Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Certe mattine mi sveglio con la convinzione che se Freud avesse visto me, durante le sue sedute, anziché Anna O., probabilmente l'attuale terapia psicanalitica sarebbe differente, e prevederebbe, per prassi, elettroshock preventivi e blindatissime gabbie al posto di comodi divanetti.
Credetemi quando dico che da anni una delle mie più vivide fantasie sessuali è quella di picchiare un nudissimo e biondissimo Massimo Ciavarro fino a fargli chiedere pietà tra le lacrime. Ora, qualcuno mi dirà, poco male, sei una sadica, trovati uno che ci gode a farsi picchiare e scatènati. E invece no. Le dinamiche sadomaso, su di me, non hanno mai avuto nessun appeal nella vita reale, di questo credo me ne saranno grati i miei milleduecento ex. Non mi ci vedo proprio nei panni della dominatrice, già stento a dominare voi blogger quando vi accanite a commentare, figuriamoci vestirmi in latex, mettermi scarpe con le zeppe (e qui, non per un fatto di complesso per l'altezza, sia ben chiaro) e imbracciare un frustino, dopo veramente mi portate da Moira Orfei e vi fate pagare un biglietto per guardarmi. E poi, cacchio, la vita è difficile per tutti, mi accontento di appostarmi vicino alle casse della Coop Adriatica e mettere gli sgambetti alle vecchiette, per sentirmi appagata.
Difatti, quando si passa al lato erotico, non picchio mai nessuno (scusate, lo ribadisco per non rovinarmi la piazza). Resta il fatto che un briciolo di sadismo immaginario, non verso il povero Ciavarro, ma verso la categoria degli uomini biondi, è per me sempre stato, incredibilmente e inspiegabilmente, un potentissimo turn on. Poi, l'altro giorno, la proustiana intermittenza del cuore.
Avevo non più di 10 anni. Era quasi estate, e la stanza era incredibilmente luminosa. Si affacciavano a quell'epoca le prime fantasie erotiche (leggi: le madri delle mie amiche non volevano farle giocare con me perché quelle cretinette raccontavano che quando venivano a casa mia, si inscenavano dei giochetti tra Barbie e Ken completamente nudi che facevano strani versi). Ancora a quell'età, passavo i pomeriggi interi a studiacchiare e fare giochini perversi sotto il tavolo della cucina. Contemporanemante, mia madre dava ripetizioni di economia aziendale a ragazzi delle scuole superiori.
Giovanna e Luca. Entrambi biondissimi, entrambi poco più che sedicenni, entrambi con un quoziente intellettivo che, sommato, non avrebbe raggiunto la metà di quello degli uomini che poi ho preso a frequentare (non a dieci anni, poco dopo). E' vero, avevo dieci anni, però amavo lui e il suo faccino simil-Ciavarro. In modo strampalato - questo non è cambiato col tempo -, fantasioso - come prima -, assolutamente totalizzante - idem cum patate. Il sogno ricorrente di quei tempi era di fargli il bagno: in pratica avevo già degli istinti sessuali, ma con una sorta di cicciobello inerme (ora che ci penso bene, ad oggi neanche questo è cambiato). Puntualmente il sogno si interrompeva quando lui si sporgeva dalla vasca piena di schiuma per baciarmi, il che mi fa pensare che forse già da piccola sapevo che spesso il bello è da ricercare nell'irreale, e che è un miracolo quando un contatto con una persona reale riesce a farti tremare per l'emozione.
Comunque, sto divagando. Fatto sta che noi - io, Barbie e Ken - si era tutti e tre sotto il tavolo, con me che guardavo e loro due impegnati in una mercy fuck (lui aveva scoperto di essere in fin di vita per aver mangiato caramelle da uno sconosciuto, questo per dirvi quanto mi abbiano traumatizzata da piccola con 'sta storia), quando lui si toglie la scarpa e la infila tra le gambe di lei, che aveva una minigonna imbarazzante. Il tutto per 4-5 minuti, mentre mia madre parlava loro di patrimonio e utili. Ora, capirete bene che la sottoscritta, Barbie e Ken, sono rimasti piuttosto colpiti da questo fatto, e dal sentir poco dopo lui chiedere a lei ti è piaciuto? Col senno di poi, mi viene da ridere a pensare a questo illuso sedicenne che pensava di poter soddisfare una donna in quattro/cinque minuti - sì, lo so che per molti di voi è la media, però sappiate che non è abbastanza - e per di più con un piede, però sul momento sentii il mio cuore di decenne andarmi in pezzi. E da qui nacque nacque il mio odio per l'economia aziendale e per gli uomini biondi, con cui infatti non ho mai avuto niente a che fare. Ci vorrebbe un'altra vita.

E voi? Fantasie strambe? Leccare i piedi a Violante Placido, un threesome con la vostra fidanzata/il vostro fidanzato e sua madre/suo padre? Dormite abbracciati anche voi al vostro pc quando vi sentite soli e insoddisfatti?

