Yes, darling. Life sucks

Learning how to cope since 1982

Inizi a capire che il tuo umore non è proprio dei più rosei il giorno in cui ti spari di fila due dischi dei CCCP e ti sembrano "allegrotti".
Ah, la primavera. Fa lo stesso effetto a tutti?



(special thanks to Squilibrista per aver sopperito alla mia totale mancanza di ingegno informatico)
(e comunque, questo è il post numero 100, m'aspettavo di meglio - di buono c'è che da qui si può solo risalire)

24.4.09

Ossidoriduzione

Posted by SunOfYork |

Così quando hai rubato la legge dei profeti per me,
tradire è stato un dono,
il bacio che non cerca più perdono [C.B.]


In un'ipotetica quanto improbabile top five dei comportamenti deviati che non smetterò mai di avere nelle mie relazioni sentimentali (impazienza di avere tutto subito - idealizzazione dell'altro e grandi slanci - primi cedimenti davanti alla realtà delle cose - disillusione e grandi dietrofront), la pole position spetta senza alcun dubbio allo spostamento del mio baricentro personale verso l'esterno: tutto il necessario risiede nell'altro, nei suoi bisogni e desideri. Ora, la conseguenza di questo bislacco francescanesimo è che, tempo pochi mesi, dopo aver inondato l'altra persona delle mie passioni letterarie musicali e cinematografiche, ed essermene fatta inondare a mia volta, insomma, completato questo processo di ossidoriduzione, si ha un momento di stallo intellettuale. Ovvero, il male assoluto.
Si dà però il caso che, vista la temporanea zitellaggine che mi affligge in queste ore, io abbia ripreso a coltivare i miei innumerevoli ed eclettici interessi (interviste rare a Cristina D'Avena e Mirko dei Bee Hive in desabillé, film di Fantozzi, impagliatura di animali rari, ascolto ripetuto e molesto delle canzoni di Orietta Berti). Me ne andavo quindi bel bella in quel di Roma Nord con i miei due mentori musicali - lo storico amico K. (l'anima indie contemplativa) e la new entry amico F. (l'anima punk berlinese) - in una serata piovosa e stranamente elettrica. Si diceva, questa allegra combriccola composta da noi tre, sparuta minoranza sgangherata e trozkista vagante attraverso vie infestate da scritte inneggianti a Forza Nuova, si dirigeva alla volta di un concerto che si sarebbe tenuto in un appartamento il cui indirizzo ci era stato comunicato via sms 24 ore prima, perché pare che da un po' vada tantissimo - tra la gente yeah - chiamare gli artisti a tenere dei concerti segreti in case private. Numero massimo degli ospiti, quaranta, per garantire anche al più indie di fare il tutto esaurito.
Arrivavamo infine alla meta: un appartamento gremito, fumoso, privo di mobili e pieno di locandine di film inutilmente pretenziosi. Tappeti per terra e lumini per creare atmosfera. Vino rosso a profusione. Popolazione alternativa media senza infamia e senza lode - totalizzate 0 kefieh e 0 magliette di Che Guevara - con delle punte di eccentricità in alcuni dandy della buon ora e un esemplare di femmina estramemente androgina alta attorno ai due metri che scatena inaspettatamente le fantasie più perverse dei miei due accompagnatori (nonché la mia benevolenza). L'amico K. inizia a tacchinare una giovincella col suo fare ardito da esperto viveur di concerti indie, io e l'amico F. rimaniamo a sbevazzare e a fantasticare di un post cattivissimo a quattro mani (sorry Phil, didn't mean to hurt your feelings) in cui prendiamo per il culo tutto e tutti, soprattutto la performance acustica che andremo a sentire.
E infatti andiamo a sentirla. Ci sediamo a terra tutti vicinissimi, uno attaccato all'altro, l'intolleranza per il contatto ravvicinato con tutti questi gggiovani è alle stelle: l'amico F. dopo un minuto ha le ginocchia incriccate e lamenta i primi problemi di sciatica, il mio osso sacro formicola in modo inquietante.
Poi Cesare Basile inizia a cantare, in acustico. Solo chitarra, armonica a bocca e la sua voce. Canta, chiaramente a disagio per la situazione bislacca, e ci racconta il suo egocentrismo, il suo panico, la donna che ama e il percorso tortuoso che è il loro amore. Si schiarisce la voce, racconta le sue storie, riprende a cantare e tu ti chiedi il perché di questo tuo desiderio di sminuire sempre tutto, questo talento innato per distruggere le cose belle. Forse è un caso. Ma ti chiedi anche perché uno così deve cantare in una stanza, quando meriterebbe di riempire un teatro. E anche lì la risposta sta più nel caso che nel talento, perché di certo qui quello non manca, anzi, è proprio tangibile, anche se io non sono nessuno per dirlo.

(insomma, esperienza positiva, soprattutto se K. finalmente riesce a trovarsi la fidanzata)

E a questo avrei messo anche il podcast di una qualsiasi canzone di Cesare Basile, (sono tutte stupende) ma indovinate? Lì è una questione di talento (informatico, che a me manca) e non di caso.

