Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Lui, una volta, le regalava enormi fasci di rose rosse.
Lei lo rimbrottò, facendogli notare lo spreco di denaro. "Mettili da parte per qualcosa di utile, qualcosa che non sfiorisca!".
Risultato?
Niente più fiori & niente cose che non sfioriscono.

A M.&V., che da 12 anni hanno qualcosa che non sfiorisce, e oggi sono special guests nell'articolo della sottoscritta su Wu Magazine.

Amici, fratelli, complici e sodali, vi dico una cosa che non sospettate: chi vi scrive, non è Sunofyork, è Paris Hilton.
Perché, cari miei, dovete sapere che come dentro ogni uomo c'è una percentuale di McGyver, dentro ogni donna, c'è una percentuale più o meno elevata di Paris Hilton.
Nel mio caso, la percentuale di Paris Hilton è solitamente molto bassa: il trucco non mi dona, i tacchi non me li posso mettere sennò non solo annichilisco gli uomini psicologicamente, li azzero pure sul piano fisico, i capelli non tengono la piega, e sotto sotto ritengo che le donne vere si temprino col parto e null'altro.
Ci sono però quei momenti -come questi giorni qui- in cui sento che la mia vita sta cambiando, e mi dico che già che sta cambiando, tanto vale darle da subito un imprinting positivo. Parto quindi con dei piani quinquennali che manco Stalin (e altrettanto fallimentari), che cominciano con: taglio di capelli (l'attuale somiglianza con raffaella carrà è frutto di uno di questi momenti di genio), assunzione di 1.5 litri d'acqua in un giorno -rispetto ai normali 3 bicchieri scarsi-, maschera per il viso all'argilla, compressa al carotene per regalarmi un bel colorito bruno d'estate anziché le solite ustioni con conseguente aumento esponenziale di nevi melanocitici, organizzazione del weekend alla terme slovene, pianificazione della dieta del minestrone (inizio in data da decidere) scrub del corpo e infine lei: la sacra ceretta.
Perché, anche alla mia veneranda età, nonostante abbia imparato ad amarmi così come sono, capita ancora che mi senta la protagonista di quel capolavoro di canzone di Alessandro Canino intitolato "Brutta" (il primo nostalgico che va a sentirsela, vince un a cena con sunofyork pre-depilazione) anche se in effetti io manco a quell'età ce l'ho avuta la fortuna di essere "la più stretta della scuola" nè tantomeno "un'acciughina" (una balenottera, forse sì, ma un'acciughina, per l'amor del cielo). A 9 anni, in effetti, ero una giraffona col 39 di piede e pressoché con la stessa taglia e altezza di oggi, motivo per cui mia madre si ostinava a volermi impartire nozioni di educazione sessuale mentre io volevo solo giocare con Barbie. Nè è un caso che, il giorno della mia prima comunione, più di una persona mi avesse chiesto dove fosse andato a nascondersi lo sposo, e quando, qualche tempo fa, per scherzare, ho riprovato quel vestitino bianco di pizzo san gallo e ho scoperto che mi andava ancora, la domanda "dov'è lo sposo?" mio padre me l'ha fatta lo stesso (anche se stavolta ho apprezzato un po' di meno l'ironia della situazione). E quindi, quando capita di sentirmi brutta o insicura, o desiderosa di buttarmi tutto alle spalle e ricominciare diversamente, chiamo Lei, la magica Oriana. Comprensiva il giusto, capace di bacchettarmi se ho trascurato una pulizia del viso, senza innestarmi una serie infinita di sensi di colpa, presente ma mai invadente, e sopratuttto dotata di mani fatate.
Oggi infatti, ho passato buona parte del pomeriggio con Oriana. Mi ha aggiornato sul suo matrimonio, mi ha raccontato del suo fidanzamento decennale, e poi, tra uno strappo e l'altro, ha alzato il sopracciglio e ha scandito solenne:
"Hai visto qualcuno negli ultimi tempi."
Sdraiata sul tavolo di marmo della cucina a farmi martoriare e sottoposta alla corte marziale. Lei continua a squadrarmi tenendo in mano un lembo della striscia che di lì a poco avrebbe strappato. Io nego, cincischio, ridacchio nervosamente come una quindicenne.
"Signorinella, nella fretta hai usato la lametta almeno 3 volte negli ultimi 3 mesi, vuol dire che vedevi qualcuno, sennò avresti aspettato di rivedermi per farti la ceretta. Lo vedo chiaramente dalla situazione che ritrovo dall'ultima volta che ti ho visto".
Io, continuo a star muta.
"Guarda che il momento karmico di una relazione è quando riesci a sincronizzare il sesso con la ceretta. Non precipitare le cose, santo cielo, sei una bionda con cervello. Se ce la fai, la relazione è destinata a durare."
STRAP

