Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982


Ma sono l'unica che ogni santa volta che riempie i campi email e password per effettuare un qualche login, e poi spunta la casella Ricordati di me, in testa canta Ricordati di me (questa sera che non hai da fare) e poi si mette a ridere da sola?

Sono solo le 9.54 e mi è capitato già un paio di volte sul sito del dizionario Garzanti.

Ovviamente l'increscioso episodio è seguito sempre dalla stessa doppietta: brivido lungo la schiena per l'untuosa viscidezza di Venditti e la constatazione di quanto sia diventata nerd.
Insomma, ci son voluti ventotto anni, ma ce l'ho fatta.
Festeggerò con una partita a Bubble.

20.9.10

Wu Magazine - Settembre 2010

Posted by SunOfYork |

Il primo appuntamento non si scorda mai.
Nel bene e nel male.
Se ne parla qui, sull'uscita settembrina di Wu Magazine.

(ah ah ah, mi derido da sola, ma giuro che quando ho scritto che avrei chiuso questo blog, ci credevo sul serio. Almeno per i primi 15 minuti. Poi il tempo passa, il tempo passa, il tempo passa, e pure velocemente e questa ve la devo proprio raccontare)

Bene, visto che a sminuire tutto son brava, diciamo che sto passando un periodo un po' difficile. Tra picchi di euforia e baratri emozionali, ho deciso di fare le cose che normalmente mi fanno star bene: prendermi cura di me stessa (farmi una doccia, ché non si è mica fighette qui) e sistemare la casa, ché quando il disordine interiore regna sovrano, quella di dare una parvenza d'ordine a ciò che mi circonda diventa un imperativo assoluto.
Ecco come sono andate le cose nel solo pomeriggio di ieri e nei 2 mq del microscopico bagno di casa mia.
Prima però un piccolo prologo - chi mi conosce, sa che qualche problemino coi bagni ce l'ho, a partire da quando -a causa di una fatale ingenuità del legittimo proprietario di casa, che in un impeto ecologista decise di raccogliere gli oli esausti derivanti da una frittura di panzerotti in un flacone di detersivo per i pavimenti, e ovviamente, di riporre tale flacone tra gli altri detersivi- decisi di aiutare il poveretto, immerso nell'affanoso compito delle pulizie, lavandogli alla perfezione il pavimento del bagno con quella miscela untuosa (cosa che probabilmente verrà rimproverata alla sottoscritta per i secoli a venire) e pensando anche "ah però, che strano odore ha questo nuovo detersivo". Quanto al mio bagno, chi legge questo blog forse ricorda che abito in un palazzo nel centro storico e sa anche che casa mia, per quanto deliziosa e naif, è messa male per tutto quello che riguarda l'impianto idraulico, cosa che si ripercuote in tutta la sua nefasta problematicità soprattutto nel bagno. Un bagno minuscolo in cui, fino a qualche tempo fa, (poi ho risolto brillantemente col domopak) dovevi scappare alla velocità della luce se tiravi l'acqua dello sciacquone, perché dalla cassetta in alto pioveva a catinelle, in cui sono successi episodi degni del miglior genere splatter, in cui si rompe ogni giorno qualcosa, in cui lo specchio è piazzato così in basso che se voglio truccarmi devo mettermi in ginocchio ecc.
Comunque. Ora funzionava (più o meno) tutto. Son lì che spignatto come una dannata in attesa che si palesi per cena l'amico Fascinoso Scrittore, per poi andare a sentire Dalla e De Gregori in serata, ed ecco che parte la serie di sfighe.