(ed eccolo alla fine)

La storia la conoscete tutti perché è vecchia come il cucco: uno si sbatte per gli altri e di tutta risposta viene preso a schicchere. La storia della mia vita, direte voi. Ebbene, cari i miei wannabe missionari, quest'atea qui vi dice che oltre a voi, pare ci sia stato uno, anni fa, a cui hanno appioppato una croce vera e che se l'è trascinata per chissà quanti chilometri prima di terminare lì sopra l'esistenza. E proprio su questa via crucis è incentrata la tradizionale processione dei misteri di Palese - Bari e di mille altri quartieri sparsi per tutta Italia.
Ora, per quanto radicato sia l'ateismo nella mia famiglia, non lo sarà mai abbastanza da tenerci alla larga da questo evento a metà tra il cattolico, il folkloristico e il profano. Motivo? I maschi della mia stirpe hanno ereditato, da un lontanissimo antenato credente, una statua in legno massiccio, quella del Cristo morto, detta anche "La culla" (immaginate un giaciglio dorato raramente kitsch, con dei ninnoli di vetro colorato appeso, fiori finti su cui viene spruzzata della colonia scadente, enormi candele e un cristo olivastro che pare Raz Degan) e il dovere morale di partecipare all'happening del Venerdì Santo fino all'insorgere di comprovati ostacoli fisici. E dunque, questo dato di fatto ha sostanzialmente due implicazioni: la prima è che qualsiasi mio spasimante, prima di poter assurgere al ruolo di fidanzato, dev'essere disposto - qualora mio padre non fosse più in grado di farlo - a scarrozzarsi insieme ad altri tre prodi della confraternita, una statua che peserà all'incirca tre quintali (non pensate di fare i furbi e proporre di caricarla su un furgoncino - questa non è una possibilità contemplata, visto che anche le altre 19 confraternite che possiedono le altre statue preferiscono trasportarle a spalla). La seconda è che, ogni anno, in questa casa, assistiamo al toto-girovita di mio padre che, chiamato a indossare un completo da iena (nero integrale, camicia bianca, narrow black tie) - sempre lo stesso da quando ne ho memoria - smannaggia come un turco constatando la lievitazione esponenziale del suo grasso corporeo. E, bestemmie a parte, alla fine in qualche modo si infila in quel completo ed esce con passo marziale per recarsi nella chiesa di quartiere da cui la processione prende il via. Ora, la tradizione mi vede solitamente coinvolta, insieme al resto della famiglia, come osservatrice non partecipante (delle gesta epiche del mio babbo). Solo in un caso, ancora tredicenne - in piena ribellione adolescenziale, perché nella mia famiglia l'unico modo in cui si poteva trasgredire, era dichiararsi credenti - ci partecipai come membro del coro indossando una tunica bianca da cui spuntavano mezzo metro di jeans e Converse perché troppo corta per me, che già ero una pertica allora, occasione nella quale bruciai con il cero pasquale i capelli della mia amichetta, rea di avere dei bellissimi boccoli laddove io avevo degli spaghetti giallastri, e dopo la quale fui per sempre bandita da ogni attività religiosa (ingrati, l'effetto fu piuttosto mistico). Comunque, si diceva. Io e i miei nonni ci rechiamo in strada in assetto da jiihad, il nonno highlander si appoggia a un muro con fare tracotante da bravo manzoniano mentre la nonna sosia di gianni morandi inizia ad apostrofare le sue vecchie conoscenze con simpatici "mooo', cap d cazz, ancor camp?" ("perdincibacco, zucca vuota, noto con gioia che sei ancora in vita") o anche, in momenti di particolare spannung, "uè tramaun*, c cazz stè a ffà dò? mè, vid c t liv da 'nanz o cazz" (ciao mezza sega, qual buon vento ti conduce in questi luoghi ameni? Ad ogni modo, potresti cortesemente cedermi il passo?). Noi siamo lì immobili, una fronda di anticlericali, e attendiamo che la processione ci venga incontro, annunciata da una sgarrupatissima banda di paese - per cui ogni anno indicono un concorso che recita più o meno "se sei il peggior strumentista della Puglia, partecipa alla processione dei misteri di Palese". Suonano una specie di tristissima mazurka da far invidia a Capossela mentre le statue avanzano lungo la via che dalla pineta si snoda verso il mare, un carrozzone lento e colorato che ondeggia per il passo stravagante di chi ne sorregge il peso (si procede rigorosamente a gambe larghe e al ritmo di bachata, perché a una statua si addice di più il moto oscillatorio di quello sussultorio), qualcuna rimane bloccata nel passaggio a livello che puntualmente si chiude facendo temere la tragedia, i ragazzini del coro intonano in falsetto canti improponibili, gruppi di uomini in tunica rossa, cilicio e corona di spine ti guardano con aria afflitta come a dire "lo stiamo facendo anche per i tuoi peccati" (ci vorrebbe bel altro che un cilicio, caro mio, e non credo tu sia disposto a tanto), un sassofonista particolarmente estroso fa la parte di Lisa nella sigla dei Simpson, e mentre l'Ultima Cena, le zitelle col rossetto sui denti che gareggiano a chi fa il miglior acuto sull'Osanna, San Giovanni, la Flagellazione e chissà cos'altro ti sfilano davanti, tu pensi solo che sembrano tutti vecchi, così incredibilmente vecchi, anche i tuoi coetanei che nel frattempo, mentre eri impegnata a fare manco-tu-sai-cosa, si sono sposati e hanno figliato, sanno di vecchio. E lo stesso deve pensare nonna Gianni Morandi, che, passata la statua di famiglia e salutato mio padre con fare solenne, ogni anno puntualmente si volta verso di te e dice "mè, sciamaninn, m' so' scassat u cazz mizz a tutt sti vecchj" (orsù, nipote adorata, appropinquiamoci alla nostra magione, ché non tollero più la vista di tutti questi anziani).