Ma glielo spiegate voi, all' adorabile Oriana, che quando ti imbatti per un puro caso nell'uomo che avevi in testa già all'asilo, 'gna fai proprio a dirgli di ripassare tra qualche tempo, ché tu c'hai la ricrescita del pelo lenta e non vuoi precipitare le cose?

Ah cari miei, se questo blog potesse parlare, direbbe che la sua proprietaria capisce giusto in queste ore, attraverso un'accuratissima parafrasi esperita direttamente sulla sua pellaccia dura, il significato profondo delle parole di T.S.Eliot, quando diceva che Aprile è il mese più crudele.
Bene, dunque, prendete tutte le nozioni di critica letteraria che vi hanno insegnato al liceo, prendete la teoria eliottiana del correlativo oggettivo, prendete gli apparati concettuali e le sovrastrutture che gli anni universitari e i vostri studi personali vi hanno inculcato, e buttateli via: quello che intendeva TiEs era: Aprile è un mese di merda.
Ora. Io ho sempre sostenuto che solo i depressi patologici non amino la primavera, che invece per me è la stagione più bella di tutte, perché l'aria profuma di lillà, i tetti rossi di bologna sono più rossi, il cielo è striato di bianco e un refolo impertinente ti sfiora leggero, mentre ti solleva la gonna lasciando scoperti i polpacci perfettamente depilati.
Poi, sono tornata indietro nel tempo, ho riguardato i miei post di aprile degli ultimi 3 anni. E c'ho trovato, à rebours, post molto emblematici del mio status:
-2009: Gli addetti alla fabbricazione del buon umore sono in cassa integrazione;
-2008: Momento di disperato ottimismo n.1
-2007: C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo
E insomma, ho tratto le mie conclusioni: o mi includo nell'insieme degli esseri umani patologicamente depressi che odiano la primavera, o mi includo nell'insieme degli esseri umani che a volte si sbagliano e dicono cazzate.
A spanne, opterei per la seconda: Aprile è un mese di merda, punto e basta, poi mi direte voi come siete messi a speranze primaverili, perché al momento la mia speranza è una sola: uscirne viva.
Ho intuito che qualcosa stava andando storto quando, nelle conversazioni con le mie amiche, (una in particolare, e lei sa chi è), la proposta di andare in una spa in Slovenia per un weekend alle terme tra sole donne, è diventata più di un semplice leit motiv: un vero e proprio intercalare la cui ricorrenza è direttamente proporzionale alle nostre piccole sciagure, a cui aggrappiamo le nostre speranze di sopravvivenza (ma anche di arrivare all'estate in forma dignitosa, che poi è uguale) e che arriva come una sorta di deus ex machina a darci sollievo da ogni nostro dramma.
Perché di drammi, grandi e piccoli, in questi giorni, ne vivo in quantità sufficiente a farmeli bastare per tutto l'anno.
Ma, c'è un ma: tra disillusione verso la mia forza, crisi lavorative, equlibri perduti, lontananze mal accette, rabbia che ti verrebbe davvero voglia di dare capate nel muro, ansie familiari e spossatezza generale, mi avanza tutto il resto, ed è tanto.
E sono le persone che nell'ultimo anno, senza che io me ne accorgessi, sono entrate nella mia vita e hanno fatto la differenza, e sono oggi la mia fede e la mia salvezza. Non vi nomino tutti perché siete tanti, alcuni sono arrivati da pochissimo anche se sembra una vita, e vi so schivi.
Ma è grazie a voi, se quest'anno, Pasqua ha il senso di un inizio nuovo anche per me.

