Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

9.4.11

A woman in full

Posted by SunOfYork |

Siccome anche quest'anno è arrivata la primavera col suo carico da novanta di scoramento, siccome aprile è il mese più crudele, siccome sto lavorando come una disgraziata, siccome anche questo mese ho  una sindome premestruale con un potenziale distruttivo superiore a Fukushima e soprattutto siccome la combinazione di tutti questi bei siccome mi avrebbe senza dubbio portato a commettere un qualcosa di penale nel giro di 24 ore, ho deciso che questa volta gestirò tutto in maniera diversa, motivata dal meraviglioso oroscopo che Brezsny ha inventato a tavolino per il Cancro questa settimana.
Allora ieri sera, dopo una bella dose di sollazzo con degli amici, mi sono chiusa in camera e ho fatto tutte quelle cose per cui normalmente non si ha il tempo: ho staccato il cellulare, messo i piedi a bagno, sacramentato perché prima  di metterli a bagno non avevo preso un asciugamani, ho sgocciolato (sempre sacramentando) sul parquet per prendere un asciugamani, li ho rimessi a bagno, nel frattempo mi sono spalmata sul corpo due dita di crema alle mandorle che se uno m'abbracciava facevo effetto anguilla, ho messo due cetrioli sugli occhi, li ho tolti ché non fa bene all'autostima sentirsi dementi, poi mi son data l'idratante sul viso e sorseggiando la camomilla previamente preparata e messa a portata di mano, ho tirato fuori i piedi, spalmati anche loro di ogni sorta di unguenti, poi mi son data l'olio di argan sulle punte dei capelli e li ho raccolti in una treccia, e così, unta come la mummia di Tutankhamon, mi son messa a letto  a quattro di mazze inzaccherando le lenzuola pulite.
Ho dormito 9 ore di fila di un sonno profondo e senza sogni agitati, convinta che mi sarei svegliata e sarei stata come minimo Charlize Theron (cioè, con tutto 'sto sbattimento, non volete che mi risvegliassi manco come Charlize Theron?), mi son svegliata, ho realizzato che non sono Charlize Theron ma che c'è una buona base di partenza per diventare Moira Orfei, e mi sono concessa una lunga colazione nel dehors del bar sotto casa con A man in full - no, non è un nomignolo lusinghiero che dò al mio uomo, sono davvero andata a far colazione portandomi dietro il libro di Thom Wolfe. Vi giuro che ero così rilassata che quando il cameriere è venuto al tavolo sui cui ero mollemente adagiata con un braccio penzoloni mentre con l'altra mano mi arrotolavo una ciocca di capelli (unti ancora di olio d'argan), ho biascicato l'ordinazione in un linguaggio che ricordava quello dell'eretico del Nome della rosa, lui mi ha guardato stranito, mi ha portato un caffè, e poi mi ha riposto  benevolo la domanda scandendola leggermente ("ora, cara, dimmi, di grazia, co-sa pren-di per co-la-zio-ne?)". E insomma, mentre leggevo e facevo colazione, anziché la solita musica tamarra del bar è partita Just like a woman di Dylan, e la temperatura del cappuccino di soia era perfetta, e il caldo si faceva sentire ma non ancora in modo soffocante, e poi è arrivato il conto, era salatissimo, e io non mi sono minimamente scomposta.
Ora vado a fare shopping, e poi se mi dice bene vedo A man in full, quello in carne ed ossa.

4.4.11

una cosa

Posted by SunOfYork |

Io una cosa, con l'inutile senno di poi, me la devo proprio dire. Una nota a margine, una glossa, un appunto mentale, per evitare di commettere un'altra volta un errore di prospettiva così grossolano come quello del 2010-2011.

