Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Attorno al 1600, un tale Torquato Accetto scriveva un trattatello intitolato "Della dissimulazione onesta" in cui sosteneva le ragioni della dissimulazione come strenua forma di difesa della verità e dei sentimenti privati contro l'ipocrisia e i soprusi del suo tempo.
Quello che non sapeva Torquato Accetto era che, quattro secoli dopo, qualcuno avrebbe nominato la sua opera in un blog per sdoganare alcuni comportamenti femminili.
Mi spiego. Quanti di voi sono state vittima di un rifiuto da parte di una donna?
Ora, posto che quella donna non sono io (secondo la mia etica negarsi a un uomo è immorale, perché il rifiuto lo incattivisce innescando tutta una serie di conseguenze karmiche che son certa di aver già illustrato in altra sede), penso che più o meno tutti si siano trovati nella spiacevole situazione di prendersi un due di picche. Bene, quello che vi dico oggi, è che la donna in questione stava dissimulando. Avete capito bene, dissimulando. Ma dissimulando cosa? Ma la sua natura più intima, i suoi palpitanti sentimenti, le sue speranze più private, ovvio. Ma visto che parlo ai maschi, esemplifichiamo in due semplici principi generali con relativi esempi.
1. Un rifiuto netto, non è mai un rifiuto. E' un consenso smaccato.
Tempo addietro, quando ancora ero molto giovane e non mi attenevo alla rigida etica del "non-no", avevo una cotta per un ragazzo.
Situazione: estate, casa al mare, due coppie, io e lui nella stessa stanza, vaga ubriachezza di entrambi. Decido di lanciarmi.
SOY: "bè direi che il motivo per cui hanno invitato proprio me e te a stare qui con loro è evidente, vogliono appaiarci".
X. : "Dici?"-con sguardo speranzoso- "Ma perché, tu ci staresti con me?".
SOY: "No, mai, ma figurati!".
Ovviamente calò il silenzio (fatta eccezione, dopo mezz'ora, per i tonfi sordi della mia testa contro le mattonelle - anzi ragazzi, se mi leggete, sappiate che quel rumore ritmico proveniente dal bagno che vi svegliò quella notte, ero io a produrlo).
Chiaramente il ragazzo non aveva capito le motivazioni del mio diniego: troppo interesse si era tramutato in una chiusura. Sarebbe stato sufficiente ripensare a Torquato Accetto per capirlo.
2. Mezzo rifiuto è un rifiuto sicuro.
Corollario: la quantità delle argomentazioni che una donna affastella per giustificare un rifiuto è inversamente proporzionale alle chance che avete di farla ricredere.
Per dirla in breve, a questa categoria appartengono le cosiddette "profumiere", cioè quelle che fanno baluginare la possibilità di un "oltre" (non parliamo di un oltre metafisico/montaliano, in caso qualcuno se lo stesse domandando), e poi, con ancora il capezzolo nella vostra bocca, vi dicono che non se la sentono di continuare.
I motivi addotti di solito non sono assolutamente richiesti (trattasi di tipica excusatio non petita) , sono variegati e tendono a combinarsi in un coacervo di nevrosi che fiaccherebbe il desiderio sessuale di un carcerato: rotture traumatiche, desiderio di concentrarsi solo sulla propria carriera, problematiche con la figura paterna, ex fidanzati bastardi. Di certo c'è solo che voi, a differenza degli ex fidanzati bastardi (una categoria verso la quale mi sento di spezzare una lancia perché fornisce sempre una scusa valida per rifiutare un uomo), siete delle persone speciali. E che a voi non la darà mai.

Quindi vi conviene concentrare le vostre energie su quelle che dissimulano il proprio interesse. Superato l'ostacolo della dissimulazione, vi imbatterete in quello della simulazione. Ma quello è già un buon segno, vorrà dire che avrete aggirato il due di picche.

S.:"Non riesco a sentir dire la parola certezza, senza poi dire Tonno Riomare"
K.:"Ah sì come lo spot! Come me, che quando ho una cotta per una donna, so già che non me la darà. E' una certezza".
S.:"Tonno Riomare"
K.:"Cazzo, sei uno spot vivente"