Al mondo, ci sono almeno due Massimo Vitali. Uno è un fotografo famoso con la fissa per le spiagge, l'altro è amico mio. Al mondo, però, di Massimo Vitali in grado di fare frittate che sembrano frisbee, di obbligarti a salire in moto, di sorridere contagioso, di entusiasmarsi per Fausto Leali, di minacciare uno striptease prima di cena e di scrivere libri come L'amore non si dice, ce n'è solo uno ed è il secondo, e questa blogger qui, oggi, è un po' commossa all'idea di essere stata presente alla gestazione di questo libro.
L'amore non si dice, in uscita oggi per Fernandel, con prefazione di Alessandro Bergonzoni e postfazione di Grazia Verasani, è una raccolta di lettere d'amore che non parlano d'amore, perché Teresa, la donna a cui sono indirizzate, stufa di tanta melassa e dotata di un cuore di pietra, ha chiesto al mittente di parlarle di tutto, fuorché d'amore.
E quindi il povero Edoardo si ingegna come può, mette su un epistolario in absentia, accetta il silenzio di lei, e le scrive di ricette, di alberi, del lavoro, di Dio e persino di Elvis, pur di non dirle quelle due parole. Che però fanno capolino tra quelle carte da decifrare senza mai essere dichiarate, ora giocose e opalescenti come bolle di sapone, ora decisamente più malinconiche, quando il profilo dell'amata diventa labile e la mancanza si fa sentire.
Ma Edoardo non è uno che si scoraggia facilmente: come un Werther sgangherato, continua a scrivere le sue lettere una dopo l'altra, e a te non resta che biasimare Teresa per la sua scarsa lungimiranza e la sua incapacità di corrispondere sentimenti tanto delicati, mentre nel frattempo quelle parole che rimbalzano leggere contro un muro arrivano dritte dritte a sollevarti gli angoli del sorriso.
Un libro non dissimile dal suo autore, buffo e strampalato ma con una vena di sensibilità profonda, capace di regalarti una leggerezza sghemba che racconta di volumetti di Calvino, Queneau, Vian e Rodari recuperati in punta di piedi dalle mensole alte, di canzoni di Capossela e Conte e Dalla ascoltate sul divano, e che consiglierei a tutte le donne che non credono più al romanticismo maschile, ma anche a tutti gli uomini che non sanno trovare le parole giuste per conquistare una donna.
Basterà una di queste lettere a garantirvi il successo con la vostra lei.
(A patto che la vostra lei non sia Teresa.)