L'ultimo anno l'ho trascorso, per la maggior parte, a fare la Mme Bovary del terzo millennio. Ad autoinfliggermi tribolazioni sentimentali, a rimuginare troppo sull'amore, a mettere tutto in discussione anche quando era meglio lasciar perdere.
Nel frattempo non mi sono accorta, o non mi son voluta accorgere, del fatto che stavo perdendo qualcuno che oggi, a 20 giorni dalla sua scomparsa, mi manca in maniera indicibile.
E allora devo proprio dirmelo,  anche se suona scontato: i problemi veri sono altri. Il senso del tragico dovevo sfoderarlo per ben altri motivi. La regina del dramma potevo sì farla, ma per qualcosa per cui ne valesse davvero la pena.
Insomma, è stato un bell'errore di valutazione da parte mia, e spero davvero di non farlo mai più.
(per la serie i buoni propositi che non manterrò)

Il guaio è che io sono una persona profondamente empirica: non esiste verità scientifico-filosofica trasmessami nel tempo che io non abbia passato al vaglio critico con l'ostinazione di un mulo. Ho motivo di credere di non aver superato, in quasi trent'anni, la fase dei perché: se tutti si comportassero come me, le conoscenze umane si sarebbero fermate alla preistoria, perché ogni individuo avrebbe dovuto provare sulla sua pelle la verità delle acquisizioni fatte dai suoi predecessori.
Come qualcuno forse ricorderà, a novembre avevo causato un'esplosione nel forno per il solo gusto di smentire mio nonno che anni prima mi aveva ingiunto di incidere le castagne prima di cucinarle senza spiegarmi il perché.
Ieri, con mia sorella, entrambe in visita in Puglia, eravamo di ritorno da un giro di shopping selvaggio. Era tardi, avevamo poca benzina, e volevamo far un favore a nostra madre non lasciandole la macchina a secco come nostro solito. Il problema è che non avevamo alcuna intenzione di fare benzina al self service -eravamo troppo stanche per lo shopping per schiodare il culo dai sedili e poi non sappiamo farlo- quindi abbiamo trovato una Shell con un tizio abusivo e abbiamo lasciato  che ci facesse 10 euro (tirchie) di diesel, pur avendo il dubbio che la macchina di nostra madre non andasse a diesel ma a senza piombo.
Il risultato è che la macchina non è più partita: per un arco di tempo sufficientemente lungo da far quasi albeggiare, io e mia sorella ci siam guardate con la faccia di chi non ha la più pallida idea di cosa fosse successo, poi, con un fulmineo scambio di battute in cui abbiamo dato sfoggio di tutta la nostra abilità sillogistica ("non è la stessa cosa come pensavano noi?", "ma va! anche il diesel è senza piombo sennò si chiamerebbe con piombo!", "ma sì dai, che vuoi che sia: gasolio, benzina, gas, elio, è tutto uguale", "minchia salteremo per aria?", "sì gasolio più benzina notoriamente creano la nitroglicerina"), ci siamo rese conto del perché i benzinai facciano sempre quella domanda sul tipo di carburante 
Dopo questa fondamentale acquisizione che ci ha elevate al livello di novelle Ford, quasi compiaciute per l'applicazione a una simile banalità del modello empirico galileano, abbiamo dovuto subire la duplice umiliazione di una telefonata a nostra madre che ci ha ricordato, insieme a tutti i santi e le madonne del calendario, quanto siamo inette, e dello sguardo di pena riservatoci da nostro padre arrivato a soccorrerci col suo meccanico di fiducia abbondantemente dopo ora di cena. 
Ci siamo consolate, sulla via di casa, ricordandoci che il problema è che siamo due intellettuali, e che è il destino di tutti i geni quello di essere incompresi.