Faccio per scolare il riso (l'insalata di riso preparavo, manco un piatto da grande chef) ma mi dimentico dell'utilità delle presine nel sollevare le pentole. Afferro quindi i manici a mani nude, ustionandomele entrambe di brutto ma fortunatamente senza rovesciarmi tutto addosso, il riso però si riversa interamente nel lavandino. Sempre a mani nude e ormai ridotte a plastilina, tolgo il riso a manate per non intasare lo scarico e lo getto nel bidone dell'umido, dopodiché, incazzata nera per la stupidaggine commessa, prendo a calci il suddetto bidone, che -guarda un po'- si ribalta in cucina. Siamo già al delirio. Raccolgo alla meglio e mi impongo di calmarmi.
Prendo i miei fighissimi shampoo, balsamo e maschera per capelli di Provost (scusate, faccio pubblicità, ma mi hanno cambiato la vita, e solo una donna sa che soddisfazione sia trovare i prodotti per capelli che fanno proprio al caso tuo), mi strappo i vestiti e, nuda, mi dirigo come una furia verso il bagno. Nel farlo, passo davanti alle finestre del soggiorno, con somma gioia del mio vecchio dirimpettaio, ma vabè.
Arrivo in doccia, apro l'acqua, tiepidina, perfetta. Mi ci fiondo. Tempo tre secondi la fottutissima acqua per qualche fottutissimo motivo è gelida e non accenna a scaldarsi. Grondante, e dando voce alle peggiori bestemmie baresi che mi vengono in mente, vado a controllare la caldaia (in cucina). Mi accorgo di aver spostato la leva con una manata, nella rabbia. La risollevo e sto già crepando di freddo. Corro di nuovo in doccia. L'acqua finalmente è perfetta, passano 5, 10 minuti, metto balsamo, maschera, mi insapono trecento volte, faccio uno scrub. Poi noto un particolare inquietante. Ho i piedi immersi nell'acqua, che sta strabordando. Lo scarico è andato e il bagno è completamente allagato. Esco dalla doccia per rimediare, scivolo ma riesco a non cadere reggendomi al cerchio del water. Risultato: divelto anche quello, oltre al mio equilibrio psichico. Vi giuro, forse qualcuno molto crudele riderebbe all'immagine di me, ancora insaponata, che ramazzo il bagno con guanti e stivali da pioggia, io semplicemente sono scoppiata a piangere. Poi mi son fatta forza, ho asciugato il pavimento ripetendomi il mantra "peggio di così, che cosa può succedere". Forte di questa convinzione (e del pavimento lucidato a specchio), decido di capire il motivo di tale ingorgo.
Una piccola precisazione: ci sono solo due cose al mondo che mi fanno veramente schifo - la pasta cotta, quando rimane a lungo nel lavello e diventa bianchiccia e molle, e i capelli negli scarichi. Ovviamente, nel caso della doccia, era improbabile che l'otturazione fosse dovuta a dei fusilli (almeno spero), quindi giro la testa dall'altra parte e con in mano praticamente un intero rotolo di cartigienica, faccio per rimuovere i capelli. Poi, fatalmente, mi volto a guardare se li ho tolti tutti Insomma, la faccio breve, vomito, e non centro nemmeno il water, vomito sul pavimento appena tirato a lucido. A quel punto, in quella situazione lì, non puoi far altro che ridere.
E infatti rido, rido, rido fino allo sfinimento.
Poi mi alzo, rilavo tutto, e decido di riaprire questo blog, ché se son sopravvissuta a un pomeriggio così, sopravvivo a tutto. E niente, c'è chi si risolleva grazie a tramonti mozzafiato, a canzoni dal testo profondo, ad improvvise accensioni poetiche che riempiono tutto di senso.
Io ho avuto un'epifania nel cesso di casa mia.
(che fa pure rima)