*(ndt) tramaun - tr'mòn - trimone (con variazione apofonica delle vocali radicali a seconda dell'ubicazione geografica del parlante), per i non baresi, è un'espressione un po' intraducibile e di sicuro fascino, con cui si appellano affettuosamente (ma anche no) gli abitanti della città di Bari, e che corrisponde solo approssimativamente a "mezza sega", presentando però una notevole polisemia che ne rende complessa la disambiguazione.

Diciamoci la verità: per il 99% del tempo abitare in una casa con sole donne è uno spasso. Puoi farti la ceretta sul tavolo della sala da pranzo mentre le altre cenano, stendere i mutandoni a vista senza paura di perdere quell'allure di sensualità che (si suppone) ti contraddistinguerebbe con un quantomai improbabile uomo - anche se mi rendo conto questa frase contiene troppe ipotesi perché possa avere una qualche fondatezza - puoi maledire tutti gli esseri di sesso maschile (animali inclusi) senza paura di offendere la sensibilità di qualcuno, e in definitiva vivere la tua esistenza come un eterno pigiama party in stile Beverly Hills 90210. Questo il 99% delle volte. Resta scoperto quell'1% in cui, nel giro di quarantott'ore, ti trovi a dover fronteggiare 1. l'ammutinamento di tutti gli elettrodomestici della casa 2. tutta un'altra serie di sfortunati eventi domestici 3. la tua incapacità di capire quale tipo di disagio psichico spinga una lavatrice a riversare ettolitri di schiuma sul pavimento o un forno a essere in grado di ridurre gli ossidi metallici e produrre ghisa ma non di cuocere uniformemente un ciambellone. O un asciugacapelli a scoppiarti in mano. O una caldaia a fare i gorgoglii di un neonato. 4. l' impossibilità di rapportarti serenamente con il dato di fatto che l' impianto idraulico di questo palazzo è costruito in modo tale che quando l'inquilino del piano di sopra tira lo scarico del wc, tutta la sua roba - ridotta a una melma purtrida dal malefico Sanitrit - passa nel tubo del nostro lavello della cucina, e metti caso ci sia un'ostruzione momentanea dei tubi, metti caso la valvola di non ritorno abbia smesso la sua funzione, per l'appunto, di non-ritorno (perché è così che ti chiami, maledetta valvola, vedi di non scordartelo di nuovo), metti pure caso che la guarnizione che teneva insieme i tubi sotto il lavello si sia usurata, metti caso succeda tutto questo, e tutto questo succeda ovviamente nello stesso istante in una congiuntura astrale tanto sfavorevole quanto rara, ti ritrovi la cucina inondata di quella roba di cui sopra e a sentirti la protagonista di una scena tagliata di Trainspotting perché troppo splatter persino per Danny Boyle. Ed in quel caso lì, mentre sguazzi con le ciabattine rosa in quella melma fetida, bè, direi che un uomo forse ti manca. Lì sì, per quanto il tempo men-free ti abbia un po' trasformata in una sorta di MacGyver con le tette, avverti la mancanza di un individuo che, alla assoluta e incontrovertibile figaggine, congiunga anche la capacità di comprendere l'intima psicologia degli apparecchi domestici.
E allora che fai? Andare ad abbordare uno per strada solo per chiedergli, al risveglio, di dare un'occhiata al forno, è uno sbattimento eccessivo, considerato che poi almeno un caffè glielo dovrai offrire e già starai stanca dalle acrobazie notturne; il fidanzato della Coinquilina Numero Uno è colto da repentina demenza e saltella felice nel letame come un bambino nelle pozzanghere senza rendersi di nessun aiuto, e l'Afflitta porta in casa solo uomini con seri problemi di tossicodipendenza (nel senso che non sanno più da che sostanza tossica dipendere) i quali si intrippano a sentire l'odore del gas proveniente dalla caldaia.
Quindi digiti istericamente il numero del Pronto Intervento Donne Single, ossia il tuo idraulico tutto fare di Wolverhampton (se non so' inglesi non li volemo), che guarda caso risponde al nome archetipico di Adam, il quale ti risponde al cellulare mentre guida sulla Spilamberto-Vignola e ti dice con accento angloemiliano che in meno di un'ora è lì da te, che è tutto ok - non è colpa tua - tu hai fatto il possibile e che vedrai che si metterà tutto per il meglio, devi solo dare tempo al tempo, prometto che ti starò vicino, insomma ti dice quelle cose che forse spettava dire a tuo padre o al tuo fidanzato molto tempo prima e la cui mancanza ha animato per mesi le conversazioni pomeridiane con il tuo psicanalista. E poi finalmente questo novello Adamo arriva, tu nel frattempo ti ingegni per guadare la palude Stigia nella tua cucina e gli prepari il pranzo, lui sistema quello che deve sistemare, disinfetta tutto, si disinfetta a sua volta e poi si siede e pranza. Due frasi sullo stato dei tubi e poi si sta muti. Fino alla fine del pranzo. Senza sforzo ti fa capire che per te gli equilibri che deve avere la tua relazione ideale sono sorprendentemente tradizionalisti: spetta ad Eva fare i danni e ad Adamo faticare per ripararli. Un retaggio della tua unica lezione di catechismo.