Io, una volta, volevo mollare un tipo. Mi ero preparata tutto un discorso molto ragionevole e molto delicato, in cui spiegavo le (validissime) ragioni per cui non potevamo più stare insieme (era uno stronzo).
Prendo coraggio, lo chiamo. Non risponde.
Mando un sms: "appena puoi chiamami, ti devo dire una cosa".
Lui impanicatissimo mi chiama: "ehi dimmi che c'è, mi hai fatto preoccupare!"
L'inetta che è in me: "ah no niente, volevo dirti che ti amo".
...
Non gliel'avevo mai detto. Quando si dice il tempismo.
Non vi sto a raccontare la voglia di prendere a capate il muro, e i pensieri che ho fatto in quel momento, ma era un monologo a metà strada tra l'avanspettacolo e i cori da tragedia euripidea, una roba del tipo noo cazzo nooo ora mi dovrò sorbire questo tipo ancora per un bel po' altrimenti come posso giustificare il fatto di avergli detto questa cosa, ordinerà un tso (meritatissimo), forse è meglio sopportarlo per tutta la vita, sposarlo, stargli accanto, dargli dei figli che saranno stronzi come lui piuttosto che fare una figura così magra, sì sì è una punizione degna per essere una bugiarda incapace di dire le cose come le pensa! oh no però preferisco comunque un elettroshock a una vita con questo tipo, si fottano le spiegazioni...
E infatti una settimana dopo è finita davvero, non c'è stato alcuno elettroshock ma da allora ho smesso di dire quelle due parole.
Se lo dico, lo dico in altri modi. Tipo, con la santa pazienza e con  i piccoli gesti.
Se ne parla qui, sull'uscita marzolina di Wu Magazine. E voi ce le avete quelle due sillabe nel vostro dizionario amoroso?

Ma in questi giorni di freddo artico e pensieri continui e impegni inderogabili e lavoro senza soluzione di continuità e nemmeno uno straccio di ponte manco a pagarlo e di odio verso il calendario che ti fa cascare pasqua il 24 aprile, pasquetta di 25 e il 1° maggio di domenica, ma ditemi, voi a quale orizzonte guardate?
Io penso che tra cinque mesi vado al mare.
Quindi la mattina mi sveglio, tac, prima botta d'ansia perché mi sento sopraffatta dalle cose da fare, e io penso che tra cinque mesi vado al mare. Accendo il pc e, tac, seconda botta d'ansia perché mi trovo mail di committenti disperati perché sono in ritardo? Chi se ne frega, tra cinque mesi vado al mare. Mi arrivano fatture da pagare e, tac, terza botta d'ansia? Scrollata di spalle, tra cinque mesi vado al mare. Il lavoro che faccio mi annoia da morire e, tac, mi viene l'ansia perché sento di sprecare la vita? Non importa. Tra cinque mesi vado al mare. Quando sono al mare va tutto bene.
Se qualcuno si azzarda a farmi notare che mancano ancora cinque mesi prima  che possa andare al mare, io giuro non so come potrei reagire ma secondo me non la prendo mica tanto bene.