Quanto può durare una cotta? Lo status di "cotta" è argomento discusso (non frega a nessuno) e controverso (solo per la sottoscritta). Dicesi cotta, l'infatuazione estemporanea e istintiva per qualcuno/a che non si conosce bene, ma (già ce lo si vuol portare a letto) le cui caratteristiche per motivi ignoti (taglia di reggiseno/mascella volitiva) e variegati (taglia di reggiseno/mascella volitiva) risaltano a tal punto agli occhi dell'infatuato, da rendere quest'individuo unico nonostante la certezza (Tonno Riomare) che il mare (o almeno la boccia) sia piena di pesci.
Ora. La gestione della cotta è talmente complessa da farmi a motivo credere che nelle università, assieme a un indispensabile corso di "Fondamenti di Anatomia Femminile", sarebbe necessario introdurre anche un esame di "Management delle cotte e gestione del rischio". Ci sono diversi tipi di individui, quelli che hanno cotte ogni tre minuti (cioè, vedono un soggetto interessante e dicono di avere una cotta, poi però ne vedono un altro,e ne hanno un'altra, e alla fine della giornata per un fatto statistico riescono a trasformare la loro "cotta"quotidiana in una sfiziosa attività bruciagrassi), quelli che hanno una cotta per una persona e si definiscono "fidanzati" (questo avviene soprattutto quando si deve definire il proprio status su facebook e non si vuol far vedere che si è scapoloni impenitenti ancora dopo i 30, per cui ci si dichiara impegnati, creando lo scompiglio tra i propri contatti che iniziano a ricamare le iniziali sulla biancheria da corredo da regalare alle nozze) e quelli che hanno cotte che durano anni, mai concretizzate, platoniche, cotte a cui andrebbe data una pensione per anzianità, che tornano a ondate e che fanno da sfondo a relazioni anche stabili, cotte che se per caso dovessero subire un elettroshock, di tutto si scorderebbero, tranne del fatto di avere una cotta per quella persona. Cotte che si autoalimentano, che sono un riflesso condizionato, che se Pavlov fosse vivo, farebbe l'esperimento su di loro e non sul cane e stai pur certo che basterebbe pronunciare il nome del fortunato per vederli salivare.
La teoria del giorno è che comunque si decida di vivere la propria cotta, essa è sempre perversamente subordinata al non adempimento della stessa.
La cotta, per sua natura, è effimera, inafferabile, sfuggente, inconcreta, vincolata alla non realizzazione. Se ti va bene, e la concretizzi, la cotta finisce e si trasforma in altro, e quest'altro in altro ancora, e poi quest'altro ancora finisce, ed è come se non fosse successo niente . Se ti va male, la cotta finisce e ti resta la voglia di prendere a testate il muro perché ti sei giocato la possibilità di fantasticare su un tempo in cui sarai felice con quella persona, in cui trascorrerai le serate insieme a lei a leggere a letto, la sbircerai da dietro le pagine e ridacchierai pensando che forse era più di una cotta, e che anche se il mare è pieno di pesci, comunque tu almeno ce l'hai una certezza.
(tonno riomare)

Una delle (innumerevoli) cose che odio di più, a parimerito con quelli che già da un mese mi chiedono cosa farò per Capodanno - ragazzi, non facciamoci prendere dalla smania di San Silvestro, non ho organizzato un bel cacchio di niente, non andrò in discoteca, non andrò a eventi cool, non so manco se andrò in piazza a Bari, se mi va bene mi ubriacherò con le zie zitelle giocando al mecante in fiera, ora smettetela di stressarmi - è trovarmi involontariamente a fare la parte del terzo incomodo. Voglio dire, nel sunofyork-pensiero, il concetto di terzo incomodo non è nemmeno lontanamente contemplato: la coppia, infatti, non è considerata come un coacervo inscindibile di puccipucciosità e nevrosi latenti, ma come una somma di individualità. Pertanto, se un amico/a si dovesse aggregare all' uscita di un'ipotetica coppia di cui la sottoscritta è parte, non sarà mai un'uscita a 2+1 ma un'uscita a tre (ah, il fascino del numero) e mai e dico mai l'elemento aggregato - chiamiamolo così - sentirà di reggere il moccolo. Non tutte le coppie, però, sono altrettanto open minded: ricordo ancora con orrore una volta che andai con una mia cara amica al mare, e lei candidamente, quando già eravamo in spiaggia, mi comunicò che di lì a poco sarebbe arrivato il suo nuovo fidanzato. Lievemente stizzita (era il primo giorno di mare, e mostrare trippette bianchicce e sballonzolanti al nuovo fidanzato della mia amica non era esattamente il mio desiderio per quel giorno), abbozzai e dissi che non c'era problema. Non immaginavo che nuovo significava che avrebbero dovuto trascorrere la loro luna di miele proprio a Pane e Pomodoro (per i non baresi, una spiaggia culto della città). In poche parole, mi trovai 1. tagliata fuori dalla conversazione (perché le coppie recenti si parlano sempre a bassa voce?) e da tutto un fitto scambio di sguardi molto eloquenti e che secondo me significavano pressappoco "appena sta stronza se ne va, ti spello vivo/a" e peggio ancora 2. risucchiata in un vortice di passione, mani nei costumi da bagno, lingue nelle orecchie, tuffi molto hot e nuotate tantriche. Ecco, ora quello che volevo dire è che secondo me è molto da maleducati mettere una persona nella condizione di sentirsi il terzo incomodo. A meno che non si tratti di un modo per proporre una cosa a tre, allora prego, fate pure.
Ad ogni modo, certe volte si scopre che si può fare il terzo incomodo anche quando si è in presenza non di due esseri umani, ma di un essere umano e un oggetto tecnologico, nella fattispecie il tom tom. Immaginate la scena: la donna entra in macchina, come di rito abbassa il parasole pronta a passare altri cinque minuti allo specchietto (oltre ai 45 passati in casa) a sistemarsi il trucco, vabbè, lo specchietto non c'è -imperterrita ogni volta che sale in macchina abbasserà il parasole nella speranza che uno specchietto sia spuntato dal nulla -, in compenso c'è qualcosa di molto più tecnologico e nuovo, il navigatore. Dal momento in cui accende il navigatore, per l'uomo la propria donna non esiste più - se lei gli dice di prendere una strada che hanno fatto miliardi di volte, lui fa finta di non sentirla, ipnotizzato dal suono suadente della voce della signorina del tom tom. Anzi, pur di sentire quella vocina, accenderà il navigatore pure per andare al tabaccaio dietro l'angolo, riuscendo a raggiungere qualsiasi punto (anche il più vicino) facendo non meno di 50km di strade sterrate e riducendo la macchina come dopo una Parigi-Dakar. Mettete il caso che voi stiate filosofeggiando sull'asintattismo onirico nel surrealismo di Dalì: verrete comunque zittite per far spazio alla vocina. Sostanzialmente la compresenza di un navigatore e di una donna in macchina, comporta de facto l'assunzione da parte della donna del ruolo di terzo incomodo. Esistono due approcci maschili al navigatore:
- quelli che si relazionano all'oggetto come a una madre: per cui faranno sempre quello che viene detto dal navigatore, lo venereranno e gli rivolgeranno parole d'affetto, e rinfacceranno alla propria compagna di non aver mai fatto per lui quello che ha fatto il navigatore (salvargli la vita quella volta che non riuscivano a trovare l'uscita dall'ikea);
- quelli che si relazionano all'oggetto come a una moglie: lo stanno a sentire per un po', poi dopo iniziano a non sopportarlo più, tentano disperatamente di spegnerlo e non riuscendoci lo prendono e lo scagliano dal finestrino. Poi però si rendono conto che senza di lui non vanno da nessuna parte, e tornano indietro a riprenderlo.