P.S. Grazie, a tutti. Inutile aggiungere altro.

7.9.10

three wishes

Posted by SunOfYork |

accanto Loretta Lux - Three wishes.

Non scriverò per un po', forse mai più. Non chiudo il blog perché mi mancano le forze per far scelte e perseguirle con costanza. Perché mi ritrovo a iniziare settembre e a non credere più che qualcosa possa durare per merito mio, foss'anche la maledetta chiusura di un blog. Perché scriverei solo delle robe tristissime e mi ero abituata a strappare almeno un sorriso a post.
Non è tempo per sorridere questo.
Vi saluto con le mie three wishes e spero le vostre abbiano un respiro più ampio.

1.che il tempo passi
2.che il tempo passi
3.che il tempo passi

E magari anche un po' di senso a piovere su tutto.

E così pare che almeno per me l'estate sia finita. La giornata ventosa fuori lo testimonia, l'amico K. in procinto di venirmi a raccattare da casa in un tentativo di car sharing che ci porterà a roma, firenze e solo alla fine di nuovo a bologna al seguito di concerti che sognavamo da anni, e la quantità tendente all'infinito di valigie di vestiti e provviste di cibi pugliesi, pure.
Ma ciò che più lo testimonia è l'immutabile e sempre provante trepidazione dei miei genitori, lui tutto preso a far battutine sulla figlia che parte ma che nonostante siano ormai diversi anni che vive a 600 km di distanza da mamma e papà, senza di loro non è in grado nemmeno di sostituire una lampadina, lei che cela la tristezza del distacco diventando iperefficiente e riempendo ogni spazio vuoto nelle valigie con pacchetti di kleenex e merendine, in un moto di horror vacui e precisione degno della signorina rottermeier.
Che, si sa, già le partenze di per sè mettono ansia, gestirle poi all'interno di un delirio parossistico di ansie e nevrosi familiari, ti fa perdere tutta la calma zen acquistata in un mese di ferie.
Sempre uguali le raccomandazioni, rituali le domande (hai soldi? hai preso le chiavi? mi chiami quando arrivi?), sempre identica la mia reazione di stizza da vera nevrotica quasi trentenne, perenne la sensazione di partire per una colonia estiva per la romagna degli anni '40 con tanto di maglietta a righe marinare e brachini corti, innegabilmente straziante il sorriso barbuto di un padre che ti accompagna in giardino e ti saluta con la mano. Altrettanto innegabilmente confortante sapere che certe abitudini saranno sempre identiche a se stesse.
Mi restano di quest'estate molte passeggiate sul bagnasciuga, risate, baci, capelli biondi per il tanto mare, una serenità che viene dal profondo e l'immagine di chi, come un padre, spezza la punta dell'anguria e me la dona con un gesto di una dolcezza tale da obbligarmi a ricacciare indietro le lacrime.

La vita o è davvero ironica o davvero crudele.
Io di solito propendo per la prima opzione, per il gusto scenico di una scrollata di spalle seguita a ruota da un sorriso, per quanto amaro. Per la risata da avanspettacolo figlia dell'osservazione dell'assurdo e dell'incomprensibile.
Poi ci sono i giorni che fai fatica a prenderla con ironia.
Tipo quando è ferragosto, piove e non ti vien facile sorridere, e i cespugli di mirto, le dune, il cappello di paglia, il sole a picco, gli arcade fire a far da colonna sonora ai chilometri macinati tra saline e uliveti in compagnia di persone speciali, l'acqua cobalto e certi sguardi cristallini dei giorni precedenti non bastano a non farti sentire piccola e nera.
E così si conclude il messaggio positivo di ferragosto 2010.