Allora, io ho capito una cosa: a un certo punto, nella vita adulta, è inutile che io neghi che nella mia persona c'è -perché c'è- un tasso variabile di pazzia e che questa variabile resti al di sotto dei livelli di guardia nella maggior parte dell'arco del mese, e che invece tenda a creare degli asintoti 1. nei giorni di sindrome premestruale o 2. nei momenti di maggiore stress psicoaffettivolavorativo (il che, a pensarci bene, nega quanto detto prima, essendo i momenti di maggiore stress psicoaffettivolavorativo una costante per almeno 25 giorni al mese - come può essere una costante un concetto non assoluto come "maggiore di"? Quello che è costante, è la certezza che ogni giorno sarà peggiore del primo, quanto a stress, non il tasso stesso di stress, cari gigioni miei), raggiungendo soglie ben oltre il catastrofico quanto i punti uno e due avvengono nello stesso istante.
Ora, l'unico modo per disinnescarmi, in quei momenti lì, è: o procurarmi molto dolore fisico (come ho fatto nello scorso weekend al concerto de Il teatro degli orrori con l'amico K. e la Divara -in questo senso 10 euro molto ben spesi- e gettandomi con quest'ultima in zona rossa tra omoni ubriachi che pogavano tutti sudati, assestandoti gomitate nelle costole, spintoni e quant'altro - quindi, cara Divara, ti ringrazio per aver condiviso con me quel momento catartico) oppure farmi piangere. Il bello è che l'unica che riesce a farmi piangere disperatamente (sì, ok, amico K., una volta ci sei riuscito anche tu mentre eravamo al ristorante cinese e mi hai detto che dopo le ultime relazioni, mi ero svalutata come donna, ma non conta, perché non avevi la consapevolezza dell'orrore di ciò che stavi dicendo) sono io stessa.
E quindi vi dico senza vergogna (sento già le sirene della neuro, non fa niente): ma lo fate anche voi il giochino di pensare a qualcosa che vi faccia piangere e addormentarvi per sfinimento col cuscino bagnato, la sera, quando siete a letto? E a cosa pensate?
Io ve lo racconto anche se so che c'è qualcuno che mi deriderà. Negli ultimi mesi ho un ricordo che mi strazia, soprattutto perché mentre sono sotto al piumone, al buio, caldo, lo associo a questa canzone, ed è questo ricordo:
Dicembre 2009 - visita natalizia all'Ikea con i miei cugini. Lui 6 anni, acuto, riflessivo (ascoltando il Claire de lune di Debussy, un paio d'anni fa, esclamò malinconico "ma perché le cose tristi sono anche le più belle?", togliendo ogni dubbio sull'appartenenza a un certo ramo depresso-contemplativo della mia famiglia), allo stesso tempo ironico, solitario, responsabile (pure troppo), lei 4, esplosiva, socievole, iperattiva, rumorosa, distratta (pure troppo). Lei corre allo Smaland, lui non ci vorrebbe andare ma non lo dice perché si vergogna della propria timidezza, quindi per un po' gironzola circospetto prima di entrare, poi un ultimo sguardo, ed entra. Alto e lungo come un fuso, con la pelle bianca, i capelli e gli occhi nerissimi. Sua sorella, biondina con la guance rubizze di Heidi, sta già prendendo a calci gli altri bambini e si esibisce in sgangheratissimi carpiati nelle palline di gommapiuma.
Ed è allora che lui si avvicina con gli occhi giganteschi e liquidi alla vetrata che divide la zona bambini dall'esterno. Per gioco, qualche giorno prima, gli abbiamo insegnato l'alfabeto muto e gli è piaciuto tantissimo, allora gli dico a gesti: torniamo tra mezz'ora, non piangere.
E lui da dentro ricaccia indietro le lacrime, e con le sue mani da pianista, velocissimo, ci dice: non ti preoccupare, non le faccio mettere la testa sotto le palline di gommapiuma.

Scusate, annego.
Io non lo so mica se ce la farò, senza psicofarmaci, a mandare i miei figli all'asilo.