Negli anni ho capito che fare il terzo incomodo quando la coppia è formata da uomo-madre (leggete: navigatore in veste di madre) è un compito ingrato. Fare il terzo incomodo nella coppia uomo-moglie (navigatore in veste di) è molto appagante, perché per una volta è qualcun'altra a passare per la rompicoglioni, e tu finalmente sai come ci si sente a fare l'amante. (Una figata)

"I love you"
"Please shut up"
*
Una volta Hemingway, forse per gioco, forse per sfida, se ne uscì dicendo che è possibile scrivere un romanzo in sole sei parole. Effettivamente nel suo caso ("For sale: baby shoes, never worn" - Vendesi: scarpe da neonato mai indossate), si raggiunsero vette di intensità notevoli. Dopo di lui, ci abbiamo provato in molti, con risultati più o meno interessanti. Nella fattispecie, la sottoscritta ci ha provato più e più volte,* con l'unico risultato di diventare talmente ossessionata dal numero 6 da iniziare a credere che il mondo intero sia descrivibile attraverso una matrice 6x6. Lo so che sembra una pazzia ma invito tutti voi a provare (ecco, ad esempio le ultime due frasi sono composte da sei parole l'una, giusto per mostrarvi quanto sono patologica). Ad ogni modo la six word story in apertura è emblematica di un certo atteggiamento, cioè quello di scappare di fronte alle dichiarazioni troppo esplicite, di qualsiasi tipo esse siano. Di fatto, sono convinta di essere una donna (?) affetta da un particolare caso di ansia da prestazione, un caso che non coinvolge problemi di natura - diciamo - idraulica, ma mentale. L'istinto alla fuga, infatti, si palesa ogni volta che qualcuno mi dichiara (nell'ordine):amore/amicizia/stima/simpatia/ammirazione(raro)/affetto/attrazione, dipanandosi secondo dinamiche perverse quanto variegate ma che pressappoco sottendono tutte lo stesso problema: sono una di quelle cagasotto che sbarellano ogni volta che sentono nell'aria il profumo di alte aspettative sulla propria persona. Ricordo una volta che un tipo mi disse "ti amo" e io gli risposi "sì che è tardi". Lo feci inconsciamente, avevo davvero capito "andiamo", però ora come ora mi sembra freudiano. Come corollario, abbiamo l'assoluta incapacità di dichiarare (nell'ordine):amore/amicizia/stima/simpatia/ammirazione(raro)/affetto/attrazione. E infatti sono una di quelle donne che non dicono mai ti amo (è un fatto di par condicio, quindi è inutile che voi drogate di ti amo mi veniate a dire "prova, vedrai che ti piacerà"). Le altre donne, invece, queste due fatidiche parole le usano eccome, e le usano principalmente in questi contesti (in ordine di tragicicomicità):
1) ti amo: tu lo ami, punto e basta. Sei una persona sana quindi smettila di leggere questo blog e possibilmente vai a procreare altre persone sane in grado di dire ti amo.
2) ti amo: vorrei ottenere qualcosa da te (tipo: il matrimonio/un diamante di fidanzamento/andare all'ikea di domenica/ fare un figlio) ma è veramente dura e quindi mi gioco il tutto per tutto;
3) ti amo: mi hai fatto un regalo costoso e io non ho assolutamente niente da darti in cambio, quindi ti intontisco con qualcosa di assolutamente fuori luogo;
4) ti amo: è il nostro anniversario e mi sono ubriacata di champagne;
5) ti amo: è capodanno e vorrei proprio che fosse romantico, non come l'anno scorso che l'abbiamo passato sul divano a guardare i programmi fessi in tv;
6) ti amo: è il mio intercalare preferito
7) ti amo: stiamo perdendo tempo e io vorrei fare sesso prima di andare in menopausa, quindi velocizzo un po' le cose, perdonami;
8) ti amo: stiamo facendo sesso e ho le endorfine in circolo, sono narcotizzata, ma in realtà te lo dico perché non mi va che pensi che io sia una facile che vuole solo fare sesso;
9) ti amo: ho fatto sesso con un altro, sono divorata dai sensi di colpa e cerco disperatamente di mettere tutto a posto;
10)ti amo: non ti amo più da mesi e non so come dirtelo.