E poi, un bel giorno, succede. Dopo quasi dieci anni in cui a più riprese ti sei chiesta come sarebbe stato - l'ultima volta che era successo, eri china su un dizionario di greco a tradurre Demostene e non ti eri fermata a rifletterci su - quando ormai avevi già pronto il titolo del tuo primo bestseller, Never been single, e la scusa da rifilare all'editore per giustificare la scelta della lingua inglese nel titolo ("fa più chick-lit e l'Italia ha proprio bisogno di una Kinsella nazionalpopolare"), bè, proprio allora che avevi pronti i tuoi siparietti per le presentazioni alla Feltrinelli ("com'è non essere mai stata single? Fantastico, la mia doppia vita da serial killer va a gonfie vele ah ah"), giusto allora, ti ritrovi single. Ed è strano, strano perché non è affatto strano. Strano, perché i primi problemi che ti poni, sono quelli secondari, mica robe ontologiche del tipo come farò a sapere che esisto davvero se non ho qualcuno da scalciare la notte a darmene la riprova? qualcuno si accorgerà della mia morte o rimarrò sola anche in quel momento? come farò se mi troverò a fronteggiare un repentino desiderio di maternità senza uno straccio di uomo? con chi condividerò le piccole/grandi gioie/ansie (ok, va bene, le piccole gioie/grandi ansie) della vita?. No. Il primo quesito che ti poni, è di natura estetica, vale a dire: come farò a non ricadere nel cliché della single disperata? Ora, credo converremo tutti sul fatto che, quello di apparire un cliché, è un rischio del tutto collaterale quando 1.non sei più una teenager, 2.sei infelicemente infelicitante, 3. fatichi a tenere a freno la lingua, 4. non hai niente di concreto tra le mani, 5. ti senti addosso il peso di un matrimonio arrivato alle nozze di platino. E' un problema collaterale perché sei già un cliché: sei la zitella doc, l'archetipo della scapolona d'oro, una Carrie Bradshaw prima di Mr Big, con meno soldi e più chili. Consapevole di questo tuo invidiabilissimo status, cerchi di non peggiorare le cose, schivando quanto puoi i luoghi comuni man mano che ti si presentano. Mangiare il mais in piedi vicino al lavello direttamente dalla scatoletta fa troppo nevrotica stile woody allen; prepararti la cena e apparecchiare con cura per te sola fa troppo film francese; uscire, andare alla libreria coop e mangiare lì qualcosa leggendo Bagatelle per un massacro fa troppo radical-chic; andare in stazione e prendere un panino putrido dai distributori automatici e poi mangiartelo sulla banchina del binario fa troppo Noi i ragazzi dello zoo di Berlino; andare da McDonald e ordinare un'insalata al commesso brufoloso fa semplicemente tristezza. Capisci quindi che per qualche giorno puoi evitare di mangiare, pur di non diventare un cliché.
Ti tocca evitare un sacco di cose, se vuoi risparmiarti la via crucis di ogni rottura, gli errori quasi di prassi che seguono una separazione, ossia mitizzare il passato e demonizzare il futuro.
Presa la decisione - non importa per volere di chi - bisogna sistematicamente evitare di indorare i ricordi. Se siete di quei masochisti che non resistono alla tentazione di andare a sbirciare le foto dell'ultima vacanza o a rileggersi gli sms, fatelo pure, masticate quelle sensazioni dolorose, brasatevi pure nelle vostre lacrime. Ma quando avrete finito di sbrodolarvi, per favore, ricordate a voi stessi di quegli episodi spiacevoli che hanno avvelenato la vacanza, o quante delusioni avete vissuto a fronte di un messaggio carino. Smettetela di pensare alla storia finita come a un idillio bucolico che il caso ha voluto troncare. Non lasciate che il gesto di mettere da parte uno spazzolino da denti inneschi le cascate del Niagara. E' solo uno spazzolino. E in ogni caso, non fatevi sorprendere privi di Kleenex.
D'altro canto, non mitizzate il passato ma non demonizzate nemmeno il futuro, che - sono certissima - riserverà strabilianti sorprese (le storie di rimbalzo hanno una loro dignità, per quelle due orette che durano). Non ritornate sui vostri passi. Soprattutto, evitate i parrucchieri: quelle creature infide sanno cavalcare l'onda delle emozioni delle loro clienti. In un batter d'occhio vi troverete con una cresta stile Ultimo dei Mohicani e nessuna chance di un rebound.
Se una decisione è stata presa, probabilmente ci sono dei motivi, anche se al momento non li ricordate. Probabilmente motivi inerenti a una insoddisfazione, di uno, dell'altro, di entrambi. Un volere qualcosa di più, forse volere la luna, illudersi di poterla avere.
Ecco, quella non illudetevi di poterla avere. Però tenete presente che alla fine l'acqua su Marte l'hanno trovata.
E sì, prima che lo diciate voi, l'immagine è una figata.

A G.B., il mio modello di donna.