12.3.10

Baciami ancora

Posted by SunOfYork |

pensa a quando sarai un benpensante pantofolaro del cazzo

Ve la ricordate questa frase? La pronuncia uno dei quattro protagonisti de L'ultimo bacio per convincere Pier Francesco Favino che sta per sposarsi a fare bungee jumping.
Bene. Sono passati 10 anni. Favino è diventato proprio un benpensante pantofolaro del cazzo, l'unica cosa su cui nel film precedente ci avevano beccato, e gli altri sono una galleria di macchiette quaratenni in grado di chiarirti una volta per tutte il significato dell'espressione "persona triste": il
separato indeciso (Accorsi), l'ex galetto che vuole recuperare un rapporto con suo figlio -ma per me, con quei capelli lì, non si merita nulla- (Pasotti), il freakkettone troppo cresciuto (Cocci), il depresso depresso (Santamaria), l'isterica -e vabè, questo le vien bene, concediamoglielo- (Impacciatore) e la povera crista che si ripiglia l'ex marito nonostante tutto (la bellissima Puccini).
Ora, io avevo già trovato particolarmente irritante che qualcuno avesse la presunzione di poter rappresentare un'intera generazione, quella dei trentenni, dipingendoli come incostanti problematici, incapaci di gestire la responsabilità del futuro e di apprezzare le fortune che hanno (e vabbè, ok, magari ce n'è qualcuno così, ma attorno a me vedo solo trentenni che arrancano sotto il peso di un lavoro sfibrante e malpagato e che sognano una stabilità familiare che non si possono permettere. E poi, ammesso pure che ci fosse rimasto un solo trentenne buono al mondo, ma perché di grazia, caro Muccino, lo devi convincere che tanto i suoi coetanei sono tutti inaffidabili e che è normale scoparsi la diciottenne e poi tornare dalla fidanzata perfetta che ti ripiglia? Ma per carità di dio, ma se ero io la Mezzogiorno, ma col cazzo che me lo ripigliavo il fedifrago, se lo poteva tenere stretto quel crocifisso, la Martina Stella, io mi tenevo la figlia e me ne stavo a casa mia col mio lavoro in attesa che arrivasse uno leggermente meno testa di cazzo).
E vabbè, comunque avevano trent'anni, erano giovani, glielo concediamo.
Ma ora ce ne hanno quaranta e sono più infognati di prima. Cioè, roba che se uno vuole illudersi che magari se tiene duro fino ai 35, poi supera un
limes da cui non si può tornare indietro e raggiunge, che ne so, la pace dei sensi, non può. perché c'è Muccino a dire no-no. Questi sono più immaturi di prima, sempre così tanto sopra le righe da risultare inverosimili, una fa la commessa ed abita a Roma in un appartamento stratosferico tutto arredato Kartell, non fanno che sbraitare, baciarsi, piangere, che ti verrebbe da dire a Muccino, oh cocco, ma guarda che la vita non è mica questa! La gente può essere meglio di così! E niente, questi si fanno del male a vicenda, si dicono cose orribili, poi si guardano negli occhi e si baciano. Ma non è un pochino semplicistico?
E parte la canzone di Jovanotti, che è da quando iniziò a fare il romantico lagnoso con Bella che mi fa rimpiangere i tempi cazzeggioni di Gimme five (all right), e che non posso far a meno di immaginare come un enorme gigione che se ne va in giro in bici e che viene visto da tutti come lo scemo del villaggio mentre lui si sente il filosofo zen di turno. E il caso vuole che la canzone incominci proprio con il verso "Un bellissimo spreco di tempo".
Proprio come vedersi questo film.

23.2.10

Wu - Febbraio 2010

Posted by SunOfYork |


Non so come, non so perché, ma mi trovate su anche Wu Magazine (da oggi online il pdf, da domani in cartaceo), e per l'esattezza qui, che sproloquio di capitalizzazione del senso di colpa maschile e faccio quello che mi viene meglio al mondo, rendermi appetibile quanto una rettoscopia agli occhi di qualsiasi maschio sulla faccia della terra.

Però giuro che non rompo per andare da Ikea la domenica!