La mia vita si divide in percentuali nette: il 10% del tempo mi sento giusta per l'occasione (che lo sia o no), il 90% mi sento un pesce fuor d'acqua. Badate, la sensazione di non appartenenza ha ben poco a che fare la timidezza. Sono anche timida, non ci facciamo mancare niente da queste parti, ma in qualche modo, la timidezza, ho imparato a gestirmela elegantemente. La sensazione di essere al posto sbagliato nel momento sbagliato, invece, non me la toglie nessuno. E in effetti, spesso e volentieri ci sono, al posto sbagliato nel momento sbagliato.
Cioè, voglio dire, quando mi ritrovo nel bel mezzo del coro della chiesa a cantare a squarciagola Smells like teen spirit, la percezione della mia non appartenenza al gruppo si fa lievemente più distinta che in altri casi. O quando a lezione di aerobica faccio le coreografie nel verso contrario a quello delle altre, dando le spalle all'insegnante. O anche quando dopo il brindisi agli sposi, inizio a enucleare punto per punto le gioie del sesso extraconiugale.
Ci sono però le volte in cui, se semplicemente me ne stessi calma, nessuno noterebbe quel caos espressionista che è la mia interiorità. E invece inizio ad agitarmi, ad interrogarmi smaniosamente sul senso della mia presenza in quel posto. Risultato: ho l'impressione che per un attimo a tutti passi per la testa l'interrogativo "ma quella, che ci fa qui?".
Ora, i miei crucci principali sono due: gli occhi azzurri e l'altezza. Credetemi, queste due caratteristiche, se non sei Claudia Schiffer, non sono esattamente un plusvalore: i primi, nella mia esperienza, richiamano solo uomini dal senso poetico malato (ricordo ancora con gioia le ardite metafore di un mio spasimante, che era solito paragonare i miei occhi ora "al cielo d'Irlanda", ora "ai piccoli laghetti delle Dolomiti" - ma perché proprio quelli delle Dolomiti, dico io - "agli smalti delle porcellane cinesi della dinastia Ming") e attirano su di sé tutte le attenzioni, per cui se avete gli occhi azzurri, qualsiasi scollatura o gonna diventa incredibilmente vana. L'altezza, invece, ti affligge in quei quei momenti in cui vorresti solo sparire dalla faccia della terra: è piuttosto difficile mimetizzarti se sei alta quasi un metro e ottanta, a meno di non avere un baobab a portata di mano. Ancora più drammatico è se si raggiunge l'altezza definitiva a 13 anni, in piena adolescenza, quando tutti sono ancora dei nanerottoli e tu non hai ancora avuto il tempo di orientare il tuo nuovo corpo nello spazio, perché sei cresciuta troppo in fretta, per cui ti trasformi in una pertica dinoccolata ancora priva di quelle meravigliose tette che ti accompagneranno tutta la vita, in grado di urtare e inciampare su qualsiasi cosa. E che alle feste si ritrova perennemente a ballare con un tizio 20 centrimetri più basso. Tutti esempi ipotetici, mica son cose capitate veramente a me, eh. Giusto per dire che certe caratteristiche apparentemente appetibili, spesso sono nè più nè meno che deformità, come un brutto naso o una testa sproporzionata.
Poi l'adolescenza passa, l'altezza resta. Ma non c'è scarpa senza tacco che regga, ballerina, Converse o sandalo alla schiava, nè abbigliamento che restituisca le giuste proporzioni: potresti vestirti a righe orizzontali, non cambierebbe. L'altezza è una condizione interiore più che esteriore: vuol dire che anche la tua personalità è ingombrante, che non potrai mai nasconderti nel mucchio e che dovrai presto imparare a cavartela da sola, perché è difficile che scatti l'istinto di protezione verso una donna alta. Sarete sempre tu e i tuoi centimetri in più, sotto gli occhi di tutti. Tutti lì a fare pronostici su quanto saranno alti i tuoi figli, a interrogarsi sul genitore da cui hai preso l'altezza, a chiederti come fai se vuoi mettere un paio di tacchi e il tuo ragazzo non è poi così tanto più alto di te.
Ma figurati se vuoi metterti i tacchi, piuttosto avresti voglia di segarti qualche centimetro in certi momenti. Laddove le altre collezionano stiletti, tu hai appeso un canestro da basket. Esattamente nel punto più alto della tua stanza: il punto più basso della tua femminilità.