Una volta ero a casa di un tipo che all'epoca mi piaceva abbastanza: mi ero fatta la doccia, la ceretta, la manicure, sistemata i capelli, messa un vestito fintamente semplice che in realtà mi era costato un capitale, scolata una boccetta intera di rescue remedy, ed ero giunta sorridente e un po' narcotizzata a casa sua. Lui aveva fatto il suo: aveva apparecchiato (+1 punto), cucinato da dio (+10 punti) e stappato una bottiglia di vino (+100 punti) -a suo dire- pregiatissimo -a mio dire- assolutamente inferiore a qualsiasi vino rosso meridionale. Figo era figo oltre misura (+1000 punti) e per giunta dotato di eloquio piacevole. Alla fine della cena, mi chiese se avessi voglia di vedere un film, e là già, cari miei, la sottoscritta prese a fare 2+2 (film, buio, vicinanza sul divano) e a gongolare, immaginate la scena quando mi propose di vedere un film horror: una roba che gli occhi iniziarono a rotearmi tipo slot machine per poi fermarsi quando entrambi erano due cuoricini rosso fuoco. Nella mia testa, quella tra film horror (il film, per l'appunto era "Non aprite quella porta"), una giovane fanciulla in fiore terrorizzata, che sul divano sussurra con un filo di voce dammi la mano ti prego ho paura, l'istinto di protezione del maschio italiano, la discreta quantità di alcol, e una copula infuocata e di lunga durata, era un'equazione certa.
Quello, invece, voleva proprio vedersi il film, era regredito all'età infantile e mi terrorizzava facendo "bu" negli attimi di silenzio, strizzandomi il braccio nei momenti clou e non faceva che accrescere il mio terrore con frasi ipnotiche tipo "non immagini ora che succede", "mamma mia guarda che bello, quanto sangue", faceva tutto, insomma, fuorché tentare un approccio. Ma insomma, il punto è un altro: lui non ci provava, e io mi misi a pensare al mio atteggiamento di fronte alle mie paure partendo dall'assunto che i ragazzi del film, tutto sommato si meritano ciò che capita loro. Perché, dico io, se uno vi dice "non aprite quella porta", ma perché diavolo dovete aprirla per forza? Ma che siamo matti? Se vi si dà un consiglio, magari un motivo c'è, forse non immaginate quali orrori si nascondano lì dietro, però capite che qualcosa di strano ci dev'essere, sennò cosa pensate che sia, una battuta "Non aprite quella porta"? Che dietro ci sia un clown col fiore che spruzza l'acqua? No, perché se lo pensate, allora siete dei deficienti e chi se ne frega se vi appendono a un gancio. Se invece lo fate per sprezzo del pericolo, allora siete deficienti uguale e vale quanto detto prima.
Io, ad esempio, sono una persona estremamente paurosa e pessimista. Non trovo gli orecchini di perla? Li ha rubati un ladro che proprio nel momento in cui li cerco nel portagioie è alle mie spalle pronto ad accopparmi con un cric. Mi gira la testa? E' un ictus ed è questione di istanti prima che tutto diventi nero. Vengono ad avvertirci che c'è una lieve fuga di gas nel palazzo e che dobbiamo scendere in strada? La salvezza è impossibile: nel vicolo si aprirà una faglia di sant'andreas, le fragili fondamenta seicentesche di casa si accartocceranno su se stesse e inghiottiranno tutti noi illusi che pensavamo di rifugiarci in strada. Sto dormendo e sento degli scricchiolii? Sicuramente è un serial killer che calpesta il parquet del soggiorno e tra qualche attimo varcherà con un coltellaccio da macellaio la soglia della mia stanza.
A tutto ciò come reagisco? Non reagisco. Non faccio assolutamente niente. Cioè, la teoria è più o meno questa: c'è una fuga di gas? se non c'è possibilità di salvezza (nella mia testa la salvezza è una possibilità inesistente), preferisco farmi brillare con la mia casa, che non abbandonerei per nulla al mondo come il capitano di una nave. Sei un ladro, vuoi i miei orecchini di perle o il mio portatile? E chi sono io per intralciarti? Mi allontano dal portagioie senza guardarmi indietro e mi chiudo in camera così puoi far per bene razzia, non ti guardo nemmeno in faccia così i carabinieri non mi possono chiedere di fare un identikit e tu sei tranquillo, e magari mi risparmi anche la parte della colluttazione in cui va a finire che mi ammazzi.
Sei un serial killer, sei venuto qui per spedirmi dritta al creatore? Va bene, fa' come vuoi, però non rompermi le palle, io dal letto non mi alzo, figuriamoci se apro la porta giusto per fare la gag della fanciulla che vede in faccia la morte e lancia un urlo stridulo che squarcia la notte. E poi faccio un piacere anche a te, caro il mio serial killer, ché magari se mi vedi in piedi di notte col mascara colato fino al mento e i capelli dritti in testa, ti spaventi pure e poi la notte dopo dormi male, quindi meglio se non faccio niente.
Per qualcuno è pura e semplice pigrizia, per me è astuzia.
E infatti, tutti i serial killer e i ladri d'appartamento che negli anni sono entrati in casa mia, (la teoria che il legno scricchioli da solo di notte non mi ha mai convinta) non mi hanno mai nemmeno sfiorata, un po' perché non mi hanno vista, mimetizzata com'ero sotto il piumone, un po' perché hanno evidentemente riconosciuto e apprezzato la mia cortesia nel non aprire quella porta per non intralciare il loro lavoro.

Poi, finito il flusso di pensieri, era finito anche il film. E allora l'ho tentato io l'approccio, ché non si è mica pigre da queste parti.
Per fortuna lui non era particolarmente pauroso.