Oltre che alla vita, sono allergica anche al polline di mimosa: è facile indovinare che l'8 marzo non sia esattamente il mio giorno preferito dell'anno. Anzi, la festa della donna è una di quelle ricorrenze capaci di farmi sbiellare come - e forse di più - di San Valentino, Halloween e la festa del Papà messe insieme. Dico "forse di più," perché tra le tante immagini evocate da queste festività, quelle collegate con l'8 marzo sono così kitsch da mettermi addosso una tristezza che la metà basterebbe a farmi scolare l'intera confezione di Roipnol: cinquantenni in menopausa che tra i gridolini isterici infilano banconote da cinque euro nei perizomi di ragazzotti di provincia sudaticci e con addosso uno scadente dopobarba al muschio bianco, gruppetti di amiche single che si mettono giù da paura e vanno in discoteca per fare le libertine e scoparsi il primo tamarro che trovano a tiro - tanto saranno troppo sbronze per notarlo e poi si sa, l'alcool è come la notte nera in cui tutte le vacche sono nere, quindi la mattina dopo con quella capacità tutta femminile di raccontarsela, si diranno che alla fine lui non era male, non è durato molto perchè era troppo eccitato da lei, non perché voleva soltanto concludere prima che lei si accorgesse dell'errore che stava facendo - quarantenni nevrotiche che dopo il lavoro passano nel localino sotto l'ufficio con le colleghe e come sciacalli da buffet si appostano vicino al bancone tracannando un negroni dopo l'altro sopra la pasticca di Tavor d'ordinanza. Mariti che per l'occasione portano colazione e rosa a letto alla moglie come se fosse malata - cara, oggi stai a letto, penso a tutto io, tu pensa solo a riposarti - e mentre lei sorseggia il caffè sotto il piumone, smessaggiano con l'amante più giovane. Insomma, mi vengono in mente quelle robe così, a metà tra l'Apocalittico, l'Asfittico e l'Agghiacciante, tre "A "che vi fanno perfettamente capire quale sia lo zeitgeist da queste parti.
E vabbè, poi so anche che c'è il rovescio della medaglia, che l'8 marzo è una ricorrenza importante, che dovrebbe far riflettere sul fatto che non dappertutto i diritti delle donne sono riconosciuti, che ricorda episodi tragici del lavoro femminile, come quello della Triangle Company, un'industria tessile di New York in cui morirono più di 100 donne per via di un incendio (cosa che in uno straordinario sincretismo un mio amico una volta associò a Mary Quant e alla minigonna: non c'erano più quelle che lavoravano in quell'industria, ergo meno stoffe, ergo minigonna). Che dovrebbe avere lo scopo di tutto rispetto di palesare al mondo quanto sia bello ma anche incredibilmente faticoso essere una donna, soprattutto se vuoi essere una donna tosta, come G.B., la donna che, con la sua pelle di pesca, le dita nervose e il perenne odore di Allure di Chanel misto all'aroma di tabacco e caffè, insegnandomi a marcare l'ictus sul monologo di Didone, mi insegnò anche che l'essere donna non è fatto di tette, culo e capelli fluenti. Che la femminilità non è questione di "più", ma di "meno": meno trucco, meno ammiccamenti, meno chiacchiere vuote, decisamente meno artifici. Che puoi avere i capelli a carciofo o completamente bianchi, essere in sindrome premestruale acuta o avere le caldane da menopausa, portare una prima rinsecchita o una florida quinta che sfida la legge di gravità, avere un brufolo che spunta improvviso proprio il giorno dell'appuntamento con quel figo che ti fa sbavare da mesi/l'alito non proprio profumato di rosa di prima mattina/qualche peletto impertinente perché magari non hai avuto il tempo di passare a farti una ceretta ma sei ci credi, sei comunque una donna.
Poi farlo credere agli altri è tutto un altro paio di maniche.

Post in contemporanea con Mentrecritica:
http://www.mentecritica.net/just-like-a-woman/leggere/oltre-le-righe/sunofyork/12666/

L'alcool per me è sempre stato un caro amico. Una vecchia conoscenza discreta, continua, mai invadente, capace di fornirmi il giusto grado di obnubilazione, tanto più presente quanto più grandi si facevano i fallimenti e i drammi personali (crescita esponenziale, dunque).
Ultimamente, tracannando come una disperata da una damigiana da 5 litri di primitivo di Manduria, riflettevo sul fatto che probabilmente l' amore per il vino potrebbe essere l'unico che sarò in grado di mandare avanti a vita. Ho già buttato alle ortiche, insieme a tanto altro, la passione per i superalcolici - infatuazione breve ma intensa, per la verità - e quella per la birra, che fa troppo so' bbello, so' gggiovane, so' ffico, e da queste parti si ha una distinta preferenza per tutto ciò che è decadente e old style. In pratica quello che mi resta, è l'amore per il vino. Un amore che mai e poi mai accetterò di tramutare in sofisma. Ora, non che io sia una da vino in cartone a un euro a litro - foss'anche solo perché il cartone offende il mio senso estetico, a meno che non sia dipinto da Hockney, ché lì sarebbe tutto un altro paio di maniche. Fatto sta che, lasciando perdere il caso estremo di quei vini chimici che di solito tendo a usare con brillanti risultati al posto dell'idraulico liquido quando mi si ottura il lavandino, ho un odio smodato per quegli uomini che pensano di capirne, per gli enologi della domenica, per quelli che vanno a fare i loro corsi da sommelier e poi dopo t'ammorbano ogni santa cena che iddio ti manda con i loro discorsi da intenditori, con le loro boutades con il maitre sull'annata migliore del Brunello, con quei cacchio di abbinamenti rigorosi - ogni portata un vino: stufato di manzo/rosso di buona stoffa e invecchiamento, cocktail di gamberi/bianco aromatico, che tu già lì capisci che fantasia avranno a letto se per loro la massima trasgressione è abbinare un rosato al pesce. Odio quelli che ti mettono un dito di vino in un bicchiere che conterrebbe l'intera bottiglia e te lo agitano sotto al naso godendosi quel gesto sapiente e da viveur, quando tu vorresti soltanto tracannare a goccia e dimenticarti dei tuoi cazzi. Odio quel lessico specifico - tannini, corpo, amabile, acidità, strutturato, ogni parola una legnata nei maroni - quando vorrei solo prendermi una sbronza allegra e dimenticarmi dei miei fallimenti. Odio quelli che per giustificare il fatto di aver speso 50 euro per una bottiglia, ti dicono che ha un retrogusto di gelsomino, mirto, ambrosia e vaniglia. E meno male che è vino e non LSD.
Odio quelli che parlando di un vino, ti dicono cose tipo vino austero e leggermente allappante (!!) con note erbacee e retrogusto fruttato, con una lieve boccata di cemento armato (l'ho sentito con le mie orecchie durante un tour della zona del Chianti) e pensano di star recitando una poesia di Carducci. In definitiva odio Paolo Lauciani di Gusto, che appena parla, riesce a rendere chiaro chi dei due, tra me e lui, è l'ubriaco. Mi fa venir voglia di picchiarlo fino alle lacrime. Solo che nel suo caso, diversamente da Ciavarro, non c'è manco il risvolto erotico.
Mi piacciono quelli che bevono e sono contenti perché il vino, la compagnia, il cibo, tutti e tre sono buoni. Poi vabbè, è chiaro, gli uomini che amano i dolci frizzantini sono mezze checche, quelli che prediligono il rosso sono passionali ma bruciano di passioni brevi, quelli che amano il bianco sono tutti da scoprire.
Dio solo sa come io riesca a spararle così grosse senza essermi fatta manco un goccetto. Vado subito a rimediare.