Innanzitutto mettiamo in chiaro due cose:
- , lo so che non siamo ancora a San Valentino, ma sono già un paio di settimane che lo sento incombere e al solo pensiero mi vengono le caldane della menopausa;
- no, non dirò che l'amore si dimostra giorno per giorno (santiddio che palle) e che San Valentino è una festa stupida e commerciale. Lo è. Ma a molti uomini serve una festa stupida e commerciale per ricordarsi di fare un gesto romantico e in più fa girare l'economia quindi l'appellativo di "santo" quel Valentino lì se l'è meritato più di Padre Pio, anzi, per quanto mi riguarda, avrebbero dovuto farlo papa. In più che noia questi che vengono a dire, dai, San Valentino è una stronzata qui, San Valentino è una stronzata lì: siete tutti maschi, lo sappiamo. O, se siete femmine, siete di quelle fortunate che hanno uomini che le venerano in altre situazioni dell'anno.
Il che fa di voi una ristetta minoranza, quindi per me non esistete, visto che esisto solo io.
Consideriamo quindi questa ricorrenza come un promemoria maschile salva-crisi: coniugale -leggi:evitare smaronamenti- e finanziaria -se non ci fosse San V. avremmo già fatto la fine dell'Argentina, direbbe un fine economista di mia conoscenza - .
Ora non so dirvi bene perché ma in testa la mia argomentazione pro-san Valentino mi suonava un po' più romantica di così.
Allora che fare? Visto che è il giorno in cui da contratto l'uomo ci venererà, si lascia a lui la scelta. "Fai tu, tesoro". Tre parole. Tre parole e vi siete scritte la storia dell'incubo di San Valentino. A parte il fatto che l'uomo, davanti al "fai tu", prova una kierkegardiana vertigine della libertà, ma pensate veramente che vi potrebbe mai andar bene una sua scelta su come passare un'intera giornata? Non vi va bene la punta di blu dei suoi boxer, figuriamoci la sua idea di romanticismo che si spande nell'arco di 24 ore. Meglio dunque indirizzarlo lievemente (leggi: dargli una rosa di 3 opportunità e segnalargli il punto in cui inserire i dati della carta di credito). Anche gli allocchi sanno che, per una donna, un gesto carino è solo una base di partenza per successive contrattazioni: in soldoni, se nel primo anno di fidanzamento per San Valentino ve la siete cavata con un ramoscello di mimosa, per il secondo dovete badare a fare ramoscello+1 fino ad arrivare a ramoscello+n secondo la serie matematica di Grecia Colmenarez, anche detta la serie del dove-cazzo-andremo-a-finire (te-lo-dico-io-ad-anello-con-diamante-mutuo-casa-bambino-rompicoglioni-sai-che-novità).
Ora, se volete proprio fare (anche qui leggi: far sì che lui faccia) le cose in grande, potete scegliere principalmente tra queste opzioni:
- città d'arte italiana/europea: Venezia/ Parigi. Lui, ingenuo, proporrà: "perché non Amsterdam?". Perché no. A San Valentino si va a Parigi o a Venezia, al massimo Praga. Il fattone ad Amsterdam lo fai con quei burini dei tuoi amici, non con me. "Ma Van Gogh, Rembrandt". No e poi no. Non fate gli iconoclasti, le tradizioni serviranno pure a qualcosa.
- montagna: anche qui probabilmente lui potrebbe uscirsene con cose tipo "andiamo a comprare la tenuta da sci" oppure "ma dai, se non vuoi sciare almeno possiamo prendere uno slittino". No, no e mille volte no. La neve la voglio vedere solo dalla finestra della nostra baita iper-riscaldata e dotata di coreografico champagne con fragole in camera, coreografica jacuzzi, ancor più coreografico tappeto davanti a coreograficissimo camino su cui tu mi tromberai coreograficamente quando sarò bella che sbronza.
- le beautyfarm. Le beautyfarm pare che vadano parecchio di moda perché siamo tutti così stressati in questo pazzo, pazzo mondo; non c'è tempo per fermarsi a pensare, a pranzo soltano un panino e adesso non ci vedo più dalla fame. Bon, in pratica tu digiti su google "san valentino" ed è tutto un fiorire di siti tipo "tispenniamo.org" o "romanticismfordummies dot com" e "chicazztel'hafattofareafidanzarti.net" in cui ti offrono convenientissimi lastminute da 800euro a persona per una notte con -udite udite- addirittura la colazione inclusa, più trattamenti vari -massaggi, scrub per il viso, sauna ecc...- che garantiscono di rimetterti a nuovo soddisfatti o rimborsati (è ovvio, non hanno ancora visto me, sennò mai si sarebbero azzardati a fare una promessa del genere. A me per rimettermi a nuovo bisognerebbe fondermi e reimpastarmi ma dubito abbiano quel tipo di forni lì).
Comunque, questa di certo è l'opzione più auspicabile per tutte le donne di mia conoscenza.
Se però siete delle persone molto tristi, vada per la solita cena di San Valentino: ostriche, caviale, champagne, aragosta, frutto della passione, cioccolato al peperoncino, diamante nel dessert, attacco di colite. Un classico senza tempo.
Solo che grazie a me, che sono troppo avanti, e all'ausilio di questo preziosissimo post, potrete ingegnarvi per fare alle vostre donne una sorpresa, che ne so, domani, anziché aspettare San Valentino. Dite loro che non vi andava di esprimere il vostro amore in maniera così convenzionale e manierata. E che non potevate aspettare per portarle fuori a cena. E che le amate tanto. E non date mai il link al mio blog o dovrò distruggerlo e non potrò più aiutarvi.

Ieri sera ho deciso di preparare la cena di benvenuto per la nuova coinquilina. Il menu, della serie "nun semo vegani", consisteva in: tagliatelle alla bolognese, polpette, gateau di patate e soufflè al cioccolato. Tutto vero, non sto cercando di convicervi che sono una donna da sposare, voglio solo rendere nota al mondo la mia abilità nel preparare meravigliose polpette (wonderful meatballs, merveilleuses boulettes, maravillosas albondigas, wunderbares klopses, pur'pett tropp bell - non si sa mai da dove potrebbe leggermi il mio futuro marito). Ad ogni modo, dicevamo.
La nuova coinquilina, che chiameremo L'Afflitta, viene ad aggiungersi allo zoccolo duro di Via Broccaindosso - io e D., la mia amica e sodale (un po' sul modello Berlusconi/Dell'Utri, per intenderci) - e segue, in ordine cronologico, alla Bestia Immonda che con la sua negatività perenne riusciva a fiaccare anche gli spiriti più entusiasti - e alla Vegana Integralista, che pretendeva che in casa non si usassero tampax o assorbenti normali ma straccetti rigorosamente in lino e fibre naturali da lavare con saponi non inquinanti. Perciò, sostituire cotante figure con qualcuno di altrettanto problematico non era un'impresa semplice: per giorni abbiamo aperto la nostra casa a orde barbariche di ragazze carine - troppo carine, meglio di no, sennò passiamo la vita a rosicare - , spiritose - ma che, vuole andare a Zelig? lasciamo perdere, va' -, ordinate - no dai, poi c'ammorba con la storia della precisione -, grintose - ci serve qualcuno di gestibile, questa vuole comandare -, serene - no, poi ci viene l'angoscia se questa sorride sempre. Alla fine abbiamo decretato all'unanimità che la nostra nuova coinquilina sarebbe stata lei. La ventisettenne Afflitta. Ovviamente non avevamo tenuto in considerazione il fatto che una delle caratteristiche principali della sottoscritta è una certa dannosa empatia, che mi porta a percepire e a condividere gli stati d'animo altrui in maniera piuttosto intensa - il che è un bene se vivi con un'allegrona, una male se vivi con l'Afflitta.
L'Afflitta è grigia, depressa, fanatica religiosa - ha un enorme rosario al collo e ieri mi ha detto che il Signore mi ha "male illuminata", perché le mie azioni "non sono volte al bene ma al piacere personale" (e dici niente!) -, piange sempre, non si schioda mai dal suo pc prima delle 4 di notte, sembra interessata solo a ripetere in loop le sue catastrofiche vicende amorose e si aggira silenziosa per la casa con la sua vestaglia da camera rosa. Rararamente ha degli accessi di riso isterico alle mie battute.
Quando ieri le ho chiesto se aveva voglia di cenare con noi per festeggiare il suo arrivo in casa, mi ha risposto con occhio liquido "certo, con gioia". Ora, detta da lei, la parola "gioia"assume nuovi e inquietanti significati che non vorrei mai esplorare, ad ogni modo ha accettato e abbiamo cenato senza particolari intoppi; solo una volta ha fatto cenno alle sue ferite psicologiche ma è stata repentinamente messa a tacere da una polpetta.
Il che ci riporta al punto di partenza, la polpetta, nonché al titolo di questo post. La polpetta è multifunzione: attira gli uomini perché sa di cucina della mamma, se debitamente avvelenata vi libera da cani che abbaiano nel cuore della notte e mette a tacere donne logorroiche. Praticamente è una panacea.
Martha Stewart sarebbe fiera di me.