Mi rendo conto solo ora che gli scenari che sono stata in grado di immaginare sono 10: questo non rientra nella logica dominante del 6, quindi per favore, proponetemi altri contesti in modo da arrivare a un multiplo perché oltre alle aspettative sulla mia persona, non reggo nemmeno l'entropia.

Io penso che ogni donna nasca con in testa l'archetipo della relazione perfetta. Quello di "perfezione di coppia" è un concetto relativo e femmina-specifico: se per una, la perfezione sta nel raggiungimento dello standard di famiglia del mulino bianco d.o.c., per un'altra sta nella bigamia - o per le più open-minded nella poligamia -, per un'altra ancora nelle relazioni a distanza. Ora, io non so voi come vi siate dipinte nelle vostre teste la vostra idea di relazione perfetta, quello che però so per certo è che se siete donne e non siete ancora in menopausa (dopo la menopausa le donne diventano compagne perfette perché iniziano a pensare e agire come uomini, quindi il mio discorso non vale) - a prescindere dall'obiettivo che vi siete prefisse (matrimonio/godervi la vita, due sono le opzioni) - quello a cui non saprete mai rinunciare nella vita sentimentale è il pathos. Le donne, da una relazione, non vogliono la tranquillità. Ossia, vogliono la tranquillità ma vogliono far finta di non sapere che navigano in acque tranquille, che non c'è nessuna sorpresa dietro l'angolo. Vogliono credere ardentemente che ci sia qualcosa oltre allo spadellamento continuo, al bucato col napisan, al dormire insieme coi calzettoni di lana. Vogliono le farfalle allo stomaco, la paura che tutto possa finire, sguardi intensi. Vogliono (vogliamo) lo sturm und drang. Vogliamo Cime Tempestose.
Il bello è che questo tipo di desiderii non affligge solo le adolescenti, anzi, col passare del tempo si diventa più esigenti: se fino ai vent'anni basta una telefonata in ritardo a dare l'adrenalina necessaria a tenere in vita la relazione, dopo una certa si è così immuni a quella sensazione di rischio, che il gioco si fa veramente duro. Ho visto donne fingere di dover partire per mesi e mesi alla volta di paesi dai nomi esotici e misteriosi per vagliare i sentimenti di lui (e rimanere di sasso davanti a una risposta illuminata come "non ti metterei mai i bastoni tra le ruote, vedrai che supereremo anche questo"), sostenere - in preda a un momento di delirio ormonale - di voler troncare la propria relazione, pur di movimentare un po' le acque; confessare tradimenti mai avvenuti nel tentativo di avere una reazione passionale da parte di un uomo un po' troppo pantofolaio. Ora, io credo che le relazioni in absentia - oltre alla grande gestibilità in termini di tempo - forniscano il massimo del pathos con il minimo sforzo, in quanto le discussioni viaggiano sul filo del telefono senza possibilità di scontro diretto e quindi di riappacificazione istantanea. Fino ad oggi non ho mai conosciuto nessuna donna immune a questo impulso fortemente autodistruttivo che porta inevitabilmente allo sfinimento del maschio. La dinamica è più o meno sempre la stessa: si parte da una riflessione attorno a un problema (non importa se reale o no), ci si arrovella quel tanto che basta a farsi uscire il fumo dalle orecchie, la si espone - di solito telefonicamente - al proprio partner stando attente a criticare qualsiasi tipo di reazione lui abbia, si discute ogni cavillo e poi si passa alle recriminazioni, alla fine piangendo si opta per una pausa di riflessione, se non per una rottura. Nell'istante stesso in cui si chiude il telefono ci si rende conto della propria follia, si torna sui propri passi chiedendo umilmente perdono e per una settimana si è tutte smancerie e coccole come delle drogate che hanno avuto la propria dose (in questo caso di pathos). E vi giuro che si può essere le donne più razionali del mondo, ma queste velleità da drama queen di tanto in tanto le sperimentiamo tutte. Anche la sottoscritta, non esente da questo tipo di tentazioni (anche se la mia idea di emozioni intense in una relazione coinvolge attività come fare insieme bungee jumping o lanciarsi con un solo paracadute) che oggi, facendo il test dei fiori di Bach, ha scoperto che dovrebbe farsi una pera di white chestnut, "detto anche il rimedio per il "disco rigato", proprio perché la mente continua a girare sempre sullo stesso punto, proprio come un disco rovinato" (testuali parole). Sarei corsa in erboristeria, ma nella mia scheda personale si diceva anche che avrei bisogno di una bella dose di Clematis, che serve alle persone molto inclini alle fantasie a concretizzare i propri propositi. E infatti in erboristeria non ci sono andata, quindi immagino che quel Bach ci avesse davvero visto giusto con me.

