Yes, darling. Life sucks

Momenti di disperato ottimismo

26.4.08

cervello da bere

Pubblicato da SunOfYork |

Per un' emigrante con la valigia di cartone come me, il rito tutto nordico dell'aperitivo è sempre stato qualcosa di misterioso e inquietante allo stesso tempo. Fino a qualche annetto fa pensavo avesse a che vedere con le frustrazioni lavorative dei nordici che, dopo una giornata trascorsa a sgobbare su una scrivania anche per mantenere noi del sud che facciamo la bella vita, trascorriamo il tempo bevendo caffè e suonando il mandolino (scusate, è che adoro stare dalla parte del vincitore), si recavano nel bar più vicino al loro ufficio sperando in una sorta di tazza del consolo. E poverini, come negargli il loro momento di obnubilazione.
Quello che invece ho realizzato frequentando sporadicamente aperitivi in diverse città del nord è che il momento dell'aperitivo è una sorta di prequel per quello che avverrà tra non molti anni (esattamente 5 per l'Italia), ossia quanto l'Occidente diverrà il nuovo Terzo Mondo, perché avremo spremuto dalla terra tutto ciò che potevamo spremere, senza preoccuparci del futuro. Non è un caso che un simile rituale abbia attecchito proprio nel nord: sono loro quelli che inquinano di più, e anche per questo devono prepararsi con un certo anticipo alla fine. Ed infatti è raro vedere uno dello Zimbabwe andare a fare l'aperitivo.
Ciò che intendo è che durante l'aperitivo si vedono persone lottare con tutte le loro forze per agguantare l'ultima porzione di riso basmati, o sferrare calci negli stinchi per accaparrarsi le posizioni vicine al buffet e quindi ingerire gli alimenti ancora caldi.
Il passo successivo sarà ingerire i propri simili quando sono ancora caldi.

Concetti come la lotta per la sopravvivenza e la selezione naturale hanno ancora senso se applicati a riti come l'aperitivo.
Io personalmente mi ci sento un po' come si sentivano quelli precipitati con l'aereo sulle Ande nel '72: ho sempre paura che qualcuno da un momento all'altro mi morda una chiappa.

Chi si è sottoposto all'esperienza del sabato pomeriggio al centro commerciale, sa che un elevatissimo grado di alienazione è condicio sine qua non per l'epifania-del-consumatore-fallito. E infatti ieri me ne andavo in giro per questa ennesima cattedrale nel deserto, accecata dalle luci al neon e resa vagamente nevrotica dal ronzio degli sconosciuti, estranea a tutto e a tutti come non mai, quando ho avuto la mia intermittenza del cuore settimanale.

Al peggio non c'è mai fine.

A un certo punto sento una musica nota, che presumibilmente innesca in me ciò che le madeleine innescavano in Proust (lo stesso processo sputato): la musica di Veline.
Ora. Io ho sempre odiato le veline, (quelle di quest'anno, poi, sono le più puttane di tutte), Striscia non mi ha fatto mai ridere, il Gabibbo per me è uno stronzo e a Mammuccari strapperei volentieri a morsi le palle, ammesso che ce le abbia.
Questo per dire quanto io apprezzi tutto ciò che ruota attorno a Ricci.
Quello che fino a ieri non sapevo, è che meno di Veline, avrei potuto apprezzare solo le SELEZIONI REGIONALI DI VELINE.

Dunque. Selezioni regionali per aspiranti veline di striscia: un piacione di mezza età, ex latin lover, ex volto noto per aver fatto televendite di materassi su televisioni regionali, ammicca e palpa delle 20enni analfabete di paesini dell'interland barese di 2000 anime che si cimentano in una serie di improbabili stacchetti e ammiccamenti vestite come delle tamarre degli anni '80.
Una duplice affronto etico-estetico per chiunque abbia, non dico coscienza e gusto, ma anche solo un paio di occhi. Perché quello che spesso non consideriamo è che, per quanto faccia schifo già di per sè il meccanismo di mercificazione del corpo femminile alla base di show come Veline, fa ancora più schifo se il meccanismo di mercificazione riguarda un corpo femminile corto, tracagnotto e simile a un cotechino. E non è una faccenda solo estetica. E' che è lì che senti lo stridore insanabile tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, tra come siamo veramente e come gli standard ci impongono di essere, e la consapevolezza ti colpisce allo stomaco.
E' lì che capisci che una ragazzina 18enne tondetta e goffa che alle 3 di pomeriggio indossa un abito in latex che le blocca la circolazione, delle zeppe da 15 cm, calze a rete e trucco pesante, e va a dimenarsi su un cubo, non è solo un brutto spettacolo, è uno spettacolo sbagliato, soprattutto se condito da musica rimbombante, battute a sfondo sessuale, e un pubblico di uomini di mezza età che sbava a ogni ancheggiamento mentre le mogli fanno shopping tranquille nei negozi. Sbagliato. Punto.
E' lì che hai l'epifania: senti tutto lo squallore, il brutto, il grottesco. Senti che siamo una società che ha puntato tutto sulla spettacolarizzazione e l'esteriorità, e che forse dopo il 13 le cose peggioreranno. Che se Olindo e Rosa scrivessero un libro, le case editrici farebbero a gara per pubblicarglielo. Che i rapporti coniugali per andare avanti devono basarsi in qualche misura su una mutua ipocrisia.
Senti che se per te il confine tra giusto e sbagliato è in questo caso quanto mai nitido, mentre ben più labile il limes tra il divertirsi col proprio corpo e lo svendersi, per le aspiranti veline questo tipo di problemi non si pone affatto, perché in quel momento nel loro cervello c'è il vuoto pneumatico. Hai pena per loro.
E quindi capisci: non solo il mondo è tutto sbagliato. Sei pure diventata una vecchia moralista rompicoglioni.

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