Come qualcuno di voi già sa, ormai è un anno che ho aperto insieme a mia sorella una casa editrice. Avere una casa editrice oggi in Italia significa avere qualche rotella fuori posto: i libri ok, sì, li vendiamo, ma il distributore ci paga a 180 giorni (ammesso che ci paghi), la tipografia l'abbiamo ma esige d'essere pagata ancor prima che i libri raggiungano il magazzino, presentazioni ne facciamo, ma i soldi per mandare in tour promozionale i nostri autori scarseggiano quindi dobbiamo accontentarci di qualche data e le fiere le facciamo ma stando molto molto attente alle spese. Insomma, avere una casa editrice, più che con questioni letterarie o profondamente intellettuali, ha (almeno per me) a che fare con la gestione al centesimo di soldi (pochi) e delle spedizioni (tante, per fortuna).
Venerdì scorso, in occasione della visita bolognese della mia socia-sorella per la fiera di Modena nel weekend, abbiamo agganciato  agli altri tremila impegni (tutti implicanti enormi spese e sbattimenti) un appuntamento con aspirante autore reo di averci mandato un manoscritto in lettura che c'era garbato parecchio. 
(e ora viene la parte che i bolognesi dovrebbero leggere attentamente).
L'incontro era fissato ad ora aperitivo in uno dei posti a mio parere più belli di Bologna: Colazione da Bianca.
Per chi non lo conoscesse, Colazione da Bianca si trova in via Santo Stefano 1 ed è un incrocio tra  un bistrot parigino, una sala da tè inglese e quant'altro di figo vi possa venire in mente: colori caldi, posate d'argento, tavolini di ferro battuto, porcellane splendide. Insomma, il posto giusto in cui fingere di essere due editrici serie e un po' radical chic.
C'ero già andata a prendere un tè con Paperoga, che però non aveva nemmeno notato quanto fosse figo il posto e s'era gettato di faccia nella sua fetta di torta, ma non l'avevo mai sperimentato per l'aperitivo e come me, nessuno dei miei amici bolognesi, che infatti si chiedevano all'unisono chissà come sarà l'aperitivo da Colazione da Bianca? Ed ecco che interviene la qui presente allocca a rispondere al vostro quesito. Riconosciuto l'autore fuori dal locale (un fico da paura che, essendo mia sorella single, subito immagino in vesti di cognato prima che di autore di punta), entriamo, ci accomodiamo e ordiniamo due cocktail e una birra piccola (birra da Colazione da Bianca, ecco un altro maschio che non capisce il mood del locale). I cocktail sono annacquati ma almeno servono a me e mia sorella a scioglierci dalla contemplazione del bel faccino dello scrittore e a dirgli qualcosa di sensato sul suo manoscritto (cioè, mia sorella gli dice qualcosa di sensato, io lascio che sia lei a condurre la conversazione così poi lui vede quanto è in gamba e se la sposa). Nel frattempo mi avvicino al buffet: argenteria finissima, cristalli ovunque, ciotole degne dei reali inglesi, e le solite quattro tartine in croce però con un aspetto più vezzoso. Torno al tavolo e loro stanno continuando a cianciare di riscritture, editing, altri editori. Io non ne posso più, mi allontano di nuovo e per far fare bella figura a mia sorella -cosa non si fa per una sorella- vado alla cassa e senza che il giovine autore se ne accorga, chiedo di pagare per i tre aperitivi.
Ora, non so da voi quanto sia legittimo pagare tre aperitivi, ma da noi, a Bologna, la media degli aperitivi -se escludiamo quelli per universitari coi braccini corti che vanno attorno ai 5 euro per bevanda più cibo orrendo- è di 7-8 euro. Il che significa che tu con 7-8 euro hai il tuo bel bicchiere di vino/spritz/quello che  cacchio ti pare, e usufruisci di un buffet. Immaginando che Colazione da Bianca fosse un posto di stronzi boho-chic, mi ero detta di star pronta a un aperitivo da 10 euro ciascuno, e vabè, amen, è un incontro di pseudolavoro, ci può stare spendere 30 euro per un autore che stiamo corteggiando (in tutti sensi). E invece, arrivata alla cassa, la tizia mi chiede cinquantuno euro (nel portafogli, per altro, avevo esattamente cinquantuno euro, secondo me quando entri nella porta c'è un apparecchio che ti fa una radiografia). Poi vedendomi impallidire e serrare la mascella, si è corretta e mi ha sparato quarantuno euro, che io ho pagato in silenzio con una lacrima che faceva capolino nell'angolo dell'occhio. Poi ho guardato lo scontrino ed ecco, io in quel momento lì ho avuto un'esperienza di pre-morte e credo di aver capito cosa intendono quelli che dicono che, davanti a un pericolo imminente, capita di rivedere tutta la propria vita.
Io ho rivisto impallidire la faccia di mio padre quando, in vacanza, nei 1990, dovette sborsare cinquantamila lire per quattro gelati, ho capito perché Paperoga conserva uno scontrino da più di sessantamila lire per una cena a Gallipoli di una quindicina d'anni fa e anche perché nessuno dei miei amici bolognesi aveva mai voluto rischiare di andare a fare aperitivo da Colazione da Bianca.
Perché il buffet non è incluso nell'aperitivo e un cocktail costa 10 euro. E se non hai un autore con un bel faccino che speri possa farti rientrare dalle spese, è meglio lasciar perdere.


Ed eccomi qui sul numero di febbraio di Wu Magazine a discettare della questione dell'anello di fidanzamento.
Certo che se un giorno mi avessero detto che, a causa di un blog, qualcuno mi avrebbe invitato a scrivere su una rivista, e mi avrebbe anche pagato per ridere dei miei ex fidanzati, io non c'avrei mai creduto.
Voglio dire, essere pagati per fare quello che normalmente faccio meglio al mondo, l'ex fidanzata stronza,  non solo mi risarcisce degli anni trascorsi a farmi martirizzare da certi ometti, è proprio troppo bello per essere vero!