Certe mattine mi sveglio con la convinzione che se Freud avesse visto me, durante le sue sedute, anziché Anna O., probabilmente l'attuale terapia psicanalitica sarebbe differente, e prevederebbe, per prassi, elettroshock preventivi e blindatissime gabbie al posto di comodi divanetti.
Credetemi quando dico che da anni una delle mie più vivide fantasie sessuali è quella di picchiare un nudissimo e biondissimo Massimo Ciavarro fino a fargli chiedere pietà tra le lacrime. Ora, qualcuno mi dirà, poco male, sei una sadica, trovati uno che ci gode a farsi picchiare e scatènati. E invece no. Le dinamiche sadomaso, su di me, non hanno mai avuto nessun appeal nella vita reale, di questo credo me ne saranno grati i miei milleduecento ex. Non mi ci vedo proprio nei panni della dominatrice, già stento a dominare voi blogger quando vi accanite a commentare, figuriamoci vestirmi in latex, mettermi scarpe con le zeppe (e qui, non per un fatto di complesso per l'altezza, sia ben chiaro) e imbracciare un frustino, dopo veramente mi portate da Moira Orfei e vi fate pagare un biglietto per guardarmi. E poi, cacchio, la vita è difficile per tutti, mi accontento di appostarmi vicino alle casse della Coop Adriatica e mettere gli sgambetti alle vecchiette, per sentirmi appagata.
Difatti, quando si passa al lato erotico, non picchio mai nessuno (scusate, lo ribadisco per non rovinarmi la piazza). Resta il fatto che un briciolo di sadismo immaginario, non verso il povero Ciavarro, ma verso la categoria degli uomini biondi, è per me sempre stato, incredibilmente e inspiegabilmente, un potentissimo turn on. Poi, l'altro giorno, la proustiana intermittenza del cuore.
Avevo non più di 10 anni. Era quasi estate, e la stanza era incredibilmente luminosa. Si affacciavano a quell'epoca le prime fantasie erotiche (leggi: le madri delle mie amiche non volevano farle giocare con me perché quelle cretinette raccontavano che quando venivano a casa mia, si inscenavano dei giochetti tra Barbie e Ken completamente nudi che facevano strani versi). Ancora a quell'età, passavo i pomeriggi interi a studiacchiare e fare giochini perversi sotto il tavolo della cucina. Contemporanemante, mia madre dava ripetizioni di economia aziendale a ragazzi delle scuole superiori.
Giovanna e Luca. Entrambi biondissimi, entrambi poco più che sedicenni, entrambi con un quoziente intellettivo che, sommato, non avrebbe raggiunto la metà di quello degli uomini che poi ho preso a frequentare (non a dieci anni, poco dopo). E' vero, avevo dieci anni, però amavo lui e il suo faccino simil-Ciavarro. In modo strampalato - questo non è cambiato col tempo -, fantasioso - come prima -, assolutamente totalizzante - idem cum patate. Il sogno ricorrente di quei tempi era di fargli il bagno: in pratica avevo già degli istinti sessuali, ma con una sorta di cicciobello inerme (ora che ci penso bene, ad oggi neanche questo è cambiato). Puntualmente il sogno si interrompeva quando lui si sporgeva dalla vasca piena di schiuma per baciarmi, il che mi fa pensare che forse già da piccola sapevo che spesso il bello è da ricercare nell'irreale, e che è un miracolo quando un contatto con una persona reale riesce a farti tremare per l'emozione.
Comunque, sto divagando. Fatto sta che noi - io, Barbie e Ken - si era tutti e tre sotto il tavolo, con me che guardavo e loro due impegnati in una mercy fuck (lui aveva scoperto di essere in fin di vita per aver mangiato caramelle da uno sconosciuto, questo per dirvi quanto mi abbiano traumatizzata da piccola con 'sta storia), quando lui si toglie la scarpa e la infila tra le gambe di lei, che aveva una minigonna imbarazzante. Il tutto per 4-5 minuti, mentre mia madre parlava loro di patrimonio e utili. Ora, capirete bene che la sottoscritta, Barbie e Ken, sono rimasti piuttosto colpiti da questo fatto, e dal sentir poco dopo lui chiedere a lei ti è piaciuto? Col senno di poi, mi viene da ridere a pensare a questo illuso sedicenne che pensava di poter soddisfare una donna in quattro/cinque minuti - sì, lo so che per molti di voi è la media, però sappiate che non è abbastanza - e per di più con un piede, però sul momento sentii il mio cuore di decenne andarmi in pezzi. E da qui nacque nacque il mio odio per l'economia aziendale e per gli uomini biondi, con cui infatti non ho mai avuto niente a che fare. Ci vorrebbe un'altra vita.

E voi? Fantasie strambe? Leccare i piedi a Violante Placido, un threesome con la vostra fidanzata/il vostro fidanzato e sua madre/suo padre? Dormite abbracciati anche voi al vostro pc quando vi sentite soli e insoddisfatti?

La mia vita si divide in percentuali nette: il 10% del tempo mi sento giusta per l'occasione (che lo sia o no), il 90% mi sento un pesce fuor d'acqua. Badate, la sensazione di non appartenenza ha ben poco a che fare la timidezza. Sono anche timida, non ci facciamo mancare niente da queste parti, ma in qualche modo, la timidezza, ho imparato a gestirmela elegantemente. La sensazione di essere al posto sbagliato nel momento sbagliato, invece, non me la toglie nessuno. E in effetti, spesso e volentieri ci sono, al posto sbagliato nel momento sbagliato.
Cioè, voglio dire, quando mi ritrovo nel bel mezzo del coro della chiesa a cantare a squarciagola Smells like teen spirit, la percezione della mia non appartenenza al gruppo si fa lievemente più distinta che in altri casi. O quando a lezione di aerobica faccio le coreografie nel verso contrario a quello delle altre, dando le spalle all'insegnante. O anche quando dopo il brindisi agli sposi, inizio a enucleare punto per punto le gioie del sesso extraconiugale.
Ci sono però le volte in cui, se semplicemente me ne stessi calma, nessuno noterebbe quel caos espressionista che è la mia interiorità. E invece inizio ad agitarmi, ad interrogarmi smaniosamente sul senso della mia presenza in quel posto. Risultato: ho l'impressione che per un attimo a tutti passi per la testa l'interrogativo "ma quella, che ci fa qui?".
Ora, i miei crucci principali sono due: gli occhi azzurri e l'altezza. Credetemi, queste due caratteristiche, se non sei Claudia Schiffer, non sono esattamente un plusvalore: i primi, nella mia esperienza, richiamano solo uomini dal senso poetico malato (ricordo ancora con gioia le ardite metafore di un mio spasimante, che era solito paragonare i miei occhi ora "al cielo d'Irlanda", ora "ai piccoli laghetti delle Dolomiti" - ma perché proprio quelli delle Dolomiti, dico io - "agli smalti delle porcellane cinesi della dinastia Ming") e attirano su di sé tutte le attenzioni, per cui se avete gli occhi azzurri, qualsiasi scollatura o gonna diventa incredibilmente vana. L'altezza, invece, ti affligge in quei quei momenti in cui vorresti solo sparire dalla faccia della terra: è piuttosto difficile mimetizzarti se sei alta quasi un metro e ottanta, a meno di non avere un baobab a portata di mano. Ancora più drammatico è se si raggiunge l'altezza definitiva a 13 anni, in piena adolescenza, quando tutti sono ancora dei nanerottoli e tu non hai ancora avuto il tempo di orientare il tuo nuovo corpo nello spazio, perché sei cresciuta troppo in fretta, per cui ti trasformi in una pertica dinoccolata ancora priva di quelle meravigliose tette che ti accompagneranno tutta la vita, in grado di urtare e inciampare su qualsiasi cosa. E che alle feste si ritrova perennemente a ballare con un tizio 20 centrimetri più basso. Tutti esempi ipotetici, mica son cose capitate veramente a me, eh. Giusto per dire che certe caratteristiche apparentemente appetibili, spesso sono nè più nè meno che deformità, come un brutto naso o una testa sproporzionata.
Poi l'adolescenza passa, l'altezza resta. Ma non c'è scarpa senza tacco che regga, ballerina, Converse o sandalo alla schiava, nè abbigliamento che restituisca le giuste proporzioni: potresti vestirti a righe orizzontali, non cambierebbe. L'altezza è una condizione interiore più che esteriore: vuol dire che anche la tua personalità è ingombrante, che non potrai mai nasconderti nel mucchio e che dovrai presto imparare a cavartela da sola, perché è difficile che scatti l'istinto di protezione verso una donna alta. Sarete sempre tu e i tuoi centimetri in più, sotto gli occhi di tutti. Tutti lì a fare pronostici su quanto saranno alti i tuoi figli, a interrogarsi sul genitore da cui hai preso l'altezza, a chiederti come fai se vuoi mettere un paio di tacchi e il tuo ragazzo non è poi così tanto più alto di te.
Ma figurati se vuoi metterti i tacchi, piuttosto avresti voglia di segarti qualche centimetro in certi momenti. Laddove le altre collezionano stiletti, tu hai appeso un canestro da basket. Esattamente nel punto più alto della tua stanza: il punto più basso della tua femminilità.

Innanzitutto mettiamo in chiaro due cose:
- , lo so che non siamo ancora a San Valentino, ma sono già un paio di settimane che lo sento incombere e al solo pensiero mi vengono le caldane della menopausa;
- no, non dirò che l'amore si dimostra giorno per giorno (santiddio che palle) e che San Valentino è una festa stupida e commerciale. Lo è. Ma a molti uomini serve una festa stupida e commerciale per ricordarsi di fare un gesto romantico e in più fa girare l'economia quindi l'appellativo di "santo" quel Valentino lì se l'è meritato più di Padre Pio, anzi, per quanto mi riguarda, avrebbero dovuto farlo papa. In più che noia questi che vengono a dire, dai, San Valentino è una stronzata qui, San Valentino è una stronzata lì: siete tutti maschi, lo sappiamo. O, se siete femmine, siete di quelle fortunate che hanno uomini che le venerano in altre situazioni dell'anno.
Il che fa di voi una ristetta minoranza, quindi per me non esistete, visto che esisto solo io.
Consideriamo quindi questa ricorrenza come un promemoria maschile salva-crisi: coniugale -leggi:evitare smaronamenti- e finanziaria -se non ci fosse San V. avremmo già fatto la fine dell'Argentina, direbbe un fine economista di mia conoscenza - .
Ora non so dirvi bene perché ma in testa la mia argomentazione pro-san Valentino mi suonava un po' più romantica di così.
Allora che fare? Visto che è il giorno in cui da contratto l'uomo ci venererà, si lascia a lui la scelta. "Fai tu, tesoro". Tre parole. Tre parole e vi siete scritte la storia dell'incubo di San Valentino. A parte il fatto che l'uomo, davanti al "fai tu", prova una kierkegardiana vertigine della libertà, ma pensate veramente che vi potrebbe mai andar bene una sua scelta su come passare un'intera giornata? Non vi va bene la punta di blu dei suoi boxer, figuriamoci la sua idea di romanticismo che si spande nell'arco di 24 ore. Meglio dunque indirizzarlo lievemente (leggi: dargli una rosa di 3 opportunità e segnalargli il punto in cui inserire i dati della carta di credito). Anche gli allocchi sanno che, per una donna, un gesto carino è solo una base di partenza per successive contrattazioni: in soldoni, se nel primo anno di fidanzamento per San Valentino ve la siete cavata con un ramoscello di mimosa, per il secondo dovete badare a fare ramoscello+1 fino ad arrivare a ramoscello+n secondo la serie matematica di Grecia Colmenarez, anche detta la serie del dove-cazzo-andremo-a-finire (te-lo-dico-io-ad-anello-con-diamante-mutuo-casa-bambino-rompicoglioni-sai-che-novità).
Ora, se volete proprio fare (anche qui leggi: far sì che lui faccia) le cose in grande, potete scegliere principalmente tra queste opzioni:
- città d'arte italiana/europea: Venezia/ Parigi. Lui, ingenuo, proporrà: "perché non Amsterdam?". Perché no. A San Valentino si va a Parigi o a Venezia, al massimo Praga. Il fattone ad Amsterdam lo fai con quei burini dei tuoi amici, non con me. "Ma Van Gogh, Rembrandt". No e poi no. Non fate gli iconoclasti, le tradizioni serviranno pure a qualcosa.
- montagna: anche qui probabilmente lui potrebbe uscirsene con cose tipo "andiamo a comprare la tenuta da sci" oppure "ma dai, se non vuoi sciare almeno possiamo prendere uno slittino". No, no e mille volte no. La neve la voglio vedere solo dalla finestra della nostra baita iper-riscaldata e dotata di coreografico champagne con fragole in camera, coreografica jacuzzi, ancor più coreografico tappeto davanti a coreograficissimo camino su cui tu mi tromberai coreograficamente quando sarò bella che sbronza.
- le beautyfarm. Le beautyfarm pare che vadano parecchio di moda perché siamo tutti così stressati in questo pazzo, pazzo mondo; non c'è tempo per fermarsi a pensare, a pranzo soltano un panino e adesso non ci vedo più dalla fame. Bon, in pratica tu digiti su google "san valentino" ed è tutto un fiorire di siti tipo "tispenniamo.org" o "romanticismfordummies dot com" e "chicazztel'hafattofareafidanzarti.net" in cui ti offrono convenientissimi lastminute da 800euro a persona per una notte con -udite udite- addirittura la colazione inclusa, più trattamenti vari -massaggi, scrub per il viso, sauna ecc...- che garantiscono di rimetterti a nuovo soddisfatti o rimborsati (è ovvio, non hanno ancora visto me, sennò mai si sarebbero azzardati a fare una promessa del genere. A me per rimettermi a nuovo bisognerebbe fondermi e reimpastarmi ma dubito abbiano quel tipo di forni lì).
Comunque, questa di certo è l'opzione più auspicabile per tutte le donne di mia conoscenza.
Se però siete delle persone molto tristi, vada per la solita cena di San Valentino: ostriche, caviale, champagne, aragosta, frutto della passione, cioccolato al peperoncino, diamante nel dessert, attacco di colite. Un classico senza tempo.
Solo che grazie a me, che sono troppo avanti, e all'ausilio di questo preziosissimo post, potrete ingegnarvi per fare alle vostre donne una sorpresa, che ne so, domani, anziché aspettare San Valentino. Dite loro che non vi andava di esprimere il vostro amore in maniera così convenzionale e manierata. E che non potevate aspettare per portarle fuori a cena. E che le amate tanto. E non date mai il link al mio blog o dovrò distruggerlo e non potrò più aiutarvi.

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