Da qualche parte ho sentito che ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverlo. E io, cari miei, un problema bello grosso ce l'ho, e ho tutte le intenzioni di affrontarlo: trattasi dei miei pantaloni di flanella rosa a quadrettoni grigi.
Io per partito preso non ho mai usato i classici pigiami, e, credetemi, non perché dorma nuda con due gocce di Chanel n.5 dietro le orecchie, no, no, col cacchio, d'inverno dormo intabarrata in dei tutoni osceni raffiguranti cappuccetto rosso acquistati da mio padre con lo scopo preciso di rendermi inappetibile e antierotica persino per il più infoiato dei maschi, mentre d'estate sfoggio una mise ancora più deprimente composta da mutande e magliette lise di squadre di calcio sfigate (no, il Bari non è una squadra sfigata, inutile che lo scriviate nei commenti). Dunque, dicevo, non uso pigiami, e non perché l'essere seducente sia una mia istanza primaria, diciamo pure che me ne frego del tutto: se calcolate che fino a maggio dormo sepolta dal piumone da cui spunta solo un delicato piedino n.39 -per tutti gli uomini che hanno dormito, dormono e dormiranno con me: so che è un gesto carino e pieno d'affetto, ma non provate a ficcarmi il piede sotto il piumone perché lo uso come termostato in modo da regolare la temperatura corporea, e passi la prima volta che vi svegliate per andare in bagno, vedete la zampaccia che spunta, vi intenerite e me la coprite, passi la seconda, che ridacchiate, pensate che io sia una simpatica mattacchiona e me la coprite di nuovo, alla terza divento una bestia e vi ammazzo nel sonno. Se a questo aggiungete che porto dei calzettoni di lana fino al ginocchio che talvolta sono anche bucati, che tendo ad assumere nel letto la classica posizione "a quattro di bastoni" e che russo* -ebbene sì, càpita quando hai tonsillite cronicizzata, deviazione del setto, turbinati ingrossati e sospetti polipi nasali- capirete che non ho bisogno di sottovesti in chiffon nè per sentirmi donna (ne sono tristemente consapevole a prescindere) nè per sedurre un uomo (se ti vogliono, puoi metterti uno scafandro da palombaro, vai bene lo stesso).
Quindi qual è il mio problema con il pigiama? Il mio problema con il pigiama è più o meno quello che hanno i tossici con le droghe. Non lo posso usare troppo spesso perché mi proietta in una dimensione che amo sopra ogni cosa e da cui non vorrei mai uscire, cioè quella della sciattona malaticcia, e dal momento che le sciattone malatticce per definizione non sono produttive, mentre nella vita adulta ti è richiesto di produrre, so che se la mattina mi sveglio avendo il pigiama addosso le possibilità che io mi alzi dal letto e mi metta a lavorare sono pari a quelle che un uomo, dopo aver letto il capoverso precedente, mi inviti a uscire: nulle.
Cerco, quindi, di regolamentare l'uso del pigiama limitandolo ai pochi momenti della mia vita in cui non mi viene richiesto di produrre alcunché nè di rendermi presentabile per nessuno, vale a dire all'incirca una domenica al mese. E quindi in quell'occasione indosso i miei pantaloni di flanella e ciondolo per casa molle come un budino, sorseggio tisane rilassanti, faccio lunghissime colazioni con pane tostato e marmellata di more, provo tutti i tipi di cremine per le mani, mi faccio la ceretta ma solo a una gamba (con gli effetti devastanti che tutte potrete immaginare sulla sincronizzazione della ricrescita) perché poi mi annoio e mi appisolo sul divano con un plaid di pile, mi sveglio, mi faccio un caffè, leggo l'oroscopo di Breszny, maledico Brezsny, metto su Capossela, fisso le pareti. Poi, stanca non so neanche io di cosa, decido che ho bisogno di rilassarmi, quindi mi sdraio di nuovo sul divano e decido tutta contenta di vedere un film in streaming. Quale?
Oggi, domenica 21 Febbraio 2010, la scelta è sciaguratamente ricaduta su Baciami ancora di Muccino, e ancora mi girano per aver sprecato due ore dietro a una simile stronzata.

Ma se ne parlerà nel prossimo post. Ora vado a godermi l'ultima ora del mio privatissimo pigiama party.
[segue...]

*Mamma, papà, se mi leggete, state tranquilli. So che non volete che mi alieni nessun individuo di sesso maschile, ma fidatevi, qualche pazzo che sorvolerà su questo piccolo difettuccio prima o poi lo troviamo. Oppure potrei assordarlo con degli spilloni.