Avete presente quando noi donne cerchiamo di spremere i nostri uomini affinché facciano/dicano/organizzino qualcosa di romantico per noi? Quella sensazione di lotta persa in partenza, di cercare di cavar sangue da una rapa?
Bene, per me c'è qualcosa di peggio di quel tipo di frustrazione. Anzi, ci sono ben due cose: una è la faccia da babbeo del tipo nella foto qui accanto ma che ho voluto comunque pubblicare perché sono una squallidona in subbuglio ormonale, la seconda è quella frase che nessuna donna vorrebbe mai sentirsi dire e che invece gli uomini dicono credendo di farci un favore, e cioè stasera cucino io (sottotitolo: stasera in cucina si scatena l'Apocalisse).
Ora, non so a voi, ma a me l'immagine di un maschio italiano - lo specifico, sennò bariblogs, con cui ne parlavo poco fa, mi si incazza - in cucina fa tremare le vene e i polsi: passato il momento di tenerezza e divertimento iniziale, motivato dal fatto di vedere un essere totalmente spiazzato alla vista di un mestolo, ci si rende inevitabilmente conto che se un rinoceronte si fosse proposto di cucinare la cena, probabilmente avrebbe causato meno danni in cucina.
I problemi fondamentali dell'uomo tra i fornelli sono due. Il primo è quasi un assioma: nonostante si sia arrischiato a fare il macho dicendo cose del tipo tu, donna, rilassati pure sul divano con un bicchiere di vino e un buon libro, penso a tutto io, ogni cinque secondi urlerà dalla cucina domande irritanti come "ma è normale che il soffritto di cipolla diventi nero?", "dov'è l'ovatta? sto sgocciolando sangue ovunque, è normale?" (è normalissimo, tesoro mio, se ti sei reciso la carotide), "ma perché non organizzi più razionalmente le stoviglie?" (appena varcano la soglia della cucina, diventano tutti dei Gianfranco Vissani, chissà com'è), "ma dov'è una schiumarola?". La sua estraneità al mondo culinario, infatti, è tale da impedirgli di trovare alcunché, nemmeno ciò che ha sotto agli occhi. Questo non significa, ragazze care, che dovete cedere alla tentazione di alzarvi e andare in cucina per palesargli la sua inettitudine, lasciate che si cuocia da solo in questa consapevolezza: se doveste cedere, non esiterebbe a schiavizzarvi con la scusa che lui sovrintende e coordina i lavori e voi eseguite (come dargli torto, essendo un grande chef è giusto che lui ci metta la creatività e l'estro artistico e voi sgobbiate).
Il secondo problema, anche questo peculiare del maschio, è che per cucinare anche il piatto più semplice del mondo, non so come, non so perché, riesce sempre a sporcare tremila padelle e aggeggi vari. La mia sensazione è che persino l'atto culinario basilare, ad esempio un piatto di pennette al pomodoro, coinvolga nella testa maschile tutta una serie di passaggi intermedi superflui il cui numero è direttamente proporzionale a quello delle stoviglie sporcate. Egli - suona strano, ma questo pronome esiste ancora - infatti, prenderà la salsa, l'aprirà con fare atletico, con immutato fare atletico sgocciolerà sul pavimento versandola in una ciotola più consona, poi si renderà conto che quella ciotola non va bene perché nel versarla nella pentola potrebbe cadere sui fornelli allora la versa in un contenitore col beccuccio, nel frattempo altra salsa cade per terra e tu inizi a pensare che si tratterà di una ricetta nuova, pennette al pomodoro senza pomodoro, poi piglia la bottiglia d'olio e lo travasa nell'oliera, prende un tagliere delle dimensioni dell'Alaska e un coltello da macellaio appositamente per sminuzzare un unico, minuscolo, povero piccolo spicchio di cipolla, fa soffriggere l'olio in padella, ci butta dentro la cipolla che si carbonizza, ripete l'operazione dentro a un altra padella, poi alla fine ci butta quello sputo di salsa che è sopravvissuta a tutti i travasi, un po' d'acqua e tre chili di sale e scopre le meraviglie della fisica attraverso il magico fenomeno dell'ebollizione dell'acqua a 100°C. Capito questo, crede di poter aprire un ristorante e di far sì che rientri nella classifica del Gambero Rosso.
Tu intanto hai chiamato di nascosto la tua pizzeria preferita ma non gli dici niente.
La pizza arriverà nel momento esatto in cui lui, con le lacrime agli occhi, sputerà nel fazzoletto la pennetta al pomodoro, dicendo che non ha appetito.
Dopo la pizza avrà anche il coraggio di dirti visto che ho cucinato e sono stanco, i piatti li lavi tu?