Bob Brezsny, brutto stronzo di un astrologo crudele che hai fatto penare noi del Cancro per un intero semestre con oroscopi che oscillavano in maniera shopenaueriana tra il dolore e la noia, oggi ti dico: che Dio ti benedica! Stamattina, in una pausa tra la traduzione di un testo privo di alcuno spessore culturale (come dice sempre mio padre, è rincuorante sapere che, pur nella assoluta diversità, tutti i libri che traduco siano accomunati da qualcosa, da un labile eppur onnipresente fil rouge, dato per l'appunto dalla totale assenza di spessore culturale) e la ricerca compulsiva di immagini che ritraessero Louis Garrel nudo, ho letto religiosamente l'0roscopo di Internazionale di questa settimana, sia quello del mio segno, sia quello dei segni delle persone da cui dipende la piega che prenderà questa mia esistenza (efferatissima serial killer o serena quasi-trentenne dalle fulgide aspirazioni), e finalmente pare che tutto ritorni all'uno.
Chi c'ha messo un po' a capire delle cose, le capirà, chi aveva fretta che qualcuno capisse delle cose, imparerà a godersi il tragitto senza guardare sempre la fottuta meta, quelli del segno dell'amico K., di mio padre e del mio adorato commercialista Rollone, inizieranno a godersi la vita, la Debs, il fascinoso scrittore e la mia amata sorella minore smetteranno finalmente di fare i timidi e metteranno in risalto le loro qualità, i miei occhi di cancerina testimonieranno un'esplosione di grazia, probabilmente quella di chi sboccerà davanti ai miei occhi e mi lascerà a bocca aperta.
E qui, a proposito di cose che sbocciano davanti ai miei occhi, è partita tutta un serie di collegamenti razionali solo nel mondo di piccole follie quotidiane della sottoscritta, ma che mi hanno portata a concludere che Brezsny deve avere ragione perché tutt'a un tratto apro Youtube e tra i video consigliati c'è Un'altra vita di Paolo Conte, da cui la citazione del titolo di questo post, il poeta della nostra casa editrice è saltato fuori con una splendida poesia che parla di una piantina, e soprattutto, contravvenenedo alla legge non scritta che mi vuole la Charles Manson delle piantine, il basilico che avevo seminato poche settimane fa, sta venendo su bene, e, visto il mio pollice nero, non può che trattarsi di un'epifania, di un simbolico correlativo oggettivo di qualcosa che mi deve far sperare per il futuro, di un segno, proprio il segno che cercavo e non trovavo e poi ho smesso di cercare ed eccolo lì.
Pertanto io lo riempio ogni giorno di cure e piccole attenzioni come fosse un'edicola sacra di Barivecchia, e lui mi ricambia sprigionando dal davanzale un profumo di cose genuine miste a felicità, infatti, come vedete, la coccinella sorride mentre di solito si vuole suicidare.
E insomma, mentre si scopre che è bello credere in qualcosa, è l'otto luglio e tutto va bene.

Nessuno si azzardi a dire niente sul fatto che ho sul tavolo su cui lavoro, accanto alle pagine da tradurre, tre bottiglie di vino e una tazza da latte, o me ne fotto di Brezsny e gli lacero la giugulare a morsi.

Ci sono donne, come quella sulla copertina di Wu Magazine, che magari problemi a prendersi un uomo non li hanno mai avuti nè li avranno mai.
Poi ci sono quelle che, invece, devono sudare sette camicie e sbatterci cento volte la testa da brave kamikaze per raggiungere lo stesso obiettivo della strafiga in foto (che poi, perché mai le modelle hanno sempre quell'aria corrucciata?).
Chi se ne frega. È nella resistenza strenua, nell'eroismo della lotta, che si rintraccia la gioia del vessillo. Poi se nel frattempo ti ritrovi con un paio di esaurimenti nervosi in attivo, pazienza.
Se ne parla qui, su Wu Magazine di Luglio, e prima o poi state certi che metteranno anche la sottoscritta in copertina
(quando il giornale da un formato A4 sarà passato a un B0)

Non farò resoconti, ché questo non è stato un anno leggero neanche un po', e qualche rughetta attorno agli occhi me l'ha regalata, e poi per natura non mi piace guardarmi indietro.
Non farò nemmeno progetti, ché se qualcosa quest'anno mi ha insegnato, è a non essere presbite (e comunque per quelle orride montature da anzianotta c'è sempre tempo).
Dirò dell'oggi, invece, ché sono finalmente serena come non capitava da troppo, e vado in giro fischiettando In the neighborhood, e sorrido alle telefonate, ai messaggi su facebook, agli sms, ai baci e abbracci, e mi dico che da dov'ero un mesetto fa, si può solo risalire, in un modo o nell'altro. E quindi sorrido ancora, com'è giusto che sia.

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