Una cosa avevo da fare per stasera: una soltanto. Fare una torta per il compleanno di un'anima candida che ha compiuto 32 anni e che ha trascorso una fetta del suo ultimo anno a insegnarmi l'ottimismo e il sorriso, sempre e comunque.
E io infatti la lezione dell'ottimismo un po' l'ho appresa, caro il mio trentaduenne. Mi son detta, e dai Sun, ce la puoi fare anche tu a fare una torta. E non solo una torta, una torta salutista, per venire incontro alle esigenze di tutti i presenti. Così stamattina, di buona lena, ho preso farina senza glutine (per i celiaci), zucchero di canna biologico, yogurt di soia fatto in casa (per gli intolleranti al lattosio), lievito naturale, olio (e non burro) e niente uova (per i vegani).
Il risultato è stata una torta per-fet-ta.
Perfetta come materiale coibentante per i tetti, da quant'era compatta. 
Perfetta come il peggior obbrobrio culinario che si possa immaginare: cruda dentro, bruciata fuori e non lievitata (spessore massimo 1.5 cm). 
A quel punto già sacramentavo contro tutti i santi presenti e no nel nostro calendario, in tutte le lingue conosciute, e sommando alle parole gesti eloquenti come sbattimento della testa su ogni spigolo vivo di casa e tentativi di infilare la testa in forno. 
Poi mi son ricordata che la persona per cui preparavo la torta mi dice sempre di non disperare e di essere ottimista, e sorride con un sorriso che, giuro, ve lo vorrei far vedere perché ti rimette in pace col mondo.
Allora sono andata alla coop e ho comprato un composto senza glutine per torte. Sul retro della confezione c'era scritto che bisognava solo aggiungere 200 g di acqua a 70°C e scuotere per 15 secondi in un recipiente ermetico. Insomma, cari miei, mi son detta, ce la può fare pure questa disadattata qui.
Sorvoliamo sul problema di misurare i 70°C, che ho brillantemente risolto infilando un dito nell'acqua e ustionandomelo, e quello di calcolare 200 g d'acqua chiamando la mamma al telefono e sentendomi dare dell'idiota, ma chi cazzo ce l'ha un recipiente ermetico? Così ho preso uno di quegli enormi barattoli di vetro ikea per spaghetti, ho messo tutto dentro e ho scosso per quindici secondi, intervallando ogni secondo con cose tipo 1 "yes I can", 2 "evvai", 3 "ci siamo quasi", 4 "questa volta è fatta", 5 "ah che male il braccio", 6 "puff pant", 7 "son brava però", 8 "ahi ahi ahi", 9 "sì ma che palle" ecc.ecc. Arrivata a 15 (quando ormai era passato un minuto buono), ho cercato di versare il composto nel tegame ma quello era compatto, non scendeva, così ho infilato tutto il braccio dentro inzaccherandomi il maglione nuovo e con la mano ho raccattato quella roba collosa e  ce l'ho spiaccicata dentro. Raccolto il tutto, ho gioito un attimo, lasciando cadere, nell'impeto, il contenitore di vetro, che si è frantumato sul pavimento in mille pezzi.
Poi l'ho messa nel forno (l'altoforno) al massimo della temperatura in modo da ottenere una deliziosa torta di ghisa, che stasera assaporeremo tutti assieme appassionatamente, sempre ammesso che qualcuno sia in possesso di una sega circolare per tagliare le fette.
E insomma, son molto soddisfatta di aver appreso la lezione dell'ottimismo, caro il mio festeggiato.
E tu riuscirai a mantenere l'ottimismo anche dopo averla assaggiata? Perché qui, secondo me, casca l'asino.

mail da sunofyork al papà di sunofyork nel giorno della sua cena di pensionamento contentente discorso esplicitamente richiesto dal genitore impacciato con le parole:

"Vi chiedo solo qualche istante per dirvi che è un sincero piacere avervi qui a festeggiare quello che per me è un traguardo importante nella mia vita professionale e personale.
Sono stati anni di lavoro intenso e talvolta faticoso, ma anche profondamente soddisfacente: buona parte delle gioie ricevute nell'arco della mia carriera, sono dovute alle persone con cui mi sono trovato a lavorare.
Sto parlando di tutti voi, che ricorderò sempre con affetto perché negli anni siete stati molto più che semplici colleghi, siete stati uomini e donne con cui ho condiviso la mia vita, proprio come dentro allo scompartimento di uno di quei treni che abbiam fatto circolare, con la differenza che ora è venuto per me il momento di scendere.
Vi ringrazio per quello che avete rappresentato in questi anni, vi auguro di proseguire al meglio la vostra vita professionale e personale così come l'ho vissuta io, e ricordate che il papà di sunofyork scende dal treno ma non è mica arrivato al capolinea!
Un brindisi e un arrivederci a tutti voi
  
(mi raccomando papà non ti commuovere!)
Sunofyork "

E va bene, papà, ti commuoverai lo stesso. E pure a me, a distanza di 600 km, a pensarti lì in piedi davanti a 50 persone che leggi da un foglietto mentre tenti di seguire i consigli che ti ho dato per sostenere la voce, viene una po' da piangere.
Pensa che ci son volute due teste per scrivere questo breve discorso, la mia, e quella di uno scrittore vero, l'unico che potesse aggiungere a queste parole il tocco di grazia che avevo immaginato per te.
Ah, e poi se ti vien da piangere, pensa alla liquidazione.

Questa settimana, cari miei, vi propongo un esperimento antropologico con tutti i crismi, di quelli che lèvate Durkheim, Weber e pure Lévi-Strauss.
Prendiamo una donna e mettiamola con un uomo (il suo) con un senso dell'umorismo anni '80 e una passione per i giochi di parole, in un monolocale (quello di lui) a partire da un giovedì fino a un martedì mattina.
Inseriamo un elemento esterno x che rende uno dei due fisicamente indisposto (questo è un elemento fondamentale per la nostra analisi).
In questo monolocale piazziamo due computer portatili, una connessione wifi e un lcd samsung con sky. Va sottolineato che la donna in questione, a casa propria non possiede un televisore ma che ha sviluppato, grazie all'uomo, una dipendenza da un canale (Real Time) che propone programmi da femmina come Cortesie per gli ospiti, Ma come ti vesti, Wedding Planners (Enzo io ti amo), Cake boss. Per tacere della di lei ossessione per Sex and the City, riproposto ad libitum da Fox. L'uomo, al contrario, ha una monomania per i Simpson.
Riepiloghiamo: un uomo, una donna prona alle dipendenze, astinenza coatta, isolamento, sky a dosi massicce e una serie infinita di mot d'esprit stile Drive in.
Giorno 1: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30mq.
Giorno 2: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky.
Giorno 3: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste.
Giorno 4: oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste. (Ma non sarà il caso di lavorare un po' a questo fottuto dizionario di latino e riordinare compulsivamente la casa?)
Giorno 5:  oh che bello siamo io e te insieme da soli in 30 mq in pigiama a rincoglionirci con sky e a cucinarci robe salutiste dopo aver lavorato un po' e riordinato compulsivamente la casa. (Ma sarà normale che lui abbia preso a chiamare lei "vecchia stronza" mentre con la mano afferra oggetti contundenti dalle mensole e se li schiatta con violenza sulla fronte?)
Lei invece ha un tic all'occhio, si dondola autisticamente, minaccia  l'uomo di morte se  lui fa battute/tenta di cambiare canale/ balla in maniera imbarazzante/ respira, e nel frattempo continua a canticchiare canzoni stile la bambina dell'Esorcista.
Sarà mica vero uno dei proverbi dell'amato nonno canterino: "uccello in gabbia, non canta per amore ma per rabbia"?
Ad occhio e croce azzardo un Giorno 6:
oh che bello sono io DA SOLA in 30 mq in pigiama a rincoglionirmi solo ed esclusivamente con Real Time, senza dovermi sorbire battutine su quanto sono snob i tipi di Cortesie per gli ospiti o su quanto è volgare Samantha (Dio mio, Samantha va amata, stop) di Sex and the City.

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