P.S. regalino per Amaracchia e tutte le lettrici donne. Assolutamente sconsigliato agli uomini.

Devo essere sincera: dopo essermi ubriacata da sola per festeggiare i trentatrè commenti del post precedente (a proposito, grazie al n.31,32,33 per aver fatto il solletico alla mia nevrosi sulle cifre tonde), per un attimo ho pensato di chiudere trionfalmente baracca e burattini con un post di cui già avevo in mente il nome - So long, and thanks for all the fish: nella mia idea, aprendo il mio blog sarebbe dovuta partire la musichetta della Guida galattica, e l'utente si sarebbe dovuto trovare di fronte a un post brillante e al tempo stesso malinconico che gli avrebbe strappato un paio di lacrime all'idea che quelle sarebbero state le ultime perle del SunOfYork-pensiero. Mi ci è voluto davvero poco ad abbandonare l'impresa a causa della mia incapacità di mettere musichette come sfondo e a realizzare, di conseguenza, che questo blog non chiuderà mai.
Dunque stasera ho deciso di illuminarvi sui vari modi in cui le donne seducono gli uomini. Sostanzialmente la mia idea è che riuscire o meno ad acaparrarsi un uomo dipenda dal caso, idea dovuta al fatto che ci sono in ballo troppe variabili in gioco perché io mi sbatta a dare una spiegazione razionale del fenomeno. Diremo allora che queste variabili hanno natura e importanza diversa nella riuscita dell'acchiappo: si va da fattori collaterali quali il tipo di bevanda o droga assunta prima dell'incontro ad altri più centrali come la disponibilità di entrambi gli attori, il perfetto match chimico, il periodo dell'ovulazione femminile, e soprattutto quello che chiamerò il tasso di orizzontabilità. Diamo la definizione e poi spieghiamo:

IL TASSO DI ORIZZONTABILITA' DI UN INDIVIDUO X PUO' VARIARE DA 1 A 5
COROLLARIO (thanks Krapp, solo tu puoi essere così nerd): IL TASSO DI ORIZZONTABILITA'
E' INVERSAMENTE PROPORZIONALE AL COEFFICIENTE DI ORIZZONTABILIZZABILITA'.

Poveri noi. Quando una donna incontra un uomo o viceversa immediatamente gli assegna un punteggio da 1 a 5, ossia il tasso di orizzontabilità (quanto me lo voglio portare a letto).
Detta in soldoni, quanto più l'individuo è desiderabile/orizzontabile, tanto più sarà dura sedurlo/orizzontabilizzarlo, perché l'individuo in questione se la tirerà a dismisura -qui dovrei introdurre il concetto di asintoto, ma lasciamo stare, tanto lo so che siete tutti scienziati e a questo punto state con la bava alla bocca-, come facilmente desumibile dal grafico dell'iperbole giustapposto.

Ora, come fanno le donne a sedurre un uomo? Quali strategie usano? Come si pongono? Quali uomini costituiscono il loro target? Io ne ho individuati alcuni tipi, vedete voi se vi ci ritrovate.
1. La risoluta: se uno le piace, glielo dice chiaramente con la delicatezza di un panzerkampfwagen. Tipo: lui sta ancora ordinando da bere e lei già paga il conto; si stizzisce se davanti a tanta risolutezza lui sembra vacillare, vedendo nella di lui esitazione una irrimediabile perdita di tempo. Di solito le capitano uomini irrisoluti e incapaci di fare il primo passo, a dimostrazione della potenza del contrappasso dantesco. Il problema di questa tipologia di donna è che una tale facilità nell'esporsi, la porta a una sovraesposizione anche in momenti inopportuni (del tipo che si lancia involontariamente in imprese disperate)
2. La fatalona: è tutta sguardi e smancerie, biancheria intima che spunta dalla scollatura o dal pantalone a vita bassa e boccuccia a cuore. Il problema è che in tutte queste mossette, non si rende puntualmente conto che ha messo gli occhi su un omosessuale, il quale, a sua volta, sta facendo gli occhi dolci al barista
3. La filosofa: è quella che quando punta un tipo, lo sommerge di chiacchiere filosofico-artistico-letterarie. Di solito sono quelle ragazze che si fanno le foto ai piedi o alle loro calze a righe, le pubblicano su flickr, e si sentono delle artiste, o quelle che arredano la casa seguendo il feng shui (maledette rompicoglioni). Ovviamente anche il tipo più intellettuale, dopo un po' muore: si tiene la filosofa come amica, e si tromba un'altra.
4. L'amicona: eeeeh, questa è una categoria molto diffusa tra le donne di tutte le età: inizia col puntare un uomo coinvolgendolo in attività quali cinema/mostre/partite di badmington (?)/passeggiate in bici, dandogli l'illusione di essere sua amica. Poi però lui le confida le sue pene d'amore per un'altra, e lei diventa lesbica.
5. La subdola: padroneggia tutte queste tecniche alla perfezione, sa essere amichevole se necessario (addirittura arriverebbe a guardare una partita di calcio con il suo target), nel momento giusto sa improvvisare uno strip tease (d'inverno usa il tasso di ibernazione di mani e piedi per capire quando interrompere lo show), può parlare per ore di film e libri, e farsi chiedere in moglie quando lo desidera. Resta da capire in cosa si evolve una subdola dopo le nozze.
Io ad occhio e croce direi nella donna perfetta.

16.10.08

pms

Adolescenti o mature, magre o tonde, single o fidanzate, racchie o top model: tutte abbiamo sperimentato sulla nostra pelle quel flagello mensile che va sotto il nome di sindrome premestruale. Ora, so che già solo alla "p" di premestruale, mi sono alienata la maggior parte dei miei lettori maschi, per l'esattezza quella parte di lettori che sono attualmente fidanzati,o che, essendolo stati in passato, sanno di che cosa sto parlando. Bene, questo post è per i restanti, e non fate i timidi, lo so per certo che mi leggete perché google analytics mi riporta da qualche mese chiavi di ricerca come "vergine a trent'anni" o "cos'è una donna". Dunque cari miei, una donna in sindrome premestruale (pms) è una donna soggetta a irritabilità, depressione, crisi di pianto, mal di testa, desiderio di scassare le balle, tette gonfie, capelli grassi e pelle spenta: in pratica una donna qualsiasi. La mia teoria infatti - ne formulo una per ogni stronzata che mi passa per la testa - è che la pms non esista ma che sia una condizione generale e intrinseca nell'essere femminile, che vive la sua esistenza come perenne premestruo, concedendosi però il lusso di fare il diavolo a quattro per qualche giorno al mese e di addebitare il tutto alla vecchia cara pms. Ad ogni modo, l'attenta osservazione delle mie svariate coinquiline di questi ultimi anni mi ha condotta alla conclusione che ci sono diversi approcci alla pms:

-la depressa (o anche l'incompresa): passa il sabato sera a piangere davanti a C'è posta per te, gira per casa ciabattando rumorosamente e trascinando sempre in una mano un pacchetto di Kleenex mentre si interroga su che cosa ha sbagliato nella sua vita: normalmente la si riconosce per i capelli grassi, il labbro inferiore tremulo, le occhiaie scure e il brufoletto che le spunta malefico sul labbro superiore, esattamente nel punto di sezione aurea della distanza tra naso e labbra;
-l'isterica (aka parlami e ti sparo): cammina per la strada con passo marziale, borbottando contro il suo nemico del momento (l'inquinamento acustico, il cane che ha sporcato il pavimento, gli automobilisti che non rispettano il semaforo, il tizio cieco che l'ha urtata inavvertitamente col bastone), risponde con urla e strepiti a qualsiasi osservazione che non le vada a genio, massacra il fidanzato colpevolizzandolo di tutti i mali della sua vita: attenzione a farle notare che è un po' nervosetta per via della pms, questo non fa che aumentare esponenzialmente la sua rabbia. La si riconosce per lo sguardo iniettato di sangue e un lieve tremito del sopracciglio,
-la scoglionata (ossia Miss nichilismo): non vuole fare un cacchio tanto è tutto inutile, se ne frega di chicchessia, l'unica reazione che ha davanti alle tragedie quotidiane è una scrollatina di spalle, e in linea di massima si rifugia in un inerte fatalismo, che la porta a vedere qualsiasi cosa accada prima del giorno x (il giorno del ciclo) come una futile perdita di tempo. Se vi imbattete in qualcuna emettere quel suono schioccante tipo "tsk" e alzare il sopracciglio, allora non ci sono dubbi, è lei, la scoglionata doc.
-la schizzata (alas "il flagello di dio"), è la peggiore delle quattro, perché racchiude in sè tutti gli aspetti delle precedenti e li alterna a una velocità supersonica, aggiungendovi un pizzico di libidine scatenata. Ecco cosa si può sentir dire a una donna schizzata in pms:
lei: stasera ti stupro senza pietà
lui: sta chiaramente parlando la pms al posto tuo...
lei: aaaaaaaaaaahahahah (risata isterica)
lui: ...
lei: perché non vuoi interagire, dai ti prego parlami, ho bisogno di te (a questo punto piange a singhiozzo)
lui: dai stai calma, è così ogni mese.
lei: vabbè sei uno stronzo, ma io me ne frego di te e di chi t'ha fatto (la frecciata alla madre ci sta sempre)
La riconosci perché gesticola freneticamente, ha un tono di voce stridulo, e alterna momenti di logorrea a lunghi silenzi. La riconosci dai capelli: perennemente elettrizzati, se li sfiori con la mano si sollevano verso l'alto, conferendole l'aspetto di una gorgone.