I "no" che aiutano a crescere non sono quelli di cui voglio parlare oggi. Oggi voglio parlare dei "no" che di tanto in tanto gli uomini rifilano alle donne, quindi di quei no che più che te, tutt' al più aiutano la tua rabbia a crescere.
Fino ad oggi, nella mia vita, ho preso solo due no espliciti - ci sono poi anche i no impliciti: avete presente quando un uomo sa che dareste un rene per passare anche solo una settimana della vostra vita con lui e fa finta di niente? - bè, in quel caso o non sa che farsene di un rene (e sbaglia, di reni non ce n'è mai abbastanza) oppure semplicemente non è interessato. Comunque dicevo, il primo "no" l'ho preso da adolescente. Lui era un pallanuotista dalle spalle larghe - oggi ha ancora le spalle larghe ma è diventato un grigissimo workaholic, cosa che non saresti diventato, caro mio, se ti fossi messo con me (scusate credo di non aver ancora smaltito del tutto il livore) - ed era innamorato della mia migliore amica. Era innamorato della mia migliore amica però appena poteva baciava me, questo lo ricordo bene perché in una di queste sessioni mi fece sanguinare un labbro. Una volta si era a una festa, una di quelle feste di fine anno scolastico, quando l'aria è ormai tiepida e ci si saluta in vista delle vacanze. Quel tipo di feste in cui si beve, si balla e ci si struscia. Ora, notoriamente io dalla vita in giù sono un tronco d'acero - se ne è presto reso conto il mio istruttore di nuoto quando abbiamo iniziato a fare vasche a delfino - il che non so se mi rende più inadatta al ballo o allo struscio, fatto sta che in quell'occasione me la giocai bene: piazzai una canzone lenta in modo che lui non si rendesse conto di ballare con una salma, poi gli passai vicino e aspettai che mi invitasse. E infatti mi invitò a ballare. Mi guardava negli occhi e sorrideva. Sorrideva e mi pestava gli alluci, e io ero felice. Poi mi baciò. Una gioia così l'ho provata solo allora e la prima volta che sono riuscita a montare a neve una chiara d'uovo. Ancora contusa, gli dissi "G., così non si può andare avanti a baciarci. Lo sai che mi piaci, potremmo provare a stare insieme?". E lui: "no, meglio di no. Facciamo così, se nel giro di quest'estate non riesco a mettermi con V., mi metto con te". Insomma, se oggi ho bisogno di un blog per riversare l'astio verso il genere maschile, sapete con chi prendervela.
Comunque. Passano gli anni, intanto continuo a odiare gli uomini per colpa di questo essere disgustoso ma incautamente inizio a dimenticare l'umiliazione subita, per cui decido di lanciarmi (senza paracadute). Ma stavolta è diverso, stavolta un fidanzato ce l'ho e voglio dimostrargli che magari non sarò Charlize Theron ma so essere seduttiva anche io. Decido quindi di prendere l'iniziativa perché sono una donna, anzi che dico una femmina, no anzi una Superfemmina, e con questo mantra ben ficcato in testa, biancheria intima da 100 euro di pizzo&inutilità e autoreggenti in seta che pian piano mi stanno arrivando alle caviglie a mo' di gambaletto antistupro della nonna (dio solo sa perché li chiamino autoreggenti se poi puntualmente non si autoreggono e devi passare la serata a trovare angoletti oscuri in cui tirarteli su), mi avvicino al mio lui e gli paleso le mie intenzioni. Lui, tutto preso dai progetti per la giornata, rifiuta candidamente con un "ma dai, sei vestita, e poi dobbiamo andare a fare shopping". Risultato: altri 10 anni di odio per gli uomini + un bonus di odio sempiterno verso me stessa per aver trasformato un uomo in un personal shopper. Nasce così Sunofyork

C'è poi un'altra categoria di rifiuti, quelli che gli uomini usano per mollare le donne. Ora, gli uomini non amano mollare le proprie fidanzate perché non sanno gestire i sensi di colpa - normalmente preferiscono comportarsi in modo tale da essere mollati. Ci sono però i casi in cui la donna è talmente tarda (oppure talmente assuefatta a un comportamento deludente da parte del proprio uomo) da non capire l'antifona. In questo caso l'uomo molla, e lo fa con le scuse più assurde. Al primo posto troneggia la scusa con la S maiuscola, quella che ogni uomo almeno una volta nella vita ha detto e ogni donna almeno una volta nella vita si è sentita dire.

1) ti meriti di meglio (di solito proferita con occhio liquido). E chi te l'ha detto che a me non va bene uno stronzo qualsiasi? Sennò non mi ci mettevo proprio con te.
2) ho bisogno di tempo per pensare ma non posso chiederti di aspettarmi (aka "non sei tu, sono io") - questa è la balla dell'uomo in crisi esistenziale, quella dell'uomo che millanta gravissimi problemi familiari/lavorativi/di salute/emotivi e a mio avviso la peggiore perché gioca sul lato sensibile e materno delle donne che infatti di solito ci cascano a pieno, arrivando ad aspettare l'amato fino alla menopausa mentre lui intanto ha già messo su famiglia.
3) ti amo troppo e finirei per non badare più alla mia vita, anche detta la stronzata dell'uomo romantico. Ovviamente vi ama troppo, ma ama troppo di più un'altra.
4) siamo troppo diversi/siamo troppo uguali. Il primo è un bene, il secondo un male gravissimo.
5) sei una persona troppo complicata e lasciandoti, vorrei che tu riflettessi sui tuoi problemi con gli uomini. Grazie mille, pagarmi anche lo psicanalista per i prossimi 20 anni, no?