Mi pare difficile credere che tu non conosca la tua bellezza, ma se così è, lascia che sia io i tuoi occhi. Così cantava Lou Reed in "I'll be your mirror" in una delle dichiarazioni d'amore più belle che siano mai state scritte. "Sarò il tuo specchio" è una frase che dice dell'ostinatezza dell'amore, del proposito incrollabile di far capire all'altro la sua unicità e bellezza. Ed è una frase che oggi sento di dedicare a una persona in particolare:
l'otorino del reparto di Otorinolaringoiatria dell'Ospedale "Di Venere" di Bari - Carbonara che mi ha diagnosticato deviazione del setto nasale, ipertrofia dei turbinati e tonsillite cronica.
Allora ragazze mie, questo post è per descrivervi quest'uomo: altezza 1.90m, età tra i 32 e i 38, slanciato con muscoli guizzanti sotto il camicie verde, capelli ricci neri, occhio verde bottiglia con pagliuzze dorate, denti come perle (sono l'unica a guardare i denti?), labbra perfettamente disegnate (ha sorriso in due occasioni:
1. quando ho chiesto se dovevo spogliarmi completamente perché potesse osservare meglio i miei turbinati, 2. quando ho iniziato a fare "aaah" ancora prima che mi guardasse le tonsille quindi ha anche un gran senso dell'umorismo), mani gigantesche e calde che mi hanno palpato per due ore il collo, barbetta incolta e tratti vagamente mediorientali.
Come se non bastasse, l'ambulatorio è minuscolo e praticamente mi ci sono seduta in braccio perché mi visitasse, e mi ha chiesto un secondo appuntamento (tra due mesi con tutte le analisi da lui richieste, ma non vogliamo mica andare per il sottile, un appuntamento è un appuntamento, oh!)

Secondo voi il fatto che quando mi ha accompagnato alla porta mia madre e mio padre fossero appicicati con le orecchie al muro, lo scrutassero cercando di indovinare i possibili tratti somatici dei nostri bambini e avessero l'aria di chi stava lì lì per abbracciarlo e chiamarlo "figliolo", fa troppo zitella imbalsamata o posso iniziare a ricamare i fazzoletti di fiandra con su le iniziali mie e del bel dottore?

h. 1.40 Giornata pesante per tutti in via Broccaindosso.

D.: abbiamo del vino? Il mio ex sta per avere una figlia. Devo dimenticarmi del futuro.
E.: no, ma ammazziamoci di superalcolici. Il mio ex mi cerca ed è convinto che io lo ami ancora. Devo dimenticarmi del passato.
Sun.: passatemi una bottiglia di amaro. Devo dimenticarmi del presente.

Tempo mezz'ora, le riserve d'alcol sono esaurite.

Sun: ho la tachicardia, le labbra addormentate, i polpastrelli insensibili, dolore al petto, sudo freddo e voglio scappare e morirò di certo.
E.: ma no, sei presa male. Tranquilla.
D.: sei imbottita di valeriana, alcol e chissà che altro . Vatti a sdraiare che sembri Marilyn. Ho già fatto la stessa cosa decuplicando le quantità. Non morirai.
Sun (dal letto, già in posizione supina con le mani giunte sul petto): magari ho un colpo di fortuna, chi lo sa.
D. (al capezzale di Sun): Ho detto che non morirai.
E. (premurosa sull'uscio della camera): Ad ogni modo se muori, io ti piastro i capelli e ti trucco. Ti faccio figa.
Sun.: grazie tesoro. Se muoio, nell'armadio ho il tubino Balenciaga e le decolettè nere di vernice. Se riesci, recuperami un girocollo di perle. E niente occhiali, grazie.
D.: eh no! io stavo aspettando che schiattassi per rubarmi il tubino Balenciaga, così non vale!
Sun (alzandosi di scatto dal letto e spingendo D. fuori dalla stanza): col cazzo. Sto benissimo ora. Potete andare, care.

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