Ora, per quanto riguarda me, io mi inserisco a pieno nell'ultima categoria, la schizzata. In più però ho altri due sintomi sunofyork-specifici: la perenne faringite - non si sa perché ogni mese mi becchi questa piaga d'egitto, ma inizio a pensare che sia un modo in cui la natura mi impedisce di parlare nel momento in cui evidentemente direi più follie, e il desiderio incontenibile di prendere una spranga e bastonare tutti quelli iscritti ai primi anni del DAMS che si mettono jeans strettissimi e gli occhialoni neri da wannabe cineasta indipendente very very cool e si sentono molto originali.
Maledetti stronzetti del dams, sappiate che il mio bastone non avrà pietà dei vostri occhiali.

Ed ecco come randomante vede la sottoscritta durante la sindrome premestruale.
E voi altri martiri, come vedete le vostre donne?

13.10.08

"O"

Posted by SunOfYork |


Ma secondo voi, i pubblicitari ci hanno pensato alle implicazioni di questo spot? non c'è il rischio che se poi questo gel non funziona come promette, qualcuna vedendo che tutte ste tipe ci riescono tranne lei, si suicidi?
E guardate che mica parlo per me, non ho di questi problemi io.
Figuriamoci se ci avevo mai sperato. Lo so che per quello ci vuole molto molto di più, tipo un gel alla nitroglicerina, qualche decina di oggetti apotropaici sotto al materasso, un vibratore in grado di suscitare un sisma del decimo grado della scala mercalli, che sia alternativamente in grado di operare un elettroshock.

10.10.08

perché proprio a me?

Posted by SunOfYork |

Ci sono donne che ricercano la figura paterna nel proprio compagno, e donne che la cercano altrove. Io, ad esempio, la cerco nel mio portatile. Ed infatti il rapporto che ho con il mio Sony Vaio è disfunzionale, drammaticamente altalenante, conflittuale e pieno di recriminazioni e sensi di colpa, esattamente come quello che ho con mio padre. Allo stesso modo è un rapporto basato su una profonda affinità e comunione di intenti, su gusti simili, sullo stesso desiderio di avere sempre il massimo, e lo stesso bisogno di prendersi frequenti momenti di svago comune. Ad esempio io e il mio Sony siamo sempre stati d'accordo sulla imprescindibilità di prendersi delle pause a orari tondi (tipo ogni ora, ogni mezz'ora o ogni quarto d'ora ecc..ecc..): pause che spendevamo sugli altrui blog, su facebook o (cosa che amavamo sopra ogni altra), aliendandoci sulla fotogallery di libero.it. Ugualmente con mio padre certe volte ci andiamo ad obnubilare negli ipermercati, senza comprare niente. Ultimamente condividevamo la pena per la situazione della Borsa italiana, e saggiamente il mio Sony Vaio - nonostante le rassicurazioni del perfido manager - mi consigliava di ritirare i miei risparmi (dieci euro) dal conto corrente Unicredit e metterli sotto il materasso. Lo stesso mi consigliava mio padre, che non ha mai avuto fiducia nelle banche, e che ritiene il bancomat una invenzione diabolica.
Ogni tanto faceva le bizze, mi rimproverava di sfruttarlo senza restituirgli nulla e mi mollava per un po', ma poi c'era sempre nel momento del bisogno.Ci prendevamo cura l'uno dell'altra.

Ora mi si è scassato, di nuovo, l'avevo ritirato dall'assistenza meno di un mese fa, e io non ero pronta.
Sinceramente, un padre non si può sostituire, un portatile sì.


P.S.ecco come randomante interpreta il mio stato d'animo in questo momento. Lo ringrazio per avermi resa una tettona isterica.

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