Questa è la mia top five, sono certa che saprete arricchirla con miliardi di scuse più o meno patetiche.
Normalmente cerco di superare rifiuti e rotture evocando l'immagine dell'uomo in questione sul finire della vita, solo davanti al caminetto, con un plaid sulle gambe. E allora ripenserà alla sottoscritta e mi vedrà come la compagna ideale con cui trascorrere la senilità. Di solito funziona, finché non lo incontri a braccetto con la nuova fiamma, quella con cui si sta trascorrendo la giovinezza nell'attesa di rimpiangerti da vecchio.

Avete presente quando vi svegliate la mattina, aprite a fatica gli occhi, le tempie vi pulsano, tentate di mettere a fuoco un punto fermo e realizzate che quello non è il vostro letto, non è il vostro appartamento e che quell'individuo nudo e ronfante con un rivolo di bava alla bocca non è il vostro uomo (non ne avete uno, o almeno così si spera)?
Tranquille, è perfettamente normale. A questo punto immagino che la tentazione sia alle stelle ma voi resistete, non cercate di infiocchettare una one-night stand con espressioni zuccherose del tipo "colpo di fulmine", "amore a prima vista" e quant'altro: se c'è una cosa di cui sono abbastanza certa è che è piuttosto raro che le storie di una notte si trasformino in amore. Non so voi ma io sono una di quelle che sostengono che le relazioni sentimentali richiedano un faticosissimo sforzo di conoscenza iniziale. Ora, le one-night stands di per sè, non richiedono nessuna fatica -a parte quella fisica, ma si spera il gioco valga la candela- e pertanto non vanno elevate al rango di relazioni sentimentali. Classifichiamo allora i rapporti uomo-donna in base ai requisiti richiesti:
- intesa mentale: amore platonico/amicizia
- intesa mentale+intesa fisica: relazione sentimentale
- intesa fisica: one-night stand (o - raramente - fase iniziale di una storia d'amore).
Ma quali sono i fattori che fanno scattare l'intesa fisica? Quali sono i dettagli maschili che colpiscono una donna? Prendiamo questa situazione: siete al bancone di un bar molto hip. Freudianamente chiedete uno "scrotum on the rocks" - il barista vi guarda un attimo perplesso prima di capire che volete uno scotch con ghiaccio, intanto la vosta richiesta viene udita anche da un tipo seduto qualche sgabello più avanti, che si avvicina con passo felpato. Se la donna in questione fossi io, ecco le cose che mi colpirebbero.
1. sorriso/labbra: se una persona ha un sorriso franco e aperto e una bella risata, allora ha qualche chance (non per niente, vuol dire che sta ridendo alle mie battute e questo solletica un bel po' l'ego di chiunque);
2. odore: non mi piacciono gli uomini troppo profumati - fanno troppo bordello algerino - ma nemmeno sono una fan dell'omm adda puzzà: niente è meglio di sentire su un uomo l'odore di sapone. Sarà un'eredità della mia educazione presso le suore (Suor Ortolana ci bacchettava le mani se avevamo le unghie sporche), ma l'odore di pulito è indispensabile.
3. sguardo/ occhi: odio quelli che credono di lanciare occhiate assassine improvvisandosi Casanova dei poveri. Decisamente meglio uno sguardo onesto, possibilmente ironico e divertito, e che si tenga al di sopra del decolletè.
Dunque, quando dico che queste sono le cose che mi colpiscono a livello fisico in un uomo, intendo davvero che inizialmente mi colpiscono solo queste. E infatti per le donne solitamente sono i dettagli a fare la differenza. Se una donna incontra un uomo che ha i requisiti da lei richiesti, molto probabilmente non metterà a fuoco subito tutti gli orribili difetti del soggetto in questione. Questo è il motivo per cui -finita l'euforia data dallo sniffare odore di saponetta - rischia di trovarsi nella situazione iniziale: una palla di pelo e ciccia, sì con delle belle labbra, ma che dopo la nottata ha smesso di profumare di pulito e ha acquistato uno sguardo da triglia lessa.
L'uomo, al contrario, ha una visione olistica della sua preda. Guarda tutto nel complesso, soffermandosi certamente sui dettagli noti (lato A, lato B, area del quadrato lxl, coseno e tangente) ma mantenendo una visione di insieme. Sarà perché noi donne sappiamo accontentarci, sarà per una congenita forma di abnegazione, sarà forse perché, per un fatto anatomico, per un uomo un paio di dettagli positivi all'interno di un aspetto fisico non propriamente gradevole, non garantiscono il buon esito della one night stand, ma questa è decisamente una delle cose in cui gli uomini si comportano in modo meno avventato di noi donne. Per fortuna ci si può sempre rivestire in silenzio e tagliare la corda, contando sul fatto che di solito, dopo una serata di bagordi, hanno il sonno piuttosto pesante.

