette lunghissime e complessissime.

Soffermiamoci sull'ultima. Sapete già che la mia idea di inferno è una cucina dopo che ci ha messo mano un uomo, e sapete anche che spesso preparo delle vere e proprie leccornie ma che altri (amico K. parlo di te) se ne prendono il merito e/o mi sminuiscono. Dunque, ispirata da un pranzo domenicale in un agriturismo piacentino, ho deciso di trascorrere questo giorno di festa, non facendo l'albero di Natale (è già attivo da un mesetto, ormai) bensì fronteggiando la sfida ultima per ogni cuoco - e soprattutto per la sottoscritta, che cuoca non è ed è pure una terrona doc- ossia il brasato. Cioè, ragazzi, una roba micidiale che solo a dirla già mi tremavano le ginocchia.
E dunque vi dò la ricetta.
Aspettate di essere in ovulazione in modo da non aver problemi ad allungare il portafogli al macellaio che vi rifila un pezzo di manzo a peso d'oro. Poi recatevi allo scaffale dei vini e guardate il Barolo. Ditegli ciao ciao con la manina e dirigetevi sicure verso un più economico Nebbiolo. Arrivate a casa marinate per 12 ore la vostra carne nel vino a cui avrete aggiunto cipolle, carote, sedano e rosmarino. La mattina dopo non fatevi prendere dalla fretta di vedere il vostro capolavoro realizzato -sì, lo so che è una noia seguire per bene le ricette e che abbiamo fantasia sufficiente a rielaborarle, però in alcuni casi è meglio fare come farebbe un uomo, e cioè attenersi alla lettera senza prendere iniziative- quindi evitate di fare pensieri del tipo ma se lo tagliassi a pezzetti* si cucinerebbe prima e non dovrei farlo andare sul gas per due ore, e soprattutto, ricordatevi, se tagliate la carne a tocchetti e la fate cuocere per due ore mentre vi fate belle per gli ospiti (non dimenticate di farlo, soprattutto se se lo meritano), rischiate di servire dei blocchetti di marmo di carrara, che per quanto coreografici e utili in caso si volesse scolpire un David, risultano un po' indigesti. Comunque, infarinate la carne, soffriggetela nel burro e poi aggiungete la marinatura. Fate bollire a fuoco lento (brasare) e infine togliete la carne dalla pentola, passate col passaverdure la marinatura, aggiustatela di sale e di pepe e servite il tutto con del cemento a presa rapida, ops, scusate, polenta.
E, come direbbe l'impavido chef Guerrino, a Dio piacendo, alla prossima!
(solo che, dopo un piatto così, dubito ci sarà una prossima)
(però giuro, le orecchiette le so fare davvero)

*P.S.per Marianna: il vento li raccoglierebbe

Erano gli anni in cui io e l'amico K. si faceva tardi a parlare nelle notti stellate, ci si rifugiava in birrerie altoatesine e si duettava pianoforte-chitarra sulle note di Blank Page e For Martha. Erano gli anni in cui l'amico K. si buttava a capofitto nel cantautorato e mi dedicava straordinarie canzoni, una delle quali recava lo splendido titolo di "L'impossibilità della felicità" e sono certa un giorno diventerà una hit. Il testo, degno del miglior Brassens, è scolpito nella mia memoria e recitava più o meno così: è per l'uomo amato/il giorno troppo breve/amare dà felicità (acuto)/ è per l'uomo triste/il giorno troppo lungo/ soffrire dà infelicità (altro acuto), e così via, e vabbè, l'ultimo emistichio a livello logico non fa una grinza, soffrire procura davvero infelicità (ma va?), sul fatto che amare dia felicità, invece, avrei i miei dubbi ma all'epoca si era young and foolish (and now we're full of tears) e quindi un po' di ingenuità ci poteva stare.
Erano gli anni in cui io e K. saltavamo su gelidi espressi per raggiungere un'innevata Genova e trascorrere il capodanno in barca con amici. Erano anche gli anni in cui all'amico K. potevano venire in mente brillanti idee del tipo "dai, visto che siamo pugliesi e ci stanno ospitando così carinamente, perché non prepariamo i panzerotti* per tutti? Prometto che faccio tutto io, tu mi aiuti soltanto a stendere la massa".
Ora, come già ho detto secoli fa, l'uomo in cucina o fa un gran casino utilizzando il triplo delle stoviglie necessarie alla preparazione del piatto, oppure si limita a dare direttive alla povera crista di turno e a prendersi tutto il merito. Bene, K. appartiene alla seconda specie, quella degli "uomini di concetto". E infatti in quell'occasione, il massimo dell'aiuto (pratico, perché invece l'apporto teorico da ingegnere informatico fu rilevante nel determinare il tasso di crescita esponenziale della mia rabbia) che ottenni da K., fu quello di vederlo sollevarmi le maniche della camicetta che, nell'impastare chili e chili di farina, si stavano inzaccherando, mentre il genio discettava coi suoi amici dello spessore ottimale della massa e del grado di umidità del ripieno. E vi dirò di più, non mi fu nemmeno di grande aiuto nella frittura, tant'è, che distrattami un attimo per rivolgergli uno sguardo carico d'odio, calai il dito indice nell'olio bollente. Solo quando, con gli occhi pieni di lacrime, gli chiesi di continuare lui a friggere, con la sua atavica lentezza, indossò il grembiule e mi lasciò andare in bagno, dove scoppiai in un pianto convulso con tanto di urla, strepiti e battiti di piedi modello bambina di cinque anni arrabbiata perché si è fatta male in modo stupido, dopodiché uscii col dito indice ormai privo di impronte digitali, mi diressi in camera e lì mi accasciai sul letto svenuta, il tutto mentre K. dava vita alla famosa leggenda "sul giorno in cui impastò da solo due chili (un decimo del suo stesso peso, in pratica) di massa e preparò panzerotti per 10 persone mentre Sun dormiva beatamente in camera".

(per i non pugliesi, il panzerotto sarebbe un calzone, massa richiusa a forma di mezza luna con dentro mozzarella e pomodoro e fritta in olio bollente, comunque potete sempre passare da via broccaindosso, seguire la scia e venirli ad assaggiare da me, soprattutto se siete trentenni ricchi di fascino).

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