Yes, darling. Life sucks

Momenti di disperato ottimismo

7.2.13

140 giorni

Pubblicato da SunOfYork |

Sono stravolta. Per fare un resoconto dei primi 140 giorni di vita della piccola A., bastano queste due parole. Quella che sto vivendo, è un'esperienza di maternità totale e totalizzante, nel senso che, non avendo parenti o amici stretti qui (fatta eccezione per la cara zia Bidi che ci ha salvato dal suicidio un paio di volte), la bambina ce la dobbiamo smazzare sempre noi. Lasciando perdere le pippe psicologiche sul come la maternità possa cambiare una donna, che è una cosa ovvia, anzi, quando qualcuno mi dice di trovarmi cambiata, mi verrebbe da dire dire, maddai, veramente? guarda che è una roba che levati, se ti passa un tir addosso è niente in confronto. Lasciando perdere pure gli aspetti affettivi, perché quella è la parte con cui me la cavo meglio, e grazie tante, come si fa a non amare alla follia una pallina bionda con gli occhioni blu che ti sorride estasiata. Al netto di tutto, rimangono gli aspetti pratico-logistici, e son loro che mi stravolgono. Ora, qualcosina in questi quattro mesi e mezzo, l'ho capita. Innanzitutto, quando si tratta di bambini, è inutile fare questioni di principio: la sopravvivenza (tua, e dell'infante) conta di più. Questo significa che nell'arco di pochissimo, ho infranto tutti i tabù che avevo prima di diventare madre: nel giro delle prime 48 ore l'ho fatta dormire con me (e non perché fossi una sostenitrice del cosleeping, maddeché, ero stremata e volevo solo dormire, e così potevo riuscirci), poi poco dopo, visto che il ciuccio non lo voleva e non faceva che strillare, ho iniziato a darle la tetta come ciuccio pur di farla stare buona, sperando di non trasformarla in una copia della mia cuginetta Sunofyork jr che, quando le fu tolta la ciucciotetta - in verità forse un po' troppo tardi, ricordo che mangiava già le bistecche - per addormentarsi aveva escogitato un metodo ingegnoso: sbattere istericamente la testa contro la testiera del letto finché non crollava svenuta - e adesso, lo ammetto con un po' di vergogna, ogni tanto mi capita di lasciarla 5-10 minuti davanti a quei dannati teletubbies (ma quant'è inquietante il bambino nel sole?).  Altra cosa ovvia che ho capito è che, con un bambino, ciò che conta per poter avere una vita "normale", è l'organizzazione. Niente va lasciato al caso, tutto va accuratamente pianificato. E lo sa bene la sottoscritta, la regina dell'improvvisazione, quella delle cose fatte alla cazzo, che fino a cinque mesi fa, si svegliava la mattina e decideva lì per lì cosa fare della giornata. Non che il padre, checché lui ne dica, sia troppo diverso da me. Credo che scambi "efficiente pianificatore" (cosa che ritiene di essere) con "nevrotico esagitato": è capace, per ottimizzare i tempi, di studiare ore un percorso su google maps, e di studiarlo così a lungo e nel dettaglio, che poi partiamo sempre all'ultimo secondo e arriviamo alla meta in ritardo e trafelati. No, con un bimbo piccolo è impossibile: bisogna muoversi sempre in anticipo per arrivare non troppo in ritardo, e anche così, non basta, ci sono altre variabili. Oggi volevo compiere il semplice gesto di vedermi in un punto d'incontro con altre mamme con bimbi piccoli, l'auto n.1 ha la batteria scarica, l'auto n.2 non so ancora guidarla ed ha un delirante sistema di chiavi e chiavette per farla partire. Mi deprimo, poi nonostante la nana famelica si sia svegliata quattro volte stanotte per mangiare mi dico, no, posso farcela ad arrivare in questo punto della città che, quando ero single e abitavo in via broccaindosso, per me manco esisteva e adesso che faccio vita di periferia, è dietro l'angolo. Allora mi armo di tutta l'energia di cui dispongo, mi vesto, mi trucco in modo da non sembrare una profuga, vesto anche mia figlia che nel giro di un secondo è ricoperta di bava. Premetto che abito al terzo piano senz'ascensore, quindi ogni uscita dev'essere studiata in modo che Paperoga porti giù il passeggino prima di andare al lavoro, cosa che oggi effettivamente ha fatto. Scendo le scale con lei abbarbicata addosso che ormai pesa un quintale e mezzo e si dimena come una tarantolata, la piazzo nel passeggino, e mi accingo a prendere i due autobus che mi servono per arrivare a destinazione. Scendo dal primo autobus e ovviamente inizia a diluviare. Sono senza ombrello, già in ultraritardo, con un umore più plumbeo del cielo di Bologna, quindi riprendo l'autobus e me ne torno a casa. Intanto per fare tutta quest'arte dei pazzi, ci son volute tre ore, apro la porta di casa e lei inizia a strillare per la fame. Mangia, si addormenta, il tempo di piazzarla nella culla e fare i piatti di ieri sera e lei è sveglia e miracolosamente carica di nuove energie, vuole giocare, essere intrattenuta con i librini morbidi e i sonaglini, le apine no, perché non c'è la mamma a farle muovere e allora che gusto c'è. Cerco di vedere se gioca da sola ma inizia a fare quell'adorabile broncino quindi cedo. Poco dopo mi arriva una mail di un'amica che ha visto le foto di dropbox e mi dice che la piccola è troppo bella, che son stata brava e devo sbrigarmi a farne un altro.
Ho un tic al sopracciglio che ve lo vorrei far vedere.

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