P.S.la foto è ancora una volta un regalino per amaracchia

5.1.09

tie the knot

Posted by SunOfYork |

(sottotitolo: lo so che mi avevate chiesto di parlarvi dei due di picche maschili, ma mi sembrava fantascienza pura e comunque per i post su commissione c'è sempre tempo)


Sono giorni di saldi e saldi significa lotte all'ultimo sangue, gomitate, spintoni, scene di isteria collettiva, reid tutti femminili del centro, tour de force nei centri commerciali ma anche nuove suggestioni per un doveroso post post-natalizio (per chi si preoccupasse sto bene, ho smaltito la sbornia, ho superato le indigestioni di cibo e parenti e sono sopravvissuta a un incontro con dei blogger pugliesi). Quindi dicevamo. Saldi. Ora, dov'è che in primis si buttano le donne? I negozi di scarpe. Una legge matematica dice che le scarpe acquistate a saldo non verranno mai usate per camminare. Sono puntelli psicologici, nevrosi irrisolte, desideri di femminilità, ma non sono scarpe in cui infilare i piedi. Il fatto è che l'abbassamento dei prezzi all'occhio femminile rende la scarpa più improbabile un oggetto di cui non può fare a meno. E questo è un fatto (se lo dico, mi sembra quasi credibile).
Poi. Dov'è che si buttano le donne in secundis? A fare regali ai propri uomini. E quindi, cravatte. La cravatta è un oggetto altamente erotico -provate a stringerla al collo del vostro uomo finché egli non acquista quel colore ciano magenta che spopolerà sulle passerelle della prossima collezione autunno-inverno, l'effetto è garantito- in più fornisce modi sempre nuovi per intrattenersi (un'equipe di scienziati di cambridge ha dimostrato attraverso complessi modelli matematici che una cravatta può essere annodata in 85 modi diversi, uno dei quali ideato dal pittore surrealista Balthus a forma di serpente che ingoia un pianoforte a coda - ok, l'ultima è una cagata, vedete di non strangolarvi).
Da sempre (da ora) sostengo che la forma sia riflesso della sostanza,e che pertanto l'abito possa fare il monaco, perché parla della persona che lo indossa, raccontandone a grandi linee la storia. Perciò, bando alle esitazioni, a ogni donna (a ogni paio di scarpe) la sua cravatta (il suo uomo) e via col valzer.

Eleganti a tutti i costi. Lei: tra i trenta e quaranta, professionista stimata da tutti, perfetta in ogni circostanza, coacevo di psicosi, no figli, no alcool, no fumo, sesso? no dai, che mi si scompigliano i capelli. Le scarpe dicono: rigorosamente anorgasmica.
Lui: top manager, vacanze in barca coi mocassini per non rovinare il ponte, domenica mattina golf, sì sesso (segretaria), no figli, sì alcool (a fiumi). La classica cravatta regimental dice: bomba a orologeria.

Alienati mentali. Ci sono quelli che si trovano sulla base di interessi comuni, quelli che si incontrano per via di conoscenze comuni e pure quelli che si accoppiano sulla base di patologie comuni. La coppia in questione vuole a tutti costi risultare gggiovane, estroversa, divertente, simpa. In realtà sono due pigne in culo per tutti e infatti gli amici non li invitano mai alle loro feste. Il verdetto della scarpa a cuore e della cravatta di topolino è: coppia patetica e inopportuna con gravi problemi psichiatrici (mi sembra di vederli. Lui, il tipico piacione che fa battute a raffica facendo calare il gelo tra gli amici e lei che ridacchia soddisfatta mentre le amiche alzano gli occhi al cielo ).

I parvenu. Lei: "ma com'è che se chiamano le scarpe che de quella tipa de sexendsity, quelle che se mette sempre cherri bredsciò? Le Manolo Blahnixxx?Chissà, se me le metto pò esse che riesco a sembrare più fèscion". Lui: "sono gay e le manolo me le vorrei mettere io, ma piuttosto che ammetterlo sopporto questa burina per tutta la vita".


I vecchi dentro. Badate bene, questo tipo di coppia non ha età, possono anche essere 20enni ma restano ugualmente vecchi dentro (sono quelli che quando si sta in comitiva hanno sempre sonno, sono stanchi, non apprezzano le battute a sfondo sessuale e preferiscono ordinare la pizza da casa anziché uscire - perché prendere freddo? - a fare una passeggiata). Nella fattispecie, le scarpe di lei dicono "Sono vecchia ma magari in prospettiva, se mi metto delle scarpe ispirate alla Versailles del Re Sole, sembro più giovane". La cravatta di lui: "sono vecchio, impotente e calvo. Meglio vivere con rigore la mia crisi di mezza età (poi domani mi compro una coupè e mi trovo un'amante giovane ma per stasera meglio non pensarci)".

Gli squallidi. Lei: "Sono vuota dentro però sono giovane e gnocca, magari se indosso delle scarpe stravaganti qualcuno penserà che ho carattere". Lui -lo stesso della coppia precedente, però la sera successiva con l'amante giovane- "sarà solo per una sera, solo per una sera, lo giuro, vale la pena ridicolizzarmi con una cravatta simile per un po' di trasgressione. E poi è carne giovane e mia moglie è in menopausa, non sto facendo niente di male".

Il terzetto. La scarpa di vernice combinata la cravatta nera vogliono dire una sola cosa: stasera osiamo un threesome. E infatti i due trovano una guest star, anche lei in scarpa di vernice (ma con tacco rosso a forma di fulmine, a scanso di equivoci, perché sarà lei a dominare la serata) e se la spassano allegramente. E' un tipo di coppia difficilmente individuabile perché, quando privati della loro appendice (ricordate, la scarpa aperta sul davanti a scoprire le dita significa lascivia) sembrano una coppia ordinaria. Lei decolettè nero, lui classica black tie. MA. La vernice.

Wannabe trasgressivi. Il contrario di quelli di sopra. Ostentano trasgressione laddove gli altri la celavano. Tentano un terzetto ma con loro nessuno ci sta. Lui allora si mette un costume da batman e cerca di risvegliare gli istinti della moglie volando dall'armadio al letto. Risultato: frattura scomposta del femore sinistro. Lei, casalinga cinquantenne abbigliata come Deeta Von Teese, chiama l'autoambulanza tutta tremante. Quelli del 113 avranno qualcosa da raccontare ai loro nipoti.

Attorno al 1600, un tale Torquato Accetto scriveva un trattatello intitolato "Della dissimulazione onesta" in cui sosteneva le ragioni della dissimulazione come strenua forma di difesa della verità e dei sentimenti privati contro l'ipocrisia e i soprusi del suo tempo.
Quello che non sapeva Torquato Accetto era che, quattro secoli dopo, qualcuno avrebbe nominato la sua opera in un blog per sdoganare alcuni comportamenti femminili.
Mi spiego. Quanti di voi sono state vittima di un rifiuto da parte di una donna?
Ora, posto che quella donna non sono io (secondo la mia etica negarsi a un uomo è immorale, perché il rifiuto lo incattivisce innescando tutta una serie di conseguenze karmiche che son certa di aver già illustrato in altra sede), penso che più o meno tutti si siano trovati nella spiacevole situazione di prendersi un due di picche. Bene, quello che vi dico oggi, è che la donna in questione stava dissimulando. Avete capito bene, dissimulando. Ma dissimulando cosa? Ma la sua natura più intima, i suoi palpitanti sentimenti, le sue speranze più private, ovvio. Ma visto che parlo ai maschi, esemplifichiamo in due semplici principi generali con relativi esempi.
1. Un rifiuto netto, non è mai un rifiuto. E' un consenso smaccato.
Tempo addietro, quando ancora ero molto giovane e non mi attenevo alla rigida etica del "non-no", avevo una cotta per un ragazzo.
Situazione: estate, casa al mare, due coppie, io e lui nella stessa stanza, vaga ubriachezza di entrambi. Decido di lanciarmi.
SOY: "bè direi che il motivo per cui hanno invitato proprio me e te a stare qui con loro è evidente, vogliono appaiarci".
X. : "Dici?"-con sguardo speranzoso- "Ma perché, tu ci staresti con me?".
SOY: "No, mai, ma figurati!".
Ovviamente calò il silenzio (fatta eccezione, dopo mezz'ora, per i tonfi sordi della mia testa contro le mattonelle - anzi ragazzi, se mi leggete, sappiate che quel rumore ritmico proveniente dal bagno che vi svegliò quella notte, ero io a produrlo).
Chiaramente il ragazzo non aveva capito le motivazioni del mio diniego: troppo interesse si era tramutato in una chiusura. Sarebbe stato sufficiente ripensare a Torquato Accetto per capirlo.
2. Mezzo rifiuto è un rifiuto sicuro.
Corollario: la quantità delle argomentazioni che una donna affastella per giustificare un rifiuto è inversamente proporzionale alle chance che avete di farla ricredere.
Per dirla in breve, a questa categoria appartengono le cosiddette "profumiere", cioè quelle che fanno baluginare la possibilità di un "oltre" (non parliamo di un oltre metafisico/montaliano, in caso qualcuno se lo stesse domandando), e poi, con ancora il capezzolo nella vostra bocca, vi dicono che non se la sentono di continuare.
I motivi addotti di solito non sono assolutamente richiesti (trattasi di tipica excusatio non petita) , sono variegati e tendono a combinarsi in un coacervo di nevrosi che fiaccherebbe il desiderio sessuale di un carcerato: rotture traumatiche, desiderio di concentrarsi solo sulla propria carriera, problematiche con la figura paterna, ex fidanzati bastardi. Di certo c'è solo che voi, a differenza degli ex fidanzati bastardi (una categoria verso la quale mi sento di spezzare una lancia perché fornisce sempre una scusa valida per rifiutare un uomo), siete delle persone speciali. E che a voi non la darà mai.

Quindi vi conviene concentrare le vostre energie su quelle che dissimulano il proprio interesse. Superato l'ostacolo della dissimulazione, vi imbatterete in quello della simulazione. Ma quello è già un buon segno, vorrà dire che avrete aggirato il due di picche.

S.:"Non riesco a sentir dire la parola certezza, senza poi dire Tonno Riomare"
K.:"Ah sì come lo spot! Come me, che quando ho una cotta per una donna, so già che non me la darà. E' una certezza".
S.:"Tonno Riomare"
K.:"Cazzo, sei uno spot vivente"

Quanto può durare una cotta? Lo status di "cotta" è argomento discusso (non frega a nessuno) e controverso (solo per la sottoscritta). Dicesi cotta, l'infatuazione estemporanea e istintiva per qualcuno/a che non si conosce bene, ma (già ce lo si vuol portare a letto) le cui caratteristiche per motivi ignoti (taglia di reggiseno/mascella volitiva) e variegati (taglia di reggiseno/mascella volitiva) risaltano a tal punto agli occhi dell'infatuato, da rendere quest'individuo unico nonostante la certezza (Tonno Riomare) che il mare (o almeno la boccia) sia piena di pesci.
Ora. La gestione della cotta è talmente complessa da farmi a motivo credere che nelle università, assieme a un indispensabile corso di "Fondamenti di Anatomia Femminile", sarebbe necessario introdurre anche un esame di "Management delle cotte e gestione del rischio". Ci sono diversi tipi di individui, quelli che hanno cotte ogni tre minuti (cioè, vedono un soggetto interessante e dicono di avere una cotta, poi però ne vedono un altro,e ne hanno un'altra, e alla fine della giornata per un fatto statistico riescono a trasformare la loro "cotta"quotidiana in una sfiziosa attività bruciagrassi), quelli che hanno una cotta per una persona e si definiscono "fidanzati" (questo avviene soprattutto quando si deve definire il proprio status su facebook e non si vuol far vedere che si è scapoloni impenitenti ancora dopo i 30, per cui ci si dichiara impegnati, creando lo scompiglio tra i propri contatti che iniziano a ricamare le iniziali sulla biancheria da corredo da regalare alle nozze) e quelli che hanno cotte che durano anni, mai concretizzate, platoniche, cotte a cui andrebbe data una pensione per anzianità, che tornano a ondate e che fanno da sfondo a relazioni anche stabili, cotte che se per caso dovessero subire un elettroshock, di tutto si scorderebbero, tranne del fatto di avere una cotta per quella persona. Cotte che si autoalimentano, che sono un riflesso condizionato, che se Pavlov fosse vivo, farebbe l'esperimento su di loro e non sul cane e stai pur certo che basterebbe pronunciare il nome del fortunato per vederli salivare.
La teoria del giorno è che comunque si decida di vivere la propria cotta, essa è sempre perversamente subordinata al non adempimento della stessa.
La cotta, per sua natura, è effimera, inafferabile, sfuggente, inconcreta, vincolata alla non realizzazione. Se ti va bene, e la concretizzi, la cotta finisce e si trasforma in altro, e quest'altro in altro ancora, e poi quest'altro ancora finisce, ed è come se non fosse successo niente . Se ti va male, la cotta finisce e ti resta la voglia di prendere a testate il muro perché ti sei giocato la possibilità di fantasticare su un tempo in cui sarai felice con quella persona, in cui trascorrerai le serate insieme a lei a leggere a letto, la sbircerai da dietro le pagine e ridacchierai pensando che forse era più di una cotta, e che anche se il mare è pieno di pesci, comunque tu almeno ce l'hai una certezza.
(tonno riomare)

Una delle (innumerevoli) cose che odio di più, a parimerito con quelli che già da un mese mi chiedono cosa farò per Capodanno - ragazzi, non facciamoci prendere dalla smania di San Silvestro, non ho organizzato un bel cacchio di niente, non andrò in discoteca, non andrò a eventi cool, non so manco se andrò in piazza a Bari, se mi va bene mi ubriacherò con le zie zitelle giocando al mecante in fiera, ora smettetela di stressarmi - è trovarmi involontariamente a fare la parte del terzo incomodo. Voglio dire, nel sunofyork-pensiero, il concetto di terzo incomodo non è nemmeno lontanamente contemplato: la coppia, infatti, non è considerata come un coacervo inscindibile di puccipucciosità e nevrosi latenti, ma come una somma di individualità. Pertanto, se un amico/a si dovesse aggregare all' uscita di un'ipotetica coppia di cui la sottoscritta è parte, non sarà mai un'uscita a 2+1 ma un'uscita a tre (ah, il fascino del numero) e mai e dico mai l'elemento aggregato - chiamiamolo così - sentirà di reggere il moccolo. Non tutte le coppie, però, sono altrettanto open minded: ricordo ancora con orrore una volta che andai con una mia cara amica al mare, e lei candidamente, quando già eravamo in spiaggia, mi comunicò che di lì a poco sarebbe arrivato il suo nuovo fidanzato. Lievemente stizzita (era il primo giorno di mare, e mostrare trippette bianchicce e sballonzolanti al nuovo fidanzato della mia amica non era esattamente il mio desiderio per quel giorno), abbozzai e dissi che non c'era problema. Non immaginavo che nuovo significava che avrebbero dovuto trascorrere la loro luna di miele proprio a Pane e Pomodoro (per i non baresi, una spiaggia culto della città). In poche parole, mi trovai 1. tagliata fuori dalla conversazione (perché le coppie recenti si parlano sempre a bassa voce?) e da tutto un fitto scambio di sguardi molto eloquenti e che secondo me significavano pressappoco "appena sta stronza se ne va, ti spello vivo/a" e peggio ancora 2. risucchiata in un vortice di passione, mani nei costumi da bagno, lingue nelle orecchie, tuffi molto hot e nuotate tantriche. Ecco, ora quello che volevo dire è che secondo me è molto da maleducati mettere una persona nella condizione di sentirsi il terzo incomodo. A meno che non si tratti di un modo per proporre una cosa a tre, allora prego, fate pure.
Ad ogni modo, certe volte si scopre che si può fare il terzo incomodo anche quando si è in presenza non di due esseri umani, ma di un essere umano e un oggetto tecnologico, nella fattispecie il tom tom. Immaginate la scena: la donna entra in macchina, come di rito abbassa il parasole pronta a passare altri cinque minuti allo specchietto (oltre ai 45 passati in casa) a sistemarsi il trucco, vabbè, lo specchietto non c'è -imperterrita ogni volta che sale in macchina abbasserà il parasole nella speranza che uno specchietto sia spuntato dal nulla -, in compenso c'è qualcosa di molto più tecnologico e nuovo, il navigatore. Dal momento in cui accende il navigatore, per l'uomo la propria donna non esiste più - se lei gli dice di prendere una strada che hanno fatto miliardi di volte, lui fa finta di non sentirla, ipnotizzato dal suono suadente della voce della signorina del tom tom. Anzi, pur di sentire quella vocina, accenderà il navigatore pure per andare al tabaccaio dietro l'angolo, riuscendo a raggiungere qualsiasi punto (anche il più vicino) facendo non meno di 50km di strade sterrate e riducendo la macchina come dopo una Parigi-Dakar. Mettete il caso che voi stiate filosofeggiando sull'asintattismo onirico nel surrealismo di Dalì: verrete comunque zittite per far spazio alla vocina. Sostanzialmente la compresenza di un navigatore e di una donna in macchina, comporta de facto l'assunzione da parte della donna del ruolo di terzo incomodo. Esistono due approcci maschili al navigatore:
- quelli che si relazionano all'oggetto come a una madre: per cui faranno sempre quello che viene detto dal navigatore, lo venereranno e gli rivolgeranno parole d'affetto, e rinfacceranno alla propria compagna di non aver mai fatto per lui quello che ha fatto il navigatore (salvargli la vita quella volta che non riuscivano a trovare l'uscita dall'ikea);
- quelli che si relazionano all'oggetto come a una moglie: lo stanno a sentire per un po', poi dopo iniziano a non sopportarlo più, tentano disperatamente di spegnerlo e non riuscendoci lo prendono e lo scagliano dal finestrino. Poi però si rendono conto che senza di lui non vanno da nessuna parte, e tornano indietro a riprenderlo.

Negli anni ho capito che fare il terzo incomodo quando la coppia è formata da uomo-madre (leggete: navigatore in veste di madre) è un compito ingrato. Fare il terzo incomodo nella coppia uomo-moglie (navigatore in veste di) è molto appagante, perché per una volta è qualcun'altra a passare per la rompicoglioni, e tu finalmente sai come ci si sente a fare l'amante. (